Renzi, il fuorionda: non mi faccio comprare

Alla fine, il fuorionda che è stato tratto durante la partecipazione di Matteo Renzi a Radio 105, svela che Renzi ha un piano di riserva qualora dovesse perdere le primarie. Il piano consiste nel mandare in Parlamento gente di sua fiducia, amici suoi, che continueranno con quella storia della rottamazione, dell’abolizione del finanziamento pubblico, dei vitalizi, che se non la fa la rottamazione, “parte un vaffa stereofonico”. Cosa accadrebbe se Renzi deludesse le aspettative?

Che se poi lui vuol infilare “amici” nelle liste elettorali della coalizione di centrosinistra, allora che si fa con le primarie per i parlamentari? Matteo Renzi in che senso si distingue da Rosy Bindi, secondo la quale le liste le farà il PD?

Poi c’è quella mezza frase, quella in cui dice “non mi faccio comprare”, non voglio diventare come loro:

Lui twitta da Imola dove si ritrova in mezzo a tanta gente. Domani chiude a Bologna.

http://twitter.com/Antonioilsanto/status/271684978792865793

Qualcuno ha Puppato Renzi

Potrà persino pensare di arruolare la Legion Straniera, il Sindaco di Firenze Matteo Renzi. Lo slogan, Adesso!, è stranamente veltroniano, che lui lo voglia o no. Perché Adesso e non Prima? Se diciamo Adesso! è implicito che ci stiamo un po’ fregando da soli. Adesso! è lo slogan di chi si è svegliato all’ultimo e cerca di imbroccare una via che non era sua. La rottamazione, si sa, nasce dopo la prima Leopolda, in modo un po’ furbesco, di soppiatto, soffiandone la trama all’allora amico Pippo Civati.

L’appello ai diversamente democratici del PdL lanciato oggi da un palco in quel di Verona ha acceso la miccia di un dibattito che ha parecchio del surreale, tanto più che fino a quindici giorni fa c’erano dirigenti altolocati del PD (faccio il nome, Rosy Bindi) che discettavano dell’inutilità delle primarie (“le primarie? non penso si faranno”, disse la presidente). In termini di marketing politico, Renzi è un prodotto nuovo, dice Servegnini. Ecco, il giovin politico ce la racconta in fatto di incandidabilità, di ricambio delle élite, di sostituzione di una intera classe politica con una nuova, che non si capisce bene che cosa vuole, a parte il potere. Il giovanilismo di Renzi potrà forse funzionare come antidoto contro l’anticastismo nudo e crudo, contro il motore dell’indignazione perpetua. Ma potrebbe esser una scatola vuota in tutto il resto. Renzi non ha una politica ambientale, per esempio. La sua politica sul lavoro è confusa e non è chiaro come possa gestire una sintesi politica con Vendola, depositario insieme a Di Pietro e ad altri di un quesito referendario per ripristinare l’articolo 18 “così com’era” prima della riforma Fornero.

Dopo quella frase, quella dell’invito agli elettori delusi del PdL, ci si sarebbe aspettati un diluvio di condanne bipartisan. E invece è successa una cosa nuova. Che una donna, Laura Puppato, si è aggiunta alla poderosa schiera dei pretendenti per il titolo di candidato alla presidenza del consiglio dei ministri per il centro-sinistra. Perché è una cosa nuova? Perché innanzitutto Laura è al di sopra di qualsiasi sospetto. Perché è un’ambientalista. Perché ha cinquantacinque anni ed è tutt’altro che da rottamare. Perché addirittura fu premiata da Grillo – sì, quello del Vaffaday – per la prima volta come sindaco “a cinque stelle”. Oggi è consigliere regionale in Veneto ed è riconosciuta da tutti come un politico onesto e trasparente.

Di lei ha scritto Ivan Scalfarotto: “di quei mesi in commissione Statuto ricordo anche la collaborazione con molte persone che fino a quel momento non conoscevo, e in particolare la scoperta di Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna. Una specie di miracolo vivente, una Madonna democratica eletta in finibus infidelium” (via @ilpost). E’ sbagliato scrivere che Laura sia un candidato civetta di Bersani. Laura è una candidata del PD. Del PD tutto. Montebelluna, paese di cui è stata sindaco, è una enclave di destra. Laura Puppato ha domato la bestia nera dei democrats, ovvero il nord-est leghista.

Il video che segue aiuta a conoscere Laura. E a capire che forse abbiamo bisogno della sua sensibilità:

Caos PD e Matrimonio Gay: il testo del documento della Commissione Diritti di Rosy Bindi

Si potrebbe dire, tanto rumore per nulla. Il caos dell’Assemblea Nazionale del PD non è grave per i contenuti bensì per l’intrinseca volontà di annichilire l’area liberale del partito, quella che ha prodotto nel corso del tempo i terzomozionisti, poi i rottamatori; l’area che ha fornito tanti punti di appoggio alla volontà di leadership di Matteo Renzi. Ecco, il voler impedire il voto sui tre ordini del giorno, due su matrimoni gay e uno sulle primarie, a firma dei vari Marino, Concia, Scalfarotto, Civati e via discorrendo, suona come un voler rimettere in riga questa disobbediente moltitudine.

Dico questo perché la storia del Documento finale prodotto dalla Commissione Diritti Civili costituita in seno alla Direzione del PD, è una storia travagliata e fatta di trattative e tentativi di mediazione che hanno prodotto decine di revisioni del medesimo documento. Uno degli estensori di tal documento è Michele Nicoletti, segretario Pd di Trento, ordinario di Filosofia politica nella stessa città. Nicoletti, in una intervista a L’Unità di un mese fa circa, spiegava come per realizzare questa difficilissima opera è stato scelto di non prendere una precisa “posizione politica, un sì e un no, sui temi presi in esame”. Questo perché altrimenti la mediazione era impossibile. Troppi distanti, l’ala liberal e quella cattolica. Occorreva trovare una formula più estesa, che impedisse in questa fase di incappare in elementi di divisione. Alla fine è stata scelta “la via dei principi fondamentali che devono essere terreno comune del Pd rispetto al tema dei diritti”. Il documento quindi contiene solo linee guida generali, svuotate della carica politica, dei valori. Si tratta solo di circonlocuzioni molto tecniche ma prive della necessaria concretezza e franchezza.

