Manovra-bis, l’articolo 8 è sovversivo

Non si tratta solo di deroga all’art.18. Non è solo deroga allo Statuto dei Lavoratori, ma anche a qualsiasi norma di legge che disciplina una delle materie richiamate dal comma 2 ed alle relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro. Quali?

Sarà possibile derogare rispetto:

  1. agli impianti audiovisivi (???) e alla introduzione di nuove tecnologie;
  2. alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale;
  3. ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro;
  4. alla disciplina dell’orario di lavoro;
  5. alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.
In particolare il punto 2 deroga all’art. 2103 del Codice Civile nonché a tutto l’armamentario giuridico fatto di sentenze della magistratura che cito rigorosamente in coda al testo:

Art. 2103. – Mansioni del lavoratore: Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione. Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il prestatore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta, e l’assegnazione stessa diviene definitiva, ove la medesima non abbia avuto luogo per sostituzione di lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, dopo un periodo fissato dai contratti collettivi, e comunque non superiore a tre mesi. Egli non può essere trasferito da una unità produttiva ad una altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

 Ogni patto contrario è nullo.

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Cfr. Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 23 agosto 2007, n. 17940, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 4 settembre 2007, n. 18580, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 5 dicembre 2007, n. 25313, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 21 dicembre 2007, n. 27113, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 23 gennaio 2008, n. 1430, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 4 febbraio 2008, n. 2621, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 12 febbraio 2008, n. 3304, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 5 febbraio 2008, n. 2729, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 18 febbraio 2008, n. 4000, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 19 febbraio 2008, n. 4060, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 22 febbraio 2008, n. 4673, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 26 marzo 2008, n. 7871, Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 4 aprile 2008, n. 8740, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 14 aprile 2008, n. 9814, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 7 maggio 2008, n. 11142, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 8 maggio 2008, n. 11362, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 9 maggio 2008, n. 11601, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 10 giugno 2008, n. 15327, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 2 settembre 2008, n. 22055, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 6 ottobre 2008, n. 24658, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 22 ottobre 2008, n. 25574 e Cassazione Civile, sez. tributaria, sentenza 9 dicembre 2008, n. 28887, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 1° luglio 2009, n. 15405, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 30 settembre 2009, n. 20980 e Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 14 aprile 2010, n. 8893 in Altalex Massimario.

Possiamo pensare di derogare a questo articolo del codice civile? Possiamo veramente credere che tutto rimanga come prima? Possiamo tollerare che un dipendente sia spostato di mansione con diminuzione della retribuzione? O che sia promosso senza che abbia alcun adeguamento? Possiamo veramente permettere accordi del genere? Accordi in cui un lavoratore sia spostato come una pedina da uno stabilimento all’altro, anche all’estero, senza che vi siano le necessarie – comprovate – ragioni tecniche?

Possiamo, certo. Ma dal giorno successivo in cui verrà approvata una norma simile, una norma che mette un accordo fra privati, con norme al di fuori della legge, al di sopra della legge, si è come dichiarata guerra alla società medesima. L’articolo 8 è sovversivo. Non è soltanto contro la costituzione e contro lo stato di diritto, ma è anche e soprattutto contro il cittadino, la persona, l’individuo. E’ un attacco a tutti noi, alla nostra vita in comune, alla vita condivisa e pacifica di questo paese.

Combattere contro l’articolo 8 è un atto di resistenza contro un atto di guerra.

Scusate l’enfasi, ma è vergognoso che l’unica opposizione giunta contro questa norma – a parte lo sciopero della CGIL, che però non ha messo sufficientemente in luce la portata sovversiva dell’emendamento – provenga solo da Confindustria, la quale fa sapere che la base di partenza resta l’accordo confederale del 28 giugno 2011, il quale prevede sì un rafforzamento della contrattazione di secondo livello – territoriale, aziendale – ma sempre all’interno della cornice superiore e condivisa della Costituzione, della Legge, dello Statuto dei Lavoratori e del CCNL. L’irresponsabilità del governo e di Sacconi è palese e deve essere duramente condannata.

Pensioni, immediato dietrofront. Il governo teme la class action

Secondo il Tg La7, che cita a sua volta un rilancio dell’ANSA, il ministro del Welfare Sacconi, sentiti i vertici degli organi previdenziali, starebbe optando per stralciare e cassare la norma ipotizzata ieri nel super vertice di Arcore – il patto dei rigatoni – che elimina la possibilità del riscatto ai fini del calcolo dell’età pensionabile degli anni di laurea o di leva. E’ stata evidentemente posta in evidenza l’inconsistenza del risparmio sul bilancio pubblico apportata – la modifica interesserebbe soltanto 100.000 lavoratori e apporterebbe un beneficio di solo un miliardo di euro a partire del 2013 – nonché la concreta possibilità che questi centomila lavoratori mettano in essere una class action contro lo Stato – e con buone possibilità di vincerla.

