La Libia in rivolta, Gheddafi promette vendetta

Quello che sta trapelando attraverso i canali informatici sulla situazione in Libia, in cui la popolazione è in rivolta da martedì scorso, è ben poco. Notizie frammentarie, ma comunque notizie di morte. In Libia, a differenza di quanto accaduto in Tunisia ed Egitto, esiste un forte dispotismo che ancora riesce a controllare l’esercito. Di fatto Gheddafi potrebbe non capitolare e, anzi, potrebbe organizzare una tremenda mattanza. Il regime ha promesso la morte per tutti coloro che partecipano agli scontri e alle manifestazioni. Gheddafi si avvarrebbe anche di milizie mercenarie:

Tre agenti della sicurezza libica in divisa sono stati uccisi e poi impiccati nel centro di al-Bayda da un gruppo di manifestanti. Secondo quanto riferisce il sito informativo ‘Libya al-Youm’, i tre sono uomini provenienti da paesi dell’Africa sub-sahariana che, secondo i manifestanti vengono usati dalle autorità come ‘mercenari’ per reprimere le proteste contro Muammar Gheddafi (AdnKronos).

Invece la polizia locale ha mostrato alcuni segni di cedimento: alcuni agenti sono stati visti solidarizzare con i manifestanti e pertanto la polizia è stata sostituita dall’esercito. Gheddafi è comparso oggi in una manifestazione pro-regime a Tripoli, naturalmente una messinscena per spaventare gli insorti e per dimostrare all’estero che egli ha ancora sostegno fra la popolazione:

 

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Maghreb, in crisi il potere dei vecchi

Catena Umana degli Studenti davanti ai musei egizi

A cercare delle analogie fra le rivolte di Algeria, Tunisia ed Egitto ci si imbatte invece in una marea di differenze. E se volessimo estendere il campo d’analisi all’altra sponda del Mediterraneo, a Grecia, Albania, Spagna, Portogallo e Italia, dovremmo intensificare il nostro sforzo di immaginazione.

Cominciamo dall’Algeria: il paese non è certo nel gorgo della crisi del debito, tanto più che negli scorsi anni il governo, capeggiato dall’anziano Bouteflika, ha risanato i conti grazie all’aumento dei prezzi degli idrocarburi – l’Algeria è ottava nel mondo come produttrice di petrolio ed esporta gas verso l’Europa, soprattutto verso l’Italia. Eppure, ad inizio anno i prezzi degli alimentari sono cresciuti del 20%. Ed è esplosa la rivolta. Fra l’altro l’algeria è reduce da una sanguinosissima guerra civile, svoltasi nell’indifferenza europea durante gli anni novanta, per la quale Bouteflika si è sempre presentato come pacificatore e “salvatore della Patria”. I disordini dei giorni scorsi non sono attribuibili all’opposizione interna: il FIS, il Fronte Nazionale di Salute, formazione islamica, è stato messo al bando. La rivolta è dovuta alla fame, alla disperazione dei giovani, i più senza lavoro e senza alcuna prospettiva di averlo. L’emigrazione non funziona più come valvola di sfogo, i disperati sono diventati massa ed è difficile che un popolo intero emigri.

Diverso il discorso per la Tunisia, laddove la crisi non ha sfiorato la pur debole economia legata al turismo, al commercio, all’industria chimica e di trasformazione delle materie petrolifere (importate dall’Algeria). Il regime di Ben alì, uno dei più longevi – durava infatti da 24 anni – ha garantito un sostanziale benessere a scapito delle libertà civili e politiche. Se ne deduce che la rivolta è in questo caso legata alla impermeabilità del sistema politico verso la società. Mentre in Algeria è l’incapacità di fornire risposte alla crisi la causa scatenante della rabbia popolare, in Tunisia è la censura e la repressione politica. Ma anche in questo caso è una rivolta di giovani contro un regime di vecchi: giovani senza futuro contro una gerontocrazia abbarbicata al potere. Ben Alì ha pensato bene di mettere in salvo sé stesso e la famiglia. Ha intuito che gli uomini dello Stato, polizia ed esercito in primis, non erano disposti a seguirlo sino in fondo nella difesa del privilegio di casta.