Il documento sui diritti civili cerca di affrontare, con la modalità sopra specificata, due temi principali: testamento biologico e unioni civili. Sul testamento biologico, e in generale sul potere biomedico, si afferma che:

  1. è essenziale incoraggiare, sostenere e rispettare il libero esplicarsi della scienza e dell’arte, ma al tempo stesso è del tutto evidente che tale immenso potenziale non possa essere lasciato alla nuda regolazione del mercato;
  2. L’integrità della persona deve essere rispettata;
  3. Occorre darsi gli strumenti, anche legislativi, affinché la persona possa esprimere, anticipatamente e con forme e modalità adeguate e consapevoli, i propri convincimenti e la propria volontà per le situazioni nelle quali potrebbe non essere più in grado di esprimerli
  4. occorre adoperarsi per estendere la tutela delle libertà personali a chi, versando in stati magari anche solo transitori di incapacità ad esprimersi, è, come soggetto debole, maggiormente esposto al rischio di manipolazione e bisognoso di protezione e di rispetto.

In sostanza, il punto 2 afferma che l’integrità personale deve essere rispettata, il punto 4 tende invece a prefigurare un “potere sopra la persona” – che quindi non ha più l’ultima parola su sé medesima – un potere opera in regime di sostituzione quando la persona risultasse incapace. Più avanti si specifica il divieto assoluto di eutanasia: “va assicurato il diritto ed il dovere del medico di non impartire al paziente stesso, il quale pure solleciti o acconsenta, trattamenti finalizzati a sopprimere la vita”.

In fatto di unioni civili, il testo di Nicoletti afferma che:

  1. non si può ignorare che nella società contemporanea le dinamiche sociali ed economiche, da un lato, e, dall’altro, le libere scelte affettive e le assunzioni di solidarietà hanno dato vita a una pluralità di forme di convivenza [no, non si può ignorare, questo lo sappiamo];
  2. esse appaiono meritevoli di riconoscimento e tutela sulla base di alcuni principi fondamentali.
    • principio della centralità del soggetto rispetto alle sue relazioni
    • principio del legittimo pluralismo, che implica il riconoscimento dei diritti e dei doveri che nascono nelle diverse formazioni sociali in cui può articolarsi la vita personale affettiva e di coppia;
  3. Tale riconoscimento dovrà avvenire secondo tecniche e modalità rispettose:
    • della posizione costituzionalmente rilevante della famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e della giurisprudenza costituzionale;
    • dei diritti di ogni persona a realizzarsi all’interno delle formazioni sociali, che si declinano oggi in un orizzonte pluralistico secondo quanto espresso dalla Corte Costituzionale: «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (138/2010).
  4. Il PD quindi opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.

Questa formulona in giuridichese è stata studiata per evitare di dire “no ai matrimoni gay” e spaccare il partito, e nemmeno a dire “sì ai patti civili per le coppie di fatto” che avrebbe altrettanto spaccato il partito (Fioroni e la corrente cattolica, già molto critici in fase di elaborazione del documento). Devo però riconoscere a Nicoletti di esser stato più realista del Re:

Questa è solo una tappa, non il punto di arrivo finale. Un contributo che offriamo al partito e ai circoli come piattaforma di discussione. Nessuno ha mai pensato che questo documento esaurisse il tema dei diritti. Siamo partiti da una situazione in cui nell’Assemblea nazionale si erano votati documenti che riguardavano la scuola, la sanità, il lavoro ma non questo su questi temi. Ora c’è una riflessione che si sforza di inserire i diversi problemi all’interno di un quadro complessivo e non credo che questo lavoro vada banalizzato (L’Unità).

Testo Documento Diritti Civili – L’Unità

Rosy Bindi, quei radicali erano ininfluenti

Rosy Bindi, sapendo che i cinque deputati radicali in quota PD, già in fase di sospensiva, erano entrati in aula facendo così raggiungere il numero legale alla maggioranza, ha dato loro degli stronzi. Oggi dovrebbe – suo malgrado – dare loro delle scuse. A scagionarli, il segretario d’aula del PD, Roberto Giacchetti, in una lettera a Valigia Blu. Eccola:

La notizia è che Berlusconi perde 4 deputati della maggioranza e scende a quota 316 cosa che gli renderà ancora più impossibile governare fuori dai voti di fiducia.

