Bersani segretario, Bindi presidente. Il PD che non cambia.

C’è posto per tutti, sembra rassicurare Bersani. Fioroni? Rimanga dov’è. Bindi, meglio lei come presidente. Franceschini? Già capogruppo alla Camera. La strategia inclusivista di Bersani è basata sulla dispersione di cariche di partito a pioggia, così, per accontentare tutti. Se Rutelli avesse pazientato, forse gli sarebbe scappato un posticino nel Direttivo, magari la presidenza stessa, ora ceduta alla Pasionaria per controbilanciare la svolta a sinistra emersa col voto delle primarie. Neanche minimamente si discute di temi a carattere politico o sociale che sia. Chi si chiede come opererà Bersani come presidente del consiglio, può trovare la risposta ai propri dubbi osservando come il neo segretario sta gestendo il partito: il suo inclusivismo non è altro che una versione minore del futuro ulivismo, l’accozzaglia partitica, litigiosa, che viene mantenuta a colpi di sottosegretariato. Che miseria.
L’unica incognita la possono rappresentare i 130 delegati appartenenti alla mozione Marino. Accetteranno di sottomettersi al gioco delle regalie di cariche partitiche messo in moto da Bersani? Accetterà Rosa Villecco Calipari la vicepresidenza del gruppo alla Camera?

  • Ignazio Marino, il comunicato:

Domani l’assemblea nazionale eletta il 25 ottobre si riunisce per confermare la nomina di Pierluigi Bersani a segretario del Partito Democratico. Ci aspetta un percorso ancora appassionante di proposte, discussioni, sfide dedicate al futuro del PD e dell’Italia.

Non vi ringrazierò mai abbastanza per il risultato che abbiamo raggiunto, per il coraggio che mi avete trasmesso, ogni volta che ho incontrato lo sguardo di qualcuno di voi o ogni volta che vi ho incrociato sul web.

Sono orgoglioso, ora che lo stupore di questa avventura lascia spazio ad emozioni più riflessive, di aver suscitato speranza, di aver acceso in voi la convinzione di poter cambiare le cose, di aver trovato tantissimi pronti ad accettare e rilanciare la sfida per un’Italia migliore.

378.211 persone hanno sostenuto e votato per me e per la mozione: un numero incredibile per chi solo pochi mesi fa era un semplice e poco esperto senatore.

Ancora grazie. Oggi sento la forza e la responsabilità di questo risultato, so che abbiamo davanti a noi ancora molta strada da fare e che nessuna energia va sprecata.

Continueremo a lavorare sulle idee che hanno unito la mozione, continueremo a spenderci per un Partito democratico più aperto, laico, attento alle persone. Continueremo a fare di tutto per cambiare le cose che in Italia non funzionano.

Non smettete di far sentire la vostra opinione, scriveteci i vostri suggerimenti: stiamo raccogliendo le idee per rilanciare la nostra sfida, per individuare nuovi spazi e nuovi modi per far pesare la nostra voce. So che siamo in tanti, ascolto i vostri messaggi e vi dico che sì, andremo avanti.

Sorprendiamo l’Italia, abbiamo detto. Ora abbiamo molto da fare.

    • «Non esiste incompatibilità. All’Assemblea nazionale sarà uno ilnome che verrà proposto per la presidenza del partito». E quel nome è Rosy Bindi

       

    • Il segretario Pierluigi Bersani anche ieri ha sentito al telefono la vicepresidente della Camera e le ha ribadito che sull’incariconon ha cambiato idea.

       

    • Gestione plurale, la linea, perché «non possiamo mica ragionare “abbiamo vinto e ora alla conquista”», ha risposto a chi gli rimproverava un’eccessiva apertura alla minoranza. In questa direzione «inclusiva », anche l’incontro di ieri con Piero Fassino

       

    • è probabile anche che Beppe Fioroni continui ad occuparsi di Scuola e Formazione e Gentiloni di Comunicazione

       

    • E forse è in questa ottica che Rosa Villecco Calipari o Sandro Gozi (mozione Marino) saranno nominati per una delle due vicepresidenze del gruppo alla Camera

       