Roma, 30 ago. (TMNews) – Malumore per il polverone sollevato, timore degli effetti e di eventuali controindicazioni giuridiche. E’ già nel mirino di molti, nel Pdl e nel governo […] Nel mirino di una parte del Pdl ci sarebbe soprattutto Maurizio Sacconi, indicato come ‘mente’ dell’iniziativa, che avrebbe gestito la partita – secondo alcune fonti di governo – insieme a Roberto Calderoli e Giulio Tremonti. […] Sempre in casa Pdl trapela un giudizio non del tutto positivo del premier Silvio Berlusconi rispetto a questo capitolo. C’è addirittura chi giura che solo al termine del vertice di Arcore si sarebbe discusso di sfuggita della vicenda e che l’averla inserita nel comunicato sarebbe frutto di un blitz di fine vertice sotto la regia di Sacconi. (via TMNews).

Anche Libero titola “Pensioni, monta la rivolta”:

mercoledì mattina, si è appreso, il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, inconterà Sacconi con i tecnici del ministero dell’Economia e con quelli del ministero del Lavoro. L’obiettivo è approfondire la materia previdenziale, sia dal punto di vista finanziario sia (e soprattutto) da quello dell’impatto sociale della norma. L’incontro è stato reso pubblico da una nota di Calderoli (via Libero-News).

Davanti alla paura di una rivolta sulle pensioni (ah! ricordate il 1994? ricordate la manifestazione contro il primo primissimo attacco alle pensioni di anzianità? il governo Berlusconi I cadde anche per questa ragione), i ministri corrono a gambe levate.

Il Collegato Lavoro è legge: storia di un sofferto iter parlamentare

Il Collegato Lavoro è stato approvato definitivamente. L’unico atto di questo governo respinto dal Presidente Napolitano è divenuto legge dopo il voto di ieri alla Camera: hanno votato a favore 310 deputati – fra cui l’UDC; contrari 204, 3 astenuti. Secondo l’opposizione – PD e IDV – il testo è peggiorativo rispetto alla versione respinta dal Presidente. La norma è stata approvata in settima lettura. Una gestazione difficile per un provvedimento che contiene un po’ di tutto, alla maniera di un cassonetto per la raccolta dei rifiuti. La potremmo chiamare la “normativa indifferenziata”. Il legislatore non ha raccolto per nulla i rilievi posti da Napolitano con il rinvio alle Camere. Di fatto, la maggioranza ha imposto prepotentemente il suo volere:

Le principali misure vanno dall’arbitrato per le controversie sul lavoro – con l’esclusione dei licenziamenti – a paletti più stretti per l’arbitrato di equità – quando l’arbitro giudica su criteri più ampi legati al caso concreto in deroga a norme di legge; dai risarcimenti per le vittime dell’amianto sui Navigli di Stato con lo stop su responsabilità penali degli ammiragli, all’apprendistato al posto dell’ultimo anno di scuola dell’obbligo. Nel testo anche deleghe al governo, tra cui quelle su lavori usuranti e ammortizzatori sociali (PD – La controriforma sul collegato Lavoro).

Alcuni articoli che interessano i lavoratori:

  • Certificati di Malattia

Art. 25.
(Certificati di malattia).
1. Al fine di assicurare un quadro completo delle assenze per malattia nei settori pubblico e privato, nonché un efficace sistema di controllo delle stesse, a decorrere dal 1o gennaio 2010, in tutti i casi di assenza per malattia dei dipendenti di datori di lavoro privati, per il rilascio e la trasmissione della attestazione di malattia si applicano le disposizioni di cui all’articolo 55-septies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Art. 55- septies es Dlgs 165/2001 – Controlli sulle assenze
1. Nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.

2. In tutti i casi di assenza per malattia la certificazione medica e’ inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Istituto nazionale della previdenza sociale, secondo le modalità stabilite per la trasmissione telematica dei certificati medici nel settore privato dalla normativa vigente, e in particolare dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri previsto dall’articolo 50, comma 5-bis, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, introdotto dall’articolo 1, comma 810, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e dal predetto Istituto e’ immediatamente inoltrata, con le medesime modalità, all’amministrazione interessata.

