Il Sisde parallelo: super-poliziotti antimafia o spie?

Ma come è potuto accadere? Guardando a quegli anni, al 1992, al 1993, ai morti lasciati sull’asfalto, all’asfalto sollevato per aria come un tappeto. Ma come è potuto accadere, ci si può soltanto chiedere. E la desolazione aumenta percependo pienamente che la verità non sarà mai raggiunta, se non fra molti anni. Scoperto un nome, smascherato un volto, un altro nell’ombra si staglia e la caccia ai mandanti occulti diventa un gioco a somma zero in cui chi è chiamato ad investigare si ritrova impietosamente al punto di partenza.

I magistrati di Caltanissetta, il pool di investigatori chiamato a rifare le indagini sulla strage di Via D’Amelio, avendo accertato le falsità del pentito Scarantino, autoaccusatosi del furto della 126, hanno ipotizzato una sorta di trama nera, un anti-Stato che operava militarmente prima, politicamente poi, per imprimere alla politica italiana un segno profondo. Da ciò ne è nato un teorema giornalistico che ha uno dei suoi assiomi nella volontà mafio-massonica di impedire l’elezione a presidente della Repubblica di Giulio Andreotti. In quel preciso istante, che è l’anno 1992, ebbe inizio il conflitto fra Stato e anti-Stato: l’omicidio Lima. Ed è come se per il Nord e il Sud del paese fossero stati previsti destini diversi. Al Sud si operò per impedire l’azione giudiziaria. Al Nord si lasciò fare a quello zelante pool di magistrati di Milano che aprì l’inchiesta Mani Pulite. In mezzo, nell’ombra della normalità, con le vesti di insospettabili collaboratori e di super poliziotti fedelissimi alla causa, si nascondevano uomini dalla doppia identità, Giano bifronte che tessevano le fila del nemico da combattere, la Mafia.

Si suppone ci fossero agenti del Sisde nella polizia palermitana, nelle istituzioni, fra i mafiosi medesimi. Una triangolazione fatale, dentro la quale non fuoriusciva un bel nulla. Da un lato vi era l’opera depistatoria di Arnaldo La Barbera; dall’altro, i trattativisti facenti capo al generale dei Ros Mario Mori. E poi i vertici della Polizia, del Viminale.

  • La Barbera

La Barbera è stato capo della Squadra Mobile di Venezia, poi di Palermo, ex questore di Palermo, poi di Roma, infine messo al vertice di Ucigos e indagato nell’inchiesta sulla mattanza della Scuola Diaz durante il G8 di Genova, dove forse ispirò l’irruzione nell’edificio e la messinscena delle molotov. Morto per cancro nel 2002, soltanto durante lo scorso mese di Giugno è stato scoperto essere a libro paga del Sisde per almeno due anni, a cavallo fra il 1986 e il 1987.

Dovete sapere che La Barbera diventò capo della Squadra Mobile di Palermo nel 1988, ma lo fu anche per un breve periodo, nel 1985. La Barbera era una sorta di solver-man, un uomo che risolve i guai, che riporta l’ordine. Nel ’85 la Mobile di Palermo era allo sbando: i suoi predecessori, o erano coinvolti nella P2, oppure finirono ammazzati (vi suonerà strano, ma la mafia lasciò stare il piduista). Quando arrivò lui, la Squadra Mobile di Palermo divenne la “Mobile di Ferro”. Nessuno poteva pensare che La Barbera nascondesse una doppia identità, nome in codice “Catullo”. Il suo vice era Guido Longo:

Guido Nicolò Longo era uno dei due sbirri che il Viminale paracadutò nell’infermo di Palermo nella seconda metà degli anni Ottanta. L’altro si chiamava Arnaldo La Barbera. Insieme dovevano ricostruire una Squadra mobile colpita al cuore da veleni, sospetti ma, soprattutto, omicidi. Sì perché la mafia aveva assassinato, uno dopo l’altro, i migliori investigatori siciliani […] La Barbera capo della nuova Mobile, Longo vice […] Giovanni Falcone si fidava di loro. Loro ammiravano Falcone […]  E toccò anche a Longo, nel frattempo alla Dia di Palermo, indagare su quei massacri e contribuire alla cattura dei macellai di Capaci […] Guido Longo lo mandano a Napoli. A capo della Dia (L’ultimo cacciatore di mafiosi Longo, da Cosa nostra a Gomorra – Napoli – Repubblica.it).

Di questo passo mi ha colpito la frase: “Falcone si fidava di loro”. Insieme a La Barbera e Longo vi erano poliziotti del calibro di  Manganelli e De Gennaro. De Gennaro diventò poi capo della Polizia, il suo successore è stato proprio Manganelli. Fu De Gennaro a inviare La Barbera a Genova, quel sabato, al G8 di Genova. La Barbera e Longo indagarono su Capaci. E La Barbera incappò in quel bigliettino, quello in cui vi era il numero di cellulare di un agente del Sisde, perso proprio lassù, sulla collinetta di Capaci. Quel numero corrispondeva all’utenza di tale Lorenzo Narracci, vice di Bruno Contrada. Una prova così importante che non condusse ad alcun risultato. Venne poi arrestato Giovanni Brusca, indicato come l’uomo che schiacciò il pulsante del telecomando che fece esplodere l’ordigno sotto l’autostrada. Il mostro che sciolse il piccolo Di Matteo nell’acido. Gran merito a La Barbera, eroe dell’antimafia.

