Quattordici

Quando a Settembre iniziavano a circolare i primi sondaggi sulle primarie del Partito Democratico, accanto al nome di Giuseppe Civati compariva un 5. Cinque per cento. La macchina congressuale doveva ancora mettersi in moto. E in due mesi scarsi doveva svolgersi ciò che in passato si era svolto in quattro mesi: elezioni delle segreterie, convenzioni di circolo, convenzione nazionale, campagna elettorale, primarie. Il sondaggio della IPR Marketing del 2 Settembre scorso assegnava a Renzi l’80% dei consensi. A Cuperlo il 14%. Non si poteva parlare nemmeno di polarizzazione dell’elettorato.

Dalle consultazioni di ieri, la mozione del #civoti esce con il 14%. Ed è puntualmente seconda nelle regioni del Nord, laddove il Pd fa sempre troppa fatica a raccogliere i voti. Per intenderci, le regioni rosse sono esclusivo appannaggio del neo-segretario sindaco di Firenze. Il flusso elettorale rispetto alle precedenti primarie – non quelle del 2009, bensì quelle del 2012 – è ben chiaro. Questo è un voto di riparazione. È un voto di pentimento. Ha pesato, sulla scelta dell’elettorato, la ferita del 24-25 Febbraio scorso e la convinzione che, se si fosse votato diversamente a Novembre, il risultato sarebbe stato profondamente diverso. È un voto del se.

L’elettorato del Pd è rimasto, in questo lasso di tempo, impermeabile alla politica. Poco hanno pesato i tentennamenti di Renzi sul governo Letta, i riposizionamenti di molta parte delle seconde e terze linee bersaniane, il carrismo franceschiniano. Lo choc è stato tale da fissare l’immagine della sconfitta. Avremmo potuto scegliere la rottamazione per tempo, è stato il sottotesto che in questi mesi si è insinuato nel senso collettivo circa il congresso democratico.

Questo schema è stato via di seguito rafforzato dalla prospettiva televisiva che, per dirla con le parole di Fabio Fazio, ha scelto i due candidati che essa stessa riteneva più rilevanti. Così, per conto proprio, e in maniera del tutto arbitraria, la televisione ha riflesso solo l’immagine che giudicava congrua alla narrazione dello scontro bipolare. Gli altri, che pure esistono e solo il 14%, sono una anomalia trascurabile. In tal modo, lo schermo è ancora il primo e principale strumento della conservazione.

È facile per taluni dire ora che Twitter non conta nulla. Dopo essersi posti pesantemente il dubbio di quel che stava accadendo, dopo non esser riusciti a leggere il dato di Febbraio, dopo aver arrangiato alla buona una ‘war room’ nel tentativo di contrastare la vivacità della comunicazione di Civati, adesso sentenziano l’inutilità dei social media. Posso smentire. Posso dire che i social media sono stati uno strumento essenziale nell’organizzare la campagna vis à vis. Non avranno spostato migliaia di voti, ma hanno permesso di rendere trascurabili i costi dell’interazione fra i volontari, e fra i volontari e i sostenitori. Civati ha percorso chilometri, così i referenti regionali e provinciali. I social media hanno permesso di stabilire una comunicazione politica anche localmente. È In tal modo che la mozione #civoti ha quasi triplicato il consenso iniziale. Dopotutto, ciò è successo mentre il frame della rottamazione è rimasto nell’aria, non in virtù di una strategia comunicativa, ma di un sentimento diffuso. Un sentimento molto difficile anche solo da scalfire. È la sconfitta di Febbraio ad aver indirettamente determinato questo risultato.

Grazie al #civoti una comunità politica dispersa ha ripreso a conoscersi. È ciò che chiamiamo sinistra e che non smette certo di esistere perché ha vinto Matteo Renzi, anzi. Il contributo di innovazione portato dall’iniziativa politica di Civati non deve essere disperso, deve essere invece di sprono ad uscire dall’isolamento. La sinistra esiste. Ed è ora che si manifesti, che si riprenda il proprio ruolo nella politica. Una politica fatta di cose concrete, di buona amministrazione, di passione verso il giusto. È questo a cui abbiamo lavorato, a cui anche chi scrive ha preso parte con il proprio piccolo contributo di parole. È possibile guardare alle cose non più in senso disfattista. Il nichilismo non alberga più qui. Non è tutto da distruggere e da cancellare. Abbiamo trovato un significato comune e il 14 è infine solo un numero.

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Oppure

Oppure possono provare ad ascoltare quel «segnale» che questa volta proviene da una parte del Pd che si candida a cambiare la sua politica, a ricostruire il centrosinistra, a riprendere l’alleanza elettorale che è saltata ad aprile, a considerare finalmente come protagonisti «quelli che si muovono», in questo Paese, e che fanno politica fuori dal Palazzo e dalle sue logiche. Senza ambiguità, senza retropensieri, senza alcuna opacità.

