Il partito Internet e la post-democrazia rappresentativa

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Juan Carlos De Martin scrive oggi su La Stampa (Internet la democrazia necessaria – LASTAMPA.it) che Internet non è la causa primaria dei neo movimenti politici (europei e arabi) ma è un “facilitatore”, un catalizzatore. Un elemento tecnologico che non c’era e che oggi rende meno difficoltosa l’interazione a diversi livelli fra individui. Oggettivamente Internet è un mezzo di comunicazione, ma è radicalmente diverso dai media tradizionali – radio, tv, giornali. Se i media tradizionali hanno avuto e hanno tuttora una influenza nella produzione di consenso in un sistema democratico rappresentativo, quale sarebbe allora il ruolo del Web “nel plasmare le interazioni tra Stato e cittadini?”, si chiede De Martin. Quale ruolo nel rendere possibili partiti diversi dagli attuali? Quale ruolo nello strutturare nuove e più efficaci forme di dialogo tra eletti ed elettori? Quale ruolo nel dar forma a una sfera pubblica migliore, non solo a livello locale e italiano, ma anche europeo e globale? Bisogna prendere il Partito come caso di studio e ipotizzare come strutturarlo oggi, se dovessimo costruirne uno ex-novo. “Come faremmo un partito politico se potessimo partire da zero?”.

Il vantaggio del Web è insito nella riduzione del costo della interazione fra “militanti e dirigenti, eletti ed elettori, simpatizzanti e iscritti, partito e altri partiti, partito e istituzioni”. “Otteniamo la parola oggi in un modo che è così automatico e senza sforzo che è diventato invisibile”, scrive Cory Doctorow sul The Guardian. Il costo della transazione è minimizzato in un sistema che ha la tecnologia di internet, del web e dei social network come elemento catalizzatore dello scambio e della condivisione delle informazioni e della conoscenza. Se fino ad oggi la tecnologia in letteratura è sempre stata raffigurata con le sembianze di uno strumento del potere, uno strumento che trasforma il potere totalitario in iper-totalitario (George Orwell, 1984), secondo Doctorow, la tecnologia riduce i costi della interazione fra gli individui in maniera orizzontale, per tutti, non solo per “i meglio organizzati”. Anzi, oggi, per la prima volta nella storia, la tecnologia non implica organizzazione. Il Web rende efficaci ed efficienti gli scambi di informazione anche fra quei gruppi che non sono organizzati. O per meglio dire, il Web presuppone disorganizzazione e liquidità delle forme della interazione. Non richiede posizioni gerarchiche poiché la parola fluisce liberamente in un contesto stratificato a più livelli comunicativi.

“Disorganised, effective” is groups like Anonymous and Occupy, groups that have no command structure at all, not even an articulated set of goals, no formal membership structure, and in Anonymous’s case, no formal deliberative process (Disorganizzati ma efficaci sono quei gruppi come Anonymous e Occupy, gruppi che non hanno alcuna struttura di comando, nemmeno un set articolato di obiettivi, senza una struttura associativa formale, e nel caso di Anonymous, nessun procedura formale deliberativa), Cory Doctorow, Disorganised but effective: how technology lowers transaction costs | Technology | guardian.co.uk.

Da un lato quindi, la riduzione dei costi di transazione implica la possibilità di aggregazione senza struttura, dall’altra fornisce al potere la possibilità di rafforzarsi e di amplificare il controllo dei comportamenti. La tecnologia del Web si stratifica sul sistema politico della democrazia rappresentativa oramai affetta da un surplus di potere dei gruppi di interesse che hanno cooptato i corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni – trasformandoli in strutture volte alla riproduzione del consenso, anche attraverso la manipolazione mass-mediatica. Dahrendorf, come Crouch (2009) parla appunto di post-democrazia indicando una serie di processi di degenerazione del modello rappresentativo della democrazia, a cominciare dalla dissoluzione della partecipazione. Il cittadino chiede di poter essere partecipe del meccanismo decisionale, mentre lo Stato-Nazione è messo in soggezione da organismi sovra statuali – non democratici – che ne erodono la sovranità interna. Così la sfera pubblica conosce una deriva personalistica e autoritaria. Il freno a questa deriva, secondo Dahrendorf, non può che essere la società civile, tramite le associazioni di volontariato, le ONG, il terzo settore. Ma,

[l’]Antidoto alla caduta della mediazione nei luoghi istituzionali della delega politica, come della presa di potere e del ruolo autocrate di media e tv, la cosiddetta società civile e le organizzazioni non governative rischiano di abdicare al loro tradizionale ruolo borghese di critica sociale e controllo delle decisioni del governo, divenendo artefici di una “governance” in nome della quale sono cancellate alternative e differenze di opinione (Dahrendorf, Ralf, Dopo la democrazia).