  • Bruno Contrada

Perché mai La Barbera avrebbe dovuto indagare Narracci? Quando si trattò di testimoniare al processo Contrada, La Barbera difese l’operato del collega:

E’ stato lui [La Barbera] ad ammettere di avere trovato l’ anno scorso a Roma una lettera anonima del 1985, un appunto “non protocollato”, scritto “verosimilmente in ambienti interni alla questura di Palermo” per accusare Contrada di rapporti con boss come Riccobono e Badalamenti e di avere dei “possedimenti” in Sardegna […] Avvocato Gioacchino Sbacchi: “Ha accertato qualcosa su Contrada in esito alla delega dei giudici di Caltanissetta?”. La Barbera: “No”. Sbacchi: “Lei e’ stato dirigente della Mobile di Palermo per tanto tempo. Ha acquisito elementi di collusione su Contrada?”. Sbacchi: “Contrada ha mai interferito nelle indagini? Ha mostrato attenzioni particolari, e’ stato indiscreto?”. La Barbera: “Assolutamente no. Ci siamo parlati 4, 5 volte…”. Sbacchi: “Le sono mai stati riferiti sospetti su Contrada?”. Sbacchi: “Lei ha mai avuto rapporti con Contrada nella qualita’ di funzionario del Sisde?”. La Barbera: “Ho partecipato ad una riunione con lui dopo la strage Borsellino”. Sbacchi: “Ritenne il contributo di Contrada positivo o deviante?”. La Barbera: “Deviante proprio no. Fu un contributo fornito da un addetto ai lavori”. Avvocato Piero Milio: “Conosce il rapporto di Contrada contro Badalamenti?”. La Barbera: “Non lo ricordo, ma ho letto diversi rapporti di Contrada fatti con estrema perizia”. Presidente Francesco Ingargiola: “Quell’ anonimo trovato all’ Alto commissariato era stato protocollato o lasciato li’ come un pezzo di carta?”. La Barbera: “Non era protocollato”. Presidente: “Per quanto riguarda i possedimenti in Sardegna?”. La Barbera: “La Procura di Palermo nel 1985 non aveva avviato nessuna indagine patrimoniale” (l’ Antimafia perquisita per Contrada).

  • I depistaggi

Bruno Contrada fu arrestato il 24 Novembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa del Gen. Mori. Su di lui pesavano le dichiarazioni dei pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi. Condannato a 10 anni in primo grado, fu assolto con formula piena in Appello. Una assoluzione sospetta. Infatti il giudizio di legittimità della Cassazione annullò la sentenza di secondo grado e dispose la ripetizione del giudizio d’appello presso una diversa sezione della Corte d’Appello di Palermo. La sentenza definitiva è giunta nel 2007, dopo dodici anni di dibattimenti, quando la Cassazione ha confermato la seconda sentenza d’Appello e la condanna a 10 anni per l’ex poliziotto e ex dirigente della Polizia di Stato (Wikipedia). La vicenda Contrada inizia alla fine del 1992: ha qualcosa a che vedere con la trattativa? contrada viene scaricato dal Sisde? Oppure quelli del servizio segreto si trovano improvvisamente impreparati dinanzi a questa offensiva mafiosa per mano dei pentiti? Di fatto la prima sentenza d’Appello può essere configurata come il tentativo estremo di salvare Contrada. Ma di più il Sisde non poteva fare. Avrebbe messo a rischio l’intera operazione di depistaggio, forse. Poiché proprio alla fine del 1992, La Barbera fu nominato dal Viminale (Mancino) al vertice del pool investigativo stragi “Falcone e Borsellino”. In quella veste, La Barbera organizzò il depistaggio sulle indagini per la morte di Borsellino:

Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera e Mario Bo sono tre esimi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Il primo questore di Novara, il secondo in servizio alla polizia postale di Milano, il terzo capo della squadra mobile di Triste  […] Tre uomini, pluridecorati, all’apice delle loro carriere, si sono ritrovati tutti in Procura, per essere interrogati su fatti avvenuti più di 18 anni fa. Perché loro formavano il gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, incaricato di far luce sulle stragi del 1992. Il loro capo era il superpoliziotto Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, deceduto nel 2002 […] L’accusa, per i tre funzionari, è di quelle pesanti:  calunnia aggravata, perché “in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera, nonché con altri allo stato da individuare”, inducevano, mediante minacce e percosse, Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino a mentire in merito alle stragi del ‘92 (I tre poliziotti di La Barbera fanno scena muta | Docmafie).