Il segnale, insomma, che diamo noi, in previsione delle primarie dell’8 dicembre, risalendo la storia delle delusioni del Pd e del centrosinistra per dare un nuovo corso a tutto quanto. Che poi era quello per cui avevamo votato a febbraio, e il senso di quel segnale, non è così?

Leggi tutto: http://www.ciwati.it/2013/10/07/il-segnale-da-dare-ai-segnalatori/

D’altronde, aggiungo io, inutile insistere a dire che mai il Pd potrà cambiare se non si è mai – mai! – provato a cambiarlo. E si comincia direttamente così, saltando a piè pari al centro di una scena che vede i soliti protagonisti da molti troppi anni. Chi vi dice che non c’è speranza, vi dice di andar via, di abbandonare la politica, vi dice “non tentare neanche di capirla” (che già ci sono loro e voi non siete in grado). L’esatto contrario di quel che serve. Poiché serve esserci. Fisicamente. Entrare in quelle stanze (i circoli, i congressi, le assemblee) ormai vuote o semi-vuote. Pretendere di contare in un meccanismo decisionale che non contempla non solo più la diversità d’opinione, ma persino averla espressa. E in fondo a tutto, il più grande moto di ribellione civile che potremmo esercitare, oggi, non domani, non in un futuro où tòpos (utopico, e perciò senza luogo, senza spazio qui sulla Terra).

Congresso PD, le nuove vecchie regole

Alla fine, tutto o quasi rimase com’era. D’altronde, i reggenti del PD sono impegnati sul fronte della crisi di governo, mai come ora linea ‘valicabilissima’ da parte dei sostenitori dell’ex Cavaliere. La Direzione di oggi è corsa veloce come un soffio. Il Regolamento è stato approvato: la presentazione delle candidature è fissata per l’undici di Ottobre.

Articolo 3
(Presentazione delle candidature a Segretario nazionale)
1. Entro le ore 20.00 dell’11 ottobre 2013 vengono depositate presso la Commissione nazionale le candidature alla Segreteria e le relative linee politico-programmatiche.
2. Tutte le candidature debbono essere sottoscritte: da almeno il 10% dei componenti l’Assemblea Nazionale uscente, oppure, da un numero di iscritti compreso tra 1500 e 2000, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo.

I congressi di circolo si svolgeranno dal 7 al 17 Novembre. Vi potranno partecipare tutti gli iscritti; ci si potrà iscrivere fino al giorno stesso del voto di circolo. Ogni Assemblea di circolo elegge i propri rappresentanti alla Convenzione provinciale.

La figura del Presidente di Circolo, eletto in apertura dei lavori, dovrà garantire la “presenza di almeno un rappresentante per ciascuna candidatura”. Le riunioni – questo è importante – saranno aperte alla partecipazione di elettori e simpatizzanti del PD (“La Presidenza dell’assemblea, sulla base dei tempi e delle modalità concrete di svolgimento della riunione, valuta la possibilità di dare la parola anche agli elettori e ai simpatizzanti che ne facciano richiesta”, art. 4 comma 7 del Regolamento).

Anche le Convenzioni provinciali rispettano il medesimo schema, sebbene non sia prevista la partecipazione degli elettori. Il criterio di assegnazione dei delegati, per ciascuna mozione, è di tipo proporzionale con riparto dei resti mediante quoziente naturale e dei migliori resti; invece, ad ogni circolo, è assegnato un numero dei delegati sulla base della media degli iscritti degli ultimi due anni.

Da notare che la ripartizione regionale dei delegati dell’Assemblea Nazionale (sempre quella pletorica di 1000 eletti) sarà effettuata solo il 6 Novembre. La ripartizione territoriale segue il criterio demografico/elettorale: 50% sulla base della popolazione residente; restante 50% sulla base dei voti ricevuti dal Partito Democratico nelle elezioni del 2013 per la Camera dei Deputati.Viene introdotta, unica vera novità, la lista unica per candidato, anche se la formula impiegata nel comma 4 dell’articolo 9 lascerebbe spazio a qualche fraintendimento: “In ciascun collegio può essere presentata una lista collegata a ciascun candidato alla Segreteria” (quel può, per esempio, è ambiguo e inoltre anche la locuzione ‘una lista collegata‘ non significa di certo ‘una sola lista collegata‘, ma tant’è, se tale regolamento è stato approvato all’unanimità e senza quasi discussione, con la sola astensione di Nico Stumpo, vuol dire che l’intezione degli estensori era la medesima dell’interpretazione data sinora a questa norma).

La convenzione nazionale è convocata per il 24 novembre e si concluderà  con le primarie per il segretario, previste per l’8 dicembre.

