#Elezioni2013 | Gli eletti del PD e i nominati del PD

Qualcuno ha ricordato una analisi dati che avevo pubblicato ad inizio Gennaio (anni luce…)  nella quale dimostravo che sostanzialmente il segretario del PD, Pierluigi Bersani aveva rispettato i patti delle primarie per i parlamentari. Ovvero che i due principi cardine di quelle consultazioni fra gli elettori del PD, 40% di presenza femminile e rispetto dell’esito del voto al momento della formazione delle liste, erano stati in buona parte rispettati.

Giustamente ci si è chiesti come è andata a finire. Ebbene posso dire che l’esito nefasto delle elezioni ha condizionato il risultato delle primarie per i parlamentari soprattutto per quanto concerne le liste del Senato, che chiaramente vedono fra gli ‘eletti’ in molti casi solo i primi 5-10 nominativi. Risponderò, nel corso di questo breve post, a due domande: 1) quale è il rapporto fra nominati e eletti con le primarie delle nuove delegazioni alla Camera e al Senato?; 2) il limite del 40% di presenza femminile è stato rispettato?

Domanda n. 1: Nominati vs. eletti

CAMERA: 289 deputati

Rapporto nominati/eletti nelle liste: 25% vs. 75%

Rapporto nominati/eletti dopo le elezioni politiche: 29% vs. 71%

SENATO: 106 senatori

Rapporto nominati/eletti nelle liste: 25% vs. 75%

Rapporto nominati/eletti dopo le elezioni politiche: 31% vs. 69%

 

Domanda n. 2: presenza femminile

CAMERA: 289 deputati

Uomini: 185 (64%)

Donne: 104 (36%)

SENATO: 106 senatori

Uomini: 185 (62%)

Donne: 104 (38%)

Questa la base dati che ho impiegato e che metto a disposizione: primarie_eletti

 

Annunci

Politiche 2013 / Liste PD e #primarieparlamentari, Bersani ha rispettato i patti

Non lo dico sulla base di una sensazione. No. Ho preso carta e penna, anzi un foglio di calcolo, e ho importato tutti i nominativi delle liste del PD come uscite dalla direzione nazionale di inizio settimana. Bersani aveva promesso che il risultato delle primarie sarebbe stato rispettato. E’ andata grosso modo così e ora ve lo dimostro. Anche se il segretario ha parlato di una quota di nominati non oltre il 10%, era parso chiaro che fra le nomine dei capilista e il recupero di parte dei parlamentari uscenti, la quota di candidati non espressi dalle primarie sarebbe salita intorno al 20-25%. Ma procediamo con ordine.

1. Ricandidati e nominati vs. eletti dalle primarie

All’inizio della XVI Legislatura (2008-2012), la composizione dei parlamentari democratici era la seguente:

XVI Legislatura
Donne PD camera 61
Deputati 217
% 28,11%
Donne PD Senato 34
Senatori 118
% 28,81%

La quota di donne in aula era comunque intorno al 28% mentre l’obiettivo che i democrats si sono dati per la prossima legislatura è quello di rispettare almeno quota 40%. Rispetto alle liste presentate alla stampa mercoledì scorso, solo una parte dei parlamentari uscenti verrà ricandidato:

Deputati
Ricandidati Camera 72
Senatori uscenti candidati alla Camera: 8
Totale 80
Tasso sostituzione Camera 63,13%
Senatori
Senatori ricandidati 29
Deputati uscenti candidati al Senato 17
Totale 46
Tasso sostituzione Senato 61,02%

Almeno il 60% dei parlamentari della XVI Legislatura non verrà riproposto. In media, i parlamentari uscenti ricandidati sono stati inseriti in lista intorno all’ottava posizione, pertanto sono in buona parte rieleggibili. Alcuni di essi sono passati per le primarie: 33/46 senatori e 57/80 deputati. Sono quindi 36 i rimanenti parlamentari ricandidati non legittimati dalle primarie che concorrono, insieme ai capilista e al listino del segretario, a comporre la pattuglia dei ‘nominati’, distinta – per modalità di selezione – dagli ‘eletti delle primarie’.