  • La Barbera vs. Genchi

Un’altra testimonianza sui fatti che condussero all’arresto di Scarantino e soci ci proviene da Gioacchino Genchi, il quale ebbe a collaborare spesso con Arnaldo La Barbera nella sua veste di consulente informatico. All’epoca – 1992-93 – la tecnologia dei telefoni cellulari era scarsamente diffusa. Così la pratica investigativa dell’analisi dei tabulati era cosa nuova. Genchi aveva in mano elementi che sconfessavano l’indirizzo preso per le indagini di Caltanissetta, opera di La Barbera e del procuratore aggiunto Giordano. Genchi, fra il 4-5 maggio 1993, ruppe con La Barbera, con il quale ebbe un furioso litigio: la ragione era la fretta del poliziotto di arrestare Pietro Scotto (il possibile telefonista di Via D’amelio individuato dallo stesso Genchi) e chiudere le indagini. Secondo Genchi, invece, Scotto avrebbe potuto portare al “livello superiore”. Poi è stata una escalation di eventi:

Il 14 un’autobomba esplode a Roma, in via Fauro. L’attentato pare diretto al giornalista Maurizio Costanzo, che ci stava passando, ma che al momento dello scoppio era ancora fuori bersaglio. Sulla stessa via, a una manciata di metri, c’è parcheggiata la Y10 di Lorenzo Narracci, vice di Contrada al Sisde, che abita lì. C’è chi si chiede se il vero obiettivo fosse lui. La strategia della tensione si sposta poi a nord. Il 27 tocca a Firenze, via dei Georgofili, agli Uffizi: cinque morti e trentasette feriti. Il giorno dopo, Pietro Scotto viene arrestato. L’11 luglio, il ministro dell’Interno Nicola Mancino promuove La Barbera dirigente superiore e col grado di questore lo assegna alla direzione centrale della polizia criminale di Roma. L’anno successivo diventerà il nuovo questore di Palermo (L’agente Catullo, Gioacchino Genchi e quella porta sbattuta).

L’arresto di Scotto è quello che si direbbe un arresto ad orologeria. Ma se dalle parole di Genchi si intuisce che La Barbera aveva affrettato i tempi perché desideroso di fare carriera (infatti scoppiò in lacrime davanti a Genchi dicendogli che sarebbe diventato questore e che per lui era in vista una promozione), il fatto che il medesimo fosse al soldo del Sisde cambia le carte in tavola: La Barbera agiva per la propria personale ambizione o invece era sotto mandato del Sisde? La fretta nel chiudere le indagini era dettata dalle bombe oppure si approfittò del caos generato dagli attentati sul continente per far passare la notizia dell’arresto di Scotto in maniera superficiale ai media e all’opinione pubblica?

  • L’Addaura

Il revisionismo giudiziario di quest’epoca ha investito anche il caso del fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone. La storia è nota, così come è nota la misteriosa fine dei due poliziotti, Agostino e Piazza, che sventarono l’attentato. Emerge anche in questo caso il ruolo nell’ombra di Arnaldo La Barbera. L’agente Catullo si avvalse forse dell’opera di un ispettore di polizia di Pescara, tale Guido Paolilli:

Dopo un mese e mezzo l’agente Agostino fu ucciso (Emanuele Piazza fu strangolato nove mesi dopo) e la squadra mobile di Palermo seguì per anni un’improbabile “pista passionale”. Un altro depistaggio. Cominciato la stessa notte dell’omicidio con una perquisizione a casa del poliziotto ucciso. Qualcuno entrò nella sua casa e portò via dall’armadio alcune carte che Agostino nascondeva […] Quel qualcuno era l’ispettore di polizia Guido Paolilli, ufficialmente in servizio alla questura di Pescara ma spesso “distaccato” a Palermo e “a disposizione” di La Barbera (Il superpoliziotto La Barbera era un agente dei Servizi – Repubblica.it).

Se La Barbera fosse ancora vivo, l’accusa che lo investirebbe sarebbe gravissima: aver agito in modo da cancellare le prove sull’attentato a Falcone. Falcone collaborava con La Barbera, che era a capo della Mobile. Falcone si fidava di lui. Ed è pur vero che la stagione di La Barbera a Palermo coincide con la stagione dei veleni per il pool antimafia: dopo la conclusione del Maxi-processo (1987), avviene la nomina a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l’incarico, del consigliere Antonino Meli, in quale agì in contrasto a Falcone e Borsellino; poi nel 1989 l’Addaura; poi ancora le lettere del Corvo di Palermo.

Naturalmente La Barbera, Contrada, Narracci, non agivano per conto proprio. Agivano in maniera coordinata, perseguendo il medesimo – destabilizzante – progetto. Si può affermare che obbedissero agli ordini provenienti dall’alto? Ovvero dal quadro istituzionale compromesso con il Sisde deviato? E’ proprio questo, il quadro istituzionale, che mette i brividi. Poiché all’epoca, ai vertici della Polizia di Stato vi era Vincenzo Parisi, già direttore del Sisde fra il 1984 e il 1987; il Sisde, fra il 1987 e il 1994 cambiò quattro diversi Direttori (Malpica, Voci, Finocchiaro, Salazar), segno di una certa instabilità che era poi lo specchio dell’instabilità politica; Malpica fu al centro dello scandalo dei fondi neri del Sisde; presidente della Repubblica, nel 1992, divenne, al posto di Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro, padre costituente e strenuo difensore della Costituzione, che però ebbe un passato di Ministro dell’Interno nel governo Craxi fra il 1983 e il 1987; insieme a Nicola Mancino, venne coinvolto anch’esso nello scandalo Fondi Neri-Sisde (famoso il suo discorso alla tv, “Io non ci sto!”); Nicola Mancino, che divenne ministro dell’Interno nel 1992, dal giorno alla notte, spodestando Vincenzo Scotti ad insaputa del medesimo, in uno dei più strani rimpasti di governo che la storia repubblicana abbia mai conosciuto.

