Esclusivo | Storia della mozione 5 Stelle sulle pensioni d’oro

Leggi la seconda parte: https://yespolitical.com/2014/01/12/tetto-alle-pensioni-doro-e-i-confini-della-costituzionalita/

A calvalcare l’indignazione son buoni tutti. Vi ricordate il Popolo Viola? Esiste ancora un blog, tenuto da uno dei fondatori del movimento, tale Franz Mannino, con un profilo – diciamo così – schiettamente anti-casta. Due giorni fa, durante la seduta n. 147 della Camera sono state discusse alcune mozioni relative a “iniziative volte all’introduzione di un prelievo straordinario sui redditi da pensione superiori ad un determinato importo” (Resoconto Stenografico, seduta n. 147 del 08/01/2014). Sì, parlo delle mozioni sulle Pensioni d’Oro.

Il blog viola urla allo scandalo. Vi era una mozione 5 Stelle, la Mozione n. 1-00194 di Sorial Girgis Giorgio (M5S) ed altri, che “consisteva nell’applicare un prelievo alle pensioni d’oro ricavando un miliardo e 140 milioni per aumentare le pensioni minime di 518 euro all’anno” (violapost). Ben in 337 hanno votato contro questo sacrosanto provvedimento. E giù la lista dei votanti, frutto di “un lavoraccio” perché “in questa forma [la lista] non troverete da nessun’altra parte”. L’equazione è molto semplice: un 5 Stelle ha proposto di tagliare le pensioni d’oro, il Pd ha votato contro. Ergo, i piddini sono pervasi dai lobbisti e difendono il privilegio. “Conservate quest’elenco e tiratelo fuori al momento del voto”, ammoniscono i violacei.

Leggendolo, ho notato una incongruenza: una mozione non contiene una norma, una mozione è un atto di indirizzo che – se votato dall’aula – impegna il governo a fare una determinata operazione, che può essere molto semplicemente prendere in esame un problema e studiarne alcune soluzioni normative. E’ pertanto un provvedimento di portata inferiore rispetto, per esempio, ad un emendamento, laddove invece i parlamentari che lo hanno firmato intendono apportare una modifica sostanziale ad un articolo di un progetto di legge.

Intanto, però, quel giorno le mozioni sul medesimo argomento erano ben sette:

  1. mozioni Sorial ed altri n. 1-00194
  2. Giorgia Meloni ed altri n. 1-00255
  3. Di Salvo ed altri n.1-00256
  4. Tinagli ed altri n. 1-00257
  5. Gnecchi ed altri n. 1-00258
  6. Fedriga ed altri n. 1-00259
  7. Pizzolante ed altri n. 1-00260

Su ben sei mozioni, fra cui la Sorial, la rappresentante del governo, Maria Cecilia Guerra, Viceministro del lavoro e delle politiche sociali, ha espresso parere contrario. Su una, la mozione Gnecchi, ha invece dato invece parere positivo. Concentriamoci su quest’ultima, e sulla mozione Sorial, che trascrivo di seguito per la parte in cui si cita l’attività richiesta al governo:

Mozione Sorial, impegna il governo a:

  • a valutare l’opportunità di assumere iniziative per prevedere, per un periodo limitato di tre anni, sui redditi da pensione lordi annui un contributo solidale supplettivo;
  • a valutare l’opportunità di revisionare i trattamenti pensionistici erogati per prestazioni lavorative di elevato importo, al fine di adeguare i trattamenti medesimi all’effettiva contribuzione da parte del lavoratore beneficiario in quiescenza, riducendo la quota di trattamento acquisita in base al sistema retributivo, fissando per ciascuna forma di sistema un tetto massimo di pensione erogabile.

