Popolo Viola, l’involuzione dalla Rete alle convénscion

Il 5 Dicembre 2009 si svolse a Roma la prima manifestazione nazionale autoconvocata. Il medium che metteva in comunicazione circa 500 mila persone era la Rete Internet. Una partecipazione grandissima e insperata, che manifestava il bisogno di poter contare nella politica italiana. Era quella la via per far tornare alla luce una opinione pubblica viceversa annichilita nel modello videocratico e acclamativo della sfera pubblica italiana.

A distanza di un anno, il movimento, anziché progredire verso una forma nuova di partecipazione, che include mobilitando pur non avendo nessun padrino politico nei partiti, mantenendo la distanza dalla politica di professione, ha compiuto una involuzione che ne annulla in parte o in tutto la carica innovativa. In primo luogo, il movimento si è spezzato: i curatori della Pagina Nazionale del Popolo Viola hanno assunto sempre più il ruolo di ‘protavoce’ del movimento, carica che si sono di fatto appropriati senza la preliminare discussione sulla forma organizzativa del movimento medesimo. Una divisione che si è palesata a Ottobre, quando il Paginone Nazionale, che si identifica nella sezione romana del Popolo Viola e che ha come vertice Gianfranco Mascia e ufficio stampa coordinato da Silvia Bartolini e Paola Barbati, ha messo in piedi la versione numero due della manifestazione, il No B Day 2, peraltro raccogliendo adesioni in misura decisamente inferiore all’anno precedente; mentre, dall’altra parte sono rimasti i Gruppi Locali della Rete Viola, rappresentati su Fb dalla pagina Popolo Viola – Rete Locale, che non aderendo alla manifestazione del No B Day 2, sono confluiti verso sinistra allacciandosi alla manifestazione FIOM dello scorso 16 Ottobre. Tanto più che in questa crepa si può individuare la medesima cesura esistente nel quadro partitico fra la sinistra vendoliana e la sinistra che è migrata verso IDV: un effetto di quella diaspora iniziata nel 2008 a causa della svolta veltroniana del PD. O se volete, da un lato è rimasta la parte del movimento che vuole avere peso e appeal verso i partiti, e IDV ha un posto di prim’ordine vista la relazione di Mascia con esso; dall’altra la parte oltranzista e antipartitica, in un certo senso più affine al Movimento 5 Stelle di Grillo, ma anche con la sinistra extraparlamentare (caso di Torino e della contestazione a Bonanni).

Oggi si sta svolgendo la prima convention nazionale del Popolo Viola. Non c’è diretta streaming. Non c’è diretta blog. La rete, che ha permesso di mobilitare i 500 mila del 2009, è messa ai margini. Non si è nemmeno voluta cogliere l’occasione per rimarginare la ferita con i Gruppi Locali. Mascia e soci sono al tavolo con Di Pietro e Vendola. Discutono, a quanto pare, di percentuali. Si dice, su Fb, che stia girando un sondaggio in cui l’entità Popolo Viola, trasformata in partito, varrebbe circa un 9%. Sulla Pagina Nazionale del Popolo Viola, fra l’altro, va in scena una guerriglia di post in cui la Rete Locale ribadisce la propria indipendenza e “autonomia dalla Pagina del Popolo Viola cosiddetto Nazionale, al quale non riconoscono alcun diritto di ingerenza o di prevaricazione sulle realtà locali, poichè realtà ALTRE” (Carta Etica del Popolo Viola – Rete Locale).

Sito www.reteviola.org

Chi si insidia fra le crepe dei Viola

Si era già parlato delle discordanze in seno al Popolo Viola circa l’organizzazione del No B Day 2, tenutosi sabato scorso. Della contestazione alla cosiddetta “autoproclamatosi” Pagina Nazionale Fb del Popolo Viola, quella gestita da Gianfranco Mascia per intenderci. Saprete forse della polemica nata intorno alla collaborazione di Mascia in IDV. Al fatto che, quando c’è da far parlare i Viola, chiamano sempre lui, o la Bartolini, l’addetta stampa. Anche sabato Mascia era là, in prima linea, sul palco. Lui appare, senza averne ricevuto il consenso da parte dei gruppi locali, il delegato del Popolo Viola, l’uomo che lo rappresenta e lo guida nella sua pur semplice linea politica. Certamente Mascia ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del primo No B Day; certamente i Viola ne sono debitori. Ma a molti Mascia non va. Rischia di far approdare il movimento in un sicuro porto “partitico”. Che è naturalmente quello di IDV.

Saprete anche della polemica sorta con il direttore di Micromega, Paolo Flores D’Arcais, reo di voler scippare ai Viola l’organizzazione della manifestazione di protesta contro Berlusconi. D’Arcais esordì forse per primo ad Agosto con un appello a firma di Hack, Camilleri e Don Gallo. In esso si esprimeva la necessità di una forte rsisposta della scoietà civile contro lo scempio della Costituzione ordito da B. D’Arcais cercò di insinuarsi fra le crepe dei Viola, ben consapevole dei guasti insorti intorno alla figura di Mascia e della Pagina Nazionale, inviando email ai gruppi locali con la richiesta di aderire al suo appello. Appello che non è sfociato in una manifestazione autonoma: D’Arcais si associa alla manifestazione della Fiom del prossimo 16 Ottobre incassando l’adesione soltanto di alcuni gruppi locali viola.

Avevo ipotizzato, da queste colonne, come la querelle Viola-D’Arcais ricalcasse all’incirca la competizione fra IDV e la Sinistra. Anzi, forse ne rappresenta un altro fronte. Anche Vendola ha riconosciuto come la piazza viola sia un popolo – apparentemente – senza partito. Fra di essi vi sono molti “democratici”, ha osservato, e bisognerebbe che il Partito si avvicinasse a loro. Forse Vendola, sabato, si è guardato intorno ed ha assistito a scene del genere:

Di Pietro, lui, conosce molto bene il valore elettorale della piazza di sabato. Già il 5 dicembre scorso, quando il No B Day portò in piazza 300 mila persone, si vociferava della sponsorizzazione di IDV alla manifestazione. Di Pietro aveva pagato il palco? Qualcuno ha scritto che se un partito ha finanziato il No B Day, ebbene, lo ha pur fatto con i soldi del finanziamento pubblico dei partiti, quindi con soldi di tutti noi. Resta da decifrare il comportamento di IDV in piazza: le bandiere del partito erano ben in vista, tanto che è stato chiesto, dal palco, di abbassarle. Di Pietro voleva mettere il cappello al No B Day 2? C’è da chiedersi se non l’avesse già fatto lo scorso 5 Dicembre.

Ma questa volta un gruppo locale, Resistenza Viola Piemonte, si è messo in mezzo. Al grido di “davanti solo i Viola”, hanno spodestato le bandiere di IDV dalla testa del corteo, arrivando sino allo scontro verbale con Mascia:

Circolava anche un video sul web che non riesco più a trovare. Ma il punto non è questo. Non sono le bandiere di IDV o del PD che possono scandalizzare. Il problema è che lo scorso 5 dicembre la società civile sembrava aver ritrovato coscienza, sembrava essersi ridestata dal limbo, dall’ignavia, aveva preso possesso della piazza, autoorganizzandosi tramite il web – fatto assolutamente innovativo e che aveva fatto pensare a una nuova forma di mobilitazione, che faceva pensare alla e-democracy come a una nuova forma di democrazia diretta, irrealizzabile altrimenti per il noto problema della moltitudine, del numero. Come fare a metter d’accordo tutti? Bè, c’è il web, oggi, si diceva. Si narrava di un futuro prossimo in cui tutti gli e-cittadini – connessi in una agorà virtuale permanente – avrebbero interlocuito fra di loro concorrendo direttamente a formare la decisione. Il web, i social network, avrebbero così risolto i guasti della democrazia rappresentativa. Avrebbe coinvolto in maniera totalizzante il cittadino, facendolo coincidere con la politica. Mai più nessuna disgiunzione funzionale, nessuna casta. Non più politica di professione.

