In Mali gli islamisti di Ansar Dine pronti a trattare con ECOWAS

La situazione in Mali si è ulteriormente modificata in una modalità poco prevedibile e che ha visto il gruppo islamico jihadista di Ansar Dine, capeggiato da Iyad Ag Ghali, accettare la mediazione del Burkina Faso ed aprire ad una trattativa sul destino del nord del paese che da Aprile è separato dalla capitale Bamako in seguito alla insurrezione Tuareg del MNLA.

L’ECOWAS, sorta di comunità economica africana, ha raggruppato circa 3000 uomini ai confini, in attesa di un mandato Onu, ma il Consiglio di Sicurezza è poco interessato alla vicenda e soprattutto non intende avallare il piano francese di un attacco contro i rivoltosi, un “intervento abbastanza ravvicinato” per usare i termini impiegati da François Hollande durante la visita del primo ministro maliano, Diarra, avvenuta negli scorsi giorni. L’obiettivo di Parigi è chiaro: attaccare il nord per liberarlo dai gruppi islamici e dai tuareg per “popolarlo” con le sue multinazionali (Total in primis). La Francia è stata in conflitto di interessi sin dal principio poiché si sospetta che dietro il gruppo MNLA ci sia la mano dell’emiro del Qatar, a sua volta grande amico dell’ex presidente francese Sarkozy. Sarkozy avrebbe lasciato fare all’emiro con l’obiettivo di aprire parte del Sahel al mercato francese e farne un territorio di salvaguardia delle terre rare, diventate motivo di contesa con la Cina, a sua volta molto presente nell’area dell’Est Sahara con acquisizione di concessioni di sfruttamento delle terre presso i governi locali (si legga per approfondimento Arturo Gallia IL RUOLO DELLA CINA IN AFRICA TRA INTERESSI ECONOMICO-POLITICI, SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE NATURALI E CONFLITTI SOCIALI, Intervento presentato alla Conferenza di Studi Africanistici, 30 settembre – 2 ottobre 2010).

La politica cinese è “in netto contrasto con l’approccio allo sviluppo perseguito dai governi occidentali” (Gallia, cit.) in quanto è una politica senza condizioni, mentre quella occidentale è una politica di insediamento economico che presuppone l’accettazione delle priorità degli Occidentali: se ciò non avviene, essi procedono con i propri mezzi militari alla demolizione dello status quo per l’edificazione di strutture istituzionali presunte “democratiche” ma opportunamente addomesticate sul piano delle relazioni internazionali. Ciò ha indotto gli osservatori a parlare di un Beijing consensus in contrasto proprio con il Washington consensus, fondato sulle priorità imposte da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e investitori occidentali. Il Beijing consensus tende a promuovere l’integrità sovrana degli stati africani laddove il Washington consensus tende a sostituirla.

Quanto sta accadendo in Mali può essere inteso o come un tentativo francese di mettere un freno a questa espansione “incondizionata” cinese (il gruppo MNLA appare così disorganizzato militarmente e poco potente politicamente da far pensare che sia solo una scatola vuota, una sigla costruita altrove) o come un effetto diretto di questa espansione. L’idea di fondo è che la Francia, per mezzo del Qatar, abbia alimentato la rivolta per poi giustificare un suo intervento militare; che Ansar Dine si sia trovata solo per caso nel mezzo degli scontri e che la conquista di Gao da parte degli jihadisti sia stata solo un caso, giustificato dalla estrema debolezza delle forze armate maliane. E che ora, messi in mezzo i gruppi qaedisti di AQMI e Mujao, la situazione sia sfuggita completamente di mano, producendo le condizioni per la creazione di un Afghanistan a due passi dall’Europa.

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I Tuareg dichiarano l’indipendenza dell’Azawad: Mali nel caos, è crisi umanitaria

