Sceicco al-Thani

Nel Mali del Nord l’ombra dello Sceicco del Qatar. Scontri fra Tuareg e Islamici

Sceicco al-Thani

Sceicco al-Thani

MNLA e Ansar Dine si sarebbero completamente separati. E’ quanto ha detto il Segretario della Conferenza Episcopale del Mali, don Edmond Dembele, all’Agenzia Fides. Al Arabiya ha riportato notizia di scontri fra i due gruppi: “la scorsa notte uomini armati dei due schieramenti si sono affrontati alla periferia di Kidal” (Corriere del Ticino via Afp). La situazione è degenerata dopo il fallimento delle trattative per trovare un accordo sul destino dell’Azawad, il presunto stato indipendente dei Tuareg. Iyad Ag Ghaly è sempre stato contrario alla indipendenza dell’Azawad. E’ contrario ai suoi interessi avere uno stato laico nel centro del Sahel. Per i traffici di armi e schiavi è meglio il debole governo di Bamako, che non è strutturato per controllare un’area tanto vasta quanto inospitale. In questo senso è da spiegarsi la nascita in Mauritania di un soggetto politico-militare che vuole riagganciare il Sahel al sud del paese:

“Si ricordi che in Mauritania gli arabi del nord del Mali hanno appena fondato un nuovo gruppo con lo scopo di cacciare i ribelli da Tomboctou e riattaccarla al resto del Paese” dice don Dembele (Agenzia Fides).

Ecowas ha chiesto ufficialmente all’ONU di poter inviare un contingente militare nel nord del Mali per combattere gli indipendentisti. Lo scopo è ristabilire l’ordine preesistente alla rivolta del MNLA. Ma il voto in Coniglio di Sicurezza è tutt’altro che scontato. MNLA ha un forte legame con Parigi, soprattutto con gli intellettuali radicali che intendono esportare la democrazia “suggerendo” l’insurrezione. L’interessamento di Parigi alla sorte dei Tuareg sarebbe confermato anche dalla notizia riportata dal il giornale francese “Le Canard enchaîné che, in un articolo dal titolo Il nostro amico del Qatar finanzia gli islamisti del Mali scrive come l’emirato stia finanziando da tempo i gruppi attivi nel nord del paese, dai combattenti islamici di Ansar al-Din al Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad” (AltreNews.com). Lo Sceicco del Qatar, Cheikh Ahmad ben Khalifa al-Thani, il fondatore di Al-Jazeera, avrebbe fornito il proprio aiuto finanziario e logistico anche al gruppo terroristico al Qaeda nel Maghreb islamic (AQMI, fra le cui fila troviamo quelli del Mujao, i rapitori di Rossella Urru). L’Eliseo – quindi Sarkozy – era al corrente di tutto ciò. Forse era anche d’accordo. Ora la presidenza francese è cambiata e anche il clima nell’area è diverso. E’ probabile che Parigi abbia appoggiato l’azione dello Sceicco del Qatar. La sua longa manus sarebbe dietro alla Primavera Araba, in Tunisia, Egitto, Libia, (dove però l’intervento francese è stato ben più determinante), Siria. In Qatar si celavano i rivoltosi di Bengasi con la loro emittente televisiva e le loro armi provenivano proprio dall’emirato. Al-Jazeera è stato il medium dominante nel racconto della Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia, e nella documentazione degli eventi di piazza Tahir.

Lo Sceicco ben Khalifa al-Thani è grande amico di Sarkozy. Il Qatar è un grande alleato della Francia. La Francia sapeva, anzi ha orientato le decisioni di al-Thani. La presidenza francese oggi è cambiata. Ma non la politica estera. al-Thani potrebbe aver ricevuto da Hollande la richiesta di rompere con le formazioni jihadiste in Mali (Ansar Dine in primis). Detto fatto: dal trovare un accordo, MNLA e Ansar Dine sono giunti a spararsi. Quando inizialmente veniva dato per imminente l’intervento militare francese sulla Timbuctu invasa dagli jihadisti, nessuno poteva immaginare che l’indipendenza dell’Azawad facesse parte di un quadro politico più ampio. Resta da spiegare il perché di questo rinnovato interesse francese per l’Africa e per il medioriente.