    • Mancano 24 ore all’assemblea dei mille che lo investirà ufficialmente come segretario del Pd e Pier Luigi Bersani stringe i tempi e tira le somme di questi primi dieci giorni da leader del Partito democratico

       

    • Ha aperto un dialogo sulle riforme istituzionali specie con Gianfranco Fini e Renato Schifani, dicendosi disponibile a collaborare su legge elettorale, regolamenti parlamentari, Senato federale

       

    • sta lavorando a una difficile impresa: coinvolgere quanto più possibile le minoranze del partito nella nuova gestione, contenendo le perdite conseguenti al suo insediamento e al ritorno alla strategia ulivista di inclusione delle sinistre

       

    • Dopo l’uscita di Francesco Rutelli e il ritiro dalla politica di Massimo Cacciari ieri si è aggiunto l’annuncio di Massimo Calearo – ex presidente di Federmeccanica e uno dei fiori all’occhiello delle candidature veltroniane – che ha comunicato di non riconoscersi in una svolta a sinistra come quella che si sta consumando nel Pd

       

    • A Dario Franceschini, ad esempio, è stata proposta la guida del gruppo alla Camera, e, sia alla sua componente che a quella di Ignazio Marino, verrà chiesto di assumersi la responsabilità di qualche dipartimento nell’esecutivo del Pd, mentre Piero Fassino potrebbe essere confermato nel suo ruolo di responsabile Esteri.

       

    • Per la presidenza del partito c’è da sciogliere il nodo collegato al nome di Rosy Bindi

       

    • ha il problema della doppia carica, essendo anche vicepresidente della Camera. Il Codice Etico del Pd prevede all’articolo 3 l’incompatibilità tra cariche istituzionali e di partito. C’è, però, chi vorrebbe procedere a colpi di deroghe come fa ad esempio Livia Turco

       

    • Quanto alle regionali, la prima posizione in discussione, un po’ a sorpresa, è quella di Mercedes Bresso in Piemonte. Il rutelliano Lorenzo Dellai preferirebbe puntare sul nome di Sergio Chiamparino

       

    • gli ex Popolari dopo l’uscita di Francesco Rutelli dal Pd saranno al centro di un “conclave” in vista dell’assembela di domani al quale sono attesi anche esponenti del mondo associativo e sindacale. Alla riunione parteciperà l’ex ministro Giuseppe Fioroni

       

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Riprendiamoci la politica. Un altro PD è possibile. Fra lacerazioni e scalate bancarie.

Bisogna ricordare. Poiché dimenticare da dove si è partiti può essere un danno molto grave. Ricordarsi allora della scalata UNIPOL e del "facci sognare", ricordarsi dell’autorizzazione a procedere nei confronti del Sen. Latorre negata dal Senato per una questione procedurale e di interpretazione (la mancata iscrizione nel registro degli indagati, in conseguenza della richiesta di autorizzazione di utilizzazione delle intercettazioni, è perno della relazione D’Alia).
Ricordare è quello che non fanno sia la Bindi che la Serracchiani, che si scannano nel vuoto discorsivo. Loro, in quanto donne, dovrebbero inserirsi a piè pari nel dibattito sulle mozioni e riportare in luce e criticare la dimensione mercificatoria che la destra e Mr b fanno del corpo femminile; dovrebbero confrontarsi sui temi della RU486 e ribadire la centralità del diritto individuale; dovrebbero alzarsi e pretendere per il partito una nuova moralità politica.