Il capo della giunta militare al potere in Mali, Amadou Sanogo, ha chiesto l’intervento militare Occidentale nel nord del Mali per eliminare ciò che egli chiama i gruppi gruppi armati islamici di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e di Ansar Edine, che hanno preso il controllo delle città del nord del Mali, pochi giorni fa. Ha detto Sanogo, in un’intervista al quotidiano francese “Le Monde”, le forze occidentali non hanno fatto ancora nulla per evitare che nel nord del Mali si insedi uno Stato canaglia, come lo era l’Afghanistan al tempo del governo dei Taliban. Il Sahel potrebbe diventare una centrale del Terrore, un nuovo campo di addestramento a due passi dall’Europa. Gli eserciti di questi paesi avevano attraversato il mare per distruggere la” infrastrutture del terrorismo in Afghanistan”, ora quella stessa struttura si sta ricreando in Mali. Per Sanogo l’intervento straniero è necessario per fronteggiare la situazione umanitaria nel nord del suo paese, ben “più urgente” della situazione nella capitale, Bamako, dove dopo il colpo di stato che lo ha portato al potere, la vita si sta svolgendo normalmente. Amnesty International ha denunciato una vera e propria crisi umanitaria, con circa sessantamila bambini costretti a lasciare le case per i campi profughi. Si presume che i profughi si siano riversati anche oltre confine, in Niger e in Mauritania, dove è in corso una carestia terribile, con morie di bestiame e – nella capitale Nouakchott – proteste degli studenti.

Intanto la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale ha imposto sanzioni economiche e finanziarie al Mali per costringere i golpisti a ristabilire l’ordine costituzionale e restituire il potere al deposto presidente Amadou Toumani Toure (ATT). Il paese era in procinto di elezioni presidenziali, che dovevano svolgersi durante il mese di aprile.

Ieri, intanto, a Gao, il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad ha dichiarato solennemente l’indipendenza dal Mali.

“Proclamiamo solennemente l’indipendenza dell’Azawad”, ha dichiarato Mossa Ag Attaher, [leader del Movimento per la liberazione dell’Azawad (MNLA)] indicando di voler rispettare “le frontiere con gli stati limitrofi”. La regione è considerata come la culla naturale dei tuareg. Ieri a Gao – la maggiore città del Nord del paese sconvolto dall’avanzata di tuareg e di miliziani islamici, iniziata dopo il colpo di stato della giunta militar di Amadou Sanogo – alcuni assalitori non identificati hanno rapito il console algerino. Attaher ha condannato quest’atto “molto violento” da parte di “un commando terrorista” (La Repubblica.it).

Verosimilmente la Francia non starà a guardare. A breve Sarkozy impiegherà l’Azawad come argomento di campagna elettorale. L’influenza francese nella rivolta libica e le pressioni per l’intervento Nato, che hanno determinato – insieme all’insurrezione di Bengasi e della Cirenaica – la caduta del Raìs Gheddafi, verranno impiegate nella dialettica elettorale dalla controparte socialista e da Hollande come causa radice dell’attuale crisi umanitaria nel nord del Mali. Molti combattenti del MNLA sono ex comandanti libici ma di origini tuareg. Sarkozy molto probabilmente si sentirà obbligato a intervenire, per sopire le critiche della Gauche. E il MNLA, che non è un gruppo salafista fondamentalista come invece AQMI (i rapitori di Rossella Urru) e Ansar Edine, verrà ricacciato nel deserto. Una nuova Guerra al Terrore si profila all’orizzonte.

Nuovo Patto di Stabilità, Sarkozy e Merkel vogliono anche l’Italia fra i paesi aderenti

Da qualche giorno si sono affermate voci circa un piano segreto di Merkel-Sarkozy sull’euro a due velocità. Un piano B, una estrema ratio per non far crollare la moneta unica. Il nuovo Trattato dovrebbe prevedere una integreazione della politica fiscale ed economica, con potere di veto del Consiglio sulle politiche finanziarie nazionali preventivamente alle deliberazioni dei Parlamenti Nazionali. Ebbene, le voci sono talmente attendibili che si sta prefigurando un nuovo pre-vertice a tre – Merkel, Sarkozy e Monti – già martedì prima del Consiglio e dell’Ecofin, appuntamenti decsivi per noi, Mario Monti dovrà infatti presentare in anteprima il pacchetto di misure finanziarie urgenti, previsto per il CdM del 5 Dicembre.

