Operai Fiat e Nuovo Modello di Relazioni Industriali

Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del PD, insiste: Marchionne ha sollevato una giusta questione. L’arrembaggio del Professore arriva sia dalle colonne del CorSera, che da quelle di Repubblica. Ma è un tentativo solitario: si percepisce – profonda – la distanza fra le sue proposte e la segreteria Bersani, volta esclusivamente alle gestione della fase di crisi di governo.

Ichino ha in mente un nuovo Modello di Relazioni Industriali che attui il superamento della “conflittualità permanente, i cui fasti si sono celebrati negli anni ’70, e che oggi in Italia è praticata ancora soltanto nel settore dei trasporti e in quello metalmeccanico” (La Repubblica, 12/08/10, pag. 9).

Sul caso Fiat, Ichino dà la sua interpretazione sulla sentenza del giudice che ha reintegrato i tre lavoratori di Melfi, accusati di aver interrotto i carrelli automatici, vale a dire di aver operato un sabotaggio nei confronti dell’Azienda:

la Fiat avrebbe potuto anche vincere la causa: il giudice ha ritenuto, in via provvisoria, il licenziamento ingiustificato solo perché ha considerato che l’istruttoria sommaria non avesse dimostrato il dolo dei lavoratori, cioè la loro volontà di ostruire il flusso dei carrelli automatici. Con questo, lo stesso giudice implicitamente avverte che, se invece nel giudizio di merito quella volontà risultasse dimostrata, il licenziamento potrebbe essere convalidato (Repubblica, cit.).

Il suo parere contrasta con quello di Epifani, segretario generale CGIL, secondo il quale la sentenza riporta “verità e giustizia” sul un provvedimento che i lavoratori avevano subito.

Sapevamo che non c’era stato boicottaggio che è un accusa pesante se rivolta a dei lavoratori di un’azienda del Mezzogiorno che lottano per mantenere la produzione e il posto di lavoro. Abbiamo ancora altri due casi di licenziamenti in piedi. Ma spero che intanto l’azienda rispetti la sentenza del Tribunale di Melfi e si torni a discutere in un ambito di correttezza (Corsera, 12/08/2010, p. 29).

Epifani si dice anche disponibile a riaprire il dialogo con Fiat, ma solo su assenteismo e sui 18 turni. E’ evidente che i due punti di vista sopra esposti non collimano. Può Epifani abbracciare il più ampio discorso di riforma delle relazioni Industriali come ipotizzato da Ichino?

Il lavoro del sen. Ichino in Parlamento è fermo in Commissione da un anno. Il motivo è molto semplice: il governo non è interessato a riforme, vuole fare a pezzi ciò che resta del sindacato e lascia pertanto carta bianca a Fiat. Il testo unificato, opera della Commissione Lavoro, doveva esser approvato lo scorso anno. Si componeva di quattro diversi disegni di legge di iniziativa parlamentare sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Ichino si augura che l’iter parlamentare possa riprendere, ma visti i tempi, si può ben credere che il progetto si diriga verso il binario morto e alla decadenza per fine legislatura.

Il testo unificato bipartisan indica nove diverse forme possibili di partecipazione dei lavoratori nelle imprese, da quella più elementare consistente nell’esercizio di diritti di informazione, alla presenza dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza, alla partecipazione agli utili, fino alla partecipazione azionaria, disponendo alcune agevolazioni fiscali per queste ultime ipotesi, in linea con le migliori esperienze straniere (Ichino, Corsera, cit.).

L’idea di base, ispirata al più moderno giuslavorismo, è quello di integrare il lavoratore all’impresa secondo diversi gradi, che sono: l’informazione, la sorveglianza, la codecisione, per finire con il più alto grado di connessione, realizzato con la partecipazione agli utili. Il modello ha trovato ampia applicazione in Germania e Nord Europa. Si vorrebbe realizzare, così, quell’ideale utopico che è la democrazia sindacale/aziendale.