Il Regolamento completo: http://www.europaquotidiano.it/2013/09/27/ecco-il-regolamento-pd-per-segretario-e-assemblea-nazionale/

Aggiornamento:

Confermo. Gli iscritti Coloro che ad oggi non sono regolarmente iscritti (il che non vuol dire che si tratti di quelli che non hanno rinnovato la tessera) non hanno rinnovato la tessera non sono ammessi come elettorato attivo. Attendo comunque conferme. Restate in attesa.

Congresso PD | I sondaggi prematuri

Attenti a parlare di sondaggi circa il congresso. Innanzitutto c’è da superare prima la soglia del 5% dei voti nei congressi di circolo. In secondo luogo, la base elettorale delle primarie è variabile ed è quindi difficilmente ‘campionabile’. Diciamo che si compone sulla base del profilo identitario dei candidati. Esempio: un candidato di sinistra motiverà di più quel segmento dell’elettorato del PD ad andare ai gazebo e a votarlo; viceversa, un candidato di area cattolica selezionerà un elettorato diverso, più centrista, forse meno giovane. A giocare a favore o contro l’una o l’altra tendenza, inoltre, sarà la migliore esposizione informativa che questo congresso avrà se paragonato a quello del 2009. C’è un precedente illustre: l’esperienza delle primarie di Novembre è significativa perché ha fatto uscire il dibattito dalla cerchie chiuse del partito e l’ha reso di rilevanza nazionale (d’altronde si sceglieva il candidato premier della coalizione data per vincente). Quest’anno, le primarie godranno di una nuova ulteriore centralità per via del fatto che da esse dipenderà il destino del governo delle Larghe Intese (conclusione della legislatura o definizione di un programma minimo e poi urne a Marzo). Forse, anche del paese.

Mannheimer ha pubblicato ieri un sondaggio sui candidati alle primarie. Forse il tempo è un po’ prematuro. Lo scorso anno, il celebre sondaggista centrò il bersaglio (aveva previsto Bersani-Renzi 52% vs. 40%) ma condusse il sondaggio pochi giorni prima del 18 Novembre (a circa dieci giorni dalla consultazione), quando uno dei due confronti tv si era già svolto. Questo mese, lo stesso istituto ha divulgato due diversi sondaggi sui candidati alle primarie per la segreteria. Nel primo, datato 9-10 Settembre, Civati risultava poco superiore al 3%. Nell’ultimo sondaggio, questa percentuale è salita al 9%. Ipotizzando una base di un milione di voti espressi, i consensi per Civati passerebbero in una settimana, da 30000 a 90000. Di fatto, si sono triplicati. Espressa in una percentuale: +300%. Sicuramente è un dato significativo. Ma potrebbe voler anche dire che la campionatura eseguita nel primo sondaggio era sbagliata. Può voler dire che l’opinione nell’elettorato è così fluida che i sondaggisti riescono soltanto a intravedere delle istantanee ma non a illustrarne il movimento. 

Diciamo che non è ancora il momento di guardare ai numeri. E nemmeno di ragionare sulle tendenze.

Articolo correlato:

http://www.youtrend.it/2013/09/18/sondaggi-primarie-pd-renzi-civati-cuperlo-2/

Piccolo breviario dell’Assemblea PD di oggi

Letture preliminari: AutoboicottaggioLa Follia Totale.

Saprete che non s’è deciso nulla. Ma non sapete come ci si è arrivati, a questo nulla. Comincia tutto alle 2.20 (ante meridian) di sabato. La commissione Regolamento, dopo lunga e penosa malattia, approva all’unanimità un pacchetto di regole che non implicano modifiche statutarie. Si trattava di semplici indirizzi che però sono stati votati uno ciascuno e tutti insieme come pacchetto. Le revisioni riguardanti l’articolo 3 (suddivisione delle figure di segretario e candidato premier) incontrano sin dall’inizio l’opposizione di Morassut e Miotto, che votano contro.

Di fatto è stato deciso che:

  1. il voto finale sul segretario nazionale si terrà l’8 dicembre (il voto finale, se non erro, è previsto, Statuto alla mano, che ratifichi l’esito delle primarie attraverso il voto dei delegati in Assemblea Nazionale, ragion per cui le primarie dovranno esser fatte prima dell’8 Dicembre);
  2. a ciascun candidato sarà collegata una sola lista di candidati all’assemblea nazionale (quindi gli endorsement di Franceschini e soci verso Matteo Renzi non potranno trovare degna esplicitazione in una lista collegata);
  3. i segretari provinciali verranno eletti prima del segretario nazionale, ma quando le candidature nazionali saranno già state depositate;
  4. gli organismi regionali verranno eletti dopo, entro la fine di marzo;
  5. non ci saranno pre-registrazioni e chi vuole votare per il segretario nazionale o per i segretari regionali si potrà presentare il giorno stesso del voto (cosa già chiara nello statuto);
  6. le candidature per gli organismi territoriali non dovranno esibire collegamenti espliciti con le candidature alla segreteria nazionale.