Il Nuovo Trattato si prefigura come uno scarto in avanti nel processo di integrazione ma un passo indietro in termini di democrazia. Di fatto le novità che emergono in queste ore sono tre:

  1. Merkel e Sarkozy pongono come condizione imprescindibile per la formulazione del nuovo Trattato la presenza dell’Italia fra i paesi primi sottoscrittori (“Paris et Berlin feront des propositions en ce sens au cours de la semaine, avant le sommet européen du 9 décembre et souhaitent que Rome s’y associe, selon ces sources”, Le Monde.fr). In questo senso devono essere interpretati l’appello di Sarkozy di oggi – ‘vi sosteniamo ma attuate le promesse’, molto visibile sui giornali italiani ma passato inosservato, per esempio, su Le Monde – nonché gli allarmi circa il fatto che se ‘crolla l’Italia, crolla anche l’euro’, messi in circolo in questi giorni sia dalla Presidenza francese che dalla Cancelliera;
  2. la nuova materia comunitaria, che però rientrerà nel metodo intergovernativo del Consiglio e dell’Ecofin, la potremmo definire fiscale e finanziaria. Dovrebbe prevedere appunto un meccanismo di stretto e mutuo controllo da parte dei governi su sé stessi. La conditio sine qua non per il suo recepimento da parte di Berlino è che il controllo sia esercitato in via preliminare sui bilanci nazionali, prima cioè del loro esame e della loro approvazione da parte dei parlamenti nazionali. Ciò di fatto prefigura la spoliazione dei Parlamenti del loro potere di stesura, verifica e controllo del bilancio dello Stato, di fatto una sostanziale e profonda riduzione di democraticità nei paesi membri e nell’Unione. Ancora una volta verrebbe evitato di dare veri e propri poteri di governo alla Commissione, organo che è visto come fumo negli occhi sia da Parigi che da Berlino, soprattutto da quando è presieduto da Barroso, federalista convinto.
  3. il nocciolo duro di paesi dovrebbe comprendere Francia, Germania, Italia, Belgio, Danimarca, ovvero il nucleo storico dell’Unione, probabilmente la Slovenia e la Spagna. Fuori dal Euro forte resterebbero Grecia e Portogallo, lasciati al loro destino, finiranno per fare default e abbandonare la moneta unica. Non c’è bisogno di dire che l’Italia partirebbe già commissariata.  Va da sé che senza l’Italia non se ne fa nulla. L’Italia fuori da questo gruppo di paesi significherebbe Italia fuori dall’euro e in default. Con conseguenze inimmaginabili per i sistemi bancari fracesi e tedeschi. A Parigi possono tollerare le perdite sui titoli di Stato greci o portoghesi, ma non quelle sui titoli italiani. Nessuno potrebbe reggere. Il nostro mercato finanziario è troppo vasto per essere lasciato andare in rovina.

Sembrerebbe che al Nuovo Patto di Stabilità non ci siano alternative. Il piano Barroso per istituire gli stability bonds, visto in sé, non è che un palliativo. Gli eurobonds non servono senza una politica comune in materia fiscale e finanziaria, questa è l’opinione della Merkel.

Di fatto stiamo svendendo la nostra sovranità a istituizioni sopranazionali che già nel corso della loro lenta costruzione e evoluzione hanno palesato pesanti deficit di democrazia, tanto più che l’organo effettivamento eletto dell’Unione Europea, il Parlamento, è praticamente esautorato, marginalizzato alla sola pratica codecisionale del vecchio primo pilastro della Comunità, messo sotto il giogo del Consiglio, quel consesso litigioso di capi di governo e di stato che dall’allargamento a 27 Stati non decide più nulla ed è eterodiretto dal mostro a due teste Merkozy.

Nessun accordo per salvare l’Europa

Tutti d’accordo che l’euro e l’Europa vadano salvati ma accordo zero su come debbano essere salvati. Scrivono su Le Monde che la distanza d’opinione fra Merkel e Sarkozy sia abissale e che l’incontro di oggi abbia sancito l’isolamento del presidente francese, spiazzato dalle dichiarazioni di Mario Monti, a sorpresa orientato sulla lughezza d’onda di Berlino.

Riporto e traduco un articolo di Le Monde che riassume le diverse posizioni dei leader europei.

Tratto da Le Monde, 25/11/2011, traduzione propria

Angela Merkel : la riforma dei trattati

Angela Merkel ha fatto della riforma dei trattati europei la conditio sine qua non per il nuovo sforzo di solidarietà. Per lei, questa revisione “limitata” è quella di scrivere nella pietra i principi della disciplina di bilancio tanto cara alla Germania.