La resistenza di Piazza Tahir: forse arrestati tre studenti americani

Verso la guerra di Siria

Ci sono forti, fortissimi segnali che il mirino della Santa Alleanza Occidentale che passa sotto il nome della Nato, si sita dirigendo con molta più precisione verso Damasco. La Siria di Assad, dopo essere stata scomunicata dal consiglio della Lega Araba, succede alla Libia di Gheddafi e forse permetterà di aprire il fronte Israelo-Iraniano. Insomma, un bel guazzabuglio. Perché da un lato ci sono i massacri dei civili da parte dell’esercito di Assad, dall’altra c’è il rischio fortissimo di incentivare dinamiche belliche pericolosissime, come quelle turche o quelle iraniane o israeliane che dir si voglia.

In Sira si dice, si narra, sia un massacro da sei-sette mesi a questa parte. Al Jazeera evidentemente è tesa a enfatizzare gli scontri, seppur ridotti di numero rispetto al periodo della ‘Rivoluzioe dei Gelsomini’. Ad essa si sovrappone la grancassa dei media anglo-americani. Ci sono voci dissonanti, come ai tempi dell’intervento in Libia, sul reale stato delle cose. Stefano Vernole (cpeurasia) scrive che Damasco è una città tranquilla, che l’esercito è nelle caserme e non c’è traccia di scontri e che quelli della Lega Araba lo sanno, poiché “sono usciti dal Palazzo Presidenziale dopo i [recenti] colloqui ridendo e senza alcun tipo di scorta” (Vernole, cit.). Non so se questo fatto debba esser preso a misura dello stato delle cose in Siria. Quel che è certo è che la scomunica della Lega Araba apre i giochi per il sovvertimento del regime di Assad, ovviamente manu militari.

Il verdetto della Lega Araba ha dato una scossa a Erdogan, primo ministro turco, che non vede l’ora di valicare il confine e invadere, avete capito bene, invadere la Siria. Vi ricordo che la Turchia è una paese Nato. Detto questo, una invasione della Siria è un atto di guerra della Nato contro uno stato indipendente. Secondo la teoria della Guerra Giusta, le continue violazione dei diritti umani in quel paese da parte del potere pubblico, rendono legittimo l’intervento di una forza esterna, naturalmente dietro mandato Onu. Che non arriverà. I segnali sono sempre più chiari. La Russia non autorizzerà l’intervento, neppure la Cina darà l’avvallo. E’ escluso che il Consiglio di Sicurezza Onu si pronunci per una invasione della Siria. Sarà un atto deliberato della Turchia, in violazione del diritto internazionale.

La decisione adottata sabato scorso dalla Lega Araba di sospendere la Siria è “giusta”: lo ha affermato il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, in visita a Rabat dove domani si svolgerà un vertice ministeriale della Lega Araba alla quale parteciperà anche il capo della diplomazia turca. “Il regime siriano non ascolta il suo popolo e persiste nella sua strategia della repressione”, ha sottolineato Davutoglu, aggiungendo che il suo governo è “pronto ad incontrare e ascoltare tutti i rappresentanti dell’opposizione siriana” (TMNews).

Ma la domanda è: esiste un’opposizione siriana? Quale è la condizione reale del paese? Sembra che invece una parte del paese si sia schierata dalla parte di Assad: è il terrore di una invasione straniera che li avrebbe spinti a scendere in piazza a fianco del presidente ( e non solo la coercizione). L’immagine di uno scontro di civiltà disegnato da Al Jazeera e dai media USA contrasta con il fatto che il paese è ” un coacervo di etnie e culture tutte rispettate e ben rappresentate dalle moschee, dalle chiese cattoliche e da quelle cristiano-ortodosse, che convivono pacificamente l’una di fianco all’altra” (Vernole, cit.).