Il progetto di legge non prevedeva alcun obbligo per aziende e sindacati di adottare una o più di queste forme di partecipazione:

il principio cardine è quello della volontarietà, che si concreta nella necessità di un «contratto aziendale istitutivo», stipulato secondo regole di democrazia sindacale. L’obiettivo non è di promuovere questo o quel modello di partecipazione, ma di promuovere la fioritura di una grande pluralità di esperienze in questo campo, lasciando che modelli diversi si confrontino e competano tra loro (ibidem).

E’ chiaro che il modello decentra la responsabilità della contrattazione e le affida ai lavoratori nelle fabbriche, ovvero ai loro organi di rappresentanza. Apre cioè al contratto aziendale, depotenziando il contratto nazionale. Un aspetto che CGIL non accetterà e che Ichino aveva ben previsto, agevolando perciò l’introduzione nel testo di una norma che acconsentirebbe sì a deroghe rispetto al CCNL (come nel caso di Pomigliano), ma attribuendo la facoltà di contrattazione all’organo sindacale più rappresentativo dei lavoratori, che nella maggior parte delle aziende è ancora CGIL (quando invece, con il modello attuale, a Pomigliano CGIL è stata messa in minoranza).

L’efficacia dell’accordo stipulato in quello stabilimento (Pomigliano) da Cisl e Uil senza la Cgil, in mancanza di quel principio di democrazia sindacale, è gravemente in forse per via della deroga al contratto nazionale; per questo la Fiat sta progettando di trasferire lo stabilimento a una nuova società (la «newco») non iscritta a Confindustria, quindi sottratta al campo di applicazione del contratto nazionale dei metalmeccanici, in modo che l’accordo aziendale in deroga possa applicarsi nello stabilimento senza problemi. La Cgil, così, resterebbe esclusa dal sistema di relazioni industriali della nuova impresa (ibidem).

La vicenda appare alquanto controversa. Riforme che conducano verso una effettiva applicazione del principio democratico all’interno delle aziende, per il tramite di organi e responsabilità che concretizzino la partecipazione dei lavoratori al destino aziendale, corrisponderebbero a una idealità fin qui insperata; d’altro canto, se l’alternativa sono le NewCo, pare che non ci sia scampo e che non si possa far altro che procedere verso tale riforma. Il governo ha ceduto il campo a Fiat, la quale è decisa a rompere con Confindustria e a procedere verso la più completa deregulation. E’ questo che necessitiamo? Quale proposta ha CGIL?

Il sindacato è chiamato a un’opera non facile: immaginare il futuro delle relazioni industriali. E a farlo liberandosi il più possibile della logica antagonista. Epifani, nell’intervista al Corsera, devia sulle consuete considerazioni: “il confronto si dovrebbe svolgere su riorganizzazione produttiva, diritti dei lavoratori e piano industriale con gli investimenti per l’innovazione e la nuova offerta di prodotti su cui si gioca la sfida competitiva”. Ma non è solo questione di prodotti; è anche questione di come produrli, di farlo cioè in una forma economicamente competitiva con il resto del mondo. Dove spesso le regole e i diritti non esistono.

Collegato Lavoro, verso il voto definitivo in aula. Ichino: rivedere le relazioni industriali

La vicenda dell’arbitrato, la disposizione di legge che Napolitano ha ritenuto irricevibile tanto da rinviare il testo alle Camere, è in dirittura d’arrivo in aula al Senato. Al momento attuale la discussione finale non è ancora stata calendarizzata. Ma la scorsa settimana è giunto il via libera delle Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro. Con la seduta del 15 Giugno scorso, la maggioranza ha liquidato tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni. Approvati solo gli emendamenti del governo, riferiti all’art. 31 e 32. L’arbitrato, appunto.

Cosa cambia? Poco.

Art. 31, comma 10. In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie insorte in relazione al le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato (XVI Legislatura – Atto Senato n. 1167-B/bis) – [in neretto le modificazioni della Camera al testo originale; in corsivo-neretto le modificazioni operate in sede referente in Commissione Lavoro al Senato].