3. L’Istituto nazionale della previdenza sociale, gli enti del servizio sanitario nazionale e le altre amministrazioni interessate svolgono le attività di cui al comma 2 con le risorse finanziarie,
strumentali e umane disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

4. L’inosservanza degli obblighi di trasmissione per via telematica della certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta l’applicazione della sanzione del licenziamento ovvero, per i medici in rapporto convenzionale con le aziende sanitarie locali, della decadenza dalla convenzione, in modo inderogabile dai contratti o accordi collettivi.

5. L’Amministrazione dispone il controllo in ordine alla sussistenza della malattia del dipendente anche nel caso di assenza di un solo giorno, tenuto conto delle esigenze funzionali e organizzative.
Le fasce orarie di reperibilità del lavoratore, entro le quali devono essere effettuate le visite mediche di controllo, sono stabilite con decreto del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione.

6. Il responsabile della struttura in cui il dipendente lavora nonché il dirigente eventualmente preposto all’amministrazione generale del personale, secondo le rispettive competenze, curano
l’osservanza delle disposizioni del presente articolo, in particolare al fine di prevenire o contrastare, nell’interesse della funzionalità dell’ufficio, le condotte assenteistiche. Si applicano, al riguardo, le
disposizioni degli articoli 21 e 55-sexies, comma 3 (Dlgs 165/2001).

l’articolo 55-septies valeva inizialmente solo per i lavoratori della pubblica amministrazione. L’articolo 25, inserito fra le pieghe di una norma abnorme e disarticolata, estende la medesima disciplina anche per i lavoratori del settore privato. I medici saranno così responsabilizzati nell’invio del certificato di malattia, pena la decadenza della convenzione con le ASL.

  • Conciliazione e arbitrato “secondo equità”: l’articolo resta nella formula modificata dal Senato.

Art. 31 comma 10 – In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

E’ da sottolineare che l’emendamento 31.33, proposto al Senato, che intendeva cancellare le modifiche dell’opposizione (il famoso emendamento Damiano), è fallito. Il testo, pur in una diversa formulazione, riprende la vecchia proposta del PD. In questo modo, la decisione delle parti di avvalersi dell’arbitrato per la risoluzione di controversie, deve essere fatta al momento della stipula della clausola compromissoria. Non esiste alcuna scelta fra arbitrato e magistratura ordinaria, fatto che comunque il solo emendamento Damiano non poteva correggere. “Inoltre”, fanno sapere dal PD, “l’arbitrato secondo equità consegna al collegio arbitrale la facoltà di derogare da leggi e contratti”. Insomma, Marchionne non avrebbe saputo far di meglio.

Atto Camera N. 1441-quater-f

Pensioni, il mistero del ‘refuso’ continua

L’emendamento che aggancia anche i 40 anni di contributi all’adeguamento all’aspettativa di vita dal 2016 era un refuso? Secondo Sacconi sì. Secondo me no. Tanto più che l’emendamento non è stato ‘corretto’ ma ripresentato: si chiama emendamento 12.1000 (testo 2). Certamente in commissione il relatore avrà modo di spiegare quanto successo e eventualmente di propendere per accantonare il testo 1. Ma tant’è, esso è ancora lì, e le differenze rispetto al secondo testo non si limitano al solo refuso. Vediamo

Proposta di modifica n. 12.1000 (testo 1) al DDL n. 222812-bis. In attuazione dell’articolo 22-ter, comma 2, del decreto-legge  1  luglio  2009,  n.  78, convertito con modificazioni con legge  3 agosto  2009, n. 102, concernente l’adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita e tenuto anche conto delle esigenze di coordinamento degli istituti pensionistici e delle relative procedure di adeguamento dei parametri connessi agli andamenti demografici, a decorrere dal 1° gennaio 2016 i requisiti di età e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni e integrazioni, i requisiti anagrafici di 65 anni e di 60 anni per il conseguimento della pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico di cui all’articolo 22-ter, comma 1, del decreto-legge 1° luglio 2009, n.78 convertito con modificazioni con legge 3 agosto 2009, n.102, e successive modificazioni e integrazioni, il requisito anagrafico di 65 anni di cui all’articolo 1, comma 20 e all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni e integrazioni, e il requisito contributivo di 40 anni ai fini del conseguimento del diritto all’accesso al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica sono aggiornati a cadenza triennale