La stessa cosa la starà pensando Mubarak, in queste ore rifugiato a Sharm El Sheik consapevole che l’esercito non è con lui e il popolo vuole la sua testa. L’Egitto forse riassume in sé entrambe le peculiarità degli altri due paesi: la repressione politica e la fame. In più su di esso convergono le attenzioni degli USA e di Israele per questioni di equilibri geopolitici: fra l’altro in Egitto esiste un pulviscolo di formazioni islamiche dedite alla lotta armata che potrebbero far scivolare il paese veros una forma di stato di tipo confessionale, alla stregua dell’Iran. In queste ore appare sempre più evidente il lavoro degli USa per condizionare la transizione: l’oganizzazione islamica storica, i Fratelli Musulmani, fondata nel 1928, propende per un governo guidato dal El Baradei. Costituire un governo con i Fratelli Musulmani significa – per gli USA – sottrarre il paese all’estremismo alquaedista. Qualcuno sussurra che si tratti di una strategia studiata da tempo. Addirittura si sostiene che la rivolta sia stata suggerita da Washington al fine di agevolare la transizione di un leader oramai ottanduenne:

Un documento diplomatico segreto pubblicato da Wikileaks rivela che gli Stati Uniti, pur appoggiando in Egitto il governo  di Mubarak, da almeno tre anni sostengono segretamente alcuni dei dissidenti che sarebbero dietro la rivolta di piazza di questi giorni. Secondo il dispaccio, la decisione farebbe parte di un piano per favorire un “cambio di regime” in senso democratico al Cairo, nel 2011. Dal 2008, gli Usa lavorerebbero quindi in segreto alla deposizione del presidente egiziano (La Repubblica.it).

Che la rivolta in Egitto sia pilotata o meno, anche in questo caso si ripete il medesimo schema: giovani contro vecchi. Giovani senza futuro contro anziani presidenti inamovibili da decenni. non saprei dire se gli USA abbiamo preconizzato anche questo. Ma l’impegno politico dei giovani nei sovvertimenti di regime è un elemento costante che si ripropone sempre: così è accaduto anche nella Germania Est contro l’anziano Honecker; così in Serbia con Milosevic.

Di questo terzetto manca solo la Libia e il suo caudillo Gheddafi, classe 1942: qualcuno ha parlato di effetto domino. E del Mediterraneo come della cassa di risonanza dell’onda di rivolta del Maghreb. Un’onda anomala che potrebbe investire anche l’Italia, governata da tal Silvio Berlusconi, classe 1936.

 

Ma quale bufala, è l’effetto Grecia: le rivolte di piazza sull’orlo del default

foto La Repubblica

Effetto fallimento. O default. Chiamatelo come desiderate. Per il TG1 sono bufale. Bufala la presunta presenza di agenti sobillatori fra i dimostranti. Qualcuno ha dimenticato il potere di Internet: tramite la rete le idee circolano. Tutti abbiamo la possibilità di vedere e giudicare. Sia in quanto cittadini che netizen, abbiamo il diritto di sollevare questioni e porre domande. Così è stato fatto su questo blog, con il caso di GiaccaFaccia, la cui figura nelle primissime ore degli scontri è stata interpretata perlomeno come ambigua, con in mano quel manganello e quelle manette. Molti di voi hanno avuto la mia stessa percezione, vedendo quelle immagini. Molti altri hanno dubitato e hanno invitato alla cautela. Per molte ore nessuno è stato in grado di spiegare il ruolo di GiaccaFaccia negli scontri.

Ridurre il tutto alla dicotomia bufala/non bufala è riduttivo e serve a sviare l’attenzione dalla vera questione: tutti noi abbiamo il diritto di porre delle domande e di ricevere delle risposte. Ricordatevi che un blog non è un giornale. E’ uno spazio atipico in cui una o più persone esprimono il proprio punto di vista sul mondo. Si manifestano tramite il pensiero e la parola. Esercitano cioè la propria libertà individuale di espressione. Ecco, allora: per una volta i blog, facebook, la rete, ovvero le persone connesse ad essa per mezzo dei computer e delle linee telefoniche sono state in grado di determinare il dibattito dell’opinione pubblica. Stamane il giallo di GiaccaFaccia era su tutte le prime pagine. Era cominciato – forse – su questo blog (o su facebook). E’ stato ribaltato lo schema gerarchico dei produttori di informazione e dei consumatori di informazione. Non è la prima volta che accade, ma è successo di nuovo e succederà sempre più spesso. Perché? La ragione fondamentale è che le persone vogliono partecipare. Scendono in piazza e urlano. Sono più che altro giovani. Quei giovani che si connettono a internet e si informano non tramite le vie canoniche e irrigimentate dalla fedeltà al padrone dei telegiornali. Chi ha criticato l’ipotesi degli infiltrati ha aggiunto che martedì a Roma gli scontri non potevano essere ricondotti a poche decine di persone. Questa volta, hanno detto, è stato diverso. Erano centinaia. Non è stata la solita manifestazione con quei tafferugli quasi preordinati fra centri sociali e polizia. E’ stata guerriglia. Una rivolta vera e propria. Oserei dire, un atto di resistenza.

