Alessandria nella notte nera del default

Il governo dispone lo sblocco di fondi per 420 milioni, ma nemmeno un euro per la città di Alessandria. Ognuno dei 420 milioni di euro sono finiti in Sicilia che il 28 Ottobre prossimo venturo andrà al voto.  La Sicilia di Lombardo, dei ventimila dipendenti pubblici, della pletorica guardia forestale. La Sicilia che sfora il patto di stabilità, e non appena ciò accade, Roma decide di tamponare le falle: erano fondi da usare per lo sviluppo, ma sono stati distribuiti anche a Comuni e imprese che lavorano nel campo dei rifiuti.

Ci sono pure 25 milioni per gli straordinari dei regionali. Nella busta paga di novembre, subito dopo le elezioni regionali, arriveranno somme comprese fra 150 e 600 euro, secondo la categoria cui il dipendente appartiene.  C’è un giallo per quel che riguarda il possibile finanziamento della cassa integrazione destinata a frenare l’emergenza rappresentata dalla Gesip, società partecipata dal Comune di Palermo, un carrozzone con 1.800 dipendenti, pronti a mettere sottosopra il capoluogo dell’Isola se rimarranno senza lavoro e soprattutto senza stipendio. Il sindaco, Leoluca Orlando, si era impegnato a far sbloccare la situazione fino a dicembre e sembrava quasi fatta, ma alla Regione, dove non amano molto il primo cittadino dipietrista, frenano (cfr. La Stampa, 16/10/2012).

Se la Sicilia è tecnicamente fallita senza che questo costituisca una colpa per nessuno, Alessandria è una città che è stata trascinata nel gorgo del default da una amministrazione fuori-legge. Il sindaco di centro-destra, Piercarlo Fabbio, insieme al ragioniere capo e all’assessore al bilancio, ha adottato provvedimenti illegittimi che hanno portato il Comune dinanzi al giudizio della Corte dei Conti. Giudizio che non poteva essere che di condanna visto che per ben due volte nel corso di novembre 2011 e di gennaio 2012, l’amministrazione comunale non aveva recepito le raccomandazione dei giudici. Il dissesto è divenuto un passo obbligatorio per la nuova amministrazione, guidata dal PD:

Diciannove virgola quattro milioni di euro di disavanzo, anticipo di cassa impiegato sistematicamente dal 2008, finanza creativa per mezzo di partecipate che dovevano vendere il patrimonio comunale e invece l’hanno svenduto, fallendo sistematicamente ogni obiettivo minimo, 0.95 centesimi di euro di disponibilità di cassa al 21 Giugno 2012. Dopo la pronuncia della Corte dei Conti che ha stabilito il dissesto del comune (è il primo caso dopo la riforma di settembre 2011), il consiglio comunale di Alessandria stasera vota la delibera, passaggio obbligato per evitare il commissariamento. La precedente amministrazione PdL-Lega ha distrutto uno dei comuni più facoltosi del nord d’Italia. Una associazione a delinquere che ha affossato tutto, cominciando dalle multiutility, avviate al medesimo destino fallimentare del comune, violando il patto di stabilità per due anni consecutivi e cercando di mascherarlo (Yes, political!, 12/07/2012).

Il sindaco Maria Rita Rossa ha cercato in più circostanze di ottenere visibilità e soprattutto denari per mantenere in piedi l’insieme delle partecipate del Comune che danno lavoro a 2500 persone. Si tratta di cooperative dei servizi e degli operatori socio-assistenziali, delle partecipate per la raccolta dei rifiuti, per il servizio di gestione dell’acqua e del gas. Questo mese resteranno senza stipendio. E nel mentre, la spending review del governo Monti ha imposto alla Provincia del medesimo capoluogo di ristrutturare la propria pianta organica, pertanto dal 31 Dicembre 2012 tutti i contratti a termine dei lavoratori precari che operano all’interno di essa non verranno rinnovati.

Il sindaco ha chiesto al governo non trasferimenti diretti bensì risposte pratiche, quali quella di ricevere l’intera percentuale dell’Imu, o l’anticipo dell’Irpef a novembre anziché a marzo. Il governo, rispondendo di no, e dando seguito agli stanziamenti diretti in Sicilia, ha così implicitamente legittimato la minaccia di rivolte anziché l’impegno politico di un sindaco che sta semplicemente cercando di acciuffare la propria città prima che sia troppo tardi.