I capilista sono stati decisi direttamente dal segretario. Si tratta di 24 posizioni alla Camera e 19 al Senato: per la Camera solo 11 di esse sono state espresse dalle primarie (37%) mentre i capilista del Senato sono ‘eletti’ solo in 7 casi su 19 (33%). La percentuale di eletti dalle primarie per le seconde posizioni invece cresce quasi al 70% in entrambi i casi. Ho provveduto a definire cinque categorie di posizionamenti in lista: dalla 1 alla 5; dalla 6 alla 15; dalla 16 alla 25; dalla 26 alla 35; dalla 36 alla 45 (non esistono liste più lunghe di 45 nominativi; le più lunge sono quelle di Lombardia II e dell’Emilia-Romagna alla Camera). La percentuale dei nominati è più alta nelle fasce 1-5 e 36-45. In sostanza, agli eletti delle primarie non sono state riservate le primissime posizioni, ma almeno quelle centrali, in buona parte eleggibili:

Posizione Percentuale Nominati Camera Percentuale Nominati Senato
<=5 38,1% 35,2%
6-15 22,8% 18,3%
16-25 15,2% 19,4%
26-35 22,6% 12,5%
36-45 51,6% 75,0%

nominatilistepdE’ interessante notare come la percentuale degli eletti per le tre fasce centrali delle liste (6-15, 16-25, 26-35) sia intorno all’80%. I nominati tendono a concentrarsi nella fascia 1-5; esiste evidentemente una categoria di nominati cosiddetta di ‘seconda scelta’ che è stata collocata in coda (Camera 36-45, 50% nominati; Senato, 70% nominati). In questo conteggio non sono state considerate le caselle concesse ai candidati del Partito Socialista.

2. La questione femminile

L’obiettivo iniziale era di riservare almeno il 40% dei posti alle donne. Se guardiamo alle prime posizioni delle liste, l’obiettivo non è stato rispettato. Alla Camera, solo 6 capilista su 24 sono donne (25%). Al Senato la percentuale è più alta (9/19, 47%). Le seconde posizioni sono state riservate a donne solo in 6 casi su 24 (ancora un 25%) alla Camera e solo in 3 casi su 18 al Senato. Dalla terza posizione in poi, la presenza di donne aumenta e supera l’obiettivo del 40%.

Posizione Percentuale Donne Camera Percentuale Donne Senato
<=5 33,9% 36,4%
6-15 46,5% 54,8%
16-25 40,2% 53,7%
26-35 48,4% 43,8%
36-45 51,6% 75,0%

Da notare che le liste del Senato per le fasce 6-15 e 16-25 hanno percentuali di presenze femminili superiori al 50%. Un buon risultato, essendo queste posizioni in buona parte eleggibili.

donnelistepd3. Conclusione

In buona parte, Pierluigi Bersani ha rispettato i patti delle primarie per i parlamentari. Al di là della questione degli ‘impresentabili’, due fattori importanti di rinnovo della pattuglia dei parlamentari sono stati messi in atto: 1) l’obiettivo del 40% di presenza femminile in entrambe le Camere verrà molto probabile raggiunto se non superato; 2) il rapporto fra nominati e eletti alle primarie non è diverso rispetto alle aspettative della vigilia (75% vs. 25%) e comunque in ogni caso gli eletti sono stati collocati quasi tutti in posizioni eleggibili.

#primarieparlamentari, una analisi del voto

Sulla base dei risultati parziali e ufficiosi pubblicati sul sito www.primarieparlamentaripd.it ho tentato di effettuare una analisi statistica del voto del 29 e 30 Dicembre cercando di intuire le tendenze dell’elettorato del Partito Democratico. L’analisi generale effettuata dai giornalisti è stata così sintetizzata: hanno vinto i giovani, hanno vinto le donne. Vediamo se questa impressione è confermata dai dati e se gli stessi ci possono fornire ulteriori interpretazioni.