Per integrare ulteriormente il governo economico della zona euro, la Cancelliera domanda nuovi trasferimenti di sovranità di bilancio. Essa propone, tra l’altro, di rendere possibile il deferimento alla Corte di giustizia europea contro gli Stati non in grado di soddisfare il patto di stabilità. Prima del Consiglio europeo del 9 dicembre, che può essere preceduto da un picco [negativo] nella zona euro, la signora Merkel sta cercando di convincere i suoi partner, piuttosto divisi sull’utilità e le modalità di tale revisione. Il processo è lungo e complicato, potrebbe anche fallire in fase di ratifica, se si ricorda la triste esperienza della Costituzione respinta da Francia e Olanda nel 2005. La Francia, riluttante in un primo momento, vuole allargare il dibattito a favore della convergenza economica e fiscale. Essa propone la fine dell’unanimità in materia fiscale.

Nicolas Sarkozy : costruire il firewall BCE

Per Nicolas Sarkozy, come molti leader della zona euro, la Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere trasformata in un prestatore di ultima istanza dell’unione monetaria. Sarebbe un modo per allineare la sua azione con quella di altre banche centrali come la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra, molto attive nel sostenere i loro stati. Visti da Parigi, ma anche da Londra e Washington, la BCE è oggi l’unica in grado di calmare la crisi, così come il fondo di salvataggio costituito da un anno potrebbe essere rafforzato nel tempo. La Germania si oppone a questa visione e obbietta che i Trattati europei vietano alla banca centrale di ‘far camminare la macchina da stampa‘ per tirare fuori dai guai gli stati. Ansioso di difendere la sua indipendenza, Mario Draghi , il presidente della BCE dopo la partenza di Jean-Claude Trichet il 1 ° novembre, ha avvertito che gli interventi in corso della Banca dal Maggio 2010 che hanno comprato il debito dei paesi in difficoltà, sarebbero stati temporanei. La questione divide il consiglio di amministrazione dell’istituto in cui una grande minoranza, guidato da Jens Weidman, presidente della Bundesbank, si oppone a eventuali cambiamenti nel ruolo della BCE.

José Manuel Barroso: eurobbligazioni e federalismo

José Manuel Barroso , presidente della Commissione europea, ha proposto Mercoledì 23 novembre di passare ad una più o meno completa condivisione dei debiti europei. L’introduzione delle obbligazioni in euro hanno il vantaggio di facilitare il finanziamento dei paesi a basso costo in difficoltà. A Bruxelles, questa opzione è considerata possibile solo se messa in atto un vero e proprio sistema integrato di sorveglianza di bilancio. Senza attendere, la Commissione ha inoltre proposto Mercoledì che gli Stati e il Parlamento europeo si dotino di nuovi poteri di controllo dei progetti di bilancio dei paesi in disavanzo eccessivo, anche prima della approvazione dei bilanci da parte dei parlamenti nazionali.

“Senza una più forte governance economica, sarà difficile se non impossibile, mantenere una moneta comune“, ha avvertito Barroso. L’obiettivo è quello di placare Germania, Finlandia e Paesi Bassi. Per questi paesi, gli Eurobonds sono suscettibili di favorire il lassismo dei meno virtuosi. Angela Merkel, che ha respinto sin dall’inizio della crisi l’istituzione di un tale meccanismo, ha descritto Mercoledì come “estremamente inappropriate” le proposte della Commissione.

David Cameron : contro un’area euro onnipotente

David Cameron, il primo ministro britannico, teme la creazione di una Europa a due velocità, guidata da una unione monetaria più integrata. Le sue preoccupazioni sono condivise dalla maggior parte degli Stati dell’Europa centrale, Polonia in testa, la cui adesione all’euro è ritardata a causa della crisi del debito. Ansioso di non essere emarginati, ma tenendo i piedi più che mai lontani da l’euro, il Regno Unito ha affermato il diritto di rivedere alcune decisioni dell’unione monetaria, in particolare nel regolamento finanziario. David Cameron ha avvertito che in caso di aggiunta di nuova revisione dei trattati, il partito più conservatore ed euroscettico è sicuro che chieda il rimpatrio dei poteri trasferiti da Londra a Bruxelles. Questa posizione è un anatema per i suoi partner, a cominciare da Nicolas Sarkozy. “Sarebbe stato meglio tacere“, ha fatto sapere il presidente francese in un recente Consiglio europeo, circa i consigli del sig Cameron. Se la riforma del trattato dei 27 sembrerebbe essere impossibile, a causa degli inglesi, i francesi sono i soli a considerare la possibilità di un trattato tra i soli paesi della zona euro. Una sorta di zoccolo duro, a condizione che l’euro superi la crisi.