Ieri, circa quattromila cittadini hanno sfilato per la città di Alessandria testimoniando il proprio dissenso contro la decisione del governo. Senza necessità di rivolte o di violenze.

Regionali Sicilia: Fava choc, rinuncio alla candidatura

via @AdnKronos

La ‘tegola’ è arrivata ieri pomeriggio con la notizia dell’iscrizione tardiva nel Comune di residenza del candidato a Isnello (Palermo). La legge prevede infatti che il candidato e l’elettore debba essere regolarmente residente in un comune siciliano almeno 45 giorni prima dal giorno delle elezioni. Invece Fava ha chiesto il cambio di residenza soltanto il 18 settembre scorso, cioé cinque giorni dopo la scadenza.

via @ansa.it

Secondo fonti di partito, Claudio Fava avrebbe deciso ritirare la propria candidatura a governatore per evitare di creare problemi alle liste che lo appoggiano e che, in caso di conferma dell’incandidabilita’, per la ritardata residenza in Sicilia, anche dopo il voto, sarebbero dichiarate decadute. Al momento le opzioni sarebbero due: un nuovo candidato e preferibilmente una donna (potrebbe essere Rita Borsellino) oppure la candidatura del senatore Idv Fabio Giambrone in ticket con Fava.

Fava perde la candidatura per un errore burocratico, è stato detto. Un incredibile svarione. E pensare che Fava era finalmente riuscito a condensare la costellazione partitica della sinistra siciliana.  Ora verrà sostituito da Marano, leader della Fiom. Ma c’è da festeggiare? Si tratta di puro autolesionismo per un candidato che nei sondaggi veniva dato al 10%.

https://twitter.com/nicola_usai/status/251315836877426689

Regionali Sicilia, una rettifica e una precisazione sui sondaggi

La festa di Sinistra e Libertà

La festa di Sinistra e Libertà (Photo credit: Wikipedia)

In un recente post analizzavo un sondaggio sulle elezioni regionali del prossimo 28 Ottobre in Sicilia. Forse per troppa fretta, avevo trascurato di verificare la reale configurazione del sistema partitico regionale che in effetti era da poco cambiato con la “epocale” decisione dei partiti Sel, FdS e Verdi di presentarsi con una unica lista. Nel post riservavo a Sel non più di due righe in cui affermavo che – stando alle percentuali attribuitegli dai sondaggi – il partito del candidato presidente, Claudio Fava, non avrebbe superato lo sbarramento del 5%.

Sel invece, grazie alla super coalizione di sinistra, supererà lo sbarramento. Magra consolazione. L’analisi di quel post rimane del tutto attendibile nonostante l’errore di valutazione di chi scrive. Stando alle norme della legge regionale n. 7/2005, ovvero della legge elettorale dell’Assemblea Regionale della Sicilia nonché del suo Presidente, ben 80 su 90 deputati dell’Assemblea sono eletti con il metodo proporzionale; gli altri dieci vengono assegnati al listino del presidente, in maniera analoga a quanto accade nelle altre regioni, con il limite di 54 deputati, tetto oltre il quale il voto del listino viene suddiviso fra le altre liste.

Questa precisazione è necessaria per comprendere che i due candidati principali – se così si può dire – Musumeci e Crocetta, pur vincendo, non avrebbero la maggioranza per poter governare. Facciamo i conti, seppur con qualche approssimazione. Entrambi vengono stimati intorno al 30%. Guadagnerebbero infatti, in caso di vittoria, ambedue circa 38 deputati, fra quelli assegnati dal voto di lista e quelli attribuiti dal voto al listino del presidente. Pertanto non avrebbero la maggioranza. Diventano fondamentali, per poter formare una coalizione, i seggi di Miccichè e di Fava. Miccichè finora viene sostenuto dal partito dell’ex presidente Lombardo, Mpa, oltre che dal suo partito, Grande Sud. Pertanto i sondaggi gli attribuiscono una percentuale del 20% circa. Tradotto in seggi, 16, contro gli 8 deputati di Fava. La maggioranza è fissata a 46 deputati. Pertanto Crocetta può governare solo se: 1) vince le elezioni; 2) Fava accetta di entrare in una coalizione post elettorale con PD e UDC. In ogni caso, l’eventuale alleanza PD UDC e Sel+IDV+Fds+Verdi sarebbe alquanto risicata nonché disomogenea. A centrodestra la situazione è ben diversa: Musumeci deve vincere, quindi alleandosi con Miccichè, potrebbe contare su una maggioranza di ben 54 deputati. Certo, si tratterebbe di mettere d’accordo PdL, Grande Sud, Mpa, La Destra, Pid, eccetera. Ma credo che sia più facile per loro che per la costellazione post-partitica della sinistra.