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    • il caso Unipol che fine ha fatto?”, Massimo D’Alema e i suoi fedelissimi ritengono che la gente ormai se lo sia dimenticato e conseguentemente si stanno riprendendo il partito, si accingono a riprendersi il partito, mandando avanti Pierluigi Bersani.
    • In realtà questo processo riaccenderà, si spera, i riflettori su uno scandalo che non è stato affatto archiviato, perché c’era stato raccontato che, a differenza della scalata di Fiorani e della Popolare di Lodi all’Antonveneta, invece la scalata della Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro era tutta regolare
    • La Procura di Milano, in un’udienza preliminare che sta durando da più di un anno, vuole che venga processato e conseguentemente rinviato a giudizio un bel po’ dei processati inizialmente ipotizzati
    • concorso nell’aggiotaggio, che avrebbe commesso Consorte, ossia nella turbativa del mercato nel momento in cui Consorte intestava occultamente a prestanomi suoi le quote della Banca Nazionale del Lavoro
    • Sapete che i politici coinvolti in quella scalata erano almeno tre: erano Piero Fassino, segretario dei DS, Massimo D’Alema, sostegno forte a Giovanni Consorte e poi Nicola Latorre, l’uomo di mano di D’Alema per queste e altre vicende, quello del pizzino, quello che è solito passare pizzini a esponenti del centrodestra in televisione
    • questo terzetto di dirigenti dei DS fu beccato al telefono con Giovanni Consorte nei giorni caldi della scalata, a scambiare informazioni anche riservate, illegali secondo i Pubblici Ministeri, almeno nel caso di D’Alema e di Latorre
    • Fassino ha una posizione diversa, perché Fassino fu avvertito a cose fatte, era un po’ l’ultimo a sapere poveretto, era il segretario del partito e non gli dicevano mai niente. Quindi, secondo la Procura, non solo Fassino non ha commesso reati, ma anche nelle telefonate con Fassino Giovanni Consorte non ha commesso reati e conseguentemente, per quelle telefonate, va prosciolto
    • scrivono i giudici che il tenore delle telefonate di Consorte a Fassino o tra Consorte e Fassino ha un contenuto informativo assai povero, al di sotto di quanto Fassino stesso avrebbe potuto leggere sui giornali: non gli dicevano niente, gli dicevano poco e glielo dicevano anche tardi, dopo che era uscito sui giornali
    • ci sono le telefonate di Consorte con Latorre e con D’Alema e spesso era Latorre a passare il telefono a D’Alema, che parlava con Consorte sul cellulare di Latorre
    • Qui le cose cambiano: scrivono i magistrati, proponendo che Consorte venga processato anche per insider trading
    • Consorte in quelle telefonate non è così vago: anzi, il 6 e 7 luglio offre a Latorre informazioni che non stanno sui giornali e il 15 luglio – siamo nel 2005 – ribadisce di avere già il 51, 5% della Banca Nazionale Del Lavoro”, notizia che effettivamente non era pubblica, anche perché sopra il 30% avrebbe dovuto lanciare l’Opa e qui aveva già il 51% e l’Opa pare che non l’avesse ancora lanciata
    • Conseguentemente la notizia non solo non era pubblica, ma era la notizia di un reato che si stava commettendo
    • perché non ci sono, insieme a Consorte, gli ipotetici concorrenti nel reato di insider trading? Cioè perché non ci sono Latorre e D’Alema?
    • la Procura di Milano aveva intenzione di indagare anche loro per concorso nel reato commesso da Consorte: aveva chiesto alla Forleo, la quale aveva inoltrato al Parlamento quelle telefonate, per avere l’autorizzazione a utilizzarle in base alla legge Boato
    • Il Parlamento aveva fatto il pesce in barile per un bel po’, aveva massacrato di botte la Forleo, la quale è stata poi cacciata da Milano da un Consiglio Superiore supino e obbediente agli ordini politici
    • la Procura di Milano ha reiterato, attraverso un altro G.I.P., al Parlamento la richiesta dell’utilizzo delle telefonate di Latorre e il Senato ha risposto picche per la seconda volta
    • Intanto D’Alema se l’era svignata, sostenendo che all’epoca delle telefonate lui non era parlamentare italiano, ma era parlamentare europeo e che quindi la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle telefonate andasse inoltrata al Parlamento europeo. Anche lì il Parlamento europeo, con il contributo fattivo dei Deputati italiani di centrodestra e di centrosinistra, compreso Bonsignore, che ha votato per salvare D’Alema, il Parlamento europeo ha deciso che non bisognava autorizzare l’utilizzo di quelle telefonate e conseguentemente, senza la prova contenuta in quelle telefonate, non si possono processare, ovviamente, i due politici
    • rimane l’aspetto politico, ovvero rimane l’aspetto di una scalata bancaria per la quale stanno per essere rinviate a giudizio una ventina di persone, banche, banchieri, dirigenti, affaristi, finanzieri etc. etc., ritenuta illegale, ritenuta viziata da reati di aggiotaggio e insider trading, alla quale contribuivano addirittura, in telefonate che costituiscono reato a carico di Consorte, perché nei suoi confronti quelle telefonate possono essere utilizzate, due dirigenti dell’attuale Partito Democratico, che praticamente se, come pare, Bersani vincerà il congresso, saranno i veri azionisti di maggioranza del Partito Democratico, visto che Bersani è uomo di D’Alema, appoggiato ventre a terra da Massimo D’Alema e dal suo entourage, Latorre in primis.
  • Autorizzazioni a procedere – Doc. IV n. 3 – Sen. Nicola Latorre
  • Versione senatore Latorre:
    – è fumus persecutionis;
    – GIP ha formulato ipotesi accusatorie;
    – motivazione ultra petita, posizione colpevolista del GIP;
    – sede non appropriata alla valutazione colpevolezza imputato;
    – in virtù dell’art. 184 TU DL 58/98, che "vieta di acquistare, vendere o compiere altre operazioni su strumenti finanziari utilizzando informazioni privilegiate", le sue dichiarazioni risultano assolutamente "neutrali", quindi non in grado di alterare il prezzo di mercato;
    – solo "scambio di notizie;
    – il titolo BNL non subì variazioni;
    – il GIP decide per la trascrizione delle intercettazioni prima dell’udienza preliminare (art. 268 c. 6, CPP);
    – fatti ampiamente noti;
    – interesse della politica per l’operazione;
    – i magistrati milanesi hanno ammesso che, al di fuori delle intercettazioni, non è emerso nulla a carico del parlamentare;
    – hanno indagato senza averlo iscritto nel registro degli indagati;
  • Versione Relazione D’alia:- punto di vista procedurale: (rif. norm.: art. 3 c. 6 L. 140/2003 e sentenza 390/2007)
    • D’Alia: prima iscrizione registro indagati, poi richiesta uso intercettazioni;
    • PM: la mancanza dell’autorizzazione, prevista dall’articolo 6 della legge n. 140 del 2003, impedisca di utilizzare le intercettazioni ai fini dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato dell’interessato e renda pertanto impossibile procedere a tale iscrizione qualora gli elementi a carico del parlamentare emergano solo dalle intercettazioni medesime;
    • D’Alia: in CPP, la nozione di utilizzazione è tecnicamente riferita al piano probatorio; il divieto di utilizzabilità in mancanza dell’autorizzazione non impedisce l’impiego degli "elementi di conoscenza" come fonte di innesco di una investigazione;