[scritto da Philippe Ricard (Bruxelles, Ufficio europeo) per Le Monde, tradotto in italiano da cubicamente]

 

Habermas: integrazione europea basata sul benessere sociale. Ma Merkozy pensano all’Euro a due velocità

Un articolo di Jurgen Habermas per Le Monde è comparso stamane su La Repubblica. Il sociologo tedesco parla della situazione attuale e della crisi del processo di integrazione europea, dei “difetti” che gravano sulla casa comune eureopea, dell’unione monetaria e di quella politica, incomplete e precarie, ancor oggi in oscillazione fra dinamiche confederali, infragovernative, e dinamiche federali. L’Unione, scrive Habermas, dovrebbe garantire – come recita l’art. 106, c. 2 della Costituzione Federale Tedesca – l'”omogeneità delle condizioni di vita“: egli preconizza una Unione Europea che persegue non già la stabilità di astratti indicatori macroeconomici, ma il benessere sociale.

Invece la costruzione europea difetta ancor prima che della giusta struttura costituzionale – che non potrebbe che essere federale – della volontà politica. L’élite politica europea è vittima della paura del demos, della paura dell’opinione pubblica. E’ in buona sostanza una élite populista, incapace di anteporre i “buoni argomenti” ai sondaggi d’opinione. L’Europa è un tema scomodo e impopolare e l’élite politica tiene soprattutto a perpetuare sé stessa.

“Perché questa paralisi? E’ una prospettiva prigioniera del XIX secolo, che impone la risposta nota del demos: un popolo europeo non esiste e dunque un’unione politica degna di questo nome sarebbe costruita sulla sabbia” (Il futuro dell’Unione fra crisi e populismo, J. Habermas, La Repubblica, 10/11/11, p. 38).

Insomma, i guasti dell’Unione sono noti da tempo. Nemmeno i media provano a sopperire all’assenza di partecipazione dei cittadini all’Unione Europea con una maggior informazione ed è un errore grave poiché soltanto con una maggior consapevolezza dei cittadini europei circa la ‘profonda influenza che le decisioni UE’ hanno sulla loro vita, si potrebbe far crescere l’esigenza di maggior trasparenza e democrazia delle istituzioni. Invece, sebbene il Trattato di Lisbona abbia configurato una struttura federalista dell’Unione, a prevalere è ancora la dinamica intergovernativa del Consiglio Europeo, laddove si inscena una sorta di concilio dei governi nazionali intenti a strappare decisioni favorevoli al proprio interesse (che, ripeto, è quello di rimanere in carica più a lungo).

La Crisi del debito sovrano ha messo in evidenza che le decisioni del Consiglio pesano “in modo squilibrato” sui bilanci nazionali. Di fatto, un organismo sopranazionale, non democratico, agisce e preme sui parlamenti nazionali, legittimati dalla volontà popolare espressa dalle elezioni.

J. Habermas, cit.

Ne consegue che il deficit democratico del Consiglio andrebbe superato con una riforma dei Trattati, si diceva un tempo, facendo cioè passare la materia finanziaria dal Secondo Pilastro della UE (‘intergovernativo’) al Primo Pilastro, ovvero integrandolo nella politica comune condotta dalla Commissione e discussa e deliberata da Parlamento e Consiglio Europeo, con la partecipazione in fase consultoria dei Parlamenti Nazionali. Una riduzione di sovranità che è già in atto e che sta pericolosamente confluendo in una dinamica antidemocratica. Ma il processo di integrazione, dicevo, è fermo. A prevalere e ad essere soverchiante, è l’oscena diarchia dei pre-summit (così anche Prodi) di Merkozy, del Giano Bifronte Merkel-Sarkozy. L’asse franco-tedesco, anima dell’integrazione europea fin dagli anni Sessanta, la vecchia Europa di W. Bush, è oggi il principale ostacolo all’Unione Europea.