E invece… Il numero, ancora lui, ha mietuto un’altra vittima. Il Popolo Viola, a partire da quel 5 Dicembre, non è riuscito a darsi una forma stabile, sia essa quella dell’entità pre-politica non organizzata che sovrintende alla mobilitazione con una specifica e unica ragion d’essere (“licenziare Berlusconi”), sia essa quella di una nuova aggregazione partitica diffusa territorialmente e innovativa nella formula della e-democracy (come vorrebbe essere il Mov 5 Stelle). Di fatto, dopo quello straordinario successo, fra i Viola sono emersi sospetti e differenze d’opinione; non vi è stata alcuna tensione all’aggregazione, bensì si sono subito definiti steccati e proprietà private, rivendicazioni di merito, piccole questioni personali.

Poi vi è il nodo del ruolo dei partiti. Un rapporto ambiguo, un peso che i Viola porteranno a lungo sul groppone. Da un lato non si vuole alcuna referenza con i partiti;  se ne rifiutano le etichette, le bandiere, la loro presenza ai cortei è vista con sospetto, come fosse un tentativo di “mettere il cappello”; nessun politico è ammesso sul palco, tutt’al più nel retropalco. I politici non possono usare il palco dei Viola per farne un comizio. Dice Mascia: “i politici non possono parlare, ma sono ben accetti fra di noi”. E quindi l’assenza di un partito (il PD) è vista come una colpa grave, da raffigurare in manifesti satirici – il PD dorme perchè non va al corteo dei Viola. Chi ha contestato l’organizzazione del 2 Ottobre, argomenta sempre sul rapporto con i partiti: la manifestazione di sabato era appaltata a IDV. Questo sospetto diventa certezza quando compaiono le numerose bandiere del partito di Di Pietro in testa al corteo.

Quindi? Quale futuro? Un terzo No B Day? Lo scorso 5 dicembre aveva permesso di far emergere il popolo dei senza partito. Ora esso si è nuovamente dissipato e il tempo per intercettarlo si è forse perso per sempre.

Appendice: i ringraziamenti durissimi della Rete locale Il Popolo Viola

No Berlusconi Day 2, la diretta streaming

Ricevo e pubblico: No B Day 2, la diretta streaming. Fortunatamente qualcuno ha postato su Fb lo streaming di una camera fissa in Piazza s. Giovanni. La manifestazione è oscurata sia da SkyTg24 che da Rainews.

Vodpod videos no longer available.

Giglioli (Popolo Viola): sono riusciti a cambiarci

A margine di quanto detto pocanzi sulla contestazione a Schifani – il dibattito politico ridotto a guerra fra guelfi e ghibellini, dove lo spargimento di sangue (metaforico) è l’apice – interviene Alessandro Giglioli, uno degli ispiratori del Popolo Viola, con un post fortemente critico e dal tono tristemente amaro: sì, ci hanno cambiati, sono riusciti a farlo, dice Giglioli. Perché il Popolo Viola è o dovrebbe essere un movimento che vorrebbe riportare la politica al centro e mandare a casa chi occupa abusivamente con il proprio interesse particolare la sfera pubblica dell’interesse generale. E invece no, il Popolo Viola, nella sua manifestazione odierna a Torino alla festa PD, è degenerato a gruppo di facinorosi ultras che lancia epiteti contro un presidente del Senato chiaramente impresentabile, ma tutto sommato ancora persona libera. Il dibattito fra esponenti politici contrapposti, alle festa dell’Unità, c’è sempre stato: la guerra civile era uno spettro lontano nelle memorie ed era normale potersi confrontare nell’alveo di regole democratiche condivise:

A un certo punto tutto questo è saltato. Perché il potere politico e la gran parte di quello mediatico sono stati ingoiati da un avido gruppo di interessi a cui della Costituzione non fregava proprio nulla. Anzi, cercava (cerca) di liberarsene, se ne fa beffe e produce leggi dello Stato sapendo benissimo che sono incostituzionali, ma intanto salvano la ghirba al capo. Un gruppo di interessi che se ha un avversario non lo invita alle sue feste: lo consegna ai dossieratori di Feltri, lo fa pedinare dalle telecamere delle sue tivù, lo fa seguire dalle sue barbe finte a pagamento. Un gruppo di interessi che se perde le elezioni non riconosce la vittoria dell’avversario. Un gruppo di interessi che perfino i suoi ex alleati definiscono «rancido, servile e popolato di scagnozzi» al soldo del capo (Piovono Rane).

Il coppia antinomica “amico/nemico” è la base per trasformare la sfera politica nella sfera della guerra civile, della violenza a priori sull’altro che è diverso da te e non la pensa come te o non fa parte della tua famiglia, o del tuo rango sociale. La sfera pubblica resa privata è luogo di conflitto, perciò di divisione. E nella divisione non vi è più nulla di condiviso, se non la volontà di sopraffare l’altro.

Mi piace questo? No, mi fa schifo. Al contrario di Beppe Grillo, io non gioisco affatto per quello che è accaduto a Milano. Perché con Grillo stasera stanno festeggiando anche Feltri, Schifani, Previti, Dell’Utri e sicuramente lo stesso Boss che li stipendia. E perché – di nuovo – voglio vivere in una democrazia dove ci sono due o più schieramenti civili che sanno darsela di santa ragione con le idee, non con i dossier della maggioranza a cui si contrappongono le vuvuzele dell’opposizione. Ma pare che questo oggi in Italia non sia più possibile. A questo ci hanno ridotto quindici anni di berlusconismo (Piovono Rane, cit.).

Proprio il berlusconismo costringe a prender parte, a prendere le armi contro l’abusivismo del suo profeta. Ma ciò significa intrinsecamente accettare la logica amico/nemico, ed è la fine della politica e l’inizio della guerra, poiché non esiste più alcuna volontà generale.

Volano i fischi alla festa del PD, vittime Schifani e Marini

Ieri Marini. Oggi Schifani. Se la platea della Festa Democratica Nazionale in svolgimento a Torino è sufficientemente rappresentativa degli umori dell’elettorato del PD, c’è poco da ridere. La base non è arrabbiata, è incazzata (perdonate il linguaggio poco ortodosso).

Capitolo Marini: tutto ha inizio con il botta e risposta con Di Pietro su Dell’Utri fischiato a Como.

“Dell’Utri -sottolinea Marini- ha un problema giudiziario aperto due giudizi ci sono gia’ stati, deve arrivare il terzo, quindi chi decide per lui e’ la magistratura. I politici nelle piazze vanno, vengono fischiati e prendono applausi e devono stare al gioco. Sbagliato e’ dire a uno di destra, di sinistra o che sta inguaiato con la magistratura ‘tu in piazza non ci devi piu’ andare’. Questa e’ una cosa che un partito riformista che vuole andare al governo non puo’ dire. Io ricordo -prosegue- nel ’70 quando si diceva anche a Torino i sindacati non li vogliamo in piazza, questo non si puo’ accettare, non aiuta e non fa diventare maggioranza” (Libero-news).