I numeri di cui sopra naturalmente sono approssimativi (un esempio, il riparto degli 80 seggi avviene con il metodo del Quoziente Hare, che in questo caso non ho applicato). Inoltre si basano su un recente sondaggio, che potete trovare qui. Claudio Fava, a chi gli ha chiesto di commentare questo sondaggio, ha risposto che è “falso”. La ragione, secondo lui, risiede nel fatto che il tasso di sostituzione degli intervistati campionati è estremamente alto. Il sondaggio di cui sopra è stato realizzato prendendo in considerazione 1000 interviste, mentre gli intervistati che hanno rifiutato sono più di 3500. Significa che l’agenzia Datamonitor ha dovuto campionare più di 4500 soggetti per poter ottenere un campione di 1000 osservazioni. Secondo Fava le sostituzioni non sarebbero state condotte rispettando i criteri di una buona campionatura, pertanto alla fine il risultato sarebbe stato fortemente condizionato dalla selezione delle osservazioni. Non è necessario dirvi che ciò è difficilmente dimostrabile.

Barometro Politico sostiene che i sondaggi in questione sono a dir poco “teleologici”, ovvero indirizzati ad un fine, che sarebbe certamente quello di “sminuire il candidato di sinistra”. Poi scrivono che intendono dimostrare, “con dati di aritmetica elettorale”, la falsità di questi sondaggi. In realtà l’articolo è un collage di considerazioni personali dell’autore, e chi cerca di capire (come chi scrive), deve arrendersi alla ovvietà di questa analisi. Affermare che i dati dei sondaggi sono falsi soltanto sulla base di valutazioni come quella che segue, è disarmante: “La candidatura di Claudio Fava viene appoggiata da forze politiche che, in Sicilia, sono in crescita”. E chi lo dice? Forse un sondaggio? Una sensazione? A suffragio di quanto prima, l’autore del pezzo cita ad esempio il caso di IDV e di Orlando alle recenti elezioni amministrative di Palermo. Secondo voi è un paragone attendibile? E’ più attendibile di un sondaggio condotto su mille interviste?

C’è una ragione che dovrebbe indurre a credere di più al sondaggio che all’articolista di Barometro Politico: il dato sull’astensione, ignorato da secondo, valutato intorno all’attendibilissimo 45%  di Datamonitor.

Regionali Sicilia, secondo i sondaggi il progetto PD-UDC è un fallimento

Se volessimo usare la regione Sicilia come pietra di paragone delle dinamiche politiche nazionali, allora dovremmo trarne una serie di conclusioni preoccupanti. Innanzitutto, la partecipazione al voto: sia nel caso del voto del candidato che del voto di lista, l’astensione è superiore al 40%. In secondo luogo è evidente un certo grado di frazionismo partitico che, stando anche alla legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento al 5%, significherebbe difficoltà a formare un governo della Regione.

Rosario Crocetta, candidato della Santa Alleanza PD-UDC non supera il 30% mentre pare evidente che il candidato del PdL, Musumeci, ha le carte in regola per vincere nonostante l’agonia in cui versa il suo partito. Da notare che Musumeci sommato a Miccichè equivale al 50% dei voti espressi. Invece, il candidato dei 5 Stelle si attesterebbe attorno a un discreto 8%, dato inferiore al livello raggiunto dal M5S su scala nazionale ma pur sempre significativo per una regione del Sud, area in cui il Movimento di Grillo fatica a farsi strada. Certo, il ragionamento da farsi è questo: chi ruberà più voti a Fava? Il candidato grillino o Crocetta? A Fava viene attribuito un modestissimo 10%. E’ una sorta di totem del giornalismo antimafia. Se venisse sconfitto- come sembra – dal duo Musumeci-Miccichè, quale conclusione dovremmo trarne?