J. Habermas, cit.

Invece, Merkozy pensano di giungere alla modificazione dell’area euro, pretendendo di selezionarne i paesi membri ed espropriando noi cittadini europei della nostra moneta, fondamentalmente con due proposte:

  1. CDU e Merkel: riforma dei trattati per permettere l’uscita dall’Euro ai paesi che lo chiedono – ipotesi di un’area Euro di tipo flessibile;
  2. Sarkozy: area Euro a due velocità, un euro del nord in cui procedere a ulteriori inegrazioni (finanziarie e fiscali); un euro del sud, indefinitamente lasciato ai paesi del mediterraneo e a tutti quei paesi che non sono in grado di entrare nel nocciolo duro, naturalmente blindato con una revisione in senso rafforzativo del patto di stabilità.

E’ solo il tramonto di questi leader politici che potrebbe cambiare le cose. Il problema europeo è un problema di volontà politica. Se persistono visioni del mondo in cui si possono fare club prestigiosi e ristretti e tesi all’esclusione di chi ‘sta a sud’, allora non potrà che persistere la crisi.

Il comunicato di Berlusconi e il nuovo nemico Sarkozy

Non c’era alcun intento ironico, ripetono da Parigi e da Berlino. Non si voleva dileggiare il presidente del Consiglio italiano. Eppure tutti abbiamo avuto la medesima sensazione – a parte il TG1. Tanto che B. ha pubblicato sul sito del governo questo comunicato:

“L’Italia ha già fatto e si appresta a completare quel che è nell’interesse nazionale ed europeo, e che corrisponde al suo senso di giustizia e di equità sociale. Onoriamo il nostro debito pubblico puntualmente, abbiamo un avanzo primario più virtuoso di quello dei nostri partner, faremo il pareggio di bilancio nel 2013 e nessuno ha alcunché da temere dalla terza economia europea, e da questo straordinario paese fondatore che tiene cara la cooperazione sovranazionale almeno quanto la sua orgogliosa indipendenza.

Quanto alle turbolenze da debito sovrano e da crisi del sistema bancario, in particolare franco-tedesco, abbiamo posizioni ferme, che porteremo al prossimo vertice dell’Unione. L’euro è l’unica moneta che non abbia alle spalle, come il dollaro o la sterlina o lo yen, un prestatore di ultima istanza disposto a difendere strutturalmente la sua credibilità di fronte all’aggressività dei mercati finanziari. Questa situazione va corretta una volta per tutte, pena una crisi che sarebbe crisi comune di tutte le economie europee.

Stiamo facendo qualche timido passo avanti per un governo dell’area euro, ma resta ancora molto da fare. La Germania di Angela Merkel è consapevole di questo, e il suo lavoro si avvarrà della nostra leale collaborazione. Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner. D’altra parte l’insieme della classe dirigente italiana, se vuol essere considerata tale, invece che un coro di demagoghi, dovrebbe unirsi nello sforzo dello sviluppo e delle necessarie riforme strutturali sulle quali il governo ha preso e sta per prendere nuove decisioni di grande importanza.

L’Italia del lavoro e dell’impresa sa come stanno le cose, vuole un deciso impulso alla libertà e alla concorrenza, e non partecipa a giochi di potere, interni ed europei.

Sarebbe un bene se l’Italia dei partiti e delle fazioni si scrollasse di dosso le vecchie abitudini negative, e per una volta si mettesse a ragionare in sintonia con il paese reale abbandonando il pessimismo e il catastrofismo.

Da qui possono partire il risanamento e la ripresa”.

Attenzione perché questo comunicato è un capolavoro di contorsionismo. E’ esattamente diviso a metà: il primo colpo lo sferra in sede europea, ma il nome di chi lo riceve non c’è. B. ha disseminato questo capoverso di indizi: parla di crisi del debito franco-tedesca, di un commissario che non può ergersi a giudice degli altri governi. Il nome occulto è naturalmente quello di Sarkozy. Dicendo questo, B. commette un errore, ovvero afferma che in Europa non ci sia alcuna istituzione che possa giudicare i governi. Dice questo perché la sola dimensione europea che conosce è quella intergovernativa, quella del Consiglio, il vecchio secondo pilastro del Trattato di Maastricht. In realtà le istituzioni comunitarie, la Commissione e la corte di Giustizia, possono eccome giudicare l’operato dei governi – cioè le loro leggi –  tramite il giudizio di legittimità della Corte e i pareri e le raccomandazioni della Commissione, mentre il Parlamento è il soggetto istituzionale che può “parlare a nome dei popoli europei”. Si può quindi concordare sul fatto che la sua sia una visione ben poco europeista. Eppure, sfacciatamente e senza vergogna, al capoverso precedente, B. vagheggia di un governo dell’euro, un vero e proprio governo economico dell’Europa, qualcosa che in cinquant’anni di integrazione non è mai stato raggiunto. Passa dal massimo grado dell’integrazione al minimo nello spazio di sette righe.