Naturalmente Di Pietro ha ribadito la propria posizione, ovvero che Dell’Utri deve essere zittito ovunque vada: tu metti sullo stesso piano i sindacati e Dell’Utri, gli ha risposto. Ed è il boato della platea che seguita a prender di mira Marini quando egli espone il progetto del Nuovo Ulivo, aperto a destra (non a sinistra, verso Vendola), aperto all’UDC. Viene da domandarsi se alla festa del PD ci siano tutti – ma proprio tutti – quegli elettori che votarono Bersani alle primarie dello scorso anno: che forse non lo sapevano che il progetto d’alemiano-bersaniano era quello di un’alleanza con Casini? Strano modo di scegliere i propri leader, il non sapere minimamente chee progetto politico portano in dote.

Oggi è toccato a Schifani, ma la contestazione, in questo caso, ha preso una forma diversa. Guardate:

un gruppo di persone, ai margini del palco, ha gridato contro il Presidente del Senato, ma è intervenuta la Polizia e ci sono stati spintoni e prese per i capelli e braccia levate. Opera del Popolo Viola e Grillini, secondo SKYTG24. Ma anche secondo Libero:

Il Popolo Viola e il movimento dei grillini si erano dati appuntamento tramite Facebook alla Festa del Pd di Torino. Obiettivo del raduno: contestare il presidente del Senato, Renato Schifani, atteso in piazza Castello per un dibattito con Fassino, e criticarlo in particolare “sulle sue posizioni sulla mafia vicine a Berlusconi” […] Viola e grillini delusi protestano da dietro le transenne. Urli, fischi e insulti un po’ per tutti: “E’ scandaloso che alla festa di un partito che si definisce democratico – spiega Simonetta, una delle manifestanti – ci lascino fuori. Noi vogliamo semplicemente entrare ed ascoltare e fare delle domande a Schifani sull’attuale situazione politica italiana (Libero-News).

Insomma, la politica italiana si sta trasformando in un tutti contro tutti. E sempre e comunque, la critica diventa insulto, fischio, si trasforma in violenza e privazione, in divisione e denigrazione. Anziché essere il luogo della discussione, la politica diventa lo spazio del conflitto. Conflitto interno alla maggioranza (Berlusconi-Fini), conflitto fra maggioranza e opposizione (Bersani-Berlusconi), conflitto fra le opposizioni (Marini-Di Pietro), conflitto fra le opposizioni (PD-Grillini, Popolo Viola). E se ci pensate bene, il conflitto è sempre implicito alla critica se la politica è intesa come la lotta fra amico e nemico. Una sfera politica, la nostra, ancora affetta da ciò che resta dell’ideologismo in un’epoca in cui l’ideologismo è morto e sepolto, e per questo è arretrata e soffocata nella guerra di bande di privati che lottano per far prevalere il proprio interesse particolare. Al punto che  la volontà generale è sempre più spinta al di fuori di essa, camuffata abilmente mediante la propaganda con l’interesse di uno solo.

Ma l’ipocrisia del potere è tale che l’unica possibilità rimasta per manifestare la propria opinione è l’urlo. Cosa resta della politica in questo paesaggio di rottami post-ideologici? La politica è corruttela, è collusione. L’Italia permette che sullo scranno più alto del Senato sieda un possibile probabile colluso con la Mafia. Un presidente del Consiglio, che in altri paesi sarebbe già condannato per corruzione, fa di tutto per stravolgere l’ordinamento giudiziario e così salvarsi dal giudizio di condanna. L’opposizione organizza teatrini insieme a quel presidente del Senato, appunto sospettato di Mafia, e spiega al proprio elettorato che si deve avere rispetto per la figura istituzionale che esso rappresenta. Di fronte a tutto ciò, di fronte al disfacimento dell’ordine, non solo democratico ma anche valoriale, all’individuo non resta che gridare. Ciò hanno fatto oggi alcuni di essi. Ciò faranno domani, altrove. Finché non basteranno nemmeno più le grida, e allora si sarà già valicato il confine del conflitto civile.

Aggiornamento ore 20.15:

Ame pare un poco modificata, la realtà proposta da Il Fatto Quotidiano. Se Marini è fischiato dal pubblico del PD, Schifani è stato contestato in maniera organizzata da gruppi ben definiti e particolari, soprattutto esterni al PD. E invece loro scrivono ‘rivolta del pubblico ‘. A me pare sbagliato. La base del PD certo non si sarà spellata le mani, e magari avrebbe potuto liberamente fischiare Schifani, senza organizzatori di sorta. Invece, no. Forse che Il Fatto è l’organo di stampa di Grillo? Di fatto, con lo stratagemma di fischiare Schifani mentre siede accanto a Fassino, lo si è spinto nelle braccia del PD, poi, al momento giusto, ecco pronto il titolo che immortala l’abbraccio della vergogna. Il PD sceglie Schifani è un titolo sbagliato (e maligno e furbetto e falloso). Soprattutto perché il PD non finisce con Fassino. E nemmeno comincia.

No Berlusconi Day 2, firma l’appello

Berlusconi è al capolinea, minoranza nel Paese e in Parlamento, inviso alla maggioranza dei cittadini, a molti dei suoi stessi elettori e a settori decisivi della coalizione che lo ha portato al governo garantendogli impunità e favorendo la difesa dei suoi interessi privati.

Col primo “No Berlusconi Day” abbiamo chiesto le dimissioni di Berlusconi portando in piazza un milione di persone e aprendo la grande stagione di battaglie civili e di risveglio sociale che ha caratterizzato la storia politica del Paese dal 5 dicembre ad oggi, dalle iniziative in difesa della Costituzione e contro il legittimo impedimento e il processo breve fino alla grande campagna contro la legge bavaglio pensata da Berlusconi per proteggere se stesso e le “cricche” che lo sostengono e per salvare dai processi e dal giudizio dell’opinione pubblica gli indagati, i condannati, i corrotti, i corruttori e i mafiosi presenti all’interno del suo governo, del Parlamento e nella rete di poteri, spesso occulti come la P3, che tiene in piedi il cosiddetto berlusconismo.

Col secondo “No Berlusconi Day” ribadiamo l’urgenza di mandare a casa Berlusconi e tutto il governo da lui presieduto, artefice tra l’altro del disastro sociale ed economico del Paese, della distruzione della dimensione pubblica, a partire dalla scuola e dall’Università, e massima espressione del degrado morale e del dilagare del fenomeno della corruzione che attraversa, come e più di Tangentopoli, le istituzioni e la classe politica come dimostrano i casi Scajola, Brancher, Bertolaso, Cosentino, Dell’Utri, Verdini solo per citarne alcuni.

Per lasciarci alle spalle la lunga e drammatica fase storica del berlusconismo, iniziata nel ’94 con la nascita di Forza Italia sostenuta dalla mafia, non bastano le dimissioni di Berlusconi e del governo: occorre operare un radicale cambiamento delle condizioni politiche e culturali che ne hanno favorito la nascita e lo sviluppo, in particolare attraverso il ricorso ai mezzi di informazione di proprietà di Berlusconi sin dalla sua “discesa in campo”.