Viste così, le richieste sembrano proprio ineccepibili. Però vi invito lo stesso a leggere la mozione Gnecchi. Vi chiederei di rivolgere la vostra attenzione al preambolo del documento:

il Governo e il Parlamento hanno opportunamente introdotto, con la recente legge di stabilità, significative misure che si muovono proprio nella direzione di affrontare i problemi di equità sociale connessi con l’esistenza di importi pensionistici di ammontare particolarmente elevato in assenza – in molti casi – di un’effettiva ragione giustificatrice. Sotto questo aspetto, meritano di essere segnalati: il comma 486, che ha introdotto per un triennio un contributo di solidarietà a carico dei trattamenti di più elevato ammontare, anche al fine di sostenere iniziative in favore dei lavoratori cosiddetti «esodati»; il comma 489, il quale ha introdotto un limite alla cumulabilità dei redditi da pensione percepiti da ex dipendenti pubblici con ulteriori fonti di reddito pure poste a carico della finanza pubblica (Mozione 1-00258).

Sorprendente, non è vero? Sorial chiedeva al governo di valutare l’introduzione di un prelievo aggiuntivo per tre anni che però è già stato approvato nella legge di Stabilità 2014 (qui il testo; scorrete con la ricerca sino ai commi 486 e 489). Il secondo punto della richiesta di Sorial risulterebbe invece compreso nella frase che Gnecchi ha voluto così formulare, e che ha incontrato il favore del governo:

a monitorare gli effetti e l’efficacia delle citate misure introdotte con la legge di stabilità;
a valutare, agli esiti di questo monitoraggio, l’adozione di interventi normativi che, nel rispetto dei principi indicati dalla Corte costituzionale, sempre in un’ottica di solidarietà interna al sistema pensionistico, siano tesi a realizzare una maggiore equità per ciò che concerne le cosiddette «pensioni d’oro» e correggano per queste ultime eventuali distorsioni e privilegi derivanti dall’applicazione dei sistemi di computo retributivo e contributivo nella determinazione del trattamento pensionistico (Mozione 1-00258).

In pratica, anche se con parole meno chiare, la Mozione Gnecchi (che, ripeto, è un atto di indirizzo!) chiede al governo di “correggere le distorsioni e i privilegi derivanti dall’applicazione dei sistemi di computo retributivo e contributivo”. Va da sé che la richiesta di Sorial è legittima, ma non è uno scandalo se l’aula decide di rimandare la discussione in Commissione Lavoro, come specificato nel dibattito da Cesare Damiano (“Il Governo è appena intervenuto sulle «pensioni d’oro». Noi, con la nostra mozione, diciamo che siamo pronti a discutere – lo faremo in Commissione lavoro, ci sono molte proposte di legge“).

Sia chiaro: l’apposizione di un tetto alle pensioni d’oro è un atto doveroso. Tuttavia, sono in essere alcuni ostacoli di carattere costituzionale sui quali la Consulta si è già espressa ribadendone la effettività (“la giurisprudenza costituzionale guarda con sfavore forme di prelievo coattivo di ricchezza che vadano a colpire solo talune fonti di reddito“, scrive Gnecchi), che dovrebbero essere presi in considerazione prima di introdurre un nuovo intervento su tale materia.

Detto ciò, resta da capire perché, per ogni voto e per voti su mozioni di indirizzo, si dovrebbero fare liste di parlamentari indegni. Non vi era solo la mozione Sorial, in discussione. E non solo la mozione Sorial non è stata approvata. Inoltre, anche se fosse stata approvata, non avrebbe modificato alcunché nella legislazione vigente (Art. 1, commi 486 e 489 della Legge di Stabilità), che già prevede – per il prossimo triennio – un prelievo regolativo sulle pensioni d’oro nonché il divieto di cumulo con altri trattamenti retributivi. L’atto avrebbe semplicemente rimandato la questione al governo, il quale avrebbe poi ‘tirato’ le proprie conclusioni.

Potete ben capire che, procedendo in questo senso, ovvero gridando allo scandalo sempre mettendo in un unico calderone voti su semplici mozioni, voti su emendamenti e voti chiave, non si comprende proprio nulla. A che serve tenere a memoria la lista dei votanti, se semplicemente lo scandalo non c’è?

E ora più che mai: la carica delle poltrone. Quando l’eccezione si fa regola.

Ricevo e pubblico:

LA CARICA DELLE POLTRONE…

DIVIETI DI DOPPI MANDATI ED EMOLUMENTI: QUANDO L’ECCEZIONE SI FA REGOLA!

LA REGOLA: COSA PREVEDE LA LEGGE?