Le Commissioni di certificazione  accertano la volontà delle parti all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, che non può avvenire prima del termine del periodo di prova di trenta giorni. Da notare la sottigliezza di anteporre “eventuali” a “controversie”, queste ultime non più insorte, o che “dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”, ma “nascenti” dal rapporto di lavoro. Una formulazione che solamente un giurista ci potrebbe aiutare a capire fin nei suoi più intimi risvolti. Quale la differenza fra “nascere da” rispetto a “insorgere in relazione da”? Da profano posso solo dire che si tratta di un sofisma della peggior specie.

C’è chi ha salutato come successo tale modificazione. D’altronde alla vicepresidenza della Commissione Lavoro siede Tiziano Treu (PD). Treu è riuscito a confondere il proprio pensiero con quello del Mnistro del Welfare Sacconi. Per Treu, infatti, l’art. 18 è un freno “alla competitività” ed è proprio ora di “passare dallo statuto dei lavoratori allo statuto dei lavori” (Treu: ”L’articolo 18 freno alla competitività d’impresa”). Treu è diventato il ventriloquo di Sacconi?

Sempre in tema di lavoro, e a margine della vicenda di Pomigliano e della Fiat, oggi Pietro Ichino torna a farsi sentire dalle colonne di ‘Cambia L’Italia’. Secondo Ichino le richieste della Fiat in fatto di tregua sindacale non sono affatto immotivate, anzi, il nostro paese avrebbe a suo dire una legislazione troppo vecchia in fatto di ‘relazioni industriali’. La cosiddetta clausola di responsabilità contenuta in un contratto collettivo vincolerebbe “soltanto il sindacato firmatario e non i singoli lavoratori; può così accadere che un sindacato non firmatario – anche se minoritario – proclami uno sciopero per paralizzare una o più clausole del contratto” (Che cosa può fare davvero la politica per gli operai di Pomigliano- Pietro Ichino). E Ichino si spinge allora a suggerire quali iniziative la politica dovrebbe mettere in atto: 1) una legge ordinaria che contenga il seguente articolo: “la clausola di tregua che sia contenuta in un contratto collettivo vincola le organizzazioni sindacali che lo hanno stipulato e i lavoratori a cui esso si applica”; 2) una ulteriore disposizione che regoli “ragionevolmente la possibilità di deroga del contratto nazionale da parte del contratto aziendale, secondo un elementare principio di democrazia sindacale”, ovvero attraverso il referendum dei lavoratori, emancipati dalla tutela dell’organizzazione sindacale. Ichino ricorda che una norma di questo genere è “contenuta nel testo unificato del disegno di legge sulla partecipazione dei lavoratori nell’azienda elaborato con consenso bi-partisan dalla Commissione Lavoro del Senato, fermo ormai da più di un anno, non è chiaro perché”.

Un’osservazione: sinora, almeno sino alla rottura della triade confederale, non vi è mai stato alcun bisogno di ipotizzare l’impiego di strumenti di democrazia diretta sui luoghi di lavoro. Questa apertura non può definirsi democratica: essa è il sintomo di una più generale (in)(e)voluzione (scegliete voi secondo il vostro orientamento) verso un mondo del lavoro senza lavoratori dipendenti. D’altronde Fiat si trastulla fra Pomigliano e lo stabilimento polacco quando il costo di un lavoratore per unità prodotta è meno del 5%. Stiamo parlando del 5% del prezzo di una Panda al listino italiano. Pensate sia troppo? Questo i lavoratori non lo sanno e nemmeno sono ammessi a saperlo. Dove è finito il modello com-partecipativo dei lavoratori ai destini della propria azienda? La vera rivoluzione democratica nelle relazioni industriali non potrebbe che avvenire “attraverso il salvataggio INTERNO delle aziende, con i lavoratori che diventano soci e proprietari della propria azienda ed artefici del proprio destino” (http://crisis.blogosfere.it/2010/06/pomigliano-darco-verso-la-schiavitu-del-xxi-secolo.html) e non invece limitandosi ad attribuire il potere di smentire il proprio sindacato e derogare al CCNL mediante consultazioni plebiscitarie fra i lavoratori.

(Si apra il dibattito).