Per questo chiediamo

1) le dimissioni di Berlusconi

e che si operi tempestivamente per

2) la modifica dell’attuale legge elettorale

3) una nuova legge sul conflitto di interessi che impedisca il riproporsi dei nuovi Berlusconi.

E poi subito al voto per nuove elezioni libere e democratiche.

Invitiamo i cittadini, le associazioni, le forze democratiche e la libera stampa a partecipare e sostenere il “No Berlusconi Day 2” che si terrà a Roma, sabato 2 ottobre 2010, con un corteo che, partendo da piazza della Repubblica alle ore 14 si concluderà in piazza San Giovanni.

Per aderire come associazioni, blog o pagine Facebook scrivere a: fondatorenobday@hotmail.it

Il popolo viola

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Contro il bavaglio, il 21 maggio a Roma con Il Popolo Viola e ‘Libertà è Partecipazione’

Mobilitazione contro il ddl Intercettazioni. Il primo appuntamento è per il 21 Maggio, a Roma:

  • ci incontreremo venerdì 21 maggio a Roma e in quel giorno ciascuno metterà in campo la propria idea creativa per contestare il decreto. Alcuni gruppi faranno un sit-in imbavagliati sotto alla Rai e al Senato (offrendosi di incaternarcisi davanti), e poi volantinaggi e flash mob…siamo pronti? (Facebook | Libertà è partecipazione).

Intanto anche il Popolo Viola ha aderito alle iniziative di protesta in difesa della libertà d’espressione dei giornalisti e dei bloggers:

    • Il popolo viola contro il bavaglio, il 21 maggio a Roma con “Libertà è Partecipazione”
    • Il Popolo Viola fa suo l’appello di mobilitazione di “Libertà è informazione partecipata” sostenendone i principi e gli scopi.
      Il Popolo Viola condanna duramente il testo di riforma in materia di intercettazioni in discussione al Senato, che rischia di bloccare e rendere vani anni di indagini, in particolar modo per i reati gravi come quelli di mafia e criminalità organizzata, privando la magistratura di strumenti fondamentali per la tutela della legalità e della sicurezza dei cittadini.
      Contestualmente Il Popolo Viola condanna duramente l’attacco al diritto di cronaca che verrebbe perpetrato, impedendo di fatto la possibilità di informare e divulgare notizie di rilevanza primaria per l’opinione pubblica anche se non secretate. Il popolo viola, inoltre, considera inaccettabili le conseguenze che tale provvedimento avrebbe sulla libertà di espressione in Rete.
      Pertanto il 21 maggio Il Popolo Viola parteciperà attivamente, assieme ad altre forze democratiche, all’iniziativa indetta a Roma per manifestare il dissenso contro l’ennesimo attacco ai diritti costituzionali nel nostro Paese.

Questi gli articoli di La Repubblica.it che lanciano la campagna di informazione contro il bavaglio:

No Sarkozy Day: germi di Popolo Viola in Francia, ma quante difficoltà, quante differenze.

Ieri si è svolto il primo “No Sarkozy Day”. Qualcosa di familiare? Certo, gli organizzatori si sono largamente ispirati al “modello italiano” del No Berlusconi Day, il famoso raduno del popolo dei senza partito, del popolo senza capo, profondamente antiberlusconiano non soltanto quindi in opposizione alle politiche ma contro il corpo, la persona, l’immagine dell’uomo che occupa abusivamente la scena politica italiana.
E che dire della versione francese? Essi sono viola ma non violano nessun muro dell’omertà. Essi scendono in piazza, e i giornali e le tv ne parlano, anche se sono in numero nettamente inferiore alle adesioni del gruppo su Facebook. In Italia, il Popolo Viola è stato trattato dal Tg1 né più né meno che come una scampagnata di tre(centomila) amici.
Sarkozy è decisamente un presidente della Repubblica che interpreta il proprio ruolo nell’alveo tracciato dalla Costituzione della Quinta Repubblica. Berlusconi è un presidente del Consiglio, un ‘primus inter pares’, un primo fra pari, un capo del governo con poteri molto ridotti, costituzionalmente parlando, ma che invece esercita la propria funzione in maniera autoritaria, travalicando il dettato costituzionale, con estensione del dominio sui mezzi dell’informazione televisiva.
Sarkozy è criticato in patria, per le politiche e per l’immagine. La critica è permessa ed è parte della funzione della formazione dell’opinione pubblica. In Italia, il pardone non permette critica, telefona ai commissari delle Autorità di Garanzia, suoi ex dipendenti, per indurli ad agire contro l’unica voce libera – e critica – del panorama dell’informazione televisiva italiana (Annozero), i quali obbediscono e riescono poi a tappare la bocca a tutti con il famoso regolamento sulla par condicio della Vigilanza.
Inoltre, la campagna elettorale per le Regionali in Francia si è consumata sui temi preminenti, sulla crisi oscena che ha messo in ginocchio interi settori produttivi del paese. In Italia, ancora una volta, la campagna e il voto sono stati trasformati nel consueto plebiscito sulla persona di Mr b. I problemi reali, la crisi, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, la delocalizzazione delle fabbriche, la concorrenza minacciosa dei cinesi in ogni ambito del manufatturiero, ma anche la deriva videocratica, sono aspetti del reale che la logica berlusconiana ha cancellato dalla mente delle persone. I dati sull’affluenza delle elezioni in corso sono solo apparentemente simili a quelli francesi: gli astenuti in Francia sono maggioranza, in Italia no. Sono una minoranza esclusa, che si fa governare da una gerontocrazia che attua il voto di scambio per perpetuare sé stessa.

Sul Popolo Viola francese:

    • L’onda viola francese è riuscita a mobilitare le masse più sul web che nelle piazze. Ad una settimana dalle regionali dove ha dominato l’astensione, il primo ‘No Sarkozy day’ è stato ampiamente disertato nei cortei.
    • Erano 400 a Marsiglia, 300 a Grenoble, 250 a Nantes, 50 a Bordeaux e ad Ajaccio, alcune decine a Lilla. “È un buon inizio”, ha commentato all’ANSA Benjamin Ball, uno degli organizzatori del corteo nella capitale, ma nella voce del giovane blogger si percepisce una punta di delusione. Nei giorni scorsi si attendevano 100.000 persone in tutto il Paese, almeno 50.000 a Parigi.
    • Nell’euforia della vigilia qualche militante aveva lanciato il più ottimista dei pronostici, prevedendo un milione di persone nelle strade. “Certo avremmo preferito una maggiore partecipazione, ma non fa niente. Siamo molto fiduciosi – ha continuato Ball – l’onda viola ormai si è levata e nessuno potrà fermarla”.
    • Il ‘No Sarkozy Day’ è nato sul web per iniziativa di 55 blogger francesi seguendo il modello del ‘No Berlusconi Day’ italiano dello scorso dicembre. Il passaparola è andato su Facebook, Twitter, MaySpace, sui blog. Oggi il gruppo Facebook conta 387.977 membri, mentre in calce alla petizione anti-Sarkozy è comparsa una lista di 7.000 firme.
    • mentre a Parigi hanno sfilato slogan che denunciano il fallimento della politica economica del governo, le ingerenze sulla giustizia, le pratiche poliziesche dello stato, un sondaggio di oggi conferma l’opposizione crescente alla politica del capo dello Stato: se oggi i francesi dovessero votare per l’Eliseo, vincerebbe la socialista Martine Aubry.