Siccome però noi siamo la reincarnazione di Tafazzi il punto centrale del nostro dibattito (si fa per dire) è l’ennesima querelle con i radicali. Bene allora le cose stanno così:tutti noi sapevamo che l’impresa di far mancare il numero legale era un’impresa quasi impossibile.
Occorreva che al netto di tutte le defezioni dichiarate nella maggioranza, altri tre deputati non votassero la fiducia. Tutti sapevamo che gli unici tre che avrebbero potuto farlo (perché in numerose sedi avevano manifestato tale dubbio) erano Milo, Pisacane e Sardelli. Occorreva che tutti e tre non votassero la fiducia (non uno o due, ma tutti e tre). La sorte ha voluto che fosse sorteggiata per la chiama la lettera “S”. Quindi dopo pochi minuti il primo ad essere chiamato è stato Sardelli che non ha votato. Ho sperato davvero che tra i tre ci fosse un accordo ed ho atteso il momento di Milo. Purtroppo Milo alla chiamata ha risposto votando “Sì”. A quel punto a tutti coloro che conoscevano la situazione è stato chiaro che la partita era chiusa.
La chiama è andata avanti e, a pochi voti dalla fine della prima chiama, sono arrivati i radicali e poi le minoranze linguistiche che hanno votato no. Dopo il voto del primo radicale (Beltrandi) ci sono stati 17 deputati della maggioranza che hanno votato “Sì”. Erano tutti deputati che certamente avrebbero votato sì, tra cui molti membri del governo.
Alla fine della prima chiama, sono entrato in Aula mi sono recato dagli uffici della Presidenza (che sono, ovviamente, neutri e che non contano a mano ma leggono il risultato elettronico i quali mi hanno comunicato l’esito del voto al termine della prima chiama: 322 votanti. 315 “sì” e 7 “no” (5 radicali e 2 minoranze linguistiche). Questo vuol dire che al termine della prima chiama la maggioranza aveva ottenuto il numero legale da sola a prescindere da coloro che avevano votato “no”.
Nella seconda chiama un solo deputato si aggiunge a quelli che avevano votato nella prima chiama: Pisacane (irrilevante ai fini del numero legale) e così la maggioranza sale a 316. Questi sono i numeri ed i fatti veri, ufficiali.
Conosco i radicali. So perfettamente che se si riuniscono per decidere su una questione di tale importanza lo fanno ben consapevoli di cosa potrebbe comportare il loro voto, quindi sono certo che avrebbero votato (magari non tutti convinti) anche se invece fosse stato chiaro che il loro voto sarebbe stato determinante. Ritengo questa scelta come quella sulla fiducia a Romano una cazzata assoluta ma in questa come nell’altra occasione è evidente che la cazzata non è stata in alcun modo decisiva.
Aggiungo che ho trascorso (e non da solo) circa trenta ore (notte compresa) a organizzare tutto fin nei minimi dettagli per garantire una possibile vittoria e che questa decisione dei radicali ha reso la circonferenza delle mie palle ben più ampia dell’asteroide che doveva colpire la terra. Ma facciamo tutti politica (o almeno così dovrebbe essere…) ed abbiamo il dovere di guardare i fatti.
I fatti dicono in modo incontrovertibile che la scelta dei radicali è stata del tutto ininfluente. Alla luce di questo avrei sperato in un coro di dichiarazioni che mettessero in risalto l’ulteriore indebolimento di Berlusconi. Ed invece no. È partita, guidata dalla solita Bindi la caccia al radicale (chissà se dopo questa nota non toccherà anche a me da parte del Presidente del Partito…).
La delegazione radicale (che è tale per accordo convenuto ad inizio legislatura con i vertici del Partito e che quindi si presuppone abbia già in origine un suo livello di autonomia) si è autosospesa dal gruppo (aggiungendo un ulteriore grado di autonomia nelle scelte) in attesa di un chiarimento politico con i vertici del PD. Questo chiarimento non c’è mai stato.
Come ricorderete subito dopo il caso Romano, dopo un incontro con la Presidenza del Gruppo, sia i radicali sia Franceschini avevano ritenuto indispensabile che maturasse, attraverso un incontro con i vertici del PD, tale chiarimento politico. Questo non è mai accaduto. Se questo impegno assunto con loro vi fosse stato forse, ripeto forse, oggi le cose sarebbero andate diversamente. Invece siamo qui di nuovo ad ascoltare il moltiplicarsi di labbra che pronunciano la parola “espulsione”.
No chi pensa di risolvere i problemi politici con le scorciatoie regolamentari e con le punizioni esemplari non solo non troverà mai il mio consenso ma dimostra pochezza in termini di lungimiranza politica e mette a serio rischio il disegno originario del PD. Ho detto questo quando la questione riguardava una delle persone più lontane dalle mie idee politiche, come la Binetti, lo ribadisco a maggior ragione in questa occasione. Oggi sono i radicali e con lo stesso sistema domani potrebbe essere il dissidente Follini, il rottamatore Renzi, il conservatore Ichino e magari anche molto più modestamente il sottoscritto…

Abbiamo iniziato la legislatura che eravamo più di 220, oggi siamo 205. Mi torna in mente quella filastrocca che fa: se prima eravamo in dieci a cantare mapin mapon ora sono rimasto solo a cantare mapin mapon…. Spero che la notte porti un generale rinsavimento! Sono stanco… Me ne vado a letto e…. “l’ultimo chiuda la prota!”

Roberto Giachetti – Deputato e Segretario d’Aula Gruppo PD
@valigiablu – riproduzione consigliata

Vendola apre ai finiani (troppo tardi, sono ridotti in cenere)

Lodo Vendola: ok Bindi per i lettori del corriere

Mentre il PD si agita e scuote come tormentato da incubi (leghisti), SeL continua a raggranellare consenso nei sondaggi. Accreditato di una percentuale che varia del 7% al 9%, Vendola sta cercando, pur essendo fuori del Parlamento, di guidare il PD verso un’alleanza parlamentare alternativa alla maggioranza attuale per sostenere un nuovo governo a guida Rosy Bindi.

«Una donna che rappresenta la reazione a uno dei punti più dolenti del regresso culturale, ricopre un ruolo istituzionale-chiave come quello di vicepresidente della Camera, ha il profilo giusto per guidare una rapida transizione verso la normalità» (La Repubblica.it).