12-ter. A partire dall’anno 2014 l’Istat rende annualmente disponibile entro il 30 giugno dell’anno medesimo il dato relativo alla variazione nel triennio precedente della speranza di vita all’età  corrispondente a 65 anni in riferimento alla media della popolazione residente in Italia. A decorrere dalla data di cui al comma 12-bis e con i decreti a cadenza triennale di cui allo stesso comma 12-bis:

a)  i requisiti di età e il requisito di anzianità contributiva ai fini del conseguimento del diritto all’accesso al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica indicati al comma 12-bis sono aggiornati incrementando i requisiti in vigore in misura pari all’incremento della predetta speranza di vita accertato dall’Istat in relazione al triennio di riferimento. In sede di prima applicazione tale aggiornamento non può in ogni caso superare i 3 mesi e lo stesso aggiornamento non viene effettuato nel caso di diminuzione della predetta speranza di vita. In caso di frazione di mese, l’aggiornamento viene effettuato con arrotondamento al decimale più prossimo. Il risultato in mesi si determina moltiplicando la parte decimale dell’incremento della speranza di vita per dodici, con arrotondamento all’unità;

b) i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva indicati al comma 12-bis sono conseguentemente incrementati in misura pari al valore dell’aggiornamento rapportato ad anno dei requisiti di età. In caso di frazione di unità, l’aggiornamento viene effettuato con arrotondamento al primo decimale;

Restano fermi i requisiti di anzianità contributiva minima previsti dalla normativa vigente in via congiunta ai requisiti anagrafici, nonché la disciplina del diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico rispetto alla data di maturazione dei requisiti secondo quanto previsto dalla normativa vigente, come modificata ai sensi dei commi 1 e 2 del presente articolo

Proposta di modifica n. 12.1000 (testo 2) al DDL n. 222812-bis. In attuazione dell’articolo 22-ter, comma 2, del decreto-legge  1  luglio  2009,  n.  78, convertito con modificazioni con legge  3 agosto  2009, n. 102, concernente l’adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita e tenuto anche conto delle esigenze di coordinamento degli istituti pensionistici e delle relative procedure di adeguamento dei parametri connessi agli andamenti demografici, a decorrere dal 1° gennaio 2015 i requisiti di età e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni e integrazioni, i requisiti anagrafici di 65 anni e di 60 anni per il conseguimento della pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico di cui all’articolo 22-ter, comma 1, del decreto-legge 1° luglio 2009, n.78 convertito con modificazioni con legge 3 agosto 2009, n.102, e successive modificazioni e integrazioni, il requisito anagrafico di 65 anni di cui all’articolo 1, comma 20 e all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni e integrazioni devono essere aggiornati a cadenza triennale

12-ter. A partire dall’anno 2013 l’Istat rende annualmente disponibile entro il 30 giugno dell’anno medesimo il dato relativo alla variazione nel triennio precedente della speranza di vita all’età  corrispondente a 65 anni in riferimento alla media della popolazione residente in Italia. A decorrere dalla data di cui al comma 12-bis e con i decreti a cadenza triennale di cui allo stesso comma 12-bis:

a)  i requisiti di età indicati al comma 12-bis sono aggiornati incrementando i requisiti in vigore in misura pari all’incremento della predetta speranza di vita accertato dall’Istat in relazione al triennio di riferimento. In sede di prima applicazione tale aggiornamento non può in ogni caso superare i 3 mesi e lo stesso aggiornamento non viene effettuato nel caso di diminuzione della predetta speranza di vita. In caso di frazione di mese, l’aggiornamento viene effettuato con arrotondamento al decimale più prossimo. Il risultato in mesi si determina moltiplicando la parte decimale dell’incremento della speranza di vita per dodici, con arrotondamento all’unità;

b) i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva indicati al comma 12-bis sono conseguentemente incrementati in misura pari al valore dell’aggiornamento rapportato ad anno dei requisiti di età. In caso di frazione di unità, l’aggiornamento viene effettuato con arrotondamento al primo decimale;

Restano fermi i requisiti di anzianità contributiva minima previsti dalla normativa vigente in via congiunta ai requisiti anagrafici, nonché la disciplina del diritto alla decorrenza del trattamento pensionistico rispetto alla data di maturazione dei requisiti secondo quanto previsto dalla normativa vigente, come modificata ai sensi dei commi 1 e 2 del presente articolo.

In sostanza viene espunto il capoverso che parla del ‘requisito contributivo’ di 40 anni per accedere al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica, ma resta il comma 12-ter/b dove si spiega che la somma di età anagrafica e contributiva sarà oggetto dell’incremento sulla base del dato ISTAT sulle speranze di vita, come stabilito dall’art. 22-ter della legge 102/2009, conversione del precedente decreto anticrisi. Le norme che si vogliono introdurre dovrebbero servire alla mera attuazione del metodo introdotto con la legge del 2009. Ma, nel passaggio dal testo errato a quello corretto, è stata modificata anche la data di decorrenza: non più 1° Gennaio 2016 ma il 1° Gennaio 2015. Perché questa accelerazione? E’ proprio vero che l’età contributiva di 35 anni rimane inalterata? Se si incrementano le somme di età anagrafica e contributiva, di fatto si aumenta anche quest’ultima, agganciandola a un automatismo che elimina del tutto la possibilità di contrattazione con le parti sindacali. Una specie di scala mobile applicata all’età pensionabile.