Se non ora, quando? Verso la manifestazione plurima del 13 Marzo. Popolo Viola, PD, IDV, Radicali, Sinistre.

“Se non ora, quando?”, titola oggi il sito de Il Popolo Viola. Dopo decreto ad listam e legittimo impedimento, la manifestazione del 13 Marzo mostrerà la vera piazza al (finto) premier. La piazza che si auto organizza, che si auto mobilita, che non ha “capo” ma un corpo di tantissime teste. Questo è il Popolo Viola. Scenderà per le vie di Roma insieme a PD, a Italia Dei Valori, Radicali e quel che resta della Sinistra. Sarà una novità, questo assemblarsi di opposizioni parlamentari e opposizioni movimentiste. Tanto che qualcuno mugugna.
Una intervista comparsa su Libero del non-rappresentante del Popolo Viola, Enrico Peones, protagonista – questo sì – del presidio a Montecitorio, ha provocato una intensa discussione sul web. A incendiarla ci hanno pensato quelli di Libero, attribuendo a Peones la carica di rappresentante del Popolo Viola – ma a quale titolo? è forse stato eletto?, queste alcune delle obiezioni – il quale si è espresso in maniera critica (e perché no? la critica è la pratica della ricerca della verità) verso le dichiarazioni strampalate di Antonio Di Pietro, il quale, l’indomani della firma del decreto salva liste, invocava l’impeachment, giuridicamente parlando, nel nostro ordinamento, una “fesseria”. Ma Di Pietro non è nuovo alle sparate, e Peones, nell’intervista, si è limitato ad osservare l’inopportunità di una simile dichiarazione:

“Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni e anche molto pericoloso.”
Perché pericoloso?

“Perché le sue dichiarazioni sono arrivate in un momento particolare. Dopo la firma di Napolitano i cittadini sono scesi in piazza, c’era gente che piangeva che sentiva il peso di questa forzatura antidemocratica e della situazione provocata da questo governo. Abbiamo ricevuto tante mail, telefonate e in quel momento le dichiarazioni di Di Pietro, che parlava di intervenire contro un golpe, è stata veramente irresponsabile. Il presidente deve essere difeso e, invece, si è fatto il gioco del premier dimenticando che il dittatore è lui. Di Pietro è caduto in una grossa contraddizione rispetto all’obiettivo delle critiche.”
Tra l’altro in Italia l’impeachment non esiste.
“Appunto, non è un istituto previsto dal nostro ordinamento. Si tratta solo di una parola conosciuta dopo scandalo Clinton negli Usa.” (fonte: Popolo viola contrario al decreto salva-liste ma pure a chi attacca il presidente: “Napolitano va difeso” | tiscali.notizie).

L’analisi di Peones è certamente condivisibile quando avverte che la dichiarazione di Di Pietro sposta l’attenzione da Berlusconi, l’autore del decreto dello scandalo, a Napolitano, mero firmatario con vocazione suggeritoria, avendo egli la sola intezione di evitare lo scontro istituzionale. Meno condivisibile è la supposta pretesa di Peones di parlare a nome di tutti: il “non condividiamo”, se realmente espresso, non può che essere riferito a sé stesso e a sé medesimo.
Quel che desta sorpresa è la reazione di certa parte del più ampio movimento: subito sono fiorite le pagine Facebook, come quella titolata “Enrico Peones non è il mio rappresentante viola”, poi chiusa. Quindi ci ha pensato Beppe Grillo:

    • Se il PDL fa il suo mestiere, il PDmenoelle fa la spalla. Totò e Macario, Gianni e Pinotto, Stanlio e Ollio, PDL e PDmenoelle. Napolitano non si tocca, è il padre di Bassolino, lo zio di D’Alema, il fratello gemello di Scalfari e dei suoi editoriali presidenzialisti, il nonno degli autoeletti rappresentanti del Popolo Viola
    • Enrico Peones a nome del Popolo Viola: ” Se il presidente lo ha firmato (il decreto, ndr) evidentemente lo è (costituzionale, ndr). Non condividiamo la reazione di Di Pietro nel modo più assoluto. Il leader dell’Idv è stato molto violento nelle sue dichiarazioni (nei confronti di Napolitano, ndr) e anche molto pericoloso

Ma quale pericolosità ha Enrico Peones e il suo “non condividiamo”? Verrebbe da titolare: “chi attacca Di Pietro muore (veramente)”. Nel Popolo Viola, tutte le opinioni hanno diritto di esistere, ma anche di essere criticate. Il Popolo viola rifiuta di darsi una organizzazione, quindi di strutturarsi gerarchicamente, per essere, fino in fondo, movimento “dal basso”:

Il Popolo Viola si disassembla e assembla ogni giorno, in merito a ciascuna delle battaglie che si portano avanti. Il Popolo Viola sceglie di essere indifeso dalla possibilità di essere frainteso perché non esserlo vorrebbe dire andare contro i principi che ci accomunano tutti, ovvero la libertà di espressione, la responsabilità delle proprie azioni ed il rispetto delle regole. Sono felice di avere opinioni in comune con molte persone del Popolo Viola, ma sono entusiasta quando ne ho altre in disaccordo (fonte: Il blog di Raffaele Pizzari: Discussione sulle dichiarazioni di Peones).
Perché questa pretesa di omogeneità di opinione? Bisogna essere antiberlusconiani senza macchia, quindi la logica prevede che l’antiberlusconiano sia un dipietrista convinto, che plaude all’ex pm, che odia il PD (PDmenoelle), che pende dalle labbra di Santoro e Travaglio. Naturalmente, tutto ciò che si allontana da questo quadro idilliaco, tutto ciò che contrasta con il manuale del perfetto antiberlusconista, deve essere annullato. Invece no. Peones ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, impiegando – al massimo – il plurale majestatis.

Intanto, per sabato 13, il Popolo Viola sta organizzando una rete di protesta che sconfina all’estero. Seguire sul sito!

    • Gli eventi di questi giorni dimostrano che siamo realmente in un momento di emergenza democratica. L’uso strumentale del decreto legge da parte del governo per tutelare gli interessi di parte o di pochi (non l’esercizio democratico del voto, altrimenti della sanatoria avrebbero beneficiato le altre liste escluse, come ad esempio i radicali) ha rappresentato un momento di grave lacerazione istituzionale per il nostro Paese.
    • L’approvazione del Legittimo Impedimento alla Camera ed il suo eventuale via libera al Senato nei prossimi giorni sono altri segnali di un governo che pensa di utilizzare le istituzioni democratiche legiferando per risolvere i problemi di una persona o delle sue liste elettorali.
    • Tutto ciò accade nel momento in cui vengono eliminati gli spazi di libera informazione, come dimostra la decisone del Cda Rai di mettere il bavaglio ai talk show di approfondimento politico, pur di non applicare ad essi le regole della par condicio.
    • Ci domandiamo se non ora quando sia il momento delle responsabilità, ciascuno nel suo rulo e funzione: noi cittadini indignati per l’attacco alle regole democratiche e la chiusura di spazi di informazione, i partiti come difensori nelle istituzioni di delle regole costituzionali.
      Se non ora quando dovremmo scendere in piazza, tutti insieme, per manifestare la necessità di difendere la nostra Costituzione e le istituzioni che essa rappresenta?
    • Per tutto questo invitiamo a continuare la mobilitazione permanente che il Popolo Viola ha inziato fin dal 4 febbraio con il Presidio Permanente a Montecitorio, proseguita il 27 gennaio con la bella manifestazione di Piazza del Popolo e con le iniziative ed i sit-in di questi giorni.
    • Il 13 marzo si può trasformare in una giornata di mobilitazione straordinaria con tanti NODI (che comunicheremo con specifica nota) rappresentati da iniziative e presidi in molte città italiane e quattro manifestazioni HUB, alcune delle quali promosse direttamente dal Popolo viola ed altre (di cui condividiamo le preoccupazioni e lo spirito) promosse da altre forze democratiche
    • Ribadiamo il nostro invito alla società civile tutta, cittadini, utenti in rete, associazioni e partiti, un impegno di responsabilità democratica, rimanendo uniti in questo difficile momento di emergenza democratica.