Va da sé che il successo delle donne era già di fatto “scritto nelle regole”: il voto doveva obbligatoriamente essere dato ad una donna e ad un uomo. Per tale ragione, le liste dei candidati sono state equamente divise fra il genere maschile e femminile. Su 882 candidati, 442 erano donne, 440 uomini. Questa ripartizione rigida aveva l’obiettivo di far ottenere alle donne una percentuale minima di rappresentanza del 40%. Il voto, in realtà, non è stato così rigido, e taluni hanno espresso solo una preferenza femminile o maschile. Non si votavano coppie di nomi, ma nominativi singoli. Pertanto su 113 province, in 70 casi gli uomini hanno avuto una media di voti superiore a quella delle donne; 43 sono invece le province in cui la media del voto per le donne è stata superiore. Significa che l’elettore in parecchi casi, molto probabilmente perché non completamente informato sulle biografie dei candidati, ha espresso soltanto la preferenza maschile. Geograficamente parlando, ritroviamo questa situazione (fra parentesi il totale delle province per area geografica):

  Prevalenza Media voti F
Nord 21 (47)
Centro 14 (30)
Sud 3 (20)
Isole 5 (16)

In sostanza, il voto femminile ha funzionato sia al Nord che al Centro (quasi nella metà delle province le donne hanno concentrato su di loro un fetta di voti più ampia di quella conquistata dagli uomini), mentre al Sud e nelle Isole un candidato donna attrae in media meno voti che un candidato uomo (accade solo in 8 province su 36).

Ancor più interessante il dato relativo all’età. La vulgata giornalistica ha descritto un grande successo dei candidati giovani. Ho provveduto a definire tre categorie anagrafiche: i candidati con età inferiore a 45 anni; i candidati con età compresa fra 45 e 60 anni; i candidati over 60. Questa la distribuzione all’interno delle liste:

  Candidati Voti
  <45 45-60 >60 <45 45-60 >60
Nord 36,57% 53,43% 10,00% 39,03% 52,88% 8,09%
Centro 42,01% 46,12% 11,87% 40,43% 50,91% 8,66%
Sud 42,86% 46,56% 10,58% 39,21% 50,39% 10,40%
Isole 45,16% 38,71% 16,13% 41,70% 40,78% 17,52%
       
Complessivo 40,48% 48,07% 11,45% 39,73% 50,45% 9,83%

Il rapporto fra candidati/voti per i “giovani” – indicati come minori di 45 anni – è favorevole solo al Nord (36% di candidati raccolgono il 39% dei voti). Generalmente è stata maggiormente premiata la fascia d’età fra 45 e 60 anni (rapporto % candidati/% voti maggiore di 1 sia al centro che al Sud che nelle Isole).

Rapporto % voti e % candidati

Nord 1,07 0,99 0,81
Centro 0,96 1,10 0,73
Sud 0,91 1,08 0,98
Isole 0,92 1,05 1,09
   
Complessivo 0,98 1,05 0,86

Da notare che il Nord e il Centro puniscono i candidati di età superiore a 60 anni, che corrispondono più probabilmente a personaggi già noti, avvezzi alle istituzioni, che magari provengono da esperienze di governo nei territori. L’esatto contrario accade al Sud e nelle Isole, dove la fetta di voti degli “over 60” è maggiore alla relativa densità delle candidature.

Nella tabella che segue ho riproposto il medesimo calcolo suddiviso per regione. A sorpresa, al Nord la distribuzione del voto non è così omogenea come si possa pensare. Il rapporto %voti/%candidati è maggiore di 1 in Emilia-Romagna, Lombardia, Liguria, Trentino e Veneto. Eccezione il Piemonte, dove addirittura gli over 60 incidono maggiormente rispetto alla loro presenza in lista (fattore Damiano?).