La tabella B di cui alla legge 247/2007 verrebbe ad aggiornarsi con un parametro aggiuntivo, appunto: l’aspettativa di vita.

TABELLA B

REQUISITO CONTRIBUTIVO MINIMO: 35 ANNI
PERIODO Lavoratori dipendenti Lavoratori autonomi
DAL AL Somma di età anagrafica e anzianità contributiva Età anagrafica minima per la maturazione del requisito Somma di età anagrafica e anzianità contributiva Età anagrafica minima per la maturazione del requisito
01/07/2009 31/12/2010 95 + Aspettativa Vita 59 96 60
01/01/2011 31/12/2012 96 + Aspettativa Vita 60 97 61
01/01/2013 97 + Aspettativa Vita 61 98 62

E se un giorno dovessimo organizzare un concorso a premi? Guardate il video (tranquilli, è satira):

Vodpod videos no longer available.

Sitografia:

Fiom, l’ultimo baluardo

Possiamo discutere all’infinito sulle condizioni lavorative degli operai di Pomigliano d’Arco, che sinora sono stati dispensati dal ciclo continuo e hanno goduto di un regime particolarmente poco severo in termini di malattia e pausa pranzo. Condizioni privilegiate che ora la Fiat vuole togliere. L’accordo che Marchionne intende far approvare ai lavoratori contiene regole che in altre parti del paese sono la quotidianità. Tutto ciò, viene spiegato, è dovuto a esigenze di competitività. Altrimenti si delocalizza, in Serbia o in Polonia.

Ma la serie di deroghe al contratto nazionale pare alquanto strana. Il contratto nazionale prevede già la turnazione e le quaranta ore di straordinario come richieste da Fiat. Perché derogare? Che necessità altra nasconde questa norma? Soprattutto Fiat chiede di derogare a un diritto non già del lavoratore ma dell’individuo: il diritto di sciopero. La motivazione? C’è chi ne abusa. Si deve garantire il giusto livello di produttività. In che modo? Cancellando un diritto costituzionale. E’ legittimo un accordo del genere? Può un ministro del Welfare avallare una intesa palesemente in contrasto con la legge fondamentale del nostro paese? Non si pone esso stesso, il Ministro, sul medesimo piano di illegalità?

Ecco, allora Fiom fa bene a opporsi. Fiom è ora l’ultimo baluardo della legalità in questo paese. Adesso che persino Fiat vuole sfociare nell’eversione, ora che il governo non ha più maschere e si è palesato come il governo della menzogna e dell’illegalismo diffuso, Fiom ha il diritto-dovere di opporsi. Non già per difendere il privilegio, né l’abuso del diritto, ma per salvaguardare la cornice della legalità contro chi vuole il Far-West del predominio del potere costituito. Se Tremonti parla di ‘Economia Sociale di Mercato’, parla a vanvera. In questo paese il conflitto sociale è anestetizzato. Il sindacato è per due terzi cooptato dal governo. Di che si preoccupano? I rialzi salariali sono stati costantemente sotto il tasso inflattivo per quindici anni. In questi giorni è un fiorire di notizie che parlano di crescita delle buste paga (?). Si è marginalizzato con manodopera precaria e a bassa qualificazione. Il dualismo del mercato del lavoro è ben lungi dall’essere risolto. La crisi viene pagata dai precari. La disoccupazione giovanile è pari al 30%. Perché l’ennesimo attacco al diritto?

R.: qualcuno ipotizza che sia soltanto un pretesto. Nei piani Fiat, Pomigliano è già chiusa, delocalizzata in Polonia. Serviva una testa da servire al tavolo del governo e Fiom, l’ultimo baluardo, è caduta nel cesto.

Pensioni donne, tutti in coro: “innalzamento!”