Cosa accade se una classe dirigente, l’intera classe dirigente, è divenuta impermeabile alla società e non è più in grado di fornire risposte alle domande della società medesima? Succede che la domanda inascoltata diviene sempre più forte fino a rompere gli argini dell’ordine sociale. La domanda inascoltata diventa legittima sul piano della moralità. Di fatto il potere che non ascolta la domanda che promana dalla società, che la rifiuta trincerandosi in un condizione di agio dorato, diventa potere dispotico (sì, anche se frutto di regolari elezioni). Allora diventa legittimo tutto, persino la resistenza con ogni mezzo, persino la violenza è legittima dinanzi al dispotismo. Lo è stato nel ’43, quando il paese era sotto il giogo dei nazisti. Lo potrebbe essere oggi, se la classe politica non mettesse in opera i necessari canali di circolazione delle élite, aprendo le liste elettorali alla libera scelta dell’elettore, permettendo che i partiti siano liberamente determinati dagli elettori nella formazione degli organi dirigenziali. Quella di martedì è stata una risposta emotiva, è vero, alla pantomina della fiducia comprata da Berlusconi. Ma è soprattutto una richiesta gridata di democrazia.

Fatti non dissimili da quanto accaduto in Grecia, quando la popolazione si è vista, da un giorno all’altro, privata dei diritti e decurtata nei salari. E’ quello che è successo in Inghilterra, quando una Camera dei Lord,quasi del tutto sorda e cieca, ha approvato l’aumento delle tasse universitarie. C’erano migliaia di giovani in piazza. Hanno lottato contro chi stava decidendo del loro futuro senza tenere minimamente conto della loro opinione. E’ l’effetto della Crisi del Debito: la cancellazione delle generazioni future. Che non ci stanno a essere depennate da chi quel futuro non lo vivrà affatto.

Pertanto chi festeggia per la fiducia strappata a furia di bigliettoni nelle tasche delle giacche di un Scilipoti qualsiasi, beve forse il calice della sua ultima cena. Poiché il governo, nel 2011, dovrà apportare alla spesa pubblica il colpo finale. Il PIL italiano langue da un decennio. Accade perché la nostra produttività è in costante calo. Perché la nostra attività lavorativa non crea abbastanza valore aggiunto. Per produrre spendiamo 100, il valore di ciò che abbiamo prodotto è 101. Una miseria. Ciò è a sua volta causato dal fatto che la classe imprenditoriale non è in grado di immaginare il futuro. Non crea nulla. Investe in prodotti standard a basso valore aggiunto. Per poter lavorare in profitto, è costretta a stringere sul costo del lavoro. Per quindici anni lo hanno fatto grazie alla precarizzazione dei contratti. Altri hanno delocalizzato. Adesso tentano di cancellare lo Statuto dei Lavoratori e il Contratto Collettivo Nazionale (o di operarne in deroga come vuole Marchionne). Pensate a quanto sono miseri, a quanto sono incapaci. Scaricano sui lavoratori la loro insipienza. Il governo non potrà in alcun modo stimolare la crescita, se non riducendo i diritti. Sarà chiamato a tagliare ulteriormente la spesa pubblica. Il debito ha toccato a Novembre un nuovo record, sebbene abbia un tasso di crescita inferiore a quello del debito dell’Inghilterra, per esempio. Arriveranno nuovi tagli alla scuola e all’Università. Tagli alla sanità pubblica. Tagli agli enti locali che saranno a loro volta costretti a tagliare i servizi fondamentali. Un lavoro sporco che Berlusconi dovrà fare giocoforza, pena il fallimento dello Stato. E allora, pensate davvero che Fini e Casini, Bersani e Di Pietro abbiano davvero perso con il voto di sfiducia di martedì scorso?