La Turchia ha in serbo una mossa strategica, il taglio della fornitura di corrente elettrica:

La Turchia potrebbe rivedere le proprie forniture di energia alla Siria qualora l’attuale ‘clima’ repressioni dovesse continuare: lo ha detto il ministro dell’Energia turco, Taner Yildiz. Tagli all’energia e alla fornitura di acqua informalmente erano considerati esclusi dal pacchetto di sanzioni contro la Siria che, da settembre, Ankara sta mettendo a punto di concerto con gli Usa per ottenere un ammorbidimento della repressione contro le proteste popolari anti-regime. (ANSA).

Sarebbe il primo atto di guerra, non contro Assad ma contro il popolo siriano.

L’apocalisse giapponese spingerà gli USA alla guerra in Libia?

Per qualche ragione, due mari lontanissimi, il Mediterraneo e l’Oceano Pacifico, diventano stranamente “comunicanti” e non già perché si possa navigare da uno all’altro senza passare per terra, bensì perché la storia e la geologia hanno deciso così. E tutto per colpa della necessità degli uomini di avere energia a buon prezzo per le proprie attività e per le proprie abitazioni. Sì, diciamolo, per colpa del petrolio.

Da un lato, il Giappone con la sua inimmaginabile apocalisse, la distruzione di intere città e di industrie, in primis quella energetica che sta portando al melt down due o tre reattori della centrale di Fukushima. Domani è annunciato il razionamento dell’energia elettrica: per Tokyo sarà il black out. Parliamo di una città di 13 milioni di abitanti. In tutta l’area metropolitana vivono circa 35 milioni di persone. Ergo, il governo giapponese dovrà rivedere la propria politica energetica con misure emergenziali, la prima delle quali sarà incrementare la produzione di elettricità attraverso quella parte di infrastruttura che impiega combustibile non nucleare, ovvero gas e petrolio. Ma mentre per il gas è difficile incrementare la produzione in tempi brevi – sono necessari nuovi gasdotti, nuovi rigassificatori – per il petrolio il problema non sussiste: faranno arrivare qualche petroliera in più. L’energia elettrica di provenienza nucleare in Giappone è circa il 30% di quella prodotta. Considerando che gli impianti coinvolti dal sisma-tsunami sono circa sette, in funzione ne restano almeno undici delle diciotto attualmente funzionanti. Ne consegue – e questo è certo un calcolo spannometrico poiché non conosco la potenzialità degli impianti né il numero di reattori spenti – circa il 10-15% di energia in meno.

Alla riapertura dei mercati sapremo se il rally del prezzo del petrolio di questi giorni si tramuterà in una tendenza chiara al rialzo. L’incremento di fabbisogno di oro nero del Giappone produrrà una scossa sui listini dei mercati. E di riflesso avremo uno shock petrolifero in piena regola. Il sistema produttivo è in grado di reagire alla nuova domanda? I paesi OPEC incrementeranno le attività estrattive? Gli USA metteranno mano alle famigerate riserve?

Qui entra in campo il ‘problema Libia’. L’Europa se n’è lavata le mani, con Italia e Germania su una linea prudente mentre Sarkozy spingeva già per la guerra totale (o Total) al dittatore libico. Gli Stati Uniti sono divisi fra amministrazione Obama desiderosa di cacciare il brutale Gheddafi e gerarchie militari tiepide sull’ipotesi di aprire un terzo gravoso conflitto. In mezzo gli interessi petroliferi degli inglesi – Bp e le sue dannate trivelle – già a far da grancassa agli insorti, speranzosi di trovare il nuovo link per inserirsi nel paese, mentre russi e cinesi, pronti a sostituire i ‘traditori italiani’ con le loro imprese e i loro soldi, restano freddini essendo in buoni rapporti con il Raiss. Questo scenario di blocco potrebbe essere risolto in un batter d’ali se domani i mercati dovessero aprire con il barile sopra i 105 dollari:


A fine Febbraio, infatti, all’apice della crisi libica, quando sembrava che Gheddafi dovesse abbandonare il paese da un momento all’altro, il greggio è volato sopra i 100 dollari. In un solo giorno era aumentato di dodici dollari. E allora la catastrofe giapponese potrebbe far rivedere i piani degli americani: il greggio dell’Arabia Saudita potrebbe non essere sufficiente. Le truppe mercenarie di Gheddafi stanno marciando su Bengasi senza trovare resistenza. Sta a vedere che ora andrà bene anche una No Fly Zone, fatta anche male.