Bersani, ieri, ha puntato sul dialogo con i leghisti avendo in mente ben chiara la necessità di proporre il suo partito come elemento chiave per l’approvazione del federalismo, tema chiave per i leghisti, ciò che mantiene in vita questa legislatura. L’obiettivo di Bersani è accelerare la caduta di B, forse andare immediatamente alle elezioni con una Gröss Koalition, la Santa Alleanza finora soltanto teorizzata. Vendola rischia di rimanerne fuori. Ecco spiegata la sua apertura alla alleanza parlamentare con i finiani:

Per ridare all’Italia l’ossigeno che il berlusconismo le ha tolto urge rimuovere le macerie della Seconda repubblica. Ma se è genuino questo allarme bisogna evitare le inopinate aperture di credito a quei leghisti che sono un elemento centrale del degrado civile del Paese. Facciamo allora un coalizione di emergenza democratica, reclutiamo le migliore competenze giuridiche e occupiamoci delle cose fondamentali: legge elettorale, una buona norma sul conflitto d’interessi e sul sistema informativo. Poi, ognuno per la sua strada (La Repubblica.it, cit.).

C’è un’emergenza democratica, mettiamo da parte le categorie vetuste. Voi del PD alleatevi in Parlamento con i finiani, fate le riforme, poi facciamo le elezioni anticipate previe primarie, che sicuramente vinco io. Un piano “machiavellico”: peccato che i finiani siano in disfacimento. Una strategia, questa di Vendola, perlomeno tardiva: andava bene fino allo scorso 14 Dicembre. Pare che Vendola cerchi un riposizionamento. Si è trovato improvvisamente fuori dai giochi. Ma anziché rilanciare sul tema primarie, s’inventa un governo Bindi che non avrebbe maggioranza né al Senato, dove il gruppo di FLI è entrato in crisi proprio oggi con il fallimento del voto di fiducia e con la fuoriuscita di Menardi, né tantomeno alla Camera, dove si annunciano nuove transumanze di deputati del Terzo Polo verso la ‘casa madre’ del PdL.

Vendola coltiva ambizioni da leader a pieno titolo, però sa benissimo di non poterle far valere nell’immediato e, a maggior ragione, di non essere proponibile come guida di una coalizione talmente composita da estendersi a formazioni di centrodestra come l’Udc e Fli. In attesa di alzare il tiro in avvenire, quindi, ha tutto l’interesse a caldeggiare come capo di un governo di larghissime intese (e di transizione!) una figura di contorno come la stessa Bindi (La Voce del Ribelle).

Dinanzi alla prospettiva di elezioni in maggio (in serata si è ventilata la data del 15 Maggio), Vendola rischia di restare ai margini di una coalizione troppo eterogenea che lo danneggerebbe irrimediabilmente in caso di ridefinizione della leadership del centrosinistra. Rischierebbe nuovamente l’effetto “Unione” prodiana.

Caos PD sulla Giustizia, Bindi smentisce Letta. L’opposizione che non c’è.

Quando l’intervista del Corsera è stata pubblicata, lunedì 30/11, pochi devono essere stati gli elettori del PD a essersi trovati d’accordo con Enrico Letta. Ancora una volta un esponente del PD mostra un’ambivalenza che invece non dovrebbe avere. Perché sostenere che Berlusconi ha "il diritto di difendersi nel processo e dal processo", equivale a legittimarne la politica di distruzione del sistema giudiziario al solo fine di farla franca. Letta ha commesso una leggerezza, oppure le sue parole rispecchiano esattamente il suo pensiero? E perché solo la Presidente Bindi lo ha corretto, seppure in ritardo di un giorno? Secondo Bindi, Letta è stato male interpretato. Letta ha lasciato passare un messaggio confuso, ha spiegato Rosy. Ma chiunque lo legga può benissimo vedere che non è affatto un messaggio confuso. Letta ha precisato che Mr b ha il diritto di difendersi nel processo – e questo è pure ovvio, visto che è un diritto costituzionale – e pure il diritto di difendersi dal processo, ovvero di sottrarsi a esso attraverso la strategia del legittimo impedimento. Il PD, ha assicurato Letta, non cercherà scorciatoie – come è avvenuto in passato, tantomeno scorciatoie giudiziarie – per far cadere il governo. E quest’altra affermazione come dobbiamo interpretarla? Vuol dire che il PD, ovvero i DS, nel passato hanno impiegato o tentato di impiegare scorciatoie giudiziarie per far cadere governi? Davvero il Pd ha questa facoltà di muovere la macchina giudiziaria a proprio piacimento per costruire procedimenti contro il finto-pemier?
Naturalmente la lingua di Letta deve essersi ritorta nella propria bocca dopo una affermazione simile. E’ stato come prestare il fianco alle giustificazioni della destra sui presunti coinvolgimenti di Mr b nelle inchieste di mafia e stragi di Firenze, Caltanissetta e Palermo, dando credito alle loro asserzioni circa il complotto dei pm e dei poteri forti. Viene da chiedersi: ma da che parte sta Enrico Letta? La linea politica che ha delineato con le sue dichiarazioni di lunedì scorso è stata discussa dalla Direzione Nazionale? Se sì, con quale esito? A chi scrive, non sembra che la posizione della Bindi in merito sia indistinguibile da quella di Letta, anzi, i distinguo palesati dalla Presidente oggi, dimostrano ancora una volta che il PD non è in grado di esprimere una linea politica unitaria che promani dalla preventiva discussione all’interno degli organi di Partito. Il PD non ha ancora imparato la lezione delle primarie.

    • Quando Enrico Letta ha detto che Berlusconi ha il diritto di difendersi nei processi e dai processi "e’ passato un messaggio confuso" su cui "e’ nato qualche malinteso. Lo ha gia’ spiegato Bersani". Lo afferma in una intervista il presidente del Pd Rosy Bindi.
        "Per il lPd – ha aggiunto Bindi – Berlusconi puo’ e deve difendersi all’interno del processo,ma non certo dal processo".