L’art. 62 del d.lg. n. 267 del 2000 (“Testo Unico degli Enti Locali”) prevede la “incompatibilità” tra la carica di sindaco o presidente di provincia e quella di deputato o senatore.

Più precisamente, si prescrive l’“automatica decadenza” dalla carica di Presidente della Provincia o di Sindaco (di un Comune con una popolazione superiore a 20 mila abitanti) nel caso di accettazione della candidatura a deputato o senatore.

Gli art. 1 e 2 della legge n. 60 del 1953 (sulle “incompatibilità parlamentari”), inoltre, prevedono il “divieto di doppi incarichi” per i parlamentari.

In particolare, si introduce il divieto di ricoprire cariche:

  • in enti pubblici o privati (per nomina o designazione del Governo o di organi dell’Amministrazione dello Stato);
  • o in associazioni o enti che gestiscano servizi per conto dello Stato o della Pubblica Amministrazione (o ai quali lo Stato contribuisca in via ordinaria).

La ratio è quella di evitare potenziali “conflitti d’interesse”, ossia l’abuso del proprio incarico al fine esclusivo di condizionare il voto di un pubblico vasto per un proprio tornaconto elettorale.

L’art. 3 della legge n. 1261 del 1965 (sul “trattamento economico dei parlamentari”), invece, prevede il “divieto di cumulo” delle indennità per i parlamentari.

In pratica, si stabilisce il divieto di cumulare le indennità parlamentari (di deputato o senatore, pari a circa “13 mila euro” mensili) con altri salari derivanti:

  • da incarichi di carattere amministrativo (conferiti dallo Stato, da enti pubblici, da banche di diritto pubblico, da enti privati concessionari di pubblici servizi, da enti privati con azionariato statale, da enti privati aventi rapporti d’affare con lo Stato o da Regioni, Province o Comuni);
  • o da rapporti di pubblico impiego (i dipendenti dello Stato, di altre pubbliche amministrazioni nonché di enti ed istituti di diritto pubblico, eletti deputati o senatori, sono collocati d’ufficio in aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare).

L’art. 83 del d.lg. n. 267 del 2000, infine, prevede il “divieto di cumulo” delle indennità per gli assessori ed i consiglieri di comuni e province.

Questi, qualora eletti al Parlamento europeo, al Parlamento nazionale o al Consiglio regionale, se mantengono la loro carica presso l’ente locale, hanno diritto solo al gettone di presenza per la partecipazione ai Consigli o alle Giunte comunali o provinciali.

LO “STATUS QUO”: QUANDO L’ECCEZIONE SI FA REGOLA!

L’attuale legislazione relativa alla compatibilità tra il ruolo di parlamentare e quello di sindaco o presidente di provincia presenta, però, una lacuna evidente:

  • mentre l’art. 62 del Tuel obbliga ogni sindaco o presidente di provincia, intenzionato a candidarsi alle elezioni politiche, a dimettersi dal proprio incarico di amministratore locale;
  • la legge non vieta espressamente il contrario, ossia ad un parlamentare in carica di candidarsi alle elezioni locali (oppure ad un politico a candidarsi, nella stessa tornata elettorale, contestualmente alle elezioni locali e politiche).

Nel corso della prima Repubblica tale anomala eccezione non si è posta, vista la consuetudine politica di considerare comunque “incompatibili” le due cariche.

Nel corso della legislatura Berlusconi del 2001/2006, invece, la maggioranza politica di centrodestra (con l’avallo “complice” dell’opposizione) ha deciso di stravolgere questa prassi consolidata riconoscendo il diritto di ogni parlamentare:

  • di candidarsi a sindaco (o presidente di provincia)
  • e di mantenere, contestualmente, il proprio incarico da parlamentare!

Questo quanto ha stabilito per la prima volta la giunta delle elezioni della Camera dei Deputati in relazione al caso di Diego Cammarata (onorevole di Forza Italia dal 2001 al 2006 e, al contempo, sindaco di Palermo).

L’“eccezione Cammarata”, così, ben presto è divenuta “regola”: nelle more di una legge silente e contraddittoria sul punto, la giunta delle elezioni della Camera ha dichiarato finora “compatibili” ben 15 onorevoli che hanno assunto il doppio incarico (di deputato e sindaco)!