Sì, ce lo impone l’Europa. E’ scritto nelle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Viviane Reding, commissiaria alla Giustizia afferma che “le sentenze si rispettano” e che “l’Italia ha avuto venti anni per fornire risposte in tal senso”. Allora, il coro è unanime: l’età pesionabile per le donne del pubblico impiego deve essere equiparata a quella dei colleghi maschi. Sessantacinque anni per tutti. Non c’è margine di trattativa. Un po’ di titoli…

    • Nuovo ultimatum della Commissione Ue all’Italia: se non equiparerà immediatamente l’età pensionabile tra uomini e donne nel settore pubblico sarà nuovamente deferita alla Corte di giustizia europea
    • la sentenza della Corte europea di giustizia[…] già nel 2008 intimava all’Italia di innalzare l’età pensionabile delle dipendenti pubbliche, portandola a 65 anni anni, lo stesso livello previsto per i colleghi maschi.
    • la completa equiparazione rimane fissata al 2018, mentre la Commissione Europea insiste sul termine del 2012
    • L’Ue infatti non ammette sconti: l’eta pensionabile di vecchiaia delle dipendenti statali italiane deve essere portata a 65 anni dai 60 attuali a partire dal 2012 e non più dal 2018 come prevede la normativa attuale
    • «Mi sembra ragionevole dare all’Italia tempo fino al primo gennaio 2012» per portare a 65 anni l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego: ha detto la vicepresidente della Commissione Ue, Viviane Reding, dopo l’incontro avuto col ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi
    • «In una democrazia – ha aggiunto Reding – le sentenze di una Corte si rispettano sempre». «L’Italia ha avuto 20 anni, da quando sono state adottate le direttive Ue (sulla parità retributiva tra uomini e donne, ndr), per rispettare il diritto comunitario, ora dovranno mettere in ordine il loro sistema» ha aggiunto la Reding
    • Viviane Reading: L’età pensionabile per le donne del settore pubblico in Italia deve essere portata a 65 anni entro il 2012. È l’avvertimento della vicepresidente della commissione Ue, Viviane Reding, al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, durante il faccia a faccia a Lussemburgo per cercare un compromesso sulla questione. «Il cambiamento nella legislazione italiana – ha spiegato il portavoce della commissaria Ue – potrebbe essere combinato con le misure di consolidamento di bilancio».

Va da sé che la sentenza della Corte di Giustizia causa C-46/07 afferma un principio chiaro, intelleggibile, non direttamente prescrittivo di un aumento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego. La sentenza parla di discriminazione – in pensione più tardi, pensione più povera – e di parità retributiva – equipara infatti il trattamento pensionistico a una retribuzione:

l’art. 141 CE vieta qualsiasi discriminazione in materia di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e lavoratori di sesso femminile, quale che sia il meccanismo che genera questa ineguaglianza. Secondo questa stessa giurisprudenza, la fissazione di un requisito di età che varia secondo il sesso per la concessione di una pensione che costituisce una retribuzione ai sensi dell’art. 141 CE è in contrasto con questa disposizione (v. sentenze Barber, cit., punto 32; 14 dicembre 1993, causa C-110/91, Moroni, Racc. pag. I-6591, punti 10 e 20; 28 settembre 1994, causa C-408/92, Avdel Systems, Racc. pag. I-4435, punto 11, nonché Niemi, cit., punto 53) – (Corte di Giustizia UE- C 46/07).

L’argomentazione spesso impiegata – anche in ambienti di sinistra – della differenza di età pensionabile fra i sessi è legata all’obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne in fatto di lavoro. Questa norma sarebbe diretta a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali delle donne. La Corte, nella sentenza del 2007, si esprime in senso opposto a questo quadro argomentativo:

la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa a seconda del sesso non è tale da compensare gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici di sesso femminile aiutando queste donne nella loro vita professionale e ponendo rimedio ai problemi che esse possono incontrare durante la loro carriera professionale (Corte di Giustizia, cit.).

Anzi, la norma in questione è generatrice di disparità in termini di retribuzione pensionistica fra i sessi. Eppure la sentenza non si conclude con alcuna intimazione della Corte a innalzare l’età pensionabile delle donne. La sentenza impone solamente allo Stato Italiano di pagare le spese del dibattimento. La Commissione ha poi aperto una procedura di infrazione nei confronti del nostro paese, che finora ha mancato di intervenire per eliminare questa norma discriminatoria. La Commissione chiede di rispettare la sentenza e di adeguare la nostra normativa alle specifiche comunitarie in fatto di parità di trattamento fra uomo e donna. Allo Stato Italiano è lasciata la scelta di decidere come: è bene ricordarselo. Il governo ha possibilità di scelta. Può riformare la norma innalzando l’età di uscita dal lavoro delle donne a 65 anni, la soluzione più in voga e di cui i giornali italiani attribuiscono la paternità alla commissaria europea Viviane Reding. Potrebbe viceversa – ma verrebbero meno i risparmi considerevoli derivanti dalla prima ipotesi – equiparare le due età a 62 anni. Non lo dicono, ma il risparmio di spesa che si genererebbe con la riforma si aggira sui circa 2 miliardi di euro in 7 anni. E due miliardi usciti così, dal cappello magico della Commissione UE non sono da buttare via. Non è finita: l’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici del settore pubblico spianerà la strada alla medesima riforma nel settore privato. Il coro univoco dell’innalzamento è talmente offuscante che il sindacato è sprofondato. Non una voce in opposizione a questo carico di mezogne. La norma è discriminatoria, è vero, quanto è vero che l’assenza di dibattito, il silenzio del PD, il fallimento del sindacato, il coro unanime di governo e Confindustria è quanto di più bieco e deviante ci possa essere.