Poi c’è la seconda stoccata, sferrata questa in pieno campo nazionale: prima strizza l’occhio all’Italia “del lavoro e dell’impresa”, quindi bacchetta l’Italia “dei partiti e delle fazioni“. In una riga, ha svelato la sua nuova strategia politica, che è una riedizione della vecchia, vecchissima litania in uso nel 1994, la società contro la partitocrazia. E lui dove si colloca in questa eterna irrisolvibile dicotomia? Ma ovviamente nel campo dei buoni, dalla parte della bistrattata e tartassata società. Dimentica che dal 1994 sono trascorsi ben 17 anni. Dimentica di essere tuttora capo del governo. Dimentica di avere cinque legislature alle spalle ed è ora di prender coscienza del (suo proprio) fallimento.

Ma per l’Italia è downgrading politico

Downgrading politico, così l’ha definito Mario Monti sul Corriere della Sera. La lettera che Trichet, presidente della BCE, ha recapitato al governo italiano fra giovedì e venerdì era di quelle perentorie: un diktat, si direbbe in circostanze meno drammatiche di queste. L’opposizione non ha calcato la mano – eccetto Di Pietro che ancor oggi, incurante della situazione, ha parlato di ‘Italia sotto tutela dell’Unione Europea‘, a voler dire che il governo non ha più alcuna autorevolezza e – di fatto – è commissariato.

La lista della spesa, opera del duo Sarkozy-Merkel, che Trichet ha consegnato a Tremonti, poi enucleata in quella magnifica conferenza stampa a tre – Tremonti, Berlusconi, Letta – di venerdì sera, a mercati rigorosamente chiusi – è il corrispettivo in legislazione che i nostri creditori – le banche di Francia e Germania! – pretendono. Cosa farà in cambio la Bce? Lunedì servirà sul piatto dei mercati dei titoli di stato, moneta sonante per rastrellare i malsani Btp decennali italiani. In gergo, si chiama ‘quantative easing‘, quantitativo di alleggerimento, un pacchetto di miliardi di euro creati dal nulla che servono a eliminare dal mercato i titoli tossici. Quelli italiani, appunto. Non spagnoli, né portoghesi, né greci. Italiani.

Non state a guardarvi in giro. La tv, la Rai, Mediaset, sono allineati al governo e perciò non percepiscono la portata della nostra situazione debitoria. La ignorano perché la negano, abituati come sono a negare la realtà. I mercati domani colpiranno duro, e colpiranno i nostri titoli, le nostre banche. La scusa che vi daranno in pasto sarà incentrata sulla seguente affermazione: “è una crisi internazionale, causata dal downgrading USA, dalla Grecia, dalla titubanza europea, da Angela Merkel e dai suoi guasti politici interni che le vietano di aderire a politiche di sostegno comune”. Tutto vero, ma parziale: colpiranno l’Italia perché il nostro paese non ha fornito alcuna risposta concreta alla riduzione del debito e allo stimolo della crescita. Perché ci si è affidati a misure non strutturali, posticipate nel tempo, spesso legate a provvedimenti cornice – leggi delega – ancor tutti da definire, o rimandanti a interventi normativi degli enti locali, quindi dall’esito incerto. I giornali italiani stamane festeggiavano il downgrading del rating USA con titoli a sei colonne, una reazione isterica volta a sottolineare che anche i ricchi piangono, quindi la crisi è globale e i governi italiani – di tutte le bandiere – sono immuni da colpe. Ovvero, a questo punto tutto è lecito, anche ridiscutere profondamente e in senso riduttivo i diritti sociali dei cittadini, dall’assistenza sanitaria alle pensioni per finire con il diritto a non essere licenziati senza giustificato motivo. Solo apparentemente diranno di voler colpire i privilegi di casta, a cominciare dalle caste professionali – avvocati, notai – per finire con quelle istituzionali.

Il downgrading politico non risiede tanto nel fatto che dobbiamo accettare la ‘cura europea’, quanto nello scivolamento verso una politica dell’opportunismo, una politica che farà a pezzi la comunità sociale e imporrà un sistema oligopolistico del privilegio. Tutto questo in nome del “risanamento”.