Veniamo invece al voto di lista. PD e UDC raggiungono insieme i voti attribuibili a Crocetta. Significa che: 1) il candidato non ha alcun effetto traino; 2) l’alleanza tanto sbandierata è di minoranza e tale resterebbe anche con i voti del Mpa di Lombardo (11.5%). Sia chiaro: una alleanza post-voto è necessaria. Altrimenti non si governa. E allora l’alleanza più immediata sarà quella fra Musumeci e Miccichè, il quale avrebbe secondo questo sondaggio la capacità di trainare verso di sé quasi il 10% in più di voti. La tendenza è quindi quella di una incertezza estrema. Non è chiaro se il partito di Vendola, Sel, riuscirà ad entrare in Assemblea regionale, visto che da sola non raggiunge il quorum previsto (4.5%); medesima considerazione vale per Italia dei Valori. Probabilmente quindi l’apporto della sinistra di Fava sarà insufficiente a formare una maggioranza con PD e UDC.

Detto questo, bisognerà poi chiedere conto al segretario nazionale del PD, Bersani, di certe scelte politiche, come quella di non fare le primarie e di fare una coalizione con l’UDC. Poiché il prossimo governo della regione sarà di centro-destra, esattamente come quello che vinse nel 2008. Stavolta però poggerà sull’asse con Miccichè, il cui partito è forse la realizzazione di quell’idea nata da una trattativa, l’idea di fare un partito indipendentista siciliano.

I dati qi analizzati sono tratti dal seguente sondaggio: Sondaggio151

In Sicilia pronto il cartello delle Destre con Musumeci

La grande partita delle elezioni regionali siciliane diventa ogni giorno che passa sempre più ingarbugliata. Se a sinistra si è consolidata la rottura palermitana fra Idv-SeL e PD tanto che non è ancor chiaro – e forse non lo sarà mai – se si faranno primarie di coalizione per decidere fra Claudio Fava (SeL) e Rosario Crocetta (PD), a destra si sta ricompattando un cartello di partiti con vertice il PdL di Berlusconi.

In sostanza, il PdL dovrebbe fare da perno intorno alla triade di agglomerati personalistici che rispondono al nome del Mpa di Lombardo, governatore uscente, ex alleato di Berlusconi, poi al governo della Sicilia con il sostengo esterno del PD in una sorta di rievocazione storica del milazzismo; del Grande Sud di Gianfranco Micciché, ex Publitalia e Forza Italia, un berlusconiano della prima ora, poi a lungo dissidente ma per finta; e soprattutto del Pid, micropartito di Saverio Romano, ex DC e UDC, creatura di Calogero Mannino. Romano fece parte di quel gruppo di deputati che uscì dall’opposizione durante la prima delle campagne acquisti dell’ultimo governo Berlusconi, quando a fine Settembre 2010 la dipartita dei finiani sembrava dovesse metter fine anzitempo alla XVI legislatura, fatto per il quale si “guadagnò” la carica di ministro dell’Agricoltura conferitagli da Berlusconi a Marzo 2011. I quattro partiti si dovrebbero coalizzare e avere come candidato alla presidenza Nello Musumeci, ex missino, poi La Destra, grande collettore di preferenze in quel di Catania.

Inutile dire che i personaggi in opera sono quanto di più becero la politica siciliana ha prodotto in questi anni. Lombardo è un campione di trasformismo, sia nell’isola che a Roma; Micciché è un prodotto di Berlusconi, un disturbatore; la sua lista, Forza Sud o Grande Sud è una specie di Forza Italia in piccolo. Più che un dissidente di Berlusconi pare esserne la testa di ponte, l’avanguardista per eccellenza, colui che sperimenta forme partitiche per permettere al Cavaliere di tessere fittissime trame nascoste a Palermo come a Roma. Romano è invece il soggetto che mantiene in essere una sorta di continuità con il passato, con una specifica corrente DC, quella appunto di Mannino, fortemente correlata con un certo “tessuto connettivo” prettamente siciliano che sappiano essere alquanto torbido e intrinsecamente colluso con gli affari criminali mafiosi.