La Sentenza della Corte di Giustizia UE- C 46/07

Collegato Lavoro, il governo ci riprova con l’arbitrato

Il Collegato Lavoro, la legge che modifica la disciplina del licenziamento, già rimandata alle Camere dal presidente della Repubblica Napolitiano, approda al Senato nella sua seconda formulazione con altre modifiche apportate dal Governo in senso peggiorativo rispetto al testo come emendato dalla Camera nella seconda rilettura. In particolare, l’intento del relatore di maggioranza (PdL), Maurizio Castro, è puramente orientato a restaurare il testo originale dell’articolo 31, comma 9, relativo all’Arbitrato, cancellando la modifica ottenuta dal Pd nel passaggio alla Camera con il cosiddetto emendamento Damiano (PD).

Il PD alla Camera, infatti, era riuscito con la piccola modifica di una parola a cambiare di senso l’intero articolo:

L’emendamento si riferi[va] all’articolo 31 del testo e in particolare al nono comma. Nella versione precedente si affermava che “le commissioni di certificazione accertano l’effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”; il testo dell’emendamento sostituisce alle parole “che dovessero insorgere” con “insorte”, pertanto la nuova formulazione della norma delimita l’arbitrato solo alle controversie passate e non a quelle eventuali e future, com’era nelle intenzioni precedenti. In questo modo ogni lavoratore potrà o meno scegliere l’arbitrato solo dopo che la controversia sarà sorta e non all’inizio del suo rapporto di lavoro (Emendamento 31.33 al ddl C.1441-QUATER-D [Collegato Lavoro – rinviato dal Presidente).

L’articolo 31, comma 9 diventava così il comma 10, con il seguente testo:

10. In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie insorte in relazione al rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato (Legislatura 16º – Disegno di legge N. 1167-B/bis).

Castro invece corregge Damiano reintroducendo la formulazione originale del “che dovessero insorgere”; quindi la scelta del lavoratore di optare o meno per l’arbitrato in caso di controversie con il datore di lavoro deve avvenire all’inizio del suo rapporto di lavoro. Secondo il relatore, l’emendamento restaurativo ha l’avvallo del Ministro del Welfare Sacconi. Per il PD e i sindacati è assolutamente peggiorativo e non coglie in alcuna maniera i rilievi del Quirinale. Di fatto il governo, con gran sfoggio di arroganza, pretende di tornare in aula con il Collegato Lavoro nella sua forma originale, con addirittura alcuni cambiamenti ancor più restrittivi per chi intende ricorrere contro un ingiusto licenziamento:

  • Le clausole compromissorie vanno certificate dalle commissioni di certificazione […] Pena l’inefficacia dell’impugnativa
  • Il termine decorre dal deposito del ricorso alla cancelleria del tribunale;
  • [Per il licenziamento orale] il legislatore ha stabilito 90 giorni per rivendicare i propri diritti […] Se non sono indicati i motivi, il lavoratore ha 90 giorni per impugnarlo;
  • Il legislatore, in quest’ultimo caso, inverte l’onere della prova, stabilendo che spetta al datore
  • Co.Co.Co. – disinnescare il contenzioso sorto con la stabilizzazione delle collaborazioni coordinate e continuative: per poter accedere alla “sanatoria”, il datore di lavoro deve aver offerto entro il 30 settembre 2008 la stipula di un contratto subordinato anche a termine; dopo l’entrata in vigore del collegato lavoro, deve offrire di nuovo un’occupazione a tempo indeterminato – qui la novità – «in mansioni equivalenti a quelle accertate» (Ricorso entro 90 giorni sul licenziamento a voce – Il Sole 24 ORE)
l relatore di maggioranza (Pdl) Maurizio Castro ha proposto dicancellare la modifica ottenuta dal Pd nel passaggio alla Camera del Collegato Lavoro con l’emendamento Damiano (Pd).