Potete ben comprendere che la discussione si era impantanata proprio – e solo – sull’articolo 3 dello Statuto. Con le modifiche previste si intendeva rendere la premiership contendibile, sempre, anche da parte di iscritti al Partito Democratico. A Novembre 2012, molti si erano battuti per una deroga all’articolo 18 che consentisse proprio a Matteo Renzi di competere contro Perluigi Bersani. Su questa modifica nessuno ha sollevato obiezioni. Mentre la modifica all’articolo 3 avrebbe di fatto eliminato la corrispondenza fra segretario e candidato premier: in aula si sono dichiarati contro anche Bindi e Morando.

Quindi è successo il pasticcio. Che ciò sia stato voluto dagli stessi che si sono opposti in Commissione e in Aula alla modifica dell’articolo 3, non è dato a sapere. In ogni caso, gli indirizzi sono stati approvati a maggioranza semplice; le modifiche di natura statutaria necessitavano di una maggioranza qualificata, ma il numero totale dei presenti era circa uguale al numero minimo di voti necessari a qualsiasi modifica statutaria. Dulcis in fundo: sono stati sospeso i lavori. Epifani ha detto che senza certezza del quorum, non si potevano votare le modifiche.

Se non è un fallimento questo. Per mesi è stato detto che il Congresso non si poteva fare con queste regole statutarie. Ergo, serviva una Kommissione (sì, con la k) che studiasse le nuove mirabolanti norme. Si sono naturalmente dimenticati di discuterle. Già la scorsa volta l’Assemblea era dimezzata, almeno rispetto alle dimensioni originarie. Non poteva questo aspetto essere valutato, prima di sbattere come mosche contro una finestra chiusa?

Appello per Ignazio Marino segretario del PD. Riprendiamoci la politica.

Domenica ci sono le primarie del più grande partito di opposizione. Tanta gente non è soddisfatta di come vanno le cose nel PD, ma non ha ancora chiara una cosa: questa potrebbe essere l’ultima occasione per dare una scossa a questo partito.

Le primarie sceglieranno il prossimo segretario e l’assemblea nazionale, che per quattro anni dovrà rappresentare gli elettori. Qualcuno pensa che se tanta gente non vota, per protesta, le cose nel PD cambieranno. E’ vero il contrario: non votando ci sarà solo un risultato migliore del vincitore predestinato, Bersani, quello che in nome del rinnovamento ha candidato capolista Bassolino in Campania e Loiero in Calabria.

Insomma, se chi è scontento non andrà a votare vincerà ancora una volta quella classe dirigente che, in 15 anni, non è riuscita a fare niente contro il conflitto d’interessi di Berlusconi. Quella classe dirigente che, dopo l’ennesima sconfitta, ha pensato a tutto tranne che a farsi da parte, e che vincendo ancora potrà dire: “Visto? Gli elettori ci danno ragione!”. E in quattro anni, magari, elimineranno le primarie aperte a tutti, così saranno più sicuri di rimanere là per sempre…

Ovviamente il cambiamento non può essere rappresentato neanche dal segretario in carica. L’unico candidato nuovo è Ignazio Marino. Che però, dicono, non può vincere.

Intanto, non è detto: se lo andassero a votare solo la metà degli scontenti, vincerebbe di sicuro. Ma, anche se non vince, non dimentichiamo una cosa: l’assemblea nazionale viene eletta con il proporzionale, e il PD non è una monarchia. Quali delegati potranno lavorare meglio per il rinnovamento? I Bassolino e i Loiero (Bersani), i Fioroni e i Gentiloni (Franceschini), oppure le Mina Welby e le Rosa Calipari (Marino)?

Insomma: votare Marino è il segnale più forte che si può dare ai dirigenti per fargli capire che il PD deve cambiare; è il modo per eleggere nell’assemblea gente che ha sicuramente le idee CHIARE sulla laicità e sull’innovazione; e, se arriva la sorpresa, può pure portare ad aver subito un cambiamento radicale in questo partito. Che altro serve per convincerti ad andare a votare? O vuoi aspettare quattro anni, sperando che intanto la situazione migliori da sola??

Per saperne di più su Ignazio Marino, vai sul suo sito o su quello dei volontari. Se vuoi sapere dove andare a votare, prova qui. E per finire, gira questo messaggio a tutti i tuoi amici e conoscenti, ora! Al voto mancano poche ore.

PS ricordiamo che possono votare anche i sedicenni e gli immigrati con permesso di soggiorno.