Questa analisi dovrebbe suggerire una sola conclusione: ovvero che il PdL – e quindi Berlusconi – mantiene ben saldo il rapporto con un certo ambiente. Quel rapporto che è forse alla base delle fortune del suo presidente, certamente delle sue televisioni e di quel partito-azienda che creò dal nulla nel 1994.

Il PD alla prova della direzione nazionale: il caso Sicilia fra Mirafiori, Legittimo Impedimento e Lingotto

La direzione nazionale del PD si terrà giovedì 13. Un clima infuocato attende Bersani. Giovedì 13: un giorno sbagliato, si direbbe, a guardare la lista degli eventi. Da un lato le beghe interne al PD:

  • oggi, il caos Sicilia con la scomunica del circolo di Caltagirone;
  • la controdirezione di Civati (senza Renzi) mercoledì 12 a Roma, Circolo Letterario di Via Ostiense 95;
  • dulcis in fundo, ma oramai a “bocce ferme”, il ritorno di Veltroni, in pompa magna, anzi in salsa marchionnesca, con il Lingotto 2.

Tutto questo mentre nel paese si affastelleranno le notizie e le relative polemiche circa:

  • riunione della Consulta, rigidamente a ‘porte chiuse’ il giorno 11, chiamata a discutere in materia di legittimo impedimento;
  • decisione della Consulta, prevista proprio per giovedì 13;
  • referendum a Mirafiori, il 13 e il 14, con la prevedibile vittoria dei sì.

Se vi sembra poco, allora vi introduco al caos Sicilia, uno dei fattori X che pendono sulla testa di Bersani. Poichè in Sicilia il PD ostiene con i propri voti il governatore Lombardo. Un ribaltone che va avanti da alcuni mesi e che nel partito non è mai stato adeguatamente discusso. Il PD in Sicilia è diviso in due: da una parte i fautori del ribaltone, con il segretario regionale Lupo in testa, la capogruppo al Senato Anna Fnocchiaro a far da stampella alla irragionevolezza di tale scelta; dall’altra, gli oppositori, aventi in Enzo Bianco e Giovanni Burtone elementi di spicco e di riferimento.

I fatti: un circolo, quello di Caltagirone, città amministrata dalla sinistra, ha indetto referendum fra gli iscritti al fine di accertare il sostegno alla scelta della direzione regionale del PD di appoggiare il governo Lombardo. Apriti cielo! Il referendum è nullo, tuonano dalla segreteria regionale. Non rispetterebbe lo statuto del PD – che pure prevede consultazioni democratiche fra gli iscritti – in svariati punti, fa sapere il segretario Lupo. “Può il Partito democratico continuare a sostenere il governo regionale di Raffaele Lombardo?”, questa la domanda posta nel quesito referendario. Lupo ha intimato al coordinatore del circolo Gaetano Cardiel di sospendere immediatamente la preparazione della consultazione, cosa che non è avvenuta. Su di essa pende un ricorso dinanzi al comitato dei Garanti, una sorta di Alta Corte interna al partito, pertanto secondo Lupo non poteva in ogni modo svolgersi. Lupo ha quindi accusato Cardiel di aver violato in più punti lo Statuto. Ed ha disposto il comissariamento del circolo di Caltagirone. E’ pur vero che all’art. 28 di predetto Statuto si definisce in maniera univoca una disciplina che non lascia spazio a dubbi per indire referendum fra gli iscritti:

Articolo 28.
(Referendum e altre forme di consultazione)
1. Un  apposito  Regolamento  quadro,  approvato  dall’Assemblea  nazionale  con  il  voto  favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, disciplina lo svolgimento dei referendum interni e le altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito, comprese quelle che si svolgono attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.
2. È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero il Coordinamento nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti  l’Assemblea nazionale,  ovvero  il  cinque  per cento degli iscritti al Partito Democratico (Statuto PD).