    – lesione diritto difesa del parlamentare interessato: sua mancata registrazione gli impedisce di partecipare all’udienza stralcio (art. 268, c. 6, CPP);
    – mancata interlocuzione del parlamentare può privare il Senato di elementi di conoscenza utili; soluzione interpretativa fatta propria dall’autorita giudiziaria richiedente appaia altresı quella meno compatibile con il principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato, implicando la possibilità che la Camera competente debba effettuare le sue valutazioni sulla base di un materiale incompleto e, quindi, astrattamente fuorviante.

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    • «Sarà un congresso vero, non lacerante», secondo Rosy Bindi, che sostiene Pier Luigi Bersani per la segreteria Pd. Intanto il clima è rovente. Come dimostrato ieri durante un faccia a faccia a Cortina tra la vicepresidente della Camera e Debora Serracchiani, che sostiene Dario Franceschini.
    • «La candidatura di Franceschini è una contraddizione, non è credibile – dice Bindi – che chi ha sostenuto il programma di Veltroni oggi predichi per un partito completamente diverso. Quella di Veltroni è stata una linea politica fallimentare e Franceschini ha le sue responsabilità.
    • «Il problema è trasversale – ha risposto Serrachiani – perché gli altri non sono stati in ferie per anni. Ti ricordo che siamo nelle stesso partito non serve litigare. Il segretario che abbiamo avuto aveva il consenso popolare ma non della dirigenza. Il partito è stato gestito da tutti ma solo uno se n’è assunto la responsabilità».
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    • Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
    • Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.
    • È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini
    • Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”
    • Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso: il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri?
    • Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.
    • Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.
    • Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.

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