Tutti amano Pomigliano

Ora tutti amano Pomigliano d’Arco. Anche quelli che chiedono il voto affermativo degli operai all’accordo-ricatto proposto da Fiat. E’ per il bene delle loro famiglie. E’ per il bene delle famiglie degli operai dell’indotto se viene chiesto questo ‘sacrificio’. D’altronde l’accordo, altrimenti irricevibile, di Pomigliano è stato determinato da “condizioni oggettive”, dice Veltroni. Assenteismo galoppante, produttività fra le più basse, uso spregiudicato del certificato medico: in poche parole, abuso di diritti. E come è potuto avvenire?

Dice Veltroni, e dice il vero: 1.600 permessi per fare i rappresentanti di lista tra gli operai di Pomigliano alle ultime elezioni politiche. Omette di aggiungere che 1.200 richieste portavano la firma del suo partito, il Pd (Claudio Fava – Operai Fiat, il popolo Viola dov’è? – Commenti – l’Unità.it).

Claudio Fava, in una sola riga, scrive l’epitaffio di una classe politica ipocrita. I difensori della legalità di oggi sono gli stessi che utilizzano i gruppi sociali organizzati come bacino di consenso. Gli operai di Pomigliano sono una di queste riserve a cui si attinge a piene mani in prossimità delle elezioni. Anche i disoccupati sono una riserva di voto. Alle ultime Regionali, in Campania, i disoccupati, o perlomeno le organizzazioni che li rappresentano, hanno giocato il medesimo ruolo. Un’inchiesta per RaiNews dei giornalisti Angelo Saso e Maria Pirro si è occupata del ruolo delle ‘liste’ dei disoccupati nel meccanismo del voto di scambio alle Regionali 2010, vinte da Caldoro (PdL):

I disoccupati sarebbero – ormai da un decennio – organizzati in vere e proprie liste con degli iscritti. Il disoccupato paga una cifra settimanale per rimanere iscritto in lista. Viene fatta la manifestazione in prossimità del voto; alla fine,  si fanno gli appelli dei presenti. Ogni lista ‘porta’ dei voti al candidato di riferimento, il quale, se eletto, si impegna a regolarizzare il disoccupato. Presto detta l’equazione: a Pomigliano, i gruppi di pressione scambiano il voto con ‘privilegi’, quali i permessi per fare i rappresentanti di lista o lo scrutatore al seggio, che dall’ultima riforma elettorale viene chiamato in maniera “diretta e nominativa” (ovvero non casuale – legge n. 270 del 2005). Sia detto per inciso: qui non si vuole colpevolizzare i lavoratori di Pomigliano o i disocccupati della Campania. Essi si sono adattati all'”ambiente” in cui vivono. La vera responsabilità è quella dei partiti. E di dirigenti del calibro di Veltroni, che fingono di non vedere.

Il sistema è questo: una vera e propria simbiosi fra partito e bacino votante; il primo riceve il sostegno, poi ‘paga’ il voto con regali personali ai primi della lista, a coloro che si sono spesi maggiormente. La questione morale non è limitata alla ‘cricca’ di Anemone e Balducci, a Propaganda Fide e a Bertolaso: tutto il sistema politico drena consenso attraverso l’approccio corruttivo, e a sua volta rilascia favori o si lascia irretire in una rete clientelare.

Fiat pretende rigore, derogando alle leggi e alla Costituzione, in una regione in cui legge e Costituzione sono quotidianamente calpestate. Fiom grida allo scandalo ma per prima dovrebbe ammettere che l’humus campano è putrescente. Quale la soluzione?

In questa cornice si inserisce la vicenda dei presunti brogli elettorali denunciati da Francesco Barbato, parlamentare di Idv, alle scorse regionali candidato per la lista Noi Sud, che si è visto superare in extremis da tal Raffaele Sentiero, della sua medesima lista. La lista sosteneva la candidatura del presidente Caldoro (tralasciamo di dire della ‘migrazione’ a destra di Barbato, ai tempi del congresso Idv addirittura sostenitore di una mozione contro Di Pietro, in polemica sul sostegno dato da Idv a De Luca). Secondo Barbato, i voti di Sentiero sarebbero lievitati in modo innaturale. Barbato ha denunciato i brogli ed è stato poi ascoltato in Procura, a Torre Annunziata. Dubito che abbia giustizia. Tanto per dire, alla vigilia delle elezioni furono sequestrate cinquemila schede elettorali già votate a Casal di Principe.