Naturalmente nulla di tutto ciò è successo: la soglia del 5% non è nemmeno lontanamente raggiungibile e il segretario neanche si sogna di affidare una decisione così delicata e importante come quella della fiducia a Lombardo a un referendum fra gli iscritti. Quindi è vero che l’iniziativa di Caltagirone è al di fuori dello Statuto e l’iniziativa di Lupo non poteva che essere censoria nei confronti dei dissidenti di Caltagirone. Tanto più che una iniziativa analoga era stata messa in piedi a Enna “facendo registrare percentuali bulgare per il no al sostegno al governo Lombardo” (Caltagirone, Pd al voto nonostante lo stop di Lupo – Palermo – Repubblica.it). Non ci si poteva aspettare altro. Ciò dimostra ancora una volta il divario profondissimo fra il partito e il suo elettorato, anzi i suoi iscritti medesimi. L’iniziativa di Caltagirone ha il merito di far arrivare una manifestazione del dissenso dell’elettorato siciliano direttamente sul tavolo della Direzione Nazionale di Giovedì 13. Un giorno brutto assai, si direbbe. Si comprendono meno le dichiarazioni di Buirtone e di Bianco, che condannano il comissariamento e chiedono l’intervento di Bersani:

“Ascoltare l’opinione degli elettori del partito e’ un obbligo politico morale da parte dei suoi vertici, soprattutto quando si prendono decisioni che ne segnano una svolta nell’orientamento politico”. Lo afferma in una nota il senatore del Pd Enzo Bianco […] L’ex sindaco di Catania chiede infine al segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani di “intervenire subito in merito a questa vicenda” (Pd: Bianco, su commissariamento Caltagirone intervenga Bersani – – Libero-News.it).

“E’ un atto arrogante nei confronti di una realtà politica che ha avuto da sempre una condotta esemplare” – Giovanni Burtone, tra i primi parlamentari PD a manifestare il suo dissenso alla decisione di Lupo, è stato, insieme a Enzo Bianco, uno dei principali oppositori dell’appoggio del PD a Lombardo. “Dietro questa decisione c’è evidentemente la paura di confrontarsi e scoprire che gli elettori del Pd sono contrari al sostegno al governo Lombardo – prosegue Burtone che arriva a parlare di “pulizia etnica” verso chi non è allineato […] il circolo di Caltagirone incassa la totale solidarietà degli altri partiti all’opposizione di Lombardo; I circoli di Idv, Psi e Sel Caltagirone, in un comunicato congiunto, bollano come “atto liberticida” il commissariamento (Caltagirone, PD commissariato: partito allo sbando – la Periferica – Mensile di informazione a Catania).

Che ascoltare l’opinione degli elettori sia un obbligo politico morale è indubbio, mentre è dubbia la procedura che si è seguita (il cosiddetto “stare alle regole” che ci si è dati – lo Statuo è stato o no votato nei circoli? e se sì, è stato preso in esame con buonsenso anche l’art. 28?). Inoltre pare eccessivo parlare di atto liberticida o di pulizia etnica per chi non è allineato, sebbene sia vero che chi dissente nel Partito Democratico non ha vita facile, vedasi Civati e co. In ogni caso, il circolo guidato da Cardiel ha l’indubbio merito di aver rimesso al centro la questione della partecipazione. Fattore che inizialmente doveva essere distintivo del PD e che ora diventa sempre più spesso opzionale.

Join the dots. Unisci i puntini. Lo strano caso della Lega Meridionale.

La Lega del Sud che il Governatore della Sicilia Lombardo, con la cooperazione di Micciché, minaccia di costituire, non è una novità nel panorama politico italiano. C’era una volta, nel lontano 1990, una Lega Meridionale che addirittura voleva candidare Gelli e Ciancimino. Un partitino che però possedeva una televisione e un giornale. Fatto che fece insospettire Bossi, il ruspante Bossi anni novanta, il quale in una interpellanza alla Camera chiedeva se non vi fossero legami fra quel sedicente partito e i servizi segreti deviati.
Si vociferava anche di incontri fra Gelli e Boss mafiosi. Quali legami con la destabilizzazione messa poi in atto dal 1992 con lo stragismo para-mafioso?
(Articoli di Concita Di Gregorio e Giorgio Bocca).