Il caso di parlamentari-sindaci, però, rappresentano solo la punta dell’iceberg di un “malcostume politico” ben più ampiamente e trasversalmente radicato.

Sindaci, presidenti di provincia, assessori e consiglieri locali, amministratori delegati di aziende e società, presidenti di fondazioni, ministri, parlamentari…: ricoprendo contestualmente più cariche, i nostri politici cumulano ormai con disinvoltura incarichi (ed emolumenti):

  • anche quando ciò risulta “vietato dalla legge”
  • e pur in presenza di tangibili “conflitti di interessi”!

Mentre molti italiani hanno difficoltà a mantenere il proprio posto di lavoro, così, tale preoccupazione è ben lontana dai pensieri di molti politici “tuttofare” (o “fantuttoni”) che godono dell’unico posto “fisso e inamovibile” rimasto!

Forse perché il Parlamento, di fatto svuotato delle sue funzioni dal Governo, risulta un luogo sempre più monotono, i nostri “poveri” parlamentari preferiscono mantenersi attivi e vitali ricomprendo una svariata infinità di cariche e funzioni!

Secondo i dati forniti da Camera e Senato (e pubblicati dal settimanale “l’Espresso” lo scorso 25 febbraio), in Parlamento attualmente cumulano più incarichi:

  • 113 deputati (su 630);
  • e ben 150 senatori (su 315).

DOPPI (O TRIPLI) INCARICHI: ECCO ALCUNI NOMI ECCELLENTI…

In questi anni i cittadini italiani hanno beneficiato di un alleato in più nella lotta contro i “fannulloni” e gli incapaci della pubblica amministrazione: il ministro “fantuttone” Renato Brunetta, sempre pronto a stigmatizzare la condotta di quegli impiegati pubblici incapaci di restare incollati alla poltrona per tutto l’arco della giornata lavorativa…

I conti, però, sembrano non tornare più se è lo stesso Brunetta a rischiare di assentarsi parecchio dal proprio ufficio ministeriale per svolgere a tempo pieno un nuovo incarico che per lui si configura: quello di sindaco di Venezia!

Il “superministro” della Pubblica Amministrazione, infatti, si è reso disponibile a candidarsi a sindaco di Venezia solo a condizione di non rinunciare né al suo incarico di ministro né al ruolo di parlamentare, triplicando così i suoi impegni!

Il vero “unto dal Signore”, piuttosto che il Cavaliere, sembra essere proprio Brunetta: in confronto alla sua abilità nel moltiplicare incarichi e poltrone, infatti, Gesù Cristo apparirebbe oggi un dilettante nell’arte di moltiplicare soltanto pani e pesci!

Renato Brunetta sembra addirittura voler capitalizzare la propria influenza ministeriale:

  • ottenendo da ben otto ministri di Governo l’impegno a sostenerlo in prima persona nella sua campagna elettorale;
  • e servendo ai propri elettori su un piatto d’argento la promessa di ottenere ben “25 miliardi” di investimenti in favore della sua Città!

Alle critiche sulla sua “ingordigia di potere”, allora, il “ministrino” taglio corto, un po’ seccato e infastidito, ripetendo di essere un “superuomo” in grado di lavorare anche 18/20 ore al giorno…

Brunetta, però, non è affatto in cattiva compagnia nell’elenco dei i più noti “doppi poltronisti”.

Un esempio è il caso del collega Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture:

  • pronto a candidarsi a sindaco di Lecco (dopo essere riuscito, appena lo scorso novembre, a far sbloccare dal Cipe “130 milioni” per la costruzione della Lecco-Bergamo);
  • ma indisponibile a rinunciare al proprio incarico di viceministro (specie allorquando al suo Ministero toccherà gestire ben “12 miliardi” di euro per l’affare “Expo 2015”!).

Altro caso noto è quello di Lucio Stanca, ex ministro per l’Innovazione e le Tecnologie del precedente governo Berlusconi e attualmente:

  • vicepresidente della Società “Expo 2015” (carica per la quale ha già percepito “450 mila euro” di emolumenti, ovviamente cumulati alla sua rendita da parlamentare);
  • e deputato (non a caso di frequente assente dai banchi parlamentari, visto i suoi ben più importanti impegni che lo bloccano a Milano!).