<45 45-60 >60
Abruzzo 0,86 1,20 0,78
Alto Adige 1,00
Basilicata 0,68 1,32
Calabria 0,79 1,22 0,90
Campania 0,98 1,00 1,05
Emilia-Romagna 1,04 1,00 0,80
Friuli Venezia Giulia 0,89 1,19 0,83
Lazio 0,90 1,12 0,90
Liguria 1,42 0,98 0,40
Lombardia 1,07 0,96 0,94
Marche 1,25 0,87 0,67
Molise 0,96 1,48 0,60
Piemonte 0,96 0,94 1,46
Puglia 1,02 1,01 0,80
Sardegna 0,80 1,21 1,08
Sicilia 1,00 0,97 1,06
Toscana 0,98 1,16 0,53
Trentino 1,10 0,97
Umbria 1,01 1,10 0,44
Veneto 1,27 0,79 0,80

Questo indicatore sembra disegnare una mappa dell’elettore. L’elettore tenderebbe a scegliere un candidato che gli somiglia, per genere e per età. Si potrebbe quindi affermare che il voto al Sud, nelle Isole e in Piemonte sia in generale un voto di uomini e anziani. Mentre il voto del Nord-Nord-Est, con le eccezioni felici delle Marche, dell’Umbria e della Puglia, è un voto giovanile e femminile.

Nella tabella che segue effettuo un confronto del rapporto voto/candidato per le giovani donne e i giovani uomini. Il metodo di calcolo è il medesimo: l’indicatore è il rapporto fra la percentuale di voti alle giovani donne (sul totale dei voti alle donne) rispetto alla densità di candidature. Le giovani donne sono andate forte soprattutto al Nord e ribaltano la tendenza giovane/vecchio per il Piemonte (che complessivamente premia i maggiori di 60 anni, ma uomini). In Emilia-Romagna la tendenza è inversa e sono premiati maggiormente i maschi giovani, mentre il Veneto ha premiato entrambi (naturalmente a discapito di quelli di età maggiore). In Basilicata i giovani uomini hanno raccolto una fetta di voti molto piccola rispetto al loro numero. In Alto Adige non erano presenti candidati minori di 45 anni.

<45 F < 45 M
Abruzzo 0,94 0,75
Alto Adige
Basilicata 0,97 0,19
Calabria 0,88 0,73
Campania 1,10 0,80
Emilia-Romagna 0,89 1,26
Friuli Venezia Giulia 1,15 0,71
Lazio 1,05 0,74
Liguria 1,17 1,24
Lombardia 1,01 1,13
Marche 1,48 1,09
Molise 0,94 0,97
Piemonte 1,22 0,73
Puglia 0,71 1,38
Sardegna 0,79 0,84
Sicilia 0,71 1,40
Toscana 0,87 1,11
Trentino 1,05
Umbria 1,31 0,79
Veneto 1,11 1,40

Conclusione: è vera l’affermazione che il voto ha premiato donne e giovani. E’ vero soprattutto al Nord e in parte al Centro.  Ma al Nord persistono aree in cui il voto è stato indirizzato verso gli uomini e verso gli uomini esperti (Emilia-Romagna; Piemonte). Il voto ha rispecchiato grosso modo la rappresentazione anagrafica dei candidati. In sostanza sembra che l’offerta dei candidati abbia definito e selezionato la domanda (i votanti). In sostanza, in lista vi erano in maggioranza persone con età fra 45 e 60 anni e gli elettori li hanno premiati, soprattutto al Centro-Sud (da indagare, qualora si conoscessero i profili anagrafici di chi è andato a votare, l’ipotesi secondo la quale gli elettori scelgono il candidato che più gli somiglia da un punto di vista di genere e di età). I candidati over 60 hanno avuto miglior fortuna al Sud e nelle Isole, dove fra l’altro erano presenti in misura maggiore che al Nord.