Accordo Fiat-Pomigliano, pareri opposti

La vicenda dell’accordo sindacato-Fiat per l’investimento produttivo nello stabilimento di Pomigliano lascia interdetti. Da una parte le ovvie ragioni di una azienda che si accinge, dopo anni di smantellamento, di delocalizzazioni e di denari pubblici, a dirottare 700 mln di euro su uno stabilimento italiano. Fatto più unico che raro. Dall’altra, la posizione di un sindacato che si è messo di traverso, la Fiom, ultimo baluardo contro la politica dell’eccezione e della deroga.
Chi si chiede se le richieste della Fiat siano fuori dell’ordinario. Le risposte che i giuslavoristi delle varie tradizioni ci possono fornire sono contrastanti.
Fiat chiede:

  1. annullamento degli accordi precedentemente presi;
  2. introduzione orario lavorativo con turnazione a ciclo continuo;
  3. incremento delle ore di straordinario dalle 40 previste dal CCNL a 120, in deroga allo stesso CCNL;
  4. introduzione della franchigia dei tre giorni non pagati in caso di astensione dal lavoro per malattia con tasso di assenteismo anomalo, con verifica della condizione affidata a un comitato interno paritetico sindacati-azienda;
  5. clausola di responsabilità, tale per cui ogni attività sindacale – collettiva o individuale – volta a rendere inesegibili le condizioni contrattuali stabilite con questo accordo determinano la immediata risoluzione dell’accordo medesimo.

Secondo Pietro Ichino l’accordo non presenta affatto profili di llegittimità:

  • la franchigia dei tre giorni era prevista dai contratti fino al 1972; quindi fu rimossa, per poi ritornare per alcune tipologia contrattuali (contratti di inserimento e/o formazione) e comunque è comune ormai – purtroppo, aggiungo io – l’introduzione di forme di incentivo per la riduzione delle assenze per malattia sotto forma di “premi di presenza”;
  • nessuna norma legislativa impedisce una deroga al CCNL in tal senso;
  • la clausola di responsabilità è di fatto un patto di tregua sindacale, “che è oggi considerato pacificamente valido e vincolante per il sindacato che lo stipula” (Pietro Ichino); qui però ichino si fa più confuso: “se la proclamazione dello sciopero è illegittima per violazione di un patto di tregua validamente sottoscritto dal sindacato proclamante, debba considerarsi illegittima anche l’adesione del lavoratore a quello sciopero: mi sembra pertanto che anche quest’ultima parte della disposizione proposta debba considerarsi pienamente valida”. Ma una tregua sindacale quanto può durare? Il rinnovo del contratto per la parte salariale avviene con cadenza biennale: è possibile e giusto privare i lavoratori dell’arma dello sciopero anche in questa fase?

Ichino, nella sua dissertazione, cita anche i pareri di Mariucci e Romagnoli sulla clausola di responsabilità:

  • secondo i due, la clausola vincolerebbe soltanto il sindacato stipulante ma non i singoli lavoratori, ovvero la clausola di tregua dovrebbe appartenere alla cosiddetta ‘parte obbligatoria’ del contratto collettivo, “cioè a quella che disciplina i rapporti tra le parti collettive firmatarie del contratto stesso, e non alla cosiddetta ‘parte normativa’, che disciplina i rapporti individuali di lavoro (onde i singoli lavoratori – anche se iscritti al sindacato che ha stipulato la clausola di tregua – sarebbero sempre liberi di aderire a qualsiasi sciopero) – (Pietro Ichino).
  • Ichino contrasta con questa ipotesi, priva del necessario “fondamento testuale nella legge oggi vigente nel nostro Paese” (ibidem).