Altro eccellente “doppio poltronista” è Altiero Matteoli, attualmente:

  • sindaco di Orbetello (in Toscana);
  • e ministro dei Trasporti.

E che dire di Alfredo Messina:

  • senatore del Pdl;
  • e consigliere di amministrazione di Mediaset (la società che controlla interamente la Concessionaria Rti, la quale manda in onda Canale 5, Italia 1 e Rete 4)?

Formalmente nessun parlamentare potrebbe rivestire cariche o funzioni in società “concessionarie pubbliche”.

La giunta delle elezioni del Senato, però, ha giudicato “compatibile” il suo doppio incarico, essendo il sen. Messina formalmente consigliere di Mediaset e non della Rti (di fatto, una “società matrioska” creata per aggirare il divieto di legge!).

TRA “CONFLITTI D’INTERESSI” E “CONCENTRAZIONI DI POTERE”…

Lo scenario che questa “lotteria delle cariche” lascia trasparire è alquanto “desolante” e testimonia l’eccessiva “personalizzazione” della politica e i frequenti “abusi” cui il potere è avvezzo.

Il problema di fondo:

  • non è tanto (o non solo) economico (la cumulazione di più emolumenti in capo ad uno stesso politico);
  • bensì di legalità, efficienza, trasparenza della politica ed autonomia degli enti locali.
  1. un problema di “legalità”:

Come può la politica svolgere una funzione pubblica essenziale (la rappresentanza degli interessi della Comunità e la gestione della finanza pubblica) nel più assoluto “dispregio per le regole”?

Per quale ragione a un politico deve essere concesso un “privilegio” vietato a qualsiasi altro pubblico impiegato (parimenti retribuito con i soldi dei contribuenti), ossia la facoltà di svolgere un “doppio lavoro”?

Quale immagine di correttezza, moralità e serietà si trasmette alla pubblica opinione?

  1. un problema di “efficienza”:

Come si può umanamente immaginare che un politico possa contestualmente svolgere, con la massima “dignità” e dedizione possibile, una pluralità di incarichi così diversi (e “distanti”)?

E come possono i cittadini accettare l’idea di essere amministrati da sindaci “part-time”, pronti a mettersi e sfilarsi la fascia tricolore con la stessa sveltezza con cui le modelle si cambiano i costumi in camerino?

La ratio irrinunciabile del divieto di cumulo delle cariche di parlamentare e di sindaco è proprio quella di evitare il cumulo di funzioni che richiedono un impegno costante e totalizzante, specie per gli enti locali di grandi dimensioni che esigono una gestione a tempo pieno!

  1. un problema di “trasparenza”:

Com’è tollerabile questa eccessiva “concentrazione di potere” in poche mani?

Come si possono ragionevolmente evitare “conflitti di interessi”?

E com’è possibile che un solo personaggio divenga tanto indispensabile e “insostituibile” da essere chiamato a svolgere contestualmente diversi incarichi?

  1. un problema di “autonomia” degli enti locali:

E’ normale che un amministratore locale debba svolgere altri incarichi di Governo per aver qualche “chance” in più di aver accesso a finanziamenti pubblici da parte dello Stato?

Come si può “mortificare” l’autonomia e l’indipendenza degli enti locali, che hanno diritto ad esser messi in condizioni di parità tra di loro e a non essere discriminati in ragione dei doppi incarichi (più o meno prestigiosi) assunti dal proprio primo cittadino?

L’impressione non può che essere una sola: “si sta superando il limite della decenza. I doppi incarichi abusano della fiducia degli Italiani, che non hanno l’anello al naso!”.

Se questa fosse solo la mia impressione, probabilmente in pochi dovrebbero sentire la preoccupazione di curarsene…

Nel momento, invece, in cui queste sono parole testualmente riferite dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini, credo che sia arrivato il tempo di sviluppare una riflessione più seria e profonda sul “malcostume politico italiano”.

Gaspare Serra

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