E’ Giorgio Gori il ghost writer di Renzi?

Fonte: Il Popolo Viola – Gianluca Morganti.

Altro che wikiPD. Fate anche voi questo giochino: scaricate il pdf delle 100 proposte della Leopolda di Renzi: http://leopolda2011.it/100proposte.pdf. Scegliete da Adobe Reader: File->Proprietà. Si aprirà una finestra simile a quella qui sopra. Sorpresa: l’autore del file è Giorgio Gori. La notizia è in rete da più di un’ora. Un articolo di La Stampa è datato circa un’ora fa. Il Post Viola afferma che la scoperta è stata fatta da Gianluca Morganti, sul sito di Termometro Politico. Complimenti. Che dire, la tecnologia rende i ghost writer un po’ meno ghost.

Quindi, per chiudere il discorso nato intorno alla inopportunità di definire wikiPD questa roba, posso aggiungere che anche stasera le pagine della presunta wiki sul sito della Leopolda 2011 non sono editabili dagli utenti, nemmeno ci si può registrare come utenti. Per Renzi è questa la condivisione e la collaborazione? Un bel modo di vedere il web 2.0.

Così ha risposto Gori a TP:

Che il mio Mac sia servito ieri sera per impaginare i testi delle proposte emerse nei tre giorni della Leopolda non mi pare una gran notizia! Ovviamente (come sa chiunque ci sia stato) le proposte sono invece venute da molte fonti diverse, e sono on line sul sito di Big bang perché chiunque le possa commentare e integrare. Ciao!

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Rivoluzione in Italia? Sì, ma nei reality

Quando cadde Ceausescu, la televisione di Stato rumena visse momenti indimenticabili: la propaganda di regime, che metteva in onda film del neorealismo sovietico mentre fuori infuriava la rivolta, veniva improvvisamente sostituita dalla realtà. I rivoltosi apparvero in video, seduti dietro un tavolaccio di legno, dietro una tenda grigio scuro, indossando abiti qualunque. Annunciavano la libertà.

Ben Alì, prima di andarsene dal paese e forse di avere l’ictus e quindi la morte, è andato davanti alle telecamere per annunciare la sua dipartita; la medesima scelta l’ha dovuta fare Mubarak, dopo giorni di estenuanti battaglie in piazza Tahir. Ieri il videomessaggio di Gheddafi, di tono del tutto opposto a quello remissivo dei suoi vicini. Lui, il Raìs, ha attaccato, ha invocato la morte per quei giovani drogati che protestano in piazza, ha ordinato di schiacciarli come ratti. Prima di allora, per la televisione libica, il conflitto non esisteva neanche: si dava menzione di alcuni manifestanti pro-regime, raccolti nella piazza verde a favore di telecamera.

In tutti questi casi, la televisione ha negato il conflitto sostituendolo con la finzione.

Qualcuno ha ipotizzato – anche da queste colonne – un futuro imminente di scontri anche in Italia. Una società immobile, in cui la disoccupazione giovanile è al 30%, in cui tutto cambia per restare uguale a sé stesso, una beffa tremenda di cui ci si rende conto solo ora. Si tratterebbe poi di qualche morto necessario per dare la spallata al governo. Perché gli italiani non si ribellano al Sultano? Perché non mettono da parte questa classe dirigente corrotta e incapace? Perché permettono a B. di occupare l’agenda politica con i suoi problemi giudiziari?

Innanzitutto occorre dire che l’Italia non è la Libia. Non è un regime dittatoriale. Semmai è una democrazia deviata. E’ – di fatto, per concentrazione di potere mediatico e per il basso livello di istruzione che ha permesso alla televisione di essere il principale canale informativo utilizzato dalle persone per farsi un’opinione – una ‘videocrazia’. E nelle videocrazie – al mondo se ne conosce soltanto una, la nostra – le rivoluzioni non si fanno perché esse sono perpetuamente in onda, ora per ora, minuto per minuto, su tutti i canali televisivi. Si comincia al mattino con Uno Mattina, con Mattino Cinque, con i telegiornali, Pomeriggio sul due, Pomeriggio Cinque, il tg di Fede, il TG1, il TG5, Otto e Mezzo, Ballarò, Annozero, Vespa, TG3 Linea Notte, L’ultima Parola e via discorrendo. Anche la domenica si recita la guerra fra fazioni: a L’Arena su Raiuno la più becera delle battaglie, quella fra chi urla di più.

L’Italia vive una situazione di guerra civile simulata, una sorta di reality, della politica contro la giustizia, e della politica contro sé stessa, da quasi venti anni. La televisione non si è limitata a nascondere la realtà, ma l’ha sussunta in sé. E’ reale ciò che passa in televisione, è finzione ciò che dovrebbe esser vero. Non importa che si creda o no a quello che si dice. Importante è saper recitare bene per riprodurre nella mente dell’ascoltatore il ripudio del conflitto. Ecco il sentimento indotto: non se ne può più dei finiani e dei berlusconiani, non se ne può più dei processi di Berlusconi; meglio il varietà, meglio distrarsi che informarsi, meglio le canzonette e i quiz serali per pupe e secchioni. Si finisce per abdicare al proprio intelletto e, alla necessità di veder rispettati i diritti di ognuno, si sostituisce quella di non disturbare il proprio ‘cheto vivere’.

La videocrazia si sconfigge con l’unico vero atto rivoluzionario: spegnere la tv. Solo così scopriremo di non aver mai combattuto. Solo così scopriremo di dover ricominciare tutto daccapo.