  • Enrico Letta: Il PD eviterà scorciatoie per far cadere il governo

    • assicura Letta a nome del Pd, non si cercheranno più, «come pure è avvenuto» in passato, «scorciatoie» per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è «l’ingombro» che impedisce al centrosinistra di essere maggioranza del Paese

    • E perché – e sono parole significative visto che arrivano dopo un colloquio al Quirinale tra Bersani, lo stesso Letta e Napolitano – il Pd non porrà di fatto obiezioni al ricorso al legittimo impedimento: «Come ha detto Bersani, consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo. Certo, legittimo non vuol dire né opportuno, né adeguato al comportamento di uno statista…».

    • Né utilizzerà come arma letale eventuali avvisi al Cavaliere: «Il capo dello Stato ha ricordato che un governo, finché ha i numeri e la fiducia della sua maggioranza, governa. Noi ci atteniamo a questo».

    • «Alla base del programma dei prossimi quattro anni di segreteria, Bersani ha posto un punto chiaro: no alle scorciatoie, sì a un’opposizione che sia capace di battere Berlusconi seguendo la strada maestra del confronto elettorale. Non sempre si è ragionato in questi termini. Non lo ha fatto Berlusconi, che quando era all’opposizione ha sempre cercato la spallata, anche ricorrendo alla compravendita dei parlamentari. Ma troppe volte anche il centrosinistra ha cercato scorciatoie, anche per via giudiziaria, pensando che il solo diaframma tra noi e il governo del Paese fosse Berlusconi»

    • mercoledì in Parlamento aprirete anche sulla giustizia?
      «È anch’essa materia da riformare: sarebbe assurdo dire che le istituzioni vanno male mentre la giustizia va bene. Non è così, a partire dalla scarsità di risorse per l’efficienza della macchina giudiziaria»

    • Ma siete o no disponibili a discutere anche di uno scudo per il premier, che sia il Lodo Alfano, il processo breve o altro?
      «Partiamo da una domanda: perché siamo in questa condizione? La colpa è nostra, o di chi lo scorso luglio in fretta e furia ha voluto che si approvasse un Lodo Alfano pasticciato perché l’avvocato Ghedini, massimo esempio di conflitto di interessi, diceva che si doveva chiudere in un mese, in due settimane, in una… Se continuano così, ancora una volta sfasceranno ulteriormente la giustizia e finiranno di nuovo in un cul de sac che non porta a niente. E non avranno il nostro consenso, perché non si può immaginare che noi subiamo il ricatto dell’?o mi date l’immunità subito, o mando avanti il processo breve e salti in aria la giustizia"…»

    • E se intanto arrivasse una condanna?
      «Sono 16 anni che si parla di condanne, e non sono mai arrivate… Comunque, l’opposizione si attiene a quanto detto chiaramente dal capo dello Stato: un governo va avanti finché ha i numeri e la fiducia della sua maggioranza. Affronteremo con saggezza, giustizia e senso delle istituzioni quello che accadrà. Perché abbiamo imparato la lezione: non si sconfigge Berlusconi con le scorciatoie»

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

Mille piazze per l’Alternativa: il Ni-B-day del PD.

Il PD dice no al No-B day del 5 dicembre. Bersani sostiene che il Pd non accetta lezioni di antiberlusconismo da nessuno. La Presidente Bindi afferma di non poter partecipare a manifestazioni organizzate da Di Pietro.

Non hanno capito niente. No-B day è un evento organizzato da bloggers, con un tam tam che è cortocircuitato su Facebook (bé, Bersani non lo ha usato nemmeno per la campagna delle primarie). Di Pietro è arrivato dopo. Ma il PD non ci sta e si auto organizza un Ni-B-day, soprannominato Mille Piazze per l’alternativa. Coraggiosi, si direbbe. A punto che non hanno trovato altro stratagemma che copiare. Già perché l’iniziativa di Mille Piazze è stata pensata e organizzata da Pippo Civati ed è stata veicolata attraverso il web, è passata sopra le teste del segretario e della presidente senza che se ne accorgessero – in veirtà Civati è stato etichettato come movimentista e addirittura gli è stato suggerito di uscire dal partito se non è d’accordo con la linea politica – ed ha anche organizzato una data, lo scorso 18 Novembre, contro le leggi ad personam e a favore della Giustizia.

E in cosa consisterebbe il Ni-B-day?

“Questa mattina Rosy Bindi ed Enrico Letta, rispettivamente presidente e vicesegretario del Partito democratico, hanno presentato la campagna di mobilitazione che partirà l’11 e il 12 dicembre e che proseguirà nei mesi successivi, attraverso iniziative messe in campo dai circoli. L’obiettivo? Delineare «un programma alternativo di governo insieme al popolo delle primarie», ha affermato Rosy Bindi” (l’Unità).

L’originale, mi sia consentito il gioco di parole, era decisamente più originale, e forse valeva lo sforzo di farlo proprio, e non di imitarlo:

“Per la sua Costituzione, per il rispetto delle leggi. Invito alla mobilitazione. Il Pd ha millemila circoli. Li attivi. Subito, se si può. Anche perché il No-B day si svolgerà il 5 dicembre (a babbo – e Costituzioni – morti). Non una sola manifestazione nazionale, ma una bella manifestazione in ogni città d’Italia. Non è difficile, basta volerlo.
P.S.: in ogni caso, ciascuno può iniziare a pensare alla propria piazza, «di persona, personalmente», invitando il proprio circolo a mobilitarsi.
P.S./2: possiamo farla facile: il 18 alle 18, così tutti se la ricordano (tra l’altro, l’art. 18 della Costituzione recita: «I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente…»). ” ( Pippo Civati).

Naturalmente il Ni-B-day non parteciperà al No-B-day del 5 dicembre, mentre Mille Piazze per l’Italia sì – anche se in ordine sparso.