Sitografia:

 

Narracci un’invenzione di Ciancimino? Spatuzza ha solo parlato di somiglianze

Oggi, gli avvocati di Narracci hanno smentito parzialmente la notizia di ieri: il riconoscimento di Spatuzza sarebbe fallito. Avrebbe solo parlato di somiglianze fra il Narracci e l’individuo appartenente al Sisde che afferma di aver visto sul luogo dove fu preparata la 126 usata nell’attentato di Via D’Amelio.

Qualcuno ha scritto a Yes, political! sulla vicenda. Un resoconto corposo che ho deciso di ripubblicare qui di seguito:

Narracci non è mai stato indicato da nessuno come un depistatore delle indasgini.

Al processo per la strage in cui fu ucciso Borsellino, Scarantino specificò che i depistatori erano il capo della Mobile Arnaldo la Barbera e i soggetti che collaboravano con lui, Bo Ricciardi e Santo La Barbera. Infatti disse: “Io sapevo soltanto di traffici di droga, Ma il dottor Arnaldo La Barbera rispose che non gliene fregava niente della droga, che gli interessavano solo gli omicidi, le stragi”. Pressioni, minacce, vermi nella minestra, botte. Cosi’ Scarantino dice di essersi convinto a collaborare. Coinvolge il magistrato Ilda Boccassini applicata a Caltanisetta proprio per quelle indagini (la quale però poi depositò una nota scritta con la quale si dissociava dall’impostazione dell’inchiesta che faceva leva su Scarantino) e accusa il pm Anna Maria Palma, accusa l’ ex capo della Mobile di Palermo e poi questore di Napoli, Arnaldo La Barbera, e con lui altri dirigenti della Mobile palermitana. “A Palermo per l’ udienza preliminare scrissi un biglietto che lasciai in un cuscino: “Se mi ammazzano e’ stato La Barbera”. Ma nessuno lo trovo’ . Cosi’ ho accettato. Arrivarono La Barbera, Boccassini e l’ avvocato Li Gotti (attualmente deputato dell-IDV). La Barbera mi disse che avrei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbero dato duecento milioni”.

Vincenzo Scarantino si era autoaccusato chiamando in causa gli altri esecutori materiali (Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, tutti condannati in primo grado all’ ergastolo). “Mio fratello Rosario dice che ho detto tutte bugie? disse in un’udienza in rogatoria a Como. E vero. Tutto vero”. E non era la prima volta, che Scarantino ritrattava, l’aveva gia’ fatto quando era sotto protezione e in liberta’, prima della condanna a 18 anni di carcere per aver partecipato alla strage. E del resto la Procura di Palermo (Caselli era più volte giunto ai ferri corti con Tinebra magistrato massone, allora Procuratore capo della Repoubblica di Caltanisetta n.d.r.) alla collaborazione di Scarantino non ha mai creduto: nonostante si fosse accusato di 4 omicidi nel capoluogo, la Procura di Caselli non ha mai utilizzato le dichiarazioni di Scarantino e non ne ha mai chiesto la protezione.

Ma il voltafaccia di Como e’ certamente il piu’ clamoroso, in udienza, davanti alla Corte d’ assise. Raccontò in quella circostanza Scarantino: “I quaranta giorni nel carcere di Pianosa sono stati per me un incubo, indimenticabili. Scrivevo sui muri dei bagni che se dicevo bugie e’ perche’ mi volevano ammazzare. Dissi che avrei detto tutto quello che sapevo sul traffico di droga, perche’ quello sempre ho fatto, sigarette e droga. I pm Di Matteo e Palma a Como invece di chiedere il passaggio degli atti alla procura per indagare Arnaldo la barbera e i suoi collaboratori, chiesero di interrompere il monologo di Scaratino e che la Corte rinviasse l’ esame a un momento successivo. Ma il presidente della Corte li mando affanc…… Scarantino allora parlo di minacce, di pressioni. Disse di aver fatto quei nomi per dispetto: chi non gli dava le sigarette per il contrabbando, chi gli aveva fatto degli sgarbi. E i nomi eccellenti? La Barbera, Cancemi, Aglieri? Disse che lui, che di mafia non sapeva nulla, si era fatto una cultura ascoltanto Radio Radicale e leggendo i giornali.

Nella circostanza il controesame del pm Di Matteo fu tesissimo. Scarantino ricorse spesso ai “non ricordo”. Poi si rifiutò del tutto e concluse: “Mi sono tolto un peso. Riportatemi pure in carcere coi detenuti comuni. Ma ricordate che forse stanotte mi ammazzano”.