In questo post vi ho presentato una delle analisi possibili. Se volete, potete cercare nella tabella che vi allego, il risultato dei parlamentari uscenti nonché dei derogati. Che fra l’altro, sono stati bocciati a metà: Maria Pia Garavaglia, l’unica che ha avuto il coraggio di presentarsi in un seggio “normale”, ha preso la miseria di 816 voti; Cesare Marini (fossi in voi mi segnerei questo nome), invece, candidatosi a Cosenza, non compare nemmeno più nella lista dei votati. Di Bindi e Finocchiaro conoscete già la sorte.

primarieparlamentari_risultati

#primarieparlamentari, è la volta dei TQ

Veronica Tentori, eletta a Lecco alle #primarieparlamentari

Veronica Tentori, eletta a Lecco alle #primarieparlamentari

TQ. Sì, i trenta-quarantenni. Una definizione giornalistica nuova di zecca per indicare che con le primarie per i parlamentari all’interno della lista del PD ci finiranno in buona parte persone che non hanno mai messo piede in parlamento e che hanno una età compresa fra trenta e quaranta anni. Con il miracolo dei venticinque anni di Enzo Lattuca di Cesena (per la verità ancora da compiere). Tutto ciò è avvenuto perché alcuni temerari a Gennaio 2012 (la proposta di Quarto di Prossima Italia) sfidarono il segretario sul tema del superamento del Porcellum. Ora, la battaglia nel cambiamento non è finita poiché le liste sono ancora da compilare, bisogna suddividere i prescelti delle primarie fra chi verrà inserito nella lista al Senato e chi alla Camera; dovranno essere scelti i capilista, e sarà una battaglia non di poco conto all’interno del partito. La sponda dei Giovani Turchi, Fassina-Orfini, si è rafforzata, la sponda liberale no.

I renziani hanno in gran parte perso, tranne qualche eccezione. E’ mancata, a mio avviso, una strategia di coinvolgimento che puntasse all’interno del partito. La campagna per Renzi candidato premier è stata invece combattuta facendo ricorso anche a persone e mezzi esogeni al partito. La retorica della rottamazione ha messo a pregiudizio in molti l’idea di casa comune che i volontari e i militanti hanno del PD. Certamente la sconfitta del sindaco, lo scorso 2 Dicembre, ha contribuito a smontare l’entusiasmo dei suoi sostenitori. Detto ciò, non è vero che l’istanza del cambiamento sia caduta nel vuoto. Anzi.

La Lombardia, per esempio, ma in definitiva tutto il Nord compresa l’Emilia-Romagna, è stata il motore di questo cambiamento. Forse anche a causa della spinta liberal-progressista di Pippo Civati, dovunque nella ex Regione del Celeste vincono le donne: a Milano città, con Lia Quartapelle, a Varese con Maria Chiara Gadda , 32 anni, ingegnere gestionale, a Lecco con Veronica Tentori (27 anni!). Per non parlare di Cristina Bargero (eletta ad Alessandria, in Piemonte), 37 enne ricercatrice di Casale Monferrato. Come ha scritto lo stesso Civati, sono oggi candidate alla Camera soltanto grazie alle primarie per i parlamentari. Altrimenti non lo erano.

Se non cogliamo questo segnale, se ci spendiamo unicamente a criticare quei deputati e/o senatori uscenti che hanno il posto prenotato nel listino del segretario, o che hanno ottenuto la deroga e non si sono sottoposti a primarie, o che hanno la deroga ma hanno preteso un collegio blindato (e poi qualcuno me lo deve spiegare come si fa a “blindare” un seggio alle primarie senza barare o comprare dei voti), saremmo destinati a non comprendere appieno la portata di questo cambiamento.

Il grazie deve essere rivolto soprattutto a Giuseppe Civati e a Salvatore Vassallo. Senza il loro impegno tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Mantenente però il livello di attenzione alto. A metà Gennaio verranno formalizzate le liste. Ci sarà da vigilare affinché il risultato del voto sia rispettato.