Diversa la posizione di Tito Boeri, secondo cui l’accordo si occupa di due questioni che normalmente non dovrebbero competere alla contrattazione aziendale:

  • clausola di responsabilità: “il problema non si porrebbe se avessimo una legge sulle rappresentanze che vincola i lavoratori al rispetto degli impegni presi dai loro rappresentanti, liberamente eletti, che rispondono regolarmente del loro operato di fronte ai lavoratori […] se questi rappresentanti non riescono a trovare un accordo tra di loro, saranno i lavoratori a scegliere con gli strumenti della democrazia diretta, mediante un referendum che vincoli poi tutti al rispetto delle volontà della maggioranza”; ergo, è necessario l’intervento del legislatore approvando il ddl Nerozzi in tema di rappresentanza;
  • assenteismo: esiste un problema morale e di infiltrazione criminale, camorristica, che azienda e sindacato dovrebbero insieme combattere;
  • denaro pubblico: eh già, per la ristrutturazione di Pomigliano, Fiat farà ricorso alla Cig (cassa integrazione) per i prossimi due anni; ergo, Pomigliano la pagheremo tutti.

La mia opinione? Il giro di vite di Fiat su Pomigliano è tardivo, perciò colpevole. Perché tollerare per anni l’assenteismo galoppante? Perché non sanare le eventuali infiltrazioni camorristiche denunciate da Tito Boeri? Riportare della produzione in patria è sicuramente un merito. Ma derogare su un diritto costituzionale non è possibile. E’ possibile introdurre strumenti per premiare il merito, ma non è giusto rendere le condizioni lavorative un inferno. Se Fiat non riesce a aver rispetto per i lavoratori di Pomigliano, almeno abbia rispetto per il Lavoro: garantisca i diritti e al contempo faccia rispettare la sua scelta di investire in un paese allo sbando. Poiché alla Politica ora non è possibile chiedere niente.

Il testo completo dell’accordo al link che segue:

  • 8.) Assenteismo
    • Per contrastare forme anomale di assenteismo che si verifichino in occasione di particolari eventi non riconducibili a forme epidemiologiche, quali in via esemplificativa ma non esaustiva, astensioni collettive dal lavoro, manifestazioni esterne, messa in libertà per cause di forza maggiore o per mancanza di forniture, nel caso in cui la percentuale di assenteismo sia significativamente superiore alla media, viene individuata quale modalità efficace la non copertura retributiva a carico dell’azienda dei periodi di malattia correlati al periodo dell’evento. A tale proposito l’Azienda è disponibile a costituire una commissione paritetica, formata da un componente della RSU per ciascuna delle organizzazioni sindacali interessate e da responsabili aziendali, per esaminare i casi di particolare criticità a cui non applicare quanto sopra previsto.
    • Considerato l’elevato livello di assenteismo che si è in passato verificato nello stabilimento in concomitanza con le tornate elettorali politiche, amministrative e referendum, tale da compromettere la normale effettuazione dell’attività produttiva, lo stabilimento potrà essere chiuso per il tempo necessario e la copertura retributiva sarà effettuata con il ricorso a istituti retributivi collettivi (PAR residui e/o ferie) e l’eventuale recupero della produzione sarà effettuato senza oneri aggiuntivi a carico dell’azienda e secondo le modalità definite.
      Il riconoscimento dei riposi/pagamenti, di cui alla normativa vigente in materia elettorale, sarà effettuato, in tale fattispecie, esclusivamente nei confronti dei presidenti, dei segretari e degli scrutatori di seggio regolarmente nominati e dietro presentazione di regolare certificazione. Saranno altresì individuate, a livello di stabilimento, le modalità per un’equilibrata gestione dei permessi retribuiti di legge e/o contratto nell’arco della settimana lavorativa.
    13) Clausola di responsabilità
    • Tutti i punti di questo documento costituiscono un insieme integrato, sicché tutte le sue clausole sono correlate ed inscindibili tra loro, con la conseguenza che il mancato rispetto degli impegni eventualmente assunti dalle Organizzazioni Sindacali e/o dalla RSU ovvero comportamenti idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate per la realizzazione del Piano e i conseguenti diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti all’Azienda dal presente accordo, posti in essere dalle Organizzazioni Sindacali e/o dalla RSU, anche a livello di singoli componenti, libera l’Azienda dagli obblighi derivanti dalla eventuale intesa nonché da quelli derivanti dal CCNL Metalmeccanici in materia di:
    • -contributi sindacali
    • -permessi sindacali retribuiti di 24 ore al trimestre per i componenti degli organi direttivi nazionali e provinciali delle Organizzazioni Sindacali ed esonera l’Azienda dal riconoscimento e conseguente applicazione delle condizioni di miglior favore rispetto al CCNL Metalmeccanici contenute negli accordi aziendali in materia di permessi sindacali aggiuntivi oltre le ore previste dalla legge 300/70 per i componenti della RSU -riconoscimento della figura di esperto sindacale e relativi permessi sindacali.
    • Inoltre comportamenti, individuali e/o collettivi, dei lavoratori idonei a violare, in tutto o in parte e in misura significativa, le presenti clausole ovvero a rendere inesigibili i diritti o l’esercizio dei poteri riconosciuti da esso all’Azienda, facendo venir meno l’interesse aziendale alla permanenza dello scambio contrattuale ed inficiando lo spirito che lo anima, producono per l’Azienda gli stessi effetti liberatori di quanto indicato alla precedente parte del presente punto.