Mai Narracci è comparso in qualsiasi interrogatorio in cui si parla di depsitaggio o di collaborazione di esponenti delle Istituziooni con la mafia. Se Franco – come sembra era un esponente del Mossad – era normale che Narracci lo accompagnasse a casa di Ciancimino. Del resto questo Franco di cui parla il figlio di Don Vito che cosa avrebbe mai fatto?

Nè si parla di Narracci nell’interogatorio a difesa dei funzionari infedeli Bo, Ricciardi e Santo La Barbera. Narracci quindi è solo un invenzione di Ciancimino.

Invece l’ipotesi della accusa che scaturisce dalle nuove indagini presso il Sisde suona inquietante e imbarazzante insieme. Perché coinvolge, anche se è morto dal 2002, un esponente della Polizia deviata, Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, e poi di Napoli e di Roma, salito fino ai vertici dell’Antiterrorismo. Una carriera prodigiosa, piena di successi ed encomi per via della sua affiliazione al Sisde deviato di Vincenzo Parisi.

Il che dimostra che negli anni delle stragi il sistema era tutto camuffato. La D.C. tramite Vincenzo Parisi manteneva un sostanziale controllo sia del Sisde che della polizia. Meno, o in nessun modo, dei Carabinieri, della Finanza e del Sismi.

Una delle «medaglie» guadagnate in carriera da La Barbera fu proprio l’ indagine sulla strage di via D’ Amelio in cui fu ucciso Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, cinquantasei giorni dopo l’eccidio di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. A ottobre di quello stesso anno il gruppo investigativo guidato da La Barbera afferrò di dritta o di raffa, il filo che portò alla soluzione del caso e alla definizione dei processi. Ma era tutto falso, come si è scoperto ora grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Dalle quali è scaturita un’inchiesta sulla genesi della pista costruita a tavolino, completamente diversa da qeulla ipotizzata da La Barbera e dal gruppo Falcone e Borsellino.

I tre poliziotti all’epoca lavoravano con il «capo» per scoprire gli assassini del giudice Borsellino e dei loro colleghi: anche lì tutte carriere prodigiose: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara; Mario Bo, diventato capo della squadra mobile di Trieste; Salvatore La Barbera, che non è parente dell’ex questore morto e adesso presta servizio alla polizia postale di Milano.

Diciott’anni dopo sono tutti accusati del reato di calunnia aggravata perché «in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera (deceduto), nonché con altri allo stato da individuare, facendo anche parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, organismo investigativo deputato alle attività d’ indagine relative alla strage di via D’Amelio, inducevano, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutive della predetta strage». Candura, Andriotta e Scarantino sono tre pseudo-pentiti, pescati nel sottobosco criminal-mafioso della periferia palermitana, che a partire dall’ ottobre ’92 si accusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per confezionare l’auto-bomba che uccise Borsellino. Chiamando in causa presunti complici e mandanti, nelle indagini e durante i processi. Ma quella macchina fu rubata e imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, l’ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Brancaccio che ha fornito al suo racconto riscontri incontrovertibili.

Messi davanti alla nuova realtà, prima Candura, poi Andriotta e infine Scarantino hanno ammesso di aver detto il falso. Aggiungendo però di non essersi inventati da soli le false accuse, ma di averle riferite su suggerimento e su pressione dei poliziotti infedeli che li interrogavano (i due La Barbera, Bo e Ricciardi) e avevano cura di fargli ripetere «la lezione» prima delle testimonianze davanti ai magistrati.

E’ mai possibile che qeusti non si siano mai accorti di nulla? Oppure sapevano ed erano conniventi?

I falsi pentiti di allora hanno indicato in La Barbera e nei tre funzionari che lavoravano con lui gli ispiratori del depistaggio (che c’entrano allora Piraino e Narracci?). Che loro (i pentiti) si limitarono a mettere in pratica facendo infliggere l’ergastolo a uomini «d’ onore» o comunque vicini a Cosa Nostra come Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Orofino, Natale Gambino, Gaetano Scotto, che invece non c’entravano nulla con la strage del 19 luglio ’92.

Il problema è che pur essendo la fonte del depistaggio Arnaldo La Barbera, bisognerebbe capirne il movente. Come sottolinea lo stesso presidente dell’ Antimafia nella sua relazione, Beppe Pisanu sono emerse «forzature nelle indagini anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti» (chiara allusione a Vincenzo Parisi, l’ex capo della Polizia).

Al di là delle tesi difensive il nodo da sciogliere oggi per i magistrati nisseni che sono tornati a indagare sulle stragi è se la falsa pista fu indicata da chissà chi, per coprire moventi e responsabilità «occulte» della strage. Il riferimento di Pisanu ai «legami» coi servizi segreti riguarda ancora l’ex questore La Barbera, che per un periodo precedente alle indagini antimafia, ricevette denaro dal Sisde deviato, dov’era indicato come fonte «Rutilius». E riguarda ovviamente chi dispose quel rapporto deviato (ancora Parisi?).

Nessun riferimento invece è stato mai fatto a Narracci o a Piraino i quali non vengono mai citati da nessuno. E dunque sono fuori da qualsiasi collaborazione con la strage.

[Michele Imperio]

Verso il Congresso Ombra IDV. La rottura di Salvatore Borsellino: mai più bandiere IDV insieme alle Agende Rosse.