Israele e Gheddafi, relazioni pericolose o fantasiose?

Bufale? O no? Nei giorni scorsi il web ha fatto circolare la notizia secondo la quale il governo di Israele starebbe fornendo assistenza militare a Gheddafi. Una notizia divulgata in primis da media tradizionali dell’area del Medio-Oriente, in particolare da un quotidiano arabo, Al Akhbar, divulgato in vari paesi fra cui il Libano e l’Egitto, infine recuperata da Al-Jazeera. Cosa c’è di vero?

Secondo Nizar Abboud, corrispondente di Al Akhbar dalle Nazioni Unite, ritenuto molto “serio ed affidabile”, il figlio di Gheddafi Saif al-Islam si è recato in visita in Israele proprio due giorni fa al fine di chiedere “assistenza militare, in termini di munizioni, sorveglianza notturna e la sorveglianza satellitare, impegnandosi a sviluppare le relazioni politiche ed economiche tra i due paesi”. Saif al-Islam avrebbe anche chiesto agli israeliani di impiegare il proprio credito presso Washington per “salvaguardare i fondi depositati e investiti dalla sua famiglia” (www.ism-france.org).

L’articolo ricorda che “fin dall’inizio della rivoluzione libica, la Libia ricorre ai servizi di una nota azienda di “sicurezza” sionista (Global CST), che fornisce i mercenari provenienti dal Ciad e altrove, con profitto da capogiro (Gheddafi è pronto a pagare stipendi di 1.000 e 2.000 dollari al giorno)”.

Proprio questa informazione è stata contestata da The Jeruzalem Post (di seguito JP) con un editoriale senza firma, ieri sera. “Il nemico assiomatico”, titolano. Come dire, è sempre colpa di Israele. Crolla Ben Alì? E’ colpa del Mossad, il servizio segreto israeliano. Rivolta a Il Cairo? Gli israeliani tramano per mantenere in piedi il regime di Mubarak. Crollano le Torri Gemelle? E’ un complotto sionista. E via discorrendo.

Secondo alcuni, da entrambi i lati della grande turbolenza che recentemente ha spazzato tutto il mondo arabo, la causa di tutti lo scempio è – come sempre – Israele […]

Dal lato dei governanti assediati, il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh la scorsa settimana evocava immagini di un centro di comando occulto a Tel Aviv che orchestrava i vari disordini arabi. I manifestanti, secondo quanto sostenuto da Saleh al momento di affrontare studenti e accademici alla Sanaa University, sono lacchè di Israele, “che fanno i  e che perseguono finalità di sionista”[…]

“C’è un quartier generale delle operazioni di Tel Aviv che sovrintende alla fine di destabilizzare il mondo arabo. La sala operativa è a Tel Aviv, ed è gestito dalla Casa Bianca” [disse Saleh davanti alle telecamere] – http://www.jpost.com/Opinion/Editorials/Article.aspx?id=210907

Poi le “rivelazioni” di Al-Jazeera che disegnano Israele intenta ad aiutare Gheddafi. Scrivono sul JP: “la questione del perché Israele non avrebbe neanche lontanamente contemplato di aiutare un nemico giurato come Gheddafi non viene mai affrontata […] Questa premessa di Israele come spauracchio onnipresente è l’aspetto più preoccupante di questi racconti, ed è divertente come anche noi possiamo essere tentati di prenderle in considerazione. Le menzogne crescono innescare dinamiche e assumere vita propria” (ibidem).