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    • SE NON fosse, come temiamo, un avvertimento di sapore mafioso, ci sarebbe da ridere. Dico dell’ eletto stuolo di avanzi di galera, piduisti, prìncipi siciliani, picchiatori fascisti riunitosi domenica in un albergo romano per lanciare verso sicure fortune elettorali la Lega meridionale di unità nazionale.
    • C’ era anche e qui la sfacciataggine ha raggiunto vette abissali il buon Ciancimino, l’ ex sindaco di Palermo condannato, rarissima avis, per traffici malavitosi, l’ onorevole del pignatone cioè del pentolone finanziario in cui finivano i miliardi delle speculazioni politico-mafiose di cui era l’ amministratore, anzi di cui pare sia ancora l’ addetto al mestolo.
    • si chiamavano fratelli e giustamente finalmente chiedevano a gran voce il siluramento del giudice Falcone, l’ allontanamento dell’ alto commissario all’ Antimafia Sica, l’ abolizione della iniqua legge La Torre che prevede il sequestro dei beni mafiosi
    • è un brutto segno, il segno che la politica del sottosuolo, la politica delle trame, dei finti golpe e dei veri attentati, del fumo e del terrore, dei ricatti e delle manovre ricattatorie, sta ricominciando
    • Sembra piuttosto curioso che personaggi come Gelli e come Ciancimino, che in negativo non sono certo dei dilettanti e degli stupidi, si siano uniti alla pittoresca compagnia. Sì, sembra strano.
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    • Gelli accetta la candidatura, e al telefono espone il suo programma da parlamentare: si occuperà di giustizia, scuola, sanità. Il Venerabile è estusiasta perché questo movimento politico troverà la sua forza negli affiliati alla massoneria. Tutti finalmente di nuovo fratelli, visto che chi gli propone un seggio al Senato è colui che un tempo lo mise al bando per via ricorda di quell’ equivoco della P2:
    • Ha avuto fiuto Ciancimino, che prima della bufera si è defilato in silenzio.
    • per quella platea in doppiopetto scuro che lo ha accolto urlando Giustizia per Ciancimino, sia fatta giustizia. Si è guardato attorno con disagio, poi ha declinato l’ invito a salire sul palco
    • L’ ex sindaco di Palermo ha poi gentilmente rifiutato la candidatura al Parlamento che la Lega gli ha proposto.
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    • Licio Gelli, ex Gran Maestro della loggia massonica P2, ha in mente di impiegare diversamente il suo tempo. In politica, per esempio: il suo esordio lo farà oggi pomeriggio ad un’ assemblea della Lega meridionale, alla quale parteciperà anche Vito Ciancimino. Sarà il primo passo di una corsa che punta ad una poltrona di senatore.
    • Lega meridionale mi ha proposto di presentarmi nelle sue liste garantendomi un seggio al Senato
    • Ma cosa c’ entra Gelli con la Lega meridionale? C’ entra, eccome se c’ entra. Badi bene, non facciamo confusione: noi non siamo quelli della Lega Sud, con Bossi non abbiamo niente a che fare. Siamo altro, siamo diversi. La nostra lega è nata un anno e mezzo fa ed ha già trentamila tesserati: il nostro motto è Libertà, uguaglianza, fratellanza e giustizia.
    • Licio Gelli è, nel bene e nel male, il simbolo dell’ ingiustizia in Italia: lo Stato non ha saputo dirci quali sono le sue colpe.
    • E Ciancimino? Ciancimino è un grande uomo, un grande meridionale: abbiamo invitato un grande meridionale ad un grande appuntamento con la storia. I nostri fratelli ne saranno entusiasti.
    • Fratelli? Si, abbiamo scelto di chiamarci fratelli
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    • parla Vincenzo Serraino, direttore di un giornale sindacale, uno dei fondatori della Lega Meridionale che aveva in mente di candidare l’ ex Gran Maestro della Loggia P2
    • Serraino, conferma di aver fatto da tramite ma giura che a quell’ incontro non c’ è andato
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    • Chi finanzia la Lega meridionale? Lo chiede, in una interrogazione al presidente del Consiglio, il senatore Umberto Bossi, leader della Lega lombarda.
    • si chiede se sia ipotizzabile un collegamento tra servizi segreti, Ciancimino, Gelli e la stessa Lega meridionale.

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