  • Congresso ombra IDV
    • Non mancare all’evento:
      http://www.facebook.com/event.php?eid=326651915179&ref=ss

      Ci riprendiamo un po’ di dignità!!!!
      Accreditarsi alla mail: parolecivili@live.it con nome cognome provincia ed eventuale ruolo o incarico; chi volesse portare a discussione la propria mozione deve inviarla via mail entro il 10 di marzo, chi intende iscriversi a parlare lo comunichi in modo da riuscire ad organizzare per tempo una scaletta dell’incontro.

    • Sono profondamente deluso dalla scelta di Antonio Di Pietro di appoggiare De Luca in Campania allineandosi alle posizioni del PD,
      Avevo creduto nelle assicurazioni che mi erano sta fatte a Vasto da Di PIetro di volere rinnovare e ripulire il suo partito per farlo diventare il partito della Società Civile, il partito dei giovani dagli ideali puri, il partito di chi ha come ideali la Verità e la Giustizia, il partito della gente onesta, un partito fatto solo di persone degne di sollevare in alto la nostra Agenda Rossa..
      Mi sono sbagliato, sono stato ingannato. Sono vicino a Gioacchino Genchi che ha annullato tutti i suoi incontri in programma con esponenti e candidati dell’IDV, concordo con le parole di Sonia Alfano che ha definito quello fatto da Di Pietro al congresso IDV un tradimento morale.
      Non ci si può alleare con l’UDC di Cuffaro nelle Marche e soggiacere alle scelte del PD appoggiando un pluriindagato in Campania,
      Sono profondamente deluso e mi confermo ancora di più nella decisione, che peraltro avevo già preso, di separare nettamente l’immagine del Movimento delle Agende Rosse da quella dell’IDV.
      A Vasto avevo ad alta voce richiesto di far diventare l’IDV il partito della gente onesta, di chi ricerca, come noi, la Verità e la Giustizia.
      Ritengo che la base di quel partito, i giovani di quel partito, abbiano gli stessi nostri ideali e le stesse nostre aspirazioni, ma le assicurazioni che mi sono state fatte in quell’occasione ed alle quali avevo dato credito, senza però firmare alcuna cambiale in bianco, sono state disattese.
      Di Pietro non ha saputo rinunciare ai voti clientelari, non ha capito che perdendo qualche migliaio di voti buoni per ogni stagione e per ogni bandiera avrebbe guadagnato molti più voti di giovani che per la Verità e per la Giustizia saranno sempre pronti a combattere. Continuerò egualmente a sostenere persone come Benny Calasanzio, Giulio Cavalli, Emiliano Morrone, Sonia Alfano, Luigi De Magistris, tutte quelle persone che, continuo a credere, potrebbero fare diventare l’IDV quello che non ha avuto il coraggio di diventare.
      Invece dei passi avanti che mi attendevo sono stati fatti dei passi indietro e io non accetterò più, non tollererò più, che le bandiere dell’IDV si mescolino al simbolo delle Agende Rosse.

      Salvatore Borsellino

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

Join the dots. Unisci i puntini. La leggenda del capitano Ultimo, la fiction come antistoria.

Ieri le dichiarazioni di Piero Grasso , procuratore nazionale antimafia, che in sostanza legittimava la trattativa Stato-Mafia avendo essa salvato decine di ministri della Repubblica da attentati. Oggi il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, che si definisce scandalizzato dalle parole di Grasso. Così Di Pietro, che alza i toni e chiede siano fatti i nomi dei "trattativisti". E incredibile, su La Stampa stamane l’ex PM viene apertamente criticato, sospettato di voler mantenere alti i toni della polemica politica, di voler strumentalizzare la vicenda della trattativa.
Al di là della banale polemica, ciò che importa è che ogni giorni si delinea sempre meglio lo scenario e i protagonisti dell’epoca: da Vincenzo Scotti a Nicola Mancino, da claudio Martelli a Liliana Ferraro, passando per il generale Mori, il fantomatico capitano ultimo e il generale Subranni, a capo del segmento del Ros che costituì il Crimor, il gruppo di investigatori che arrestò Riina, celebrato da Mediaset con una fiction famossisima.
In realtà è da anni che si vocifera sulla "trattativa": Mori e De Caprio furono posti sotto processo nel 2006, pm era Antonino Ingroia, lo stesso dell’inchiesta Sistemi Criminali, dove si ipotizzava un collegamento fra settori della estrema destra, della massoneria e i clan mafiosi, inchiesta che prese le mosse dalle rivelazioni di Elio Ciolini, piccolo truffatore stranamente preveggente. Ingroia, nelle requisitoria finale del processo a Ultimo, parlò di zone grigie e di ragion di Stato. Tutto ciò non ha mai fatto parte della fiction made in Mediaset.
E il capo di Mori, De donno e De Caprio? Il generale Subranni? Quest’uomo è lo stesso che ebbe a che fare con la morte di Peppino Impastato. Impastato fu ucciso per volere di Gaetano Badalamenti il giorno della morte di aldo Moro. E Subranni, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini. Questo scrisse nel rapporto:

«Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br».

