La mia prima Richiesta di Rettifica

Oggi ho ricevuto la prima richiesta di rettifica da parte di una persona citata in uno dei miei testi, peraltro del 2009, quando avevo appena cominciato. Tale persona, per mezzo di proprio avvocato, ha paventato la querela con risarcimento danni (150 mila euro, la richiesta) se io non avessi provveduto entro 24 ore alla censura del testo.

Quindi, lo ripeto a caratteri cubitali: CHI LEGGE PUO’ CHIEDERE RETTIFICA A MEZZO E-MAIL (vedere pagina ‘Contatti’) SENZA RICORSO AD AVVOCATI (QUESTO NON E’ UN GIORNALE!!! E NON CI SONO SOLDI, OK?) SENZA ASPETTARE CINQUE ANNI, MAGARI.

Ora non chiedetevi più perché scrivo meno.

#grazieAgcom

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Psicodramma M5S, Riotta querelato per un retweet

giarrusso

Avvocato Mario Michele Giarrusso

Aggiornamento: consiglio la lettura di questo post di Valigia Blu in cui si specifica meglio la natura del tweet di Riotta (tecnicamente non un retweet ma una interpretazione personale di una notizia che il giornalista medesimo ha letto – come poteva fare chiunque altro – sulla versione siciliana di Repubblica, versione cartacea).

http://www.valigiablu.it/il-caso-riotta-beppe_grillo-e-la-denuncia-per-un-retweet/

Massimo Mantellini: http://www.mantellini.it/2013/01/02/il-retweet-e-come-un-link/

E’ come se Riotta avesse tradotto la notizia con parole sue, con parole “nuove” (lottizzazione ce l’ha messa lui) e l’avesse riferita come se stesse chiacchierando con gli amici giù al bar. Sia chiaro, si risolverebbe tutto con una rettifica di 140 caratteri. E sarebbe finita lì, da galantuomini. Valigia Blu afferma che “Il RT come il tweet non dovrebbe esimere dalla verifica della notizia e in caso contrario si può incorrere in querele per diffamazione”. Non sono completamente d’accordo: Riotta ha divulgato una notizia che era sulla carta, interpretandola. Quante volte avete linkato e retwittato o citato parole di articoli di giornale? Avete provveduto ad eseguire le opportune verifiche? E’ possibile materialmente farlo? Un RT dura lo spazio di un millisecondo. Un tweet qualcosa in più, poiché il twitteratore deve comporre il messaggio e pensare a cosa scrive. Ma se traduce il significato di un articolo con una parola che prima non c’era, davvero compie diffamazione?

[Post originale]

Si chiama Mario Michele Giarrusso. E’ un avvocato ed è fresco candidato alle Politiche 2013 per il M5S. Quel che gli è successo lo spiega lui stesso sul blog di Grillo:

[sono] stato contattato da una pubblica amministrazione che deve liquidare l’ATO acque. Qualche tempo fa abbiamo vinto in maniera splendida un referendum che ha sancito che l’acqua deve essere pubblica, deve essere dei cittadini. Per fare questo bisogna liquidare tutte le strutture che sono state create per trasferire l’acqua, che è nostra, alle società private. Per fare ciò si dà un incarico a un avvocato, in questo caso il sottoscritto (blog Beppe Grillo).

La notizia di questo strano incarico è stata riportata da Repubblica, in particolare dal giornalista Carmelo Caruso. La storia subodora di lottizzazione, secondo Caruso. Riotta legge l’articolo e come un normale twitteratore ne scrive nei canonici 140 caratteri:

Di fatto si tratta di un Retweet, anche se non nella forma canonica. In gergo giornalistico potrebbe essere definito come una “ribattuta”. Naturalmente Riotta non ritwittera nel suo ruolo di giornalista, poiché altrimenti ne avrebbe scritto un articolo, come Caruso, e avrebbe per certi versi verificato la veridicità delle informazioni.  Ma l’avvocato a 5 Stelle lo querela ugualmente:

La liquidazione degli ATO idrico è stata decisa dall’Assemblea Regionale Siciliana non più di una settimana fa. Con tale provvedimento le funzioni d’Ambito tornano di competenza ai Comuni. L’ARS dovrà approvare una ulteriore legge per riconsegnare ai comuni siciliani la gestione dell’acqua. Dovrà farlo entro sei mesi: nel frattempo, la situazione viene cristallizzata.  I Comuni che non hanno consegnato ai privati i loro impianti non avranno più l’obbligo di procedere alla consegna. In sostanza, le società private a cui erano state assegnate le licenze di gestione dell’acqua pubblica dovranno essere smantellate. Centinaia di lavoratori verranno licenziati o ricollocati. Le società verranno liquidate. La chiusura dell’ATO di Catania verrà gestita proprio da Giarrusso. Il ruolo di Giarrusso, avvocato “di grido” come viene scritto da più parti, protagonista della lotta contro gli inceneritori e i rigassificatori, è quello di consulente del commissario della Provincia di Catania, Antonina Liotta, nominata tale dal presidente Crocetta lo scorso Novembre. Il caos sugli ATO in Sicilia è tale che non si capisce più dove sta il torto e dove la ragione: Giarrusso è stato nominato dalla Liotta, crocettiana. E’ sufficiente questo per gridare alla lottizzazione? Forse no, tanto più che gli ATO ora si rifiutano di restituire gli impianti ai Comuni: “Seicento milioni di euro di appalti, una società partecipata dalla Provincia regionale di Catania, e un partner privato che detiene il 49%. La Sie Spa, società che dovrebbe gestire il servizio idrico alle falde dell’Etna, è il capolavoro giuridico della gestione Lombardo della Provincia. Sino a questo momento gli Ato si sono rifiutati di consegnare gli acquedotti alla società” (LiveSiciliaCatania).

Giarrusso è stato scelto per la sua competenza di avvocato o piuttosto perché appartenente al M5S? La sua nomina fa parte della strategia di seduzione invocata da Cancelleri l’indomani della elezione di Crocetta (“presidente, ci seduca”, disse Cancelleri)? Domande che meritano risposte, non querele.

Ecco come vogliono affossare Report. La chiusura per querela. Per un DDL sulla lite temeraria.

Togliere la copertura legale a Report significa farlo chiudere. Ad oggi la Gabanelli ha trenta querele sulla testa. Nessuna tv oltre alla RAI potrebbe farsi carico di un danno tale. Il danno lo riceve la Gabanelli e il suo staff di giornalisti, la RAI, la libertà di stampa. Peccato che chi querela non rischi proprio nulla. Chi usa querela sa che il danno arrecato all’altro non è la richiesta di risarcimento in sede civile bensì le spese legali. I procedimenti in Italia non giungono mai a conclusione. I tempi medi sono circa dieci anni, forse più. Dieci anni di spese legali moltiplicate per trenta.
Allora dalle colonne di questo blog si vuole lanciare una iniziativa, in vista del 3 Ottobre e della manifestazione di FNSI e Articolo 21 per la libertà di stampa: avviare una iniziativa legislativa per penalizzare la cosiddetta "lite temeraria", ovvero l’uso della querela a scopo intimidatorio, in special modo laddove questa colpisce la libertà d’espressione.
Qualche parlamentare volontario?

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    • Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante

    • facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici»

    • Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l’intenzione di togliere la tutela legale.

    • La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse

    • dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità

    • sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa

    • dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali

    • il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio

    • A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato.

    • L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere.

    • Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi.

    • una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile

    • le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina

    • non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente».

    • Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio.

    • copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma

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    • La politica ci lasciasse lavorare in pace
      Roma, 29 set. (Apcom) – Il Presidente della Rai Paolo Garimberti chiede alla politica di evitare ingerenze nel servizio pubblico e si appella al alcuni conduttori auspicando da parte loro un maggiore senso di responsabilità. "Se la politica ingerisse di meno e ci lasciasse lavora in pace ci farebbe un grosso favore". "Comunque certi conduttori dovrebbero avere più senso di responsabilità e ricordare che il microfono non appartiene a loro, ma all’editore e ai cittadini", sottolinea.

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