[NB: Giuseppe Civati non è renziano. Lo scrivo perché molti giornalisti ancora sbagliano. Non hanno capito la differenza]

Le falsità di Grillo sulle #primarieparlamentari

primarieparlamentari

Le Primarie dei parlamentari PD non sono state copiate, come scrive Beppe Grillo, ma nascono nel PD e dal PD. E’ stata Prossima Italia – dubito che Grillo sappia di cosa si tratti – nel corso di Gennaio 2012 (“la proposta di Quarto”) a lanciare l’idea della selezione dei candidati alle politiche 2013 con il metodo delle primarie al fine unico di superare l’anomalia delle liste bloccate del Porcellum e di un nuovo Parlamento di nominati. Tutto ciò che è venuto dopo paga dazio a quell’idea originaria, nata dalla necessità (e non dalla convenienza) democratica.

Vengono così inaugurate, dopo le Parlamentarie del M5S, le Buffonarie del pdmenoelle. Le Buffonarie avranno una “modica quantità” di aspiranti parlamentari, un 10%, scelti da lui,medesimo: Gargamella Bersani. Nomi indimenticabili ci accompagneranno anche nella prossima legislatura, mai più senza Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Franco Marini, Giorgio Merlo, Maria Pia Garavaglia, Beppe Fioroni (blog Grillo).

Sappiate che i derogati dovranno passare ugualmente per primarie. Cioè, ottengono la deroga per potersi candidare non al parlamento e nemmeno nel listone del segretario, bensì per potersi sottoporre al vaglio degli elettori. La base elettorale sarà quella del 25 Novembre, a cui si aggiungono tutti gli iscritti del PD più quelli che lo erano nel 2011 e che hanno mostrato intenzione di rinnovare la tessera. Tanto per intenderci, si parla di una base elettorale di partenza di tre milioni di persone. Che a causa della data infelice, il 29 o il 30 Dicembre, a seconda della scelta delle direzioni regionali, chiaramente si ridurrà al 30-40% circa (una stima personale, sia chiaro), ovvero supererà di poco il milione di votanti. Al cospetto dei 20mila votanti delle blindatissime parlamentarie del M5S è comunque un numero enorme. Inoltre, sono candidabili anche i semplici elettori, i quali però devono raccogliere un numero di firme fra gli iscritti non inferiore a 50. Questa è di fatto una rivoluzione, checché ne dica l’esperto in buffonerie.

Beppe Grillo dice che le nostre #primarieparlamentari sarebbero «buffonarie». Lo scrive sul suo blog, nel poco tempo che gli deve essere rimasto tra un’epurazione e l’altra. Ma non facciamo polemica, non serve. Facciamo in modo che siano le elettrici e gli elettori democratici a rispondere. E a partecipare. Nonostante la data, i Maya e i pregiudizi che sempre ci accompagnano. Che tutte e tutti coloro che sono nelle condizioni di farlo, vadano a votare. E scelgano il proprio parlamentare e lo accompagnino per i prossimi cinque anni. Questo è il senso delle nostre primarie per i parlamentari. Che sono state concepite un anno fa. Ma tutto questo Beppe non lo sa (ciwati).

L’invito è quello di Partecipare. Non fatevi tentare dal ritornello dell’indignazione. Tutto può cambiare. Occupare il PD è un’idea rivoluzionaria. E votate donna.

Bersani vuole #primarieparlamentari per soli iscritti?

 

Non commettiamo l’errore di Beppe Grillo, per favore. L’errore di chiudere il recinto e di oscurare tutto il procedimento di selezione dei candidati alle politiche 2013. Se il PD vuol vincere queste elezioni, ebbene, l’unica strada è quella che passa attraverso le primarie aperte. Ci sono problemi organizzativi? Probabile. Ma si sono organizzate primarie di coalizione con 3 milioni di partecipanti e tutto o quasi è filato liscio. Chi si lamenta vuol dire che non le vuole.