Subranni ha poi fatto carriera ed è diventato Generale dell’Arma dei Carabinieri. Grazie a questo intuito. Nessuno gli ha mai chiesto spiegazioni sulle indagini dell’omicidio Impastato. Nessuno ha mai fatto veramente luce sulla sua figura.

  • tags: no_tag

    • Secondo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, l’arresto del boss dei boss, avvenuta il 15 gennaio 1993, altro non fu che una sceneggiata, perchè in realtà Zu Totò fu consegnato ai carabinieri da Bernardo Provenzano, l’altro capo di Cosa nostra, che così si garantì altri 13 anni di assoluta impunità e di latitanza protetta

    • Questa importante ricostruzione di quello che fino a ieri era da considerare come uno degli episodi chiave nella storia della lotta alla mafia, purtroppo non solo ridimensiona l’effettiva portata dell’azione dell’antimafia almeno negli anni Novanta, ma getta una luce di sospetto sui retroscena di quella cattura

    • cosa effettivamente la mafia ebbe in cambio per una simile collaborazione

    • un processo molto delicato che si svolse tra il 3 maggio 2005 e il 20 febbraio 2006. Un processo chiave. Accusati di favoreggiamento a Cosa nostra finirono alla sbarra due imputati eccellenti: Mario Mori, all’epoca dei fatti comandante del Ros dei carabinieri di Palermo, poi diventato generale e quindi prefetto come direttore del Sisde, e il tenente colonnello Sergio De Caprio, colui che materialmente ammanettò Riina, il leggendario "capitano Ultimo" che meritò non solo onori, ma anche una fiction televisiva.

    • entrambi gli ufficiali dei carabinieri sono stati assolti "perchè il fatto non costituisce reato". In altre parole il tribunale di Palermo ha stabilito, come è scritto nelle 150 pagine delle motivazioni, che non c’era stato dolo nell’azione dei due ufficiali del Ros, anche se si fa preciso riferimento a una trattativa e ai colloqui tra Mori e l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, definiti "iniziative spregiudicate"

    • interessante è ripercorrere, anche se sommariamente, i passaggi di quel dibattimento che giunse in aula 12 anni dopo i fatti e dopo ben tre richieste di archiviazione da parte della procura di Palermo

    • dopo che Mori, per due volte, e una volta De Caprio, persero cause per diffamazione intentate contro i giornalisti Attilio Bolzoni di Repubblica e Saverio Lodato dell’Unità

    • Il processo contro i due ufficiali dei carabinieri si apre il 3 maggio 2005

    • Sostengono l’accusa i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino

    • viene chiamata a testimoniare la "pentita" Giusi Vitale la quale afferma: "Se si fosse fatta la perquisizione nella villa di Totò Riina dopo il suo arresto ci sarebbe stato il finimondo"

    • Secondo la Vitale, all’interno della villa del capo di Cosa Nostra "c’erano documenti che avrebbero potuto rovinare uno Stato intero"

    • riferisce anche di avere appreso dal fratello Vito, capo della cosca di Partinico, che la mancata perquisizione del covo di Riina venne considerata un "bene" da Cosa nostra, in quanto all’interno dell’appartamento erano custoditi "numerosi documenti ritenuti imbarazzanti per diversi uomini delle istituzioni"

    • magistrato Luigi Patronaggio a gettare nuova luce sulla vicenda

    • Interrogato dalla corte, Patronaggio spiega che i carabinieri erano pronti ad intervenire nel residence di via Bernini, ma il capitano Ultimo chiese ed ottenne dall’allora colonnello Mario Mori di far bloccare dal procuratore Gian Carlo Caselli il blitz che stava per scattare

    • "Fui avvisato dell’arresto di Riina – racconta Patronaggio – direttamente da Caselli che aveva ricevuto una telefonata dai carabinieri del Ros con i quali era in contatto diretto. Caselli ha gestito tutta l’operazione, ed era solo lui quello che aveva rapporti con Mori e De Caprio e tutti quelli del Ros.

    • Quando Caselli mi disse di non effettuare la perquisizione, mi spiegò che la richiesta arrivava dal Ros e siccome c’era e c’è fiducia totale in De Caprio e Mori e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare

    • Caselli mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa era sotto controllo"

    • Patronaggio spiega ancora: "Credevo che il gruppo del capitano Ultimo in quelle ore stesse svolgendo altre attività operative"

    • la procura, dopo l’arresto di Riina, sollevò alcuni dubbi sull’attività svolta dai carabinieri del Ros guidati dal capitano Ultimo

    • "Il filmato girato dal Ros davanti all’ingresso del residence in cui si vedeva uscire Riina, si fermava lo stesso giorno dell’arresto del latitante. Il video venne visionato allora dal collega Vittorio Teresi e anche lui, come noi, ha avuto delle perplessità, perchè ad un certo punto del pomeriggio del 15 gennaio la registrazione si interrompeva"

    • ex procuratore aggiunto Vittorio Aliquò, il quale aveva coordinato le indagini sulla cattura di Riina: "Eravamo a pranzo con gli ufficiali che si erano occupati dell’arresto

    • Le squadre erano pronte per raggiungere il covo, quando l’allora capitano De Caprio ci chiese, accoratamente, di aspettare