La confusione del ruolo fra società civile e sistema politico avviene in un contesto in cui il controllo dei governati sui governanti si è rovesciato nel controllo dei governanti sui governati. Il meccanismo della produzione di consenso e del suo mantenimento “sono oggi assolutamente distorti, in quanto il metodo della consultazione diretta ed esasperata, come il sondaggio permanente sul gradimento dell’azione di governo, è pratica non politica bensì aziendale, tecnocratica, imposta da media e premier sul terreno della rappresentanza” (Dahrendorf, Ralf, Dopo la democrazia). Possono allora i gruppi “disorganizzati ma efficaci” che nascono in rete sottrarsi a questa pericolosa sovrapposizione di ruoli fra società civile e sistema politico, laddove quest’ultimo ha in mano le tecnologie per riprodurre il consenso? Non somiglia questa a una battaglia di successione di tecnologie?

Il problema della neutralità della Rete non è affatto secondario. L’idea di uno “spazio internettiano libero e autoregolato si confronta con la pratica dell’influenza sempre più chiara degli Stati nella struttura della rete” (La maturazione del rapporto tra internet e democrazia | Luca De Biase). Questa epoca di mutamento, che è anche epoca di crisi economica, richiede un cambio di paradigma. Internet prelude alla condivisione di informazioni, interazione non prettamente economica in senso capitalistico, ovvero non è uno scambio “merce contro moneta”. Internet rende possibile su scala globale questa interazione, che non è mai scomparsa nel tessuto connettivo relazionale viso-a-viso. Da ciò la necessità di controllo, di filtrare i contenuti, di privilegiare o punire i flussi. Il potere precostituito nel mondo post-democratico opera per ridurre Internet al solo ruolo di rafforzamento del potere medesimo, alla stregua dei media mainstream, come meccanismo di riproduzione del consenso. La tecnologia di Internet non è completamente open-source: ciò implica il fatto che determinati algoritmi, deputati alla selezione delle informazione nei motori di ricerca e nei social network, siano completamente sconosciuti agli utenti. Anzi, sono proprietà privata. Tanto che anche i contenuti prodotti dagli utenti-cittadini diventano proprietà della Corporation che presiede alla formulazione degli algoritmi (vedi Twitter).

Come poter costruire quindi un nuovo partito, se il presupposto è questo? Come possono la tecnologia del Web e i gruppi “disorganizzati ma efficaci” che sorgono tramite essa, superare la Legge ferrea dell’oligarchia (Robert Michels – per una summa, vedi Wikipedia)? Secondo Robert Michels la democrazia presuppone organizzazione. Tutti i partiti politici si evolvono da una struttura democratica, aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, ovvero da un numero ristretto di dirigenti; ciò deriva dalla necessità della specializzazione, la quale fa sì che un partito si strutturi in modo burocratico, creando dei capi sempre più svincolati dal controllo dei militanti di base. Senza organizzazione, senza struttura, ovvero senza le regole che presiedono alla discussione e alla deliberazione, come potrebbe ancora esserci democrazia?

Dal clickactivism al Politizen: la Terza Repubblica e la fine del professionismo in politica

Se c’è un aspetto comune alle elezioni regionali tedesche e quelle amministrative italiane, è l’emergere di formazioni partitiche sviluppate sul web dalla interazione di una moltitudine di soggetti più o meno eterodiretti. Piratenpartei e Movimento 5 Stelle sono spesso accomunati nelle analisi post elettorali e gli editorialisti dei grandi giornali tendono più a evidenziarne le differenze, che pure abbondano, invece di cogliere la grande rivoluzione che li sottende.