Nessuno sforzo nemmeno per il logo: questo l’originale,

 

Mille Piazze per l'Italia

 

e questa la copia:

 

Mille Piazze per l'Alternativa

Bersani, il teorico del no all’antiberlusconismo sciocco, ha pure detto che “il più antiberlusconiano non è quello che urla di più ma quello che manda a casa Berlusconi”, e allora il No del No-B-day sminuisce in un più mite e meditato Ni-B-day. Essere alternativa, per il segretario, vuol dire mostrarsi capaci di governare e perciò, essere molto somiglianti a chi governa, oggi, può favorire l’affermarsi di questa convinzione, suo malgrado.

il più antiberlusconiano non è quello che urla di più ma quello che manda a casa Berlusconi

Bersani segretario, Bindi presidente. Il PD che non cambia.

C’è posto per tutti, sembra rassicurare Bersani. Fioroni? Rimanga dov’è. Bindi, meglio lei come presidente. Franceschini? Già capogruppo alla Camera. La strategia inclusivista di Bersani è basata sulla dispersione di cariche di partito a pioggia, così, per accontentare tutti. Se Rutelli avesse pazientato, forse gli sarebbe scappato un posticino nel Direttivo, magari la presidenza stessa, ora ceduta alla Pasionaria per controbilanciare la svolta a sinistra emersa col voto delle primarie. Neanche minimamente si discute di temi a carattere politico o sociale che sia. Chi si chiede come opererà Bersani come presidente del consiglio, può trovare la risposta ai propri dubbi osservando come il neo segretario sta gestendo il partito: il suo inclusivismo non è altro che una versione minore del futuro ulivismo, l’accozzaglia partitica, litigiosa, che viene mantenuta a colpi di sottosegretariato. Che miseria.
L’unica incognita la possono rappresentare i 130 delegati appartenenti alla mozione Marino. Accetteranno di sottomettersi al gioco delle regalie di cariche partitiche messo in moto da Bersani? Accetterà Rosa Villecco Calipari la vicepresidenza del gruppo alla Camera?

  • Ignazio Marino, il comunicato:

Domani l’assemblea nazionale eletta il 25 ottobre si riunisce per confermare la nomina di Pierluigi Bersani a segretario del Partito Democratico. Ci aspetta un percorso ancora appassionante di proposte, discussioni, sfide dedicate al futuro del PD e dell’Italia.

Non vi ringrazierò mai abbastanza per il risultato che abbiamo raggiunto, per il coraggio che mi avete trasmesso, ogni volta che ho incontrato lo sguardo di qualcuno di voi o ogni volta che vi ho incrociato sul web.

Sono orgoglioso, ora che lo stupore di questa avventura lascia spazio ad emozioni più riflessive, di aver suscitato speranza, di aver acceso in voi la convinzione di poter cambiare le cose, di aver trovato tantissimi pronti ad accettare e rilanciare la sfida per un’Italia migliore.

378.211 persone hanno sostenuto e votato per me e per la mozione: un numero incredibile per chi solo pochi mesi fa era un semplice e poco esperto senatore.

Ancora grazie. Oggi sento la forza e la responsabilità di questo risultato, so che abbiamo davanti a noi ancora molta strada da fare e che nessuna energia va sprecata.

Continueremo a lavorare sulle idee che hanno unito la mozione, continueremo a spenderci per un Partito democratico più aperto, laico, attento alle persone. Continueremo a fare di tutto per cambiare le cose che in Italia non funzionano.

Non smettete di far sentire la vostra opinione, scriveteci i vostri suggerimenti: stiamo raccogliendo le idee per rilanciare la nostra sfida, per individuare nuovi spazi e nuovi modi per far pesare la nostra voce. So che siamo in tanti, ascolto i vostri messaggi e vi dico che sì, andremo avanti.

Sorprendiamo l’Italia, abbiamo detto. Ora abbiamo molto da fare.

    • «Non esiste incompatibilità. All’Assemblea nazionale sarà uno ilnome che verrà proposto per la presidenza del partito». E quel nome è Rosy Bindi

       

    • Il segretario Pierluigi Bersani anche ieri ha sentito al telefono la vicepresidente della Camera e le ha ribadito che sull’incariconon ha cambiato idea.

       

    • Gestione plurale, la linea, perché «non possiamo mica ragionare “abbiamo vinto e ora alla conquista”», ha risposto a chi gli rimproverava un’eccessiva apertura alla minoranza. In questa direzione «inclusiva », anche l’incontro di ieri con Piero Fassino

       

    • è probabile anche che Beppe Fioroni continui ad occuparsi di Scuola e Formazione e Gentiloni di Comunicazione

       

    • E forse è in questa ottica che Rosa Villecco Calipari o Sandro Gozi (mozione Marino) saranno nominati per una delle due vicepresidenze del gruppo alla Camera

       

    • Mancano 24 ore all’assemblea dei mille che lo investirà ufficialmente come segretario del Pd e Pier Luigi Bersani stringe i tempi e tira le somme di questi primi dieci giorni da leader del Partito democratico

       

    • Ha aperto un dialogo sulle riforme istituzionali specie con Gianfranco Fini e Renato Schifani, dicendosi disponibile a collaborare su legge elettorale, regolamenti parlamentari, Senato federale

       

    • sta lavorando a una difficile impresa: coinvolgere quanto più possibile le minoranze del partito nella nuova gestione, contenendo le perdite conseguenti al suo insediamento e al ritorno alla strategia ulivista di inclusione delle sinistre

       

    • Dopo l’uscita di Francesco Rutelli e il ritiro dalla politica di Massimo Cacciari ieri si è aggiunto l’annuncio di Massimo Calearo – ex presidente di Federmeccanica e uno dei fiori all’occhiello delle candidature veltroniane – che ha comunicato di non riconoscersi in una svolta a sinistra come quella che si sta consumando nel Pd

       

    • A Dario Franceschini, ad esempio, è stata proposta la guida del gruppo alla Camera, e, sia alla sua componente che a quella di Ignazio Marino, verrà chiesto di assumersi la responsabilità di qualche dipartimento nell’esecutivo del Pd, mentre Piero Fassino potrebbe essere confermato nel suo ruolo di responsabile Esteri.