    • Sembrava sconvolto, ci disse che se avessimo perquisito la villa avremmo pregiudicato le indagini e che sarebbe stato meglio proseguire il servizio di osservazione

    • stimavamo De Caprio, che era appoggiato anche dal suo comandante, e così decidemmo di attendere 48 ore

    • Per questo dicemmo a Patronaggio, che era il pm di turno e stava per andare ad eseguire la perquisizione con i militari, di rientrare, convinti che il servizio di osservazione avviato dai carabinieri continuasse"

    • I primi dubbi

    • la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, che insieme al boss aveva vissuto nel covo di via Bernini, aveva fatto rientro a Corleone con i suoi figli: "Ricevemmo una telefonata dal Comando Generale. Mi dissero che la Bagarella era tornata nella casa di Corleone. Chiedemmo conto a tutti gli ufficiali come avesse fatto ad uscire dal covo senza essere vista. Nessuno ci diede spiegazioni.

    • 7 novembre, giorno riservato alla deposizione dell’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli il quale, rispondendo alle domande del pm Ingroia, aggiunge: "Non ho ricordi personali di quei periodi. Tutto ciò che posso dire, anche per evitare strumentalizzazioni sulla mia persona, è legato alle note acquisite in questo dibattimento"

    • "Ero molto arrabbiato, perchè qualcosa non era andata per il verso giusto. Ma soprattutto perchè a causa di questo fatto temevo il riesplodere della stagione dei veleni dentro e fuori il palazzo di giustizia di Palermo"

    • "La Procura era pronta alla perquisizione del complesso residenziale di via Bernini subito dopo l’arresto di Riina. Si decide di cambiare iter operativo su richiesta del Ros che suggerisce di far apparire l’arresto di Riina come fatto episodico per proseguire le indagini.

    • Infine, la mancata comunicazione della sospensione delle attività di osservazione: un fatto, quest’ultimo, dettato da un equivoco, ma anche dall’autonomia decisionale data agli organi di polizia giudiziaria che stabilirono questa iniziativa senza comunicare nulla al nostro ufficio

    • Il 13 febbraio 2006 è la volta dell’accusa, che chiede la assoluzione di Mori e De Caprio perchè non avrebbero intenzionalmente favorito la mafia. L’inizio della requisitoria dei pm è fulminante: "Questa vicenda, se avesse un colore, sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perchè ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un’operazione di polizia così importante

    • i magistrati della procura di Palermo sostengono che nel processo non vi è traccia di motivi o prove in grado di dimostrare che gli imputati volevano agevolare Cosa nostra

    • Nella sua replica il pm Ingroia introduce il concetto di "ragion di Stato", a cui aveva già fatto riferimento durante la requisitoria, sostenendo che ancor più dell’assoluzione, la prescrizione sarebbe stata la decisione "più adeguata e più giusta

    • Secondo i giudici, l’istruttoria dibattimentale non ha chiarito il "lato oscuro" dell’arresto di Riina. E la linea difensiva dei due imputati "è confusa".

    • Inoltre, la tesi di Ultimo, scrivono i magistrati, in cui lo stesso spiega il motivo per il quale aveva chiesto ed ottenuto dai magistrati il rinvio della perquisizione, "è contraddetta" da elementi pratici come il rinvenimento di "pizzini" addosso a Riina nel momento dell’arresto, e ciò avrebbe dovuto far intuire che il capomafia ne poteva avere altri in casa

    • "Il collegio – si legge nelle motivazioni della sentenza – ritiene di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate "ragioni di Stato", ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento aggravato, da dichiararsi ormai prescritto

    • Tali ragioni di Stato non potrebbero che consistere nella trattativa intrapresa dal colonnello Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, da De Caprio: e dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante, varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare Cosa nostra, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna di Riina

    • Per i magistrati, dunque, "la ragione di Stato verrebbe a costituire il movente dell’azione", e se fosse stato provato dall’accusa, sarebbe stato "capace non di escludere il dolo specifico, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile"

  • SUBRANNI: CHI ERA COSTUI?

    tags: no_tag

    • generale Subranni, l’uomo che sembra diventato, negli ultimi giorni, un personaggio chiave per capire la verita’ sulle stragi del ’92

    • Chi e’ Subranni? E, soprattutto, cosa sta facendo ora sua figlia?

    • «La cattura di Riina e’ «dovuta all’attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’operazione». L’excusatio non petita e’ la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993

    • Un’abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un’udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell’operazione Riina.

    • Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c’era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.

    • la Voce chiede all’avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire?

    • “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l’esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilita’” di Cosa nostra.
      Il quadro si fa chiaro. Riina e’ stato “venduto”, e in cambio, oltre ad una “pax” che puo’ consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.

    • Tra le pagine degli atti processuali (un’assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell’aversano, sua terra d’origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese)

    • Accusato di aver fornito ai cronisti l’ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l’ordine di riferire dove fosse il covo… si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati»

    • Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni

    • quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini per l’omicidio di Peppino Impastato

    • «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br»

    • Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio.

    • E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista.

    • Oggi Danila e’ la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.