Flash Mob Viola contro il de-cretino salva liste. Crisi della Democrazia e ritorno del Leviatano.

Ieri notte, una volta diffusasi la notizia della firma di Napolitano al decreto “interpretativo” salva liste PdL, sul web si è innescato il tam tam viola. Cento persone hanno organizzato un flash mob davanti al Quirinale, in segno di lutto per la morte della Democrazia. Stamane il sit-in si è spostato davanti al Parlamento.
Nessun riferimento all’accaduto, alle manifestazioni spontanee, sulle copie dei giornali nelle edicole: taluni nemmeno recavano la notizia della firma del Presidente della Repubblica. Internet è stato nettamente più veloce. Facebook, l’agorà virtuale in cui è partita la discussione.
Durante l’edizione delle 20 di ieri sera del TG1, la notizia del probabile decreto è stata corredata di un servizio sul presunto dibattito fra giuristi della scuola formalista e giuristi della scuola sostanzialista, rimestando nella eterna guerra fra formalismo giuridico e giusnaturalismo; secondo il TG1, la vicenda della esclusione delle liste PdL è un caso di formalismo giuridico, in cui la norma è applicata al di là del suo contenuto, al di là della considerazione etica giusto/ingiusto. La legge prevede l’applicazione della norma secondo la quale una lista elettorale debba essere esclusa se presentata oltre il termine stabilito. Una norma “ingiusta”, poiché limiterebbe il diritto di elettorato passivo, secondo il Governo, preminente rispetto alle norme della legge elettorale medesima.
I formalismi giuridici (e i formalisti), secondo questa interpretazione, costituirebbero un limite alla rappresentanza politica, quindi alla democrazia. Qualcosa da combattere, insomma.
Questa inversione di significati, l’ennesima, confligge con l’idea di democrazia che parte dalla legalità, dal concetto che la sovranità (popolare) non è assoluta, ma è esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1, comma 2, Costituzione Italiana). La legge è quindi un limite per l’esercizio della sovranità. Non si capisce perché non lo debba essere per l’esercizio del diritto di elettorato passivo. La legge regola le modalità con cui il diritto di elettorato passivo debba esprimersi. Il decreto salva liste sospende la legge e trasforma questo diritto in un diritto assoluto, che trova applicazione nonostante la legge. Un vero attacco alla democrazia. Tanto più che il decreto viene varato quando sono in corso i dibattimenti al Tar sui ricorsi presentati dai candidati esclusi. In questo modo, la parola viene strappata ai giudici, non più liberi di decidere serenamente, non possono che obbedire alla rappresentanza del “popolo sovrano”, che governa per decreto abrogando ogni limite legale a sé stessa. Questo è un orrendo mostro che deve essere fermato: un mostro che – chi ha letto Thomas Hobbes ne sa qualcosa – ha le sembianze del Leviatano.

Il popolo viola, la diretta streaming dalle 14,30 su Yes, political!

La diretta è terminata.

Il popolo viola.

foto di Eleonora Aloise

popolo viola la legge è uguale pertutti

Politica 2.0: rete molecolare e fine dell’apparato burocratico. Il nuovo paradigma del Popolo Viola.

Il Partito non esiste più. Non c’è più il Partito che media fra Stato e Cittadino. Il Partito si è fatto impermeabile alla società, al fine di bloccare la circolazione delle elité e prolungare la fase di potere della medesima classe dirigente. Così facendo, il Partito, perpetuando sé stesso, rinuncia al rapporto con la società, allo scambio domande-sostegno, si automutila perdendo la capacità aggregativa che possedeva quando era Partito di massa e portava nelle piazze migliaia di persone.
In Italia vi è stata una fase dove il Partito, in questa sua funzione aggregativa, era stato sostituito dal Sindacato. Possiamo far coincidere il periodo con il biennio 2001-2002, il biennio rosso del G8 e del Circo Massimo, durante il quale si profilava la leadership di Sergio Cofferati, ben presto fatta evaporare da strategie politiche incomprensibili (diventò sindaco di Bologna e si distinse come primo archetipo di sindaco-sceriffo, una vera delusione per tutta la sinistra italiana). Il suo successore alla CGIL, Epifani, ha cercato per alcuni anni di opporsi alla politica sindacale morbida di CISL e UIL, ma ora si appresta a ripiegare sulle loro stesse linee:

Sindacato protagonista ma non antagonista. E’ uno slogan del Congresso della CGIL. E anche il titolo di un Convegno dello SPI-CGIL che si terrà a Palermo nei prossimi giorni […] Per sua natura il sindacato deve essere antagonista, deve cioè essere portatore di istanze e di richieste che è difficile vengano accolte senza il conflitto, senza la dialettica dello scontro e del negoziato […] Può esistere un protagonismo senza antagonismo? Credo proprio di no a meno che non si pensi ad una fase della concertazione che superi gli accordi del 93 e stabilisca una sorta di automatismo per cui, date certi accordi interconfederali, non resta che una funzione ragioneristica di registrazione di eventuali variazioni […] Questa posizione che fa dei sindacati dei meri collaboratori del padronato e del governo sterilizza la loro funzione sociale di trasformazione e di riadattamento dei rapporti di classe e ne fa una sorta di osservatorio passivo dei fenomeni sociali.Siamo nel campo del cosidetto “moderatismo” che di fatto ha regolato le relazioni sindacali negli ultimi venti anni. (fonte: Verso una “Bolognina” della Cgil? – micromega-online – micromega).

Il sindacato ha così dilapidato una fortuna in termini di consenso e di sostegno. La folla del Circo Massimo non esiste più. E’ stata mandata via. E allora? Quale sorte per quella moltitudine senza “testa” che si aggira disorientata nel panorama politico italiano, senza più un nome che la identifichi, senza più una lotta che la riunisca sotto la medesima bandiera?

Il 5 Dicembre 2009 ha segnato la svolta. Il No B Day ha portato in piazza trecentomila persone. Senza partito, nè sindacato. Senza nome, senza bandiere, ma solo con il colore viola. Il mezzo che ha permesso di manifestare una indignazione e di vederla riconosciuta da altre persone e da altre persone ancora, è stato Facebook. Facebook materializza la rete dei rapporti che unisce la moltidudine dispersa. Permette alla moltitudine di far circolare all’interno della rete le infomazioni e le opinioni. Consente cioè la formazione di un’opinione pubblica alternativa a quella “costruita” dalla videocrazia. Finora la videocrazia ha prodotto opinione per produrre a sua volta consenso al proprio potere. Per mezzo di Facebook, la moltitudine sparsa si confronta e si scontra al fine di autoalimentarsi e creare una propria identità. Tramite Facebook, la moltitudine si manifesta al mondo e fa sentire la propria voce. Priva di leader, la moltitudine è leader di sé medesima. Genera opinione e alimenta il movimento. Tramite l’avatar del Popolo Viola, compie una spersonalizzazione che è rottura e antitesi alla politica italiana attuale. E di fatto si presenta come la vera, futura, forza di opposizione.