       

    • Per la presidenza del partito c’è da sciogliere il nodo collegato al nome di Rosy Bindi

       

    • ha il problema della doppia carica, essendo anche vicepresidente della Camera. Il Codice Etico del Pd prevede all’articolo 3 l’incompatibilità tra cariche istituzionali e di partito. C’è, però, chi vorrebbe procedere a colpi di deroghe come fa ad esempio Livia Turco

       

    • Quanto alle regionali, la prima posizione in discussione, un po’ a sorpresa, è quella di Mercedes Bresso in Piemonte. Il rutelliano Lorenzo Dellai preferirebbe puntare sul nome di Sergio Chiamparino

       

    • gli ex Popolari dopo l’uscita di Francesco Rutelli dal Pd saranno al centro di un “conclave” in vista dell’assembela di domani al quale sono attesi anche esponenti del mondo associativo e sindacale. Alla riunione parteciperà l’ex ministro Giuseppe Fioroni

       

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Riprendiamoci la politica. Un altro PD è possibile. Fra lacerazioni e scalate bancarie.

Bisogna ricordare. Poiché dimenticare da dove si è partiti può essere un danno molto grave. Ricordarsi allora della scalata UNIPOL e del "facci sognare", ricordarsi dell’autorizzazione a procedere nei confronti del Sen. Latorre negata dal Senato per una questione procedurale e di interpretazione (la mancata iscrizione nel registro degli indagati, in conseguenza della richiesta di autorizzazione di utilizzazione delle intercettazioni, è perno della relazione D’Alia).
Ricordare è quello che non fanno sia la Bindi che la Serracchiani, che si scannano nel vuoto discorsivo. Loro, in quanto donne, dovrebbero inserirsi a piè pari nel dibattito sulle mozioni e riportare in luce e criticare la dimensione mercificatoria che la destra e Mr b fanno del corpo femminile; dovrebbero confrontarsi sui temi della RU486 e ribadire la centralità del diritto individuale; dovrebbero alzarsi e pretendere per il partito una nuova moralità politica.