Qui posso solo avviare la discussione, cominciando dalle differenze.

Da un lato, quello tedesco, il Piratenpartei è una formazione politica totalmente senza un centro, slegata dai personalismi, pienamente calata nel sistema politico tedesco. Non fa altro che raccogliere la domanda di nuovi diritti civili – le libertà digitali – e le coagula in una proposta politica. In questo senso, il Piratenpartei, a dispetto del nome, non è affatto antisistemico. Non è affatto una formazione antieuropeista, ma anzi chiede maggior regolazione nell’ambito delle libertà digitali nel senso del riconoscimento della neutralità della Rete e nel riconoscimento dell’accesso alla conoscenza come diritto individuale inalienabile.

Invece in Italia il M5S si pone come elemento di rottura in un quadro partitico fortemente isolato rispetto al tessuto connettivo sociale e però non è pienamente in discontinuità con il recente passato, essendo fortemente caratterizzato dalla personalità di Beppe Grillo, e dipendendo, nella sua articolazione in rete, dalle infrastrutture della Casaleggio Associati. Il M5S non è frutto di una domanda di nuovi diritti civili, ma è frutto della protesta contro la Casta, con i professionisti della politica: inamovibili, si considerano legittimati anche nella sconfitta e nella illegalità e piegano il quadro istituzionale al fine ultimo della perpetuazione del proprio potere.

In entrambi i casi, però, i due neo-movimenti costituiscono l’occasione per l’attivista da tastiera di compiere un balzo ed entrare nelle Istituzioni senza passare per il vaglio dello strumento classico di selezione della élite politica: il partito. Di fatto costituiscono una cesura rispetto all’esclusivismo del professionista, del tecnico dell’Arte Politica (che niente ha a che fare con i tecnici in questo momento al governo, essendo questi ultimi esplicitamente tecnici dell’Economia e della Finanza).

Questo fenomeno che sto cercando di descrivervi, assomiglia molto a quanto avvenuto nella musica, nell’editoria, nella scrittura e nel giornalismo in generale. I non –professionisti, grazie al web, hanno accesso alla possibilità di pubblicare il proprio “prodotto”, non spendibile nel mercato classico, bensì fruibile in un regime di condivisione libera delle idee e dei contenuti che il web può realizzare (e sottolineo il può). Di fatto oggi ognuno di noi può autopubblicarsi un libro o un disco. Il web è un terreno vastissimo ma altrettanto denso di opere di autopubblicazione. Ciò naturalmente si accompagna ad aspetti negativi e anche potenzialmente deleteri. Primo fra tutti il fatto che anche chi non possiede “l’arte” può essere artista. Che anche chi non è giornalista, può essere giornalista. Ma certamente non “di professione”. Molto probabilmente il libro che vi siete autopubblicati a costo zero non meritava tanta gloria. Così il post che sto scrivendo ora potrebbe non essere all’altezza di una pubblicazione su un giornale. Allo stesso tempo, il politico, anzi il politizen (il netizen prestato alla politica) appena eletto a Parma potrebbe non essere all’altezza del suo compito. Viene meno il filtro dell’editore, del direttore di giornale, del segretario di partito. E con ciò, l’accesso libero a ciò che prima era di competenza del professionista, e che un comune mortale poteva svolgere soltanto dopo anni di gavetta nelle retrovie, ora sembrerebbe a portata di mano di individui qualsiasi, perfettamente sostituibili l’un l’altro.

La perdita della esclusività del professionista non significa peraltro che la professionalità non sia più un requisito necessario, anzi. La sua verifica non risiede più nel potere di discernimento di uno solo (sia esso l’editore, il direttore, il segretario). La verifica della professionalità diventa anch’essa un momento pubblico. Il politizen più del politico, deve adoperarsi per rendere pienamente trasparente la sua vita e il suo operato. Deve essere un tutt’uno con il pubblico.

Vi chiedo: il M5S risponde a tutto ciò in che modo? Veramente assegna al pubblico il potere di verifica e di controllo? Davvero il web può diventare strumento per una conoscenza pienamente libera?

Come vedete ho molti dubbi e domande. Il dibattito è aperto.