Altri link di interesse:

Fiom, l’ultimo baluardo

Possiamo discutere all’infinito sulle condizioni lavorative degli operai di Pomigliano d’Arco, che sinora sono stati dispensati dal ciclo continuo e hanno goduto di un regime particolarmente poco severo in termini di malattia e pausa pranzo. Condizioni privilegiate che ora la Fiat vuole togliere. L’accordo che Marchionne intende far approvare ai lavoratori contiene regole che in altre parti del paese sono la quotidianità. Tutto ciò, viene spiegato, è dovuto a esigenze di competitività. Altrimenti si delocalizza, in Serbia o in Polonia.

Ma la serie di deroghe al contratto nazionale pare alquanto strana. Il contratto nazionale prevede già la turnazione e le quaranta ore di straordinario come richieste da Fiat. Perché derogare? Che necessità altra nasconde questa norma? Soprattutto Fiat chiede di derogare a un diritto non già del lavoratore ma dell’individuo: il diritto di sciopero. La motivazione? C’è chi ne abusa. Si deve garantire il giusto livello di produttività. In che modo? Cancellando un diritto costituzionale. E’ legittimo un accordo del genere? Può un ministro del Welfare avallare una intesa palesemente in contrasto con la legge fondamentale del nostro paese? Non si pone esso stesso, il Ministro, sul medesimo piano di illegalità?

Ecco, allora Fiom fa bene a opporsi. Fiom è ora l’ultimo baluardo della legalità in questo paese. Adesso che persino Fiat vuole sfociare nell’eversione, ora che il governo non ha più maschere e si è palesato come il governo della menzogna e dell’illegalismo diffuso, Fiom ha il diritto-dovere di opporsi. Non già per difendere il privilegio, né l’abuso del diritto, ma per salvaguardare la cornice della legalità contro chi vuole il Far-West del predominio del potere costituito. Se Tremonti parla di ‘Economia Sociale di Mercato’, parla a vanvera. In questo paese il conflitto sociale è anestetizzato. Il sindacato è per due terzi cooptato dal governo. Di che si preoccupano? I rialzi salariali sono stati costantemente sotto il tasso inflattivo per quindici anni. In questi giorni è un fiorire di notizie che parlano di crescita delle buste paga (?). Si è marginalizzato con manodopera precaria e a bassa qualificazione. Il dualismo del mercato del lavoro è ben lungi dall’essere risolto. La crisi viene pagata dai precari. La disoccupazione giovanile è pari al 30%. Perché l’ennesimo attacco al diritto?

R.: qualcuno ipotizza che sia soltanto un pretesto. Nei piani Fiat, Pomigliano è già chiusa, delocalizzata in Polonia. Serviva una testa da servire al tavolo del governo e Fiom, l’ultimo baluardo, è caduta nel cesto.