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    • il caso Unipol che fine ha fatto?”, Massimo D’Alema e i suoi fedelissimi ritengono che la gente ormai se lo sia dimenticato e conseguentemente si stanno riprendendo il partito, si accingono a riprendersi il partito, mandando avanti Pierluigi Bersani.
    • In realtà questo processo riaccenderà, si spera, i riflettori su uno scandalo che non è stato affatto archiviato, perché c’era stato raccontato che, a differenza della scalata di Fiorani e della Popolare di Lodi all’Antonveneta, invece la scalata della Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro era tutta regolare
    • La Procura di Milano, in un’udienza preliminare che sta durando da più di un anno, vuole che venga processato e conseguentemente rinviato a giudizio un bel po’ dei processati inizialmente ipotizzati
    • concorso nell’aggiotaggio, che avrebbe commesso Consorte, ossia nella turbativa del mercato nel momento in cui Consorte intestava occultamente a prestanomi suoi le quote della Banca Nazionale del Lavoro
    • Sapete che i politici coinvolti in quella scalata erano almeno tre: erano Piero Fassino, segretario dei DS, Massimo D’Alema, sostegno forte a Giovanni Consorte e poi Nicola Latorre, l’uomo di mano di D’Alema per queste e altre vicende, quello del pizzino, quello che è solito passare pizzini a esponenti del centrodestra in televisione
    • questo terzetto di dirigenti dei DS fu beccato al telefono con Giovanni Consorte nei giorni caldi della scalata, a scambiare informazioni anche riservate, illegali secondo i Pubblici Ministeri, almeno nel caso di D’Alema e di Latorre
    • Fassino ha una posizione diversa, perché Fassino fu avvertito a cose fatte, era un po’ l’ultimo a sapere poveretto, era il segretario del partito e non gli dicevano mai niente. Quindi, secondo la Procura, non solo Fassino non ha commesso reati, ma anche nelle telefonate con Fassino Giovanni Consorte non ha commesso reati e conseguentemente, per quelle telefonate, va prosciolto
    • scrivono i giudici che il tenore delle telefonate di Consorte a Fassino o tra Consorte e Fassino ha un contenuto informativo assai povero, al di sotto di quanto Fassino stesso avrebbe potuto leggere sui giornali: non gli dicevano niente, gli dicevano poco e glielo dicevano anche tardi, dopo che era uscito sui giornali
    • ci sono le telefonate di Consorte con Latorre e con D’Alema e spesso era Latorre a passare il telefono a D’Alema, che parlava con Consorte sul cellulare di Latorre
    • Qui le cose cambiano: scrivono i magistrati, proponendo che Consorte venga processato anche per insider trading
    • Consorte in quelle telefonate non è così vago: anzi, il 6 e 7 luglio offre a Latorre informazioni che non stanno sui giornali e il 15 luglio – siamo nel 2005 – ribadisce di avere già il 51, 5% della Banca Nazionale Del Lavoro”, notizia che effettivamente non era pubblica, anche perché sopra il 30% avrebbe dovuto lanciare l’Opa e qui aveva già il 51% e l’Opa pare che non l’avesse ancora lanciata
    • Conseguentemente la notizia non solo non era pubblica, ma era la notizia di un reato che si stava commettendo
    • perché non ci sono, insieme a Consorte, gli ipotetici concorrenti nel reato di insider trading? Cioè perché non ci sono Latorre e D’Alema?
    • la Procura di Milano aveva intenzione di indagare anche loro per concorso nel reato commesso da Consorte: aveva chiesto alla Forleo, la quale aveva inoltrato al Parlamento quelle telefonate, per avere l’autorizzazione a utilizzarle in base alla legge Boato
    • Il Parlamento aveva fatto il pesce in barile per un bel po’, aveva massacrato di botte la Forleo, la quale è stata poi cacciata da Milano da un Consiglio Superiore supino e obbediente agli ordini politici
    • la Procura di Milano ha reiterato, attraverso un altro G.I.P., al Parlamento la richiesta dell’utilizzo delle telefonate di Latorre e il Senato ha risposto picche per la seconda volta
    • Intanto D’Alema se l’era svignata, sostenendo che all’epoca delle telefonate lui non era parlamentare italiano, ma era parlamentare europeo e che quindi la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle telefonate andasse inoltrata al Parlamento europeo. Anche lì il Parlamento europeo, con il contributo fattivo dei Deputati italiani di centrodestra e di centrosinistra, compreso Bonsignore, che ha votato per salvare D’Alema, il Parlamento europeo ha deciso che non bisognava autorizzare l’utilizzo di quelle telefonate e conseguentemente, senza la prova contenuta in quelle telefonate, non si possono processare, ovviamente, i due politici
    • rimane l’aspetto politico, ovvero rimane l’aspetto di una scalata bancaria per la quale stanno per essere rinviate a giudizio una ventina di persone, banche, banchieri, dirigenti, affaristi, finanzieri etc. etc., ritenuta illegale, ritenuta viziata da reati di aggiotaggio e insider trading, alla quale contribuivano addirittura, in telefonate che costituiscono reato a carico di Consorte, perché nei suoi confronti quelle telefonate possono essere utilizzate, due dirigenti dell’attuale Partito Democratico, che praticamente se, come pare, Bersani vincerà il congresso, saranno i veri azionisti di maggioranza del Partito Democratico, visto che Bersani è uomo di D’Alema, appoggiato ventre a terra da Massimo D’Alema e dal suo entourage, Latorre in primis.
  • Autorizzazioni a procedere – Doc. IV n. 3 – Sen. Nicola Latorre
  • Versione senatore Latorre:
    – è fumus persecutionis;
    – GIP ha formulato ipotesi accusatorie;
    – motivazione ultra petita, posizione colpevolista del GIP;
    – sede non appropriata alla valutazione colpevolezza imputato;
    – in virtù dell’art. 184 TU DL 58/98, che "vieta di acquistare, vendere o compiere altre operazioni su strumenti finanziari utilizzando informazioni privilegiate", le sue dichiarazioni risultano assolutamente "neutrali", quindi non in grado di alterare il prezzo di mercato;
    – solo "scambio di notizie;
    – il titolo BNL non subì variazioni;
    – il GIP decide per la trascrizione delle intercettazioni prima dell’udienza preliminare (art. 268 c. 6, CPP);
    – fatti ampiamente noti;
    – interesse della politica per l’operazione;
    – i magistrati milanesi hanno ammesso che, al di fuori delle intercettazioni, non è emerso nulla a carico del parlamentare;
    – hanno indagato senza averlo iscritto nel registro degli indagati;
  • Versione Relazione D’alia:- punto di vista procedurale: (rif. norm.: art. 3 c. 6 L. 140/2003 e sentenza 390/2007)
    • D’Alia: prima iscrizione registro indagati, poi richiesta uso intercettazioni;
    • PM: la mancanza dell’autorizzazione, prevista dall’articolo 6 della legge n. 140 del 2003, impedisca di utilizzare le intercettazioni ai fini dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato dell’interessato e renda pertanto impossibile procedere a tale iscrizione qualora gli elementi a carico del parlamentare emergano solo dalle intercettazioni medesime;
    • D’Alia: in CPP, la nozione di utilizzazione è tecnicamente riferita al piano probatorio; il divieto di utilizzabilità in mancanza dell’autorizzazione non impedisce l’impiego degli "elementi di conoscenza" come fonte di innesco di una investigazione;

    – lesione diritto difesa del parlamentare interessato: sua mancata registrazione gli impedisce di partecipare all’udienza stralcio (art. 268, c. 6, CPP);
    – mancata interlocuzione del parlamentare può privare il Senato di elementi di conoscenza utili; soluzione interpretativa fatta propria dall’autorita giudiziaria richiedente appaia altresı quella meno compatibile con il principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato, implicando la possibilità che la Camera competente debba effettuare le sue valutazioni sulla base di un materiale incompleto e, quindi, astrattamente fuorviante.

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    • «Sarà un congresso vero, non lacerante», secondo Rosy Bindi, che sostiene Pier Luigi Bersani per la segreteria Pd. Intanto il clima è rovente. Come dimostrato ieri durante un faccia a faccia a Cortina tra la vicepresidente della Camera e Debora Serracchiani, che sostiene Dario Franceschini.
    • «La candidatura di Franceschini è una contraddizione, non è credibile – dice Bindi – che chi ha sostenuto il programma di Veltroni oggi predichi per un partito completamente diverso. Quella di Veltroni è stata una linea politica fallimentare e Franceschini ha le sue responsabilità.
    • «Il problema è trasversale – ha risposto Serrachiani – perché gli altri non sono stati in ferie per anni. Ti ricordo che siamo nelle stesso partito non serve litigare. Il segretario che abbiamo avuto aveva il consenso popolare ma non della dirigenza. Il partito è stato gestito da tutti ma solo uno se n’è assunto la responsabilità».
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    • Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
    • Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.
    • È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini
    • Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”
    • Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso: il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri?
    • Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.
    • Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.
    • Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.

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