Insomma, delle due l’una: o Israele aiuta i rivoltosi oppure sta dalla parte di Gheddafi, che pure era ed è un suo nemico giurato. Ma la Global Cst, la società chiamata in causa dal giornale arabo, esiste davvero e – checché ne dica The JP – opera in innumerevoli settori, dal più generico «lobbying», alla «pianificazione delle politiche pubbliche», al «rafforzamento delle strutture statali», «infrastrutture», «sistemi d’intelligence (dalla creazione all’installazione)», compreso l’ «addestramento del personale militare e dei servizi segreti», la «creazione di unità speciali d’intervento e di sicurezza interna e internazionale per Stati e imprese private» (Falafel Café).

La Global Cst di Petah Tikva, fondata nel 2007 dall’ex generale di brigata dell’esercito israeliano, Israel Ziv, e dall’ex brigadiere Yosef (detto “Yossi”) Kuperwasser:

Si sa che è stata creata dopo l’uscita – burrascosa – di Israel Ziv dall’esercito israeliano. Correva l’anno 2006 e Ziv era stato spinto a mettersi da parte dopo la campagna militare fallimentare contro Hezbollah in territorio libanese. Ziv – raccontano i bene informati – guidava la schiera dei capi che optavano per la linea dura nei confronti dei miliziani di Nasrallah. Poteva farlo: era lui il vertice della sezione preposta alle operazioni militari sul campo. E nei primi giorni dello scontro, le opinioni di Ziv sono state le più considerate. Ma poi, visti i risultati deludenti e la condanna del mondo, il militare è stato messo da parte (Leonard Berberi, Falafel Café, cit.).

Global Cst avrebbe operato in Georgia, in Ossezia, in America Latina; avrebbe collaborato per la liberazione di Ingrid Betancourt; oggi è al centro di questo nuovo presunto scandalo. Global Cst non è parte del governo israeliano, ma secondo le fonti ha ricevuto l’avvallo a fornire la propria assistenza ai libici. Semplice businness?

Armi chimiche e mercenari da Israele: cosa succede in Libia?

Due notizie degne di interesse giungono nella serata a interrompere lo sdegnoso teatrino italico:

1. Gheddafi possiede armi di distruzione di massa e sarebbe pronto ad usarle; lo scrivono il Daily Mail e quindi a ruota AdnKronos :

Londra, 5 mar. (Adnkronos) – Se al momento l’ipotesi di un attacco con armi biologiche o chimiche ad opera del leader libico Muhammar Gheddafi contro la sua stessa gente resta solamente un incubo, per un numero crescente di militari occidentali e esperti di intelligence potrebbe trasformarsi in qualunque momento in una terrificante realta’. Per quanto Gheddafi si sia impegnato a rinunciare a tali armi nel quadro dell’accordo che nel 2003 ha ‘sdoganato’ lo ‘stato canaglia’, si legge infatti sul ‘Daily Mail’, il leader libico di fatto ne possiede ancora in quantita’: circa dieci tonnellate di sostanze necessarie a produrre iprite, oltre a 650 tonnellate di agenti chimici con i quali mettere a punto diverse armi chimiche (AdnKronos).

2. Israele starebbe fornendo mercenari a Gheddafi. Ne parlano diversi siti, fra cui al-Jazeera:

Report: Israel company recruiting Gadhafi mercenaries
TEL AVIV, Israel (Ma’an) — An Israeli company is recruiting mercenaries to support Moammar Gadhafi’s efforts to suppress an uprising against his regime, an Israeli news site said Tuesday.
http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=364418

Report about Israeli recruiting of mercenaries from Al Jazeera Arabic
http://www.aljazeera.net/NR/exeres/C36A7C61-8874-4D82-9CC2-4886B4E58739.htm

Hebrew report about Israeli recruiting of mercenaries from Israeli press
http://www.news-israel.net/Article.asp?code=24935