    • Il metodo, dunque, è stato quello di lanciare un segnale, un allarme, una proposta. E aspettare che fosse condiviso, sostenuto, partecipato. Nel caso contrario sarebbe morto lì, tra i pochi post di una pagina Facebook senza storia e senza futuro come ce ne sono tante.
    • il popolo viola è ovunque ma non sa di esserlo come direbbe Franca Corradini
    • I tentativi di dare una struttura -benché leggera- al Popolo Viola nato dalla Rete, ricorrendo agli schemi della democrazia delegata, dai coordinamenti ai gruppi di controllo, si sono rivelati fallimentari perché introducono elementi di paralisi o peggio ancora di “correntismo” tipici della modalità partitica
    • Il Popolo Viola non può essere un movimento formato partito nè viceversa. La sua natura era e deve rimanere quella di sensibilità diffusa e generalizzata, di innesco delle scintille che si producono per il superamento del berlusconismo e per il cambiamento nel Paese.
    • Popolo Viola è chiunque promuova un’iniziativa o una manifestazione che interpreti questo spirito e questi obiettivi, sia esso un cittadino, un collettivo locale o un utente di Facebook
    • Facebook per il Popolo Viola non è una semplice piattaforma virtuale come qualcuno va affermando avventuristicamente. Per le sue caratteristiche, per la sua capacità pervasiva, Facebook (visto in chave politica) rappresenta per il popolo viola ciò che il vecchio radicamento (le sezioni, i circoli, le sedi decentrate) rappresentavano per le forme classiche di aggregazione politica: fonte di informazione, di scambio, di formazione politica e di costruzione di un pluralismo identitario.
    • Facebook è “l’articolazione territoriale” del Popolo Viola nel paradigma della Rete.
    • I gruppi locali, nati in fase di costruzione del No-B Day, sono uno strumento di traduzione operativa di una sensibilità che vive nella Rete, che trova sbocco nella nuova modalità molecolare (e non orizzontale che è concetto tipico del politicismo “di base”).
    • Chi pensa di poter importare gli schemi partitici nella nuova modalità molecolare della Rete commette un grossolano errore di valutazione (o di sottovalutazione) ma soprattutto indica un percorso del tutto impraticabile. Sarebbe come voler alimentare una stufa a gas con la corrente elettrica.
    • il nostro percorso non può che avere i tratti di ciò che Manuel Castells definisce l’autocomunicazione di massa, la capacità moltiplicativa delle reti sociali attraverso cui oggi riusciamo a trasferire velocemente informazioni ad una platea ampia di cittadini, ad operare sintesi e ad innescare processi di mobilitazione in maniera piuttosto rapida.
    • Cosa che le strutture classiche (esempio i partiti), in funzione della loro articolazione politica e organizzativa non possono fare.
    • Abbiamo velocizzato i passaggi in un’ottica che è, appunto, di “condivisione e cooperazione tra pari” e freneticamente emendativa. La Rete è per sua natura costantemente autoemendativa, non consente previsioni di lungo periodo.
    • l’aspetto più innovativo di questa esperienza che oggi chiamiamo Popolo Viola, rispetto agli altri movimenti, è che il nostro non ha un leader, una figura che incarna eroicamente le istanze di cambiamento. Questo movimento è un leader collettivo.
    • il dato più innovativo e spiazzante e, allo stesso tempo, quello meno compreso e accettato (persino da chi si riconosce nel nostro popolo) da chi invoca figure di riferimento riconoscibili, visibili, “esposte” in un’ottica che è esattamente quella imposta dalla devastante tendenza alla personalizzazione della politica (facce e non contenuti: il berlusconismo)
    • Il Popolo Viola non è, al momento, un soggetto programmatico. E’ l’incontro tra molteplici identità che si riconoscono in un’unica richiesta politica: il superamento del berlusconismo e l’affermazione della legalità costituzionale.
    • Noi non ci occupiamo di tutti i problemi del nostro Paese: non siamo un partito o una confederazione sindacale. Noi ci preoccupiamo della deriva autoritaria del nostro Paese, dell’eccezione alla democrazia che Berlusconi rappresenta.

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Ghedini scappa dinanzi al pericolo Popolo Viola. E domani Festaprotesta davanti a Montecitorio

Facebook | FESTAPROTESTA.

Questo il video che racconta la fuga di Ghedini dalla furente contestazione di Popolo Viola e Terremotati de L’Aquila in protesta contro l’affaire Protezione civile-Bertolaso:

Vodpod videos no longer available.

A L’Aquila le macerie sono lì dove sono state lasciate dal terremoto. Nessuno, finora, ha provveduto a rendere agibili le strade del centro della città. Ridevano, al telefono, prefigurando il businness delle nuove costruzioni. La Protezione non sarà una Spa, sebbene lo sia stata per mesi, illegalmente. Inseguire Ghedini in libreria è finanche una gentilezza: ora avrà da leggere qualcosa di interessante. Aiutiamo Ghedini a farsi una cultura.

“Dimissioni, dimissioni”. Anche il popolo viola si ritrova davanti a Montecitorio per protestare contro il decreto Bertolaso, ma soprattutto per ricordare l’appuntamento del 27 febbraio in Piazza del Popolo contro il legittimo impedimento.
All’improvviso, proprio davanti al camper dove Antonio Di Pietro e Massimo Donadi hanno appena ricevuto la loro patente a punti viola (ogni volta che non si partecipa al voto sul tema viene decurtato il bonus iniziale), passa serafico l’onorevole Ghedini con il suo sorriso d’ordinanza.
Gli attivisti colgono al volo l’opportunità di chiarire il messaggio sfoderando il classico striscione: ‘Legittimo un cazzo’, riferito all’impedimento. L’avvocato mantiene l’aplomb e procede spedito, poi però rallenta per guardare in faccia i manifestanti, e quelli cantano più forte. L’onorevole decide quindi di riparare all’interno della libreria Arion insieme alla scorta.
Gira tra i volumi, sceglie e paga due Grisham: trentasei euro con lo sconto parlamentari. Fuori i contestatori non mollano. Ci sono anche i comitati campani anti-inceneritore: “Siete la monnezza della politica! Andatevene a casa”.
Arriva la Polizia. Giulia Bongiorno, a fianco del collega, suggerisce una soluzione strategica: non c’è un’altra uscita? Il direttore del negozio scatta e guida il gruppetto giù per la scala di servizio, mentre fuori le gente continua col megafono a suon di “Ladri, a casa”. Ma qualcuno s’accorge della fuga sotterranea: “Se n’è andato, dal retro. Non tengono vergogna questi”.

Parole Civili contro la scelta di Di Pietro. Il No a De Luca che proviene dal web.