 

E invece no. Noi dobbiamo poter contare. Visto e considerato che la promessa di cambiare il Porcellum è rimasta inevasa, visto che i referendum sono stati (e lo erano sin dall’inizio) armi di distrazioni di massa – “una pistola sul tavolo“, disse Bersani, come ad intendere che se non erano ammissibili erano perlomeno uno strumento per convincere la ex maggioranza di centrodestra a modificare la legge Calderoli. Noi dobbiamo poter contare. Poiché nulla di tutto ciò è accaduto. Il Porcellum è ancora al suo posto. Intonso. Con il suo carico di prepotenza inalterato. Per disinnescarlo – il Porcellum è il primo se non il principale alimento di cui si nutre il temibilissimo mostro dell’Antipolitica – basta poco. Un regolamento c’è già, è stato scritto a Quarto, un anno fa, da Civati, Prossima Italia e i tipi di WiProgress. Giuseppe Civati e Salvatore Vassallo oggi sono usciti con una petizione online. Al momento in cui scrivo sono 2700 circa le adesioni. Potete firmare voi stessi a questi indirizzo: http://chn.ge/T5txV1.

 

A quanto sembra i punti fermi sono due:

 

  1. Bersani vuole a tutti i costi un qualche meccanismo di selezione delle candidature;
  2. Bersani non prenderà una decisione se non dopo aver ascoltato le segreterie regionali.

 

I ‘garantiti’ dovrebbero essere una percentuale ridotta. Attorno al 10 per cento. Chi saranno? “Facciamo l’esempio classico: il capogruppo della commissione Finanze. Ecco queste sono esperienze e professionalità utili e che vanno salvaguardate. Questo e’ il criterio”, si spiega. Altra questione sara’ quella delle deroghe per chi e’ da più di 15 anni in Parlamento. I casi Bindi e Fioroni, per intendersi. Di questo si inizierà a discutere nella Direzione che si terra’ la prossima settimana (online-news.it).

 

Ecoo, la Direzione Nazionale. Sperando che non diventi occasione di divisioni.

 

“Le #primarieparlamentari si faranno”

Lo dice Enrico Letta su Facebook:

letta

 

E così sono andato a leggerla, questa intervista. Da un lato, Letta riprende la sua personalissima idea (ma fino a che punto?) di fare un accordo post elettorale con l’Udc di Casini (che vi ricordo secondo recenti sondaggi vale un 3.8%). Dall’altro, spiega che le primarie per i parlamentari si faranno. E saranno primarie aperte. Quindi, quando voterete Letta, ricordatevi che è il primo sponsor della Santa Alleanza PD-Sel-Udc (con Monti o al Quirinale o molto più probabilmente al MEF).

Ora sarà più facile un`alleanza pre-elettorale con Casini e i “montiani”? «Non ho dubbi che faremo un governo insieme alle forze che sostengono Monti oggi. Che questo debba avvenire con un`alleanza con liste apparentate ora, o con un accordo dopo il voto, è da valutare. Non è una furbata perché Bersani ha chiesto i voti alle primarie su questa linea. Quindi è una scelta legata anche alle tecnicalità della legge elettorale. Oggettivamente questa situazione avvicina il Pd al cosiddetto “centro montiano”».

Si lavora a un listone unico con Sel per agevolare l`intesa con Casini? «Quella invece è una scelta politica, ma mi sembra non sia nelle cose. Valuteremo, ma credo abbia più senso andare al voto con liste distinte».

Farete in tempo a organizzare le primarie per la scelta dei parlamentari? «Le primarie si faranno sicuramente, perché si è deciso che si sarebbero fatte. E quelle del 25 novembre dimostrano quanto andare con uno schema aperto, dando fiducia ai nostri elettori, sia solo un vantaggio. Ne parleremo mercoledì prossimo e posso dire che saranno primarie aperte, non solo tra gli iscritti del partito» (http://www.enricoletta.it/press/ora-e-piu-vicina-unintesa-fra-il-pd-e-il-professore/).