L’articolo afferma che le armi sono state fornite da una società israeliana costituita da ex generali dell’esercito israeliano.
In passato, l’azienda medesima è stata messa sotto inchiesta per vendita illegale di armi ad un altro paese africano, ma questa volta, secondo fonti egiziane, la società ha ricevuto l’esplicita approvazione del governo israeliano poiché il CEO della società, il cui nome è stato specificamente menzionato nel documento (non c’è link a tale documento all’interno del corpo dell’articolo) aveva incontrato il capo di Aman (acronimo ebraico per la direzione dell’Intelligence), Kokhavi Aviv, e in seguito con il Ministro della Difesa Barak e il primo ministro Netanyahu. Il CEO ha ricevuto l’approvazione dei funzionari di cui sopra ad andare avanti e di reclutare mercenari perché Israele teme la creazione di un califfato islamico al posto del governo di Gheddafi. Il dittatore libico starebbe cercando di stabilire un esercito di 50.000 mercenari che arriveranno da diverse zone, al fine di spezzare la ribellione.

[segue_]

Trattato Italia-Libia, cosa dice il diritto internazionale

Il Trattato di Bengasi lega il nostro paese mani e piedi ai destini di Tripoli. La norma contenuta nel Trattato secondo cui è fatto divieto all’Italia di utilizzare “qualsiasi forza militare o di provare direttamente o indirettamente di interferire con il governo libico” e che soprattutto “vieta all’Italia di permettere l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro la Libia”, pregiudicherebbe la partecipazione dei nostri militari a forme di peace keeping in Libia, questa volta sì a scopo umanitario. Non è un caso che il governo italiano, sentendo odor di sconfitta in casa Gheddafi, abbia in tutta fretta mutato orientamento: sarebbero andati di mezzo i rapporti con i paesi della Ue e con gli USA di Obama. Siamo bravi a riallinearci: in Libia abbiamo moltissimi interessi, in primis il petrolio, e una missione Onu senza la nostra partecipazione significa cedere alla British Petroleum i pozzi di Gheddafi. Un bello smacco per l’ENI. Ecco allora che in questo quadro si inseriscono perfettamenete i discorsi di La Russa e Frattini:

Di fatto il trattato Italia-Libia non c’è già più, è inoperante, è sospeso. Per esempio gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata. Consideriamo probabile che siano moltissimi gli extracomunitari che possano via Libia arrivare in Italia, molto più di quanto avveniva prima del trattato» – La Russa (Corriere.it)

Noi abbiamo sottoscritto il trattato di amicizia con uno Stato quando viene meno l’interlocutore, in questo caso lo Stato, viene meno l’applicabilità di quel trattato, questo lo dice in modo chiaro il diritto internazionale». «È evidente -aggiunge Frattini- che già ora noi non abbiamo più un interlocutore, non abbiamo strumenti con cui riferirci, non ci sono ministeri a cui oppossiamo fare riferimento, quindi la sospensione è comunque de facto, anche senza dichiararla, è già una realtà – Frattini (Positanonews).

Ma secondo il diritto internazionale è possibile sospendere unilateralmente un trattato bilaterale? I trattati internazionali sottostanno ad una serie di norme consuetudinarie costituite dai principi generali del diritto che ne disciplinano il procedimento di formazione nonché i requisiti di validità ed efficacia. Tale complesso di regole forma il c.d. DIRITTO DEI TRATTATI. Ad esso è dedicata una delle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle Nazioni Unite ed elaborate dalla Commissione di diritto internazionale: la Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27. 01. 1980 e ratificata anche dall’Italia con L. 12.02.1974 n. 112. Ebbene, in fatto di estinzione e invalidità dei trattati si fa riferimento a più generali norme consuetudinarie mutuate dal diritto interno: pertanto i trattati fra Stati sono da intendersi come veri e propri negozi giuridici aventi cause di nullità e di estinzione. Ecco l’elenco:

CAUSE DI NULLITA’:

  • Violazione delle disposizioni di diritto interno sulla competenza a concludere il trattato
  • Errore
  • Dolo
  • Corruzione del rappresentante di uno Stato
  • Violenza esercitata sul rappresentante di uno Stato
  • Violenza esercitata sullo Stato con le minacce o l’uso della forza
  • Contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale generale.