Yes, political! raccoglie l’appello di Parole Civili:

“Parole civili” dice no ad un imputato di reati gravissimi. La società civile si è rotta le palle di questa gente, non li vogliamo! PRETENDIAMO ricambio generazionale, e con persone pulite senza ombra di dubbio.

De Luca si faccia processare e poi una volta risultato pulito come gli auguriamo tornerà a candidarsi dove gli pare. In Italia dei valori anche il figlio del capo si è dimesso quando è stato oggetto di indagine, mi pare logico adesso non appoggiare imputati a processi.

Oggi anche Grillo ha salutato Antonio Di Pietro. Le loro strade si separano? La scelta di Di Pietro rischia di disperdere il patrimonio di consenso raccolto in questi ultimi mesi. Anche il Popolo Viola prende un’altra strada. Domani sarà a congresso, a Roma, al presidio a Piazza Monte Citorio. Deciderà che fare con i candidati “viola” alle prossime regionali. La scelta, vagheggiata dai più, è quella di conservare la natura apartitica del gruppo. E di regolarsi di conseguenza con i partiti, mantenendoli giù dalla ribalta. Così sarà il 27 Febbraio, quando si manifesterà contro il Legittimo Impedimento? Cosa farà IDV? Sarà ancora in grado il partito di Di Pietro a reggere la piazza?

Il Laboratorio Lazio: nasce l’Area Marino. Popolo Viola: nuova mobilitazione contro l’illegittima impunità.

Ieri a Orvieto si è ufficializzata la nascita di un nuovo soggetto politico, tutto interno al PD, che non si chiama "corrente" ma laboratorio: è l’Area Marino che prende il nome di Cambia l’Italia. Riuscirà a cambiare il PD?
Dalla fuoriuscita di Chiamparino, critico in maniera esplicita alla alleanze elettorale PéD-UDC che in Piemonte si è veramente concretizzata e farà da asse portante alla ricandidatura di Mercedes Bresso, alla giornata di ieri si è vagheggiato su giornali e blog della cosiddetta "Terza Via": il progetto di ulivismo partitico di stampo dalemiano, nella sola ottica elettorale e antiberlusconiana, uscito vincente dalle primarie, è miseramente fallito alla prova dei fatti. E dove? Proprio in Puglia e nel Lazio, laddove la segreteria ha mostrato le maggiori difficoltà, dove l’asse PD-UDC si è rivelato sin da subito alieno alla base elettorale.
E allora, alla debolezza della segreteria si è sostituita la risolutezza della base, allargata ai fuori-partito (Bonino, Vendola). L’Area Marino già sapeva tutto ciò. Ignazio Marino si era già espresso negativamente sull’accordo elettorale a "scatola chiusa": prima di tutto vengono i contenuti e i programmi. Lo ha ribadito ieri, al workshop di Orvieto, direttamente in faccia a Bersani.

  • il senatore-chirurgo […] contesta «lo sguardo privilegiato all’Udc, anziché ai contenuti e ai programmi», che è poi quel che serve per «rendere chiara la missione del Pd», mentre oggi «non è chiaro quali siano le priorità del partito». E con il segretario dei Democratici che contesta la lettura dei fatti. «Non stiamo privilegiando l’Udc», risponde Bersani citando a conferma di questo il rapporto con l’Idv e il sostegno del partito alla candidatura nel Lazio di Emma Bonino […] di fronte ai rischi che corre la democrazia italiana io tutti quelli che non sono d’accordo con quel che sta succedendo li vado a cercare, e lavoro per accorciare le distanze. Questa è la sfida, e non si può banalizzarla con minuzie».
  • «Chiediamo maggior ascolto e coinvolgimento – attacca l’ex candidato alla leadership del Pd – e mi domando come possa essere plurale un partito se in segreteria, che è l’organismo dove si prendono le decisioni, non è rappresentata la componente che per noi è la più innovatrice». IWBIil oltre ad avere una rappresentanza in segreteria (il nome su cui punta è quello del consigliere milanese Ettore Martinelli) chiede un partito «trasparente» ma anche dal profilo più netto, concentrandosi sulle «idee»
  • Al segretario non piace un Pd nato «con meccanismo di anarchismo e microfeudalizzazione, trascurando il fatto che senza meccanismo di coesione nessuna associazione può esistere». Ammette anche che le candidature per le regionali «hanno fatto venire i nodi al pettine» e che dopo il voto proporrà una riflessione in particolare sui casi Umbria, Calabria, Puglia («e sul caso D’Alema», gli urla uno dalla platea, e lui: «e vabbè’, possiamo anche semplificare così»).
  • Ma Michele Meta, pur apprezzando le «aperture» ascoltate nell’intervento del segretario, fa notare che la candidatura di Bonino nel Lazio e la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi «non sono due incidenti di percorso». Dopo le regionali, per il coordinatore dell’area Marino «si dovrà far tesoro di queste opportunità e lavorare per aprire e accogliere, per costruire un "maxiPd", abbandonando un progetto che allo stato è soltanto una riedizione in miniatura del compromesso storico». (l’Unità – 07-02-2010 – Pagina 3)

Che si parli di maxiPD o di Terza Via poco importa. La realtà è che si formando un bacino politico interessante, un vero e proprio laboratorio che trova nel Lazio il suo fulcro. Qualcosa che va al di là del semplice movimentismo. Si sta creando una nuova cultura politica verso la quale il PD non può che procedere con le braccia aperte. Il PD dovrebbe includere e non escludere, dovrebbe allargarsi, magari con una struttura federativa, che implementi in sé la costellazione post-partitica e movimentista. Bersani non faccia come Di Pietro: abbia la lungimiranza di guardare al futuro e di immaginare un Partito Democratico senza più confini. Dia almeno il segnale, dia il sostegno alla nuova manifestazione del Popolo Viola contro l’Illegittima Impunità.

    • Manifestazione nazionale contro il legittimo impedimento e a sostegno degli organi di garanzia costituzionale

      Siamo persone libere, autonome dai partiti, decise a rilanciare il rinnovamento culturale e politico in questo Paese.
      Rinnovamento gioioso, pacifico e determinato che nasce con il No B Day: l’imponente manifestazione che ha riempito Piazza san Giovanni a Roma il 5 dicembre 2009. La grande festa di democrazia che ha colorato di viola strade e piazze in Italia e nel mondo.

      Noi crediamo che l’approvazione della norma sul legittimo impedimento eleverebbe di fatto un cittadino italiano al di sopra degli altri, e dei principi di legalità: violazione palese della nostra Carta Costituzionale.

      Non è più tempo di indugiare: è ora che tutti ci mettano la faccia. Per questo invitiamo tutti gli esponenti della cultura e dell’informazione, della scienza e dello spettacolo, delle forze democratiche e del lavoro, ad
      aderire e partecipare alla nostra uova iniziativa. 

    • Per questo invitiamo tutti i cittadini alla grande manifestazione di Roma, in Piazza del Popolo, sabato 27 febbraio 2010 dalle ore 14.30.

      A due mesi dal No B Day il rischio per la democrazia è ancora più grande. Perciò torniamo nella piazza, affianco alla Costituzione e a sostegno degli organi di garanzia che essa prevede:

      Nessuna legittimazione per chi attacca i principi della civile convivenza!

      Questo appello è promosso da: Popolo Viola Roma, Presidio Permanente Monte Citorio, Bo.Bi., Blog San Precario, LiberaCittadinanza, pagina Facebook del Popolo Viola

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