Testamento Biologico: Sacconi a CL, approvare il DDL Calabrò. Questa barbarie.

Il Ministro Sacconi al congresso CL vuol far passare il messaggio che il DDL Calabrò, il testo che nega la volontà dell’individuo in fatto di fine vita e di pratiche mediche, possa essere approvato in maniera indolore, e solo secondariamente si potrà trovare un accordo sulle modifiche.

Ma parte della maggioranza – non solo i laici del PD e i radicali – è contro questo testo.

  • Dal blog di Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale-PD, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni.

    • Il ministro Sacconi prosegue da giorni con il suo inaccettabile mantra: si procede a colpi di maggioranza approvando i due punti inaccettabili del testo Calabrò su testamento biologico e fine vita, imponendo anche a chi non lo desidera alimentazione e idratazione artificali; poi sul resto, con comodo, si troverà un intesa.
    • Proposta che va respinta al mittente. Innanzitutto nel merito: viene brutalmente mortificata la volontà della persona con una norma di chiaro sapore incostituzionale. E si vuole condurre in porto l’operazione impedendo dibattito, discussione, confronto.
    • esigenza di portare quanto prima in dono alle gerarchie vaticane la legge che oltretevere desidera sul testamento biologico; calpestando anche le perplessità e i dissensi che in misura crescente si manifestano in queste ore nello stesso centro destra
    • Sono almeno una sessantina i parlamentari della maggioranza che hanno annunciato il loro dissenso
    • A questi miei colleghi rivolgo un pubblico invito.
    • Chiedo a quanti si oppongono al testo di legge retrogrado e punitivo, che non ha riscontro in nessun altro paese d’Europa e d’Occidente, di intervenire in Commissione Affari Sociali, alla ripresa a settembre dei lavori parlamentari, per dare corpo e sostanza al loro NO. Chiedo inoltre ai miei colleghi del PD di assumere una posizione chiara di opposizione al testo Calabrò, e specificatamente sui punti che il ministro Sacconi intende far approvare nella semi-clandestinità e senza dibattito parlamentare. Non è questione di laici contro cattolici, ma di laici contro clericali.
    • La battaglia da combattere è, da una parte, per la libertà di ricerca scientifica; dall’altra per affermare i diritti umani fondamentali: alla vita, alla salute, a una vita dignitosa fino all’ultimo istante che ciascuno considera degno di essere vissuto. Questa è la posta in gioco, è bene che se ne sia tutti consapevoli e coscienti.
  • “Il Parlamento è sovrano, ma proprio per cercare un più vasto consenso sul testamento biologico si potrebbe intanto approvare la leggina che il Consiglio dei ministri varò unanimemente sulla vicenda Englaro” il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, a margine del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, parla della legge sul testamento biologico. “Una leggina che riconosca il diritto inalienabile all’alimentazione e all’idratazione, soprattutto per le persone non autosufficienti rinviando a una riflessione più ponderata tutta la disciplina sulla indicazione anticipata di trattamento” aggiunge il ministro.

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    • La strada indicata oggi dal ministro della Salute Sacconi, che da Rimini ha proposto di approvare, in attesa che la Camera esami il ddl sul testamento biologico uscito dal Senato, la cosiddetta leggina Englaro sul bio-testamento “e’ una strada assolutamente sbagliata”.
    • “quella che il ministro della Sanita’ chiama leggina e’ un ddl approvato da questo Consiglio dei Ministri all’unanimita’ e che ha trovato il giudizio di incostituzionalita’ del Quirinale”
    • Marino, che al Senato si e’ battuto in prima linea per una legge ‘laica’ sul testamento biologico, dice che senz’altro questa posizione del ministro “suscitera’ polemiche perche’ non si puo’ scrivere una in una legge che l’idratazione e l’alimentazione siano obbligatori”
    • E’ stato proprio l’ordine dei medici – ricorda Marino – a ribadire un concetto chiaro: che inserire un tubo di plastica nello stomaco ed inserire sostanze chimiche sono atti medici che richiedono il consenso informato e di conseguenza un cittadino deve poter avere la liberta’ di decidere se vuole essere sottoposto o no ad una terapia. L’idratazione e l’alimentazione – sottolinea Marino – sono diritti inalienabili non e’ di questo che stiamo parlando: nessuno, ribadisco con forza, ha mai pensato di sottrarre a persone che necessitano di assistenza l’idratazione e l’alimentazione. Stiamo proponendo invece ai cittadini italiani di indicare a quali terapie vogliono essere sottoposte e quali no”.

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