CAUSE DI ESTINZIONE:

  • Condizione risolutiva
  • Termine finale
  • Denuncia o Recesso
  • L’inadempimento della controparte
  • La sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione
  • L’abrogazione totale o parziale

Nella fattispecie del caso del Trattato di Bengasi, può valere la condizione di “inadempimento della controparte” o “la sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione” di quanto previsto dagli accordi. Di fatto, lo stato libico è imploso e non può più garantire il pattugliamento delle coste volto a impedire gli sbarchi di clandestini in Italia. Ergo, il trattato è – addirittura – estinto. Non è però sufficiente affermare a mezzo stampa che il trattato è sospeso. La Convenzione di Vienna richiede un atto formale, una notifica scritta (artt. 65-68), anche se su questo aspetto non c’è uniformità di giudizio fra i giuristi poiché manca l’autorità terza verso cui far valere il proprio diritto a veder estinto il trattato, qualora ne ricorrano le condizioni.

Procedura prevista dalla Convenzione di Vienna per far valere l’invalidità e l’estinzione (artt. 65-68)

  • Notifica scritta della pretesa dello Stato agli altri paesi contraenti (65 -67) […]
  • Se, trascorso un periodo non inferiore a tre mesi salvi i casi di urgenza, non vengono presentate obiezioni, lo Stato può definitivamente dichiarare che il Trattato è invalido o estinto, con atto comunicato alle altre parti, sottoscritto dal Capo dello Stato, o dal Capo del Governo, o dal Ministro degli Esteri, o comunque da una persona munita di pieni poteri in tal senso […]
  • se invece vengono presentate obiezioni, si cerca una soluzione della controversia con mezzi pacifici. La soluzione deve pervenire entro 12 mesi
  • se passano i 12 mesi inutilmente, si mette in moto una procedura conciliativa che fa capo ad una Commissione formata nell’ambito delle Nazioni Unite che sfocia in una decisione non obbligatoria, ma esortativa.
  • Se il rapporto che si pronuncia sull’invalidità o l’estinzione viene respinto, la pretesa all’invalidità o estinzione resta paralizzata in perpetuo

Convenzione di Vienna 1969

E’ evidente che il governo debba compiere degli atti concreti per sospendere – estinguere il trattato della vergogna. Non bastano le dichiarazioni di buona volontà. serve l’ufficilità di una notifica ai sensi del cogente diritto internazionale. Ma nella Libia libera potrebbe non esserci più spazio per le nostre industrie: abbiamo ancora una volta scelto la parte sbagliata.

Veid anche:

http://www.ilpost.it/2011/02/27/cosa-dice-il-trattato-tra-italia-e-libia/

Aggiornamento del 01/03/2011

aggiungo queste ulteriori righe dopo aver ascoltato il Ministro degli Esteri Frattini affermare alla tv che la sospensione del Trattato di Bengasi è possibile, ai sensi del diritto internazionale, a differenza dell’estinzione, con il consenso delle parti, lasciando intendere che, venuta a mancare l’altra parte, l’Italia non può muoversi in alcuna direzione non avendo un interlocutore affidabile a cui riferirsi. Frattini probabilmente intendeva citare l’art. 57 laddove al punto b. si esplicita una delle cause di sospensione di un accordo: la volontà delle parti:

Articolo 57 – Sospensione dell’applicazione di un trattato in virtù delle sue disposizioni o per consenso delle parti

L’applicazione di un trattato nei confronti di tutte le parti o di una parte determinata può essere sospesa: a. in conformità alle disposizioni del trattato; oppure b. in ogni mornento, per consenso di tutte le parti, previa consultazione degli altri Stati contraenti (Convenzione di Vienna, cit.).

La domanda è: ma perché sospendere il trattato se è possibile dichirarlo estinto ai sensi della suddetta Convenzione di Vienna, pur seguendo il tortuoso passaggio della denuncia? Tripoli non è più in grado di soddisfare l’acordo, pertanto l’accordo deve essere dichiarato estinto. Quale preoccupazione affligge il Ministro?