Presidenzialismo di fatto

La rielezione del Presidente della Repubblica è un fatto irrituale nel nostro ordinamento costituzionale. E’ chiaramente tipico di una forma presidenziale o semi-presidenziale, laddove però il presidente è eletto in modalità più o meno dirette. E non è casuale che ciò accada proprio con Giorgio Napolitano. Già la sua scelta di prorogare il governo di Mario Monti conteneva un elemento di originalità costituzionale che forse in pochi hanno colto – la sospensione del rapporto fiduciario fra esecutivo e legislativo, aspetto proprio di una forma di governo presidenziale – ed ora, l’aver accettato la sua rielezione, in cambio di chissà quali promesse politiche, lo trasforma di fatto nel primo presidente rieletto. E solo nelle repubbliche presidenziali i presidenti sono rieletti. Generalmente possono restare in carica al massimo per due mandati (di cinque anni).

La stessa attenzione popolare al voto parlamentare è significativa. Il netizen ha esercitato pressione tramite i social network, scrivono i migliori analisti sui giornali. Ma l’attenzione è propria non del mezzo ma di chi la esercita, ovvero degli elettori. A cui è stata raccontata una nuova verità: che lui, il cittadino elettore iperconnesso, ha voglia di contare nella decisione politica. Lo desidera. La retorica anticasta ha generato in lui questo nuovo bisogno. E’ davvero la crisi ad aver alimentato la tensione della piazza antistante Montecitorio? Perché questa rabbia non si è liberata tramite scioperi o manifestazioni di piazza mentre i governi erano in carica e i presidenti non erano rieletti?

Nella nostra Costituzione, il Presidente della Repubblica rappresenta l’Unità della Nazione. E’ la Costituzione che ne prevede l’elezione indiretta nel Parlamento. Ed è sempre la Costituzione che disegna una figura del Presidente quasi disarmato:

Art. 89.

Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.

Tutta questa attenzione è immotivata. La figura del Presidente è stata caricata di significato – e pertanto di poteri che non ha – in virtù della condizione specifica della politica italiana, delegittimata in patria e all’estero, messa prima sotto tutela tecnocratica e poi temuta come la peste dai mercati finanziari globali. E Napolitano sa bene che da presidente rieletto ha il potere di decidere quale porzione del parlamento potrà far parte del governo, e quale no. Il prossimo governo sarà opera sua. Un suo costrutto ingegneristico, esattamente come il governo Monti. Il paradosso è lampante: il cittadino-elettore iperconnesso richiede partecipazione, le elezioni e il sistema elettorale creano ingovernabilità, il presidente rieletto la risolve costruendo una maggioranza parlamentare intorno al suo nome che invece le urne avevano smentito.

Tutto ciò è molto lontano dal dettato costituzionale. Lo dico anche a coloro i quali hanno sostenuto la candidatura Rodotà sino ‘alla morte’. Sappiano che la loro intransigenza ha influenzato questo fosco quadretto facilitandone la formazione.

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Crisi di Governo | Napolitano anestetizza la Repubblica Parlamentare

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Tecnicamente, con la scelta di oggi pomeriggio di ammettere la prorogatio di Mario Monti, Giorgio Napolitano ha fatto la più grande riforma istituzionale di sempre: ha modificato la Forma di Governo. La crisi del parlamentarismo (che attanaglia il nostro paese da almeno dieci anni, come è evidente dalla trasformazione della pratica della decretazione d’urgenza in iniziativa legislativa preponderante) e l’impossibilità di formare un nuovo governo per via della fine del bipolarismo, ha creato le condizioni per cui il Capo dello Stato non è stato in grado di conferire un nuovo incarico con una base parlamentare certa.

La prorogatio, suggerita a Grillo dal professor Becchi e che inizialmente sembrava una boutade e conteneva (e continua a contenere) in sé medesima evidenti aspetti di incostituzionalità (il governo presieduto da Mario Monti è dimissionario, non è mai stato sfiduciato ma ha ricevuto la fiducia dal Parlamento nella scorsa legislatura e pertanto necessiterebbe di un passaggio parlamentare, anche solo per affrontare le iniziative legislative dettate dalle urgenze economiche), sospende il rapporto fiduciario fra esecutivo e legislativo producendo di fatto le condizioni proprie di una Repubblica Presidenziale. Infatti, solo nelle Repubbliche Presidenziali i governi non sono retti dal rapporto fiduciario e sono diretta emanazione del Presidente (che ad onor del vero è eletto con forme dirette o semi-dirette). Nel semipresidenzialismo francese il rapporto di fiducia è addirittura raddoppiato: il governo riceve il sostegno sia del Presidente, che ne ha deciso la composizione e ne revoca la nomina, sia del Parlamento, senza il quale il governo non può insediarsi.

Tutto ciò accade mentre il Presidente vede ridursi il proprio potere –  non può sciogliere le Camere – in quanto alla fine del suo mandato (cosiddetto semestre bianco).

Chi ha un minimo di conoscenza della Storia del Diritto Costituzionale, sa che queste derive della Costituzione materiale rispetto alla Costituzione formale sono l’anticamera di modifiche del dettato costituzionale. Così accadde in Francia, con il passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica. De Gaulle approfittò della crisi algerina per imporre un nuovo governo in cui la figura del Presidente avesse molti più poteri che in precedenza. Prima venne la pratica del potere, poi vennero le modifiche costituzionali, infine il referendum popolare, che era assolutamente strumentale a fornire allo stravolgimento del parlamentarismo della Quarta Repubblica un quadro di legittimità che non aveva avuto.

Nel nostro caso, è fin troppo chiaro che Napolitano ha accettato giocoforza la soluzione della prorogatio, ma facendolo ha esercitato un potere nei confronti del Parlamento che costituzionalmente non è prescritto. Dovesse persistere questo stallo, la via della riforma presidenzialista è già stata imboccata. E forse si tratta di una strada senza ritorno.