C’è sempre un piano B

C’è sempre un piano B

E’ super segreto, tanto che ne parla pure Repubblica. Ma Renzi avrebbe in tasca, ah no – nel cassetto, la soluzione all’impasse creatasi sulla riforma del Senato dopo le dichiarazioni di Berlusconi di qualche giorno fa. Quindi, riassumendo: stavate dicendo che una riforma elettorale, ancorché pasticciata, poteva essere approvata solo e soltanto dopo la riforma del Senato, ovvero la sua cancellazione, ovvero la sua trasformazione in Assemblea dei sindaci, o in Senato delle autonomie, rigorosamente non elettivo ma avente funzioni di camera di controllo sia sull’iter legislativo ordinario che su quello costituzionale, pieno zeppo di nominati (dalle Regioni; dal Presidente della Repubblica), spacciando tutto ciò come doveroso ammodernamento – in nessun sistema parlamentare moderno vige un bicameralismo paritario come il nostro –  e ora, dopo aver tentato di minacciare elezioni anticipate, o di proseguire per proprio conto (e con che numeri?) con la riforma Italicum, dinanzi ai presunti alleati (che non sono) pronti a defilarsi man mano che si avvicinano le elezioni europee, ecco spuntare l’alternativa: un piano B, che sta a significare, sì stavo per fallire e dal momento che ho promesso di ritirarmi se dovesse succedere tale evenienza, allora estendiamo l’applicabilità della nuova legge elettorale (e tutto il pacchetto di distorsioni della rappresentanza che contiene) al Senato. Bella idea: ricordo che il testo originario già conteneva tale proposito e un emendamento a firma D’Attorre l’aveva proditoriamente cancellato, aprendo la strada per l’aggancio della modifica della legge elettorale alla riforma del bicameralismo paritario. Tutto questo perché il 2018 non può essere anticipato. Questione di credibilità. O presunta tale.

[Ecco, sarà colpa dei gufi]

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L’annessione

Doveva trattarsi di una scissione, di stracci che volano, di insulti fra sodali. Si è svolta come un’annessione: quel corpo politico che era già separato è stato letteralmente invaso da truppe un tempo amiche. Lo straniamento che è visibile negli occhi di Cicchitto, di Alfano, è quello di chi credeva di liberarsi finalmente dal giogo del Padrone. Più o meno questo stesso straniamento devono averlo vissuto coloro che sono rimasti fedeli alla linea del fondatore del Pdl. Diventati, nel passo breve di una giornata, da pedine dell’opposizione, a pedine da collocare in ogni dove di questa rinnovata coalizione delle larghe intese.

E ancora, lo stesso straniamento è visibile come un’ombra fra i democratici, divisi fra chi festeggia la prosecuzione del governo Letta, fra chi festeggia il ritrovamento di un leader politico che sembrava una chimera, e chi invece si trova nuovamente fianco a fianco di chi pensava di non veder più, almeno nel prosieguo di questa maledetta XVII Legislatura. Ha vinto Letta, scrivono certi; ha vinto per l’ennesima volta il Caimano, scrivono delusi gli altri. E appunto, il dilemma risiede in questo: se sia appunto Berlusconi ad essersi inchinato a Enrico Letta, oppure se sia Berlusconi ad essersi insinuato in Enrico Letta. In ogni caso, dove pensavamo di trovare la frattura, l’arrivo definitivo del futuro, dell’epoca post-berlusconiana, ora troviamo gendarmi in divisa a presidiare la fortezza.

Lo schiaffo di Palazzo Grazioli

Così Alfano non c’era alla riunione del PdL. E’ arrivato a Palazzo Grazioli ben dopo la mezzanotte. L’incontro con Berlusconi è durato non più di venti minuti. Una visita, null’altro, per comunicare che un manipolo di senatori farà la scissione. Silvio, Dudù, Francesca, l’aria improvvisamente impietrita. Alfano, e quella spocchia da azzeccagarbugli abbronzato. Abbiamo dirazzato, Silvio.

E’ la prima volta forse che la trama di relazioni di Silvio Berlusconi trova un limite, anzi, la prima volta che viene lentamente sgretolata ai bordi. L’ex Cavaliere ha scoperto che un’altra affinità, un’affinità rimasta sommersa per quasi venti anni, lega questi uomini al Presidente Letta. Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi, Carlo Giovanardi, lo stesso Alfano, hanno percepito il ritorno di un comune sentire. E così tradiscono il padre padrone del loro partito, l’ormai vecchio avvizzito e degenerato fondatore del Predellino, in vista forse di una qualche ricompensa politica: avere un ruolo da protagonista nell’epoca post-berlusconiana. Che poi questo coincida con il ritorno del Grande Centro, o della Balena Bianca, poco importa. In fondo – questo è il loro segreto – sono sempre stati, intimamente, duplici e democristiani.

In tutto questo scenario, il Partito Democratico è arrivato al capolinea: ora il PD dovrà scegliere se essere la carne sacrificale per il risorgimento della DC o scegliersi la propria parte e una identità, risolvendo per sempre quell’ambiguità di fondo che lo ha contraddistinto sin dalla prima ora. Sarebbe bello che, ad operare questa scelta, fossero non i gerarchi chiusi in una riunione stile ‘caminetto’, ma gli iscritti e gli elettori, e non necessariamente in questo ordine. Sarebbe bello, ma potrebbe non accadere. E’ appunto per tale ragione che occorre esserci. C’è una differenza sostanziale fra i Democratici e Alfano, Giovanardi, Lupi, Cicchitto. E non serve che ve la spieghi. Bisogna solo farla rispettare.

Videomessaggio, o la persistenza della decadenza

ImmagineNon cade. Rimane in sospensione, come una minaccia. Lui, Berlusconi, ha rievocato la belle époque del 1994. Il mezzo con cui l’ha fatto è sempre il medesimo: un prodotto televisivo, un videomessaggio. L’antichità tecnologica del metodo non deve indurvi in errore. L’uomo è sempre attuale con il suo inganno, sempre presente, in ogni istante, a modificare o correggere la realtà. La sua colpevolezza è camuffata, mascherata con lo stesso cerume impiegato per andare in onda. I denari sottratti al fisco sono solo lo zero virgola. il rischio, quello di consegnare il paese nelle mani della mitologica Sinistra, quel mostro informe, senza volto, che risiede in ogni spicchio della macchina statale, come una sorta di società segreta tesa a far soggiacere l’individuo indifeso sotto il peso della burocrazia e delle tasse. Lui, il portatore della Rivoluzione Liberale, promette sempre che vi libererà, dalla Sinistra, che mai s’è vista, mai s’è incontrata. Con gli occhi che sono poco più che fessure, vi promette che non vi lascerà soli, vi accompagnerà, giù nel gorgo a cui è destinato. E poi vi invita, vi invita a reagire, a protestare (contro chi? contro cosa? ah la Sinistra, la Sinistra, la Sinistra), a prendere la tessera del suo nuovo vecchio vecchissimo partito. Ecco, l’ha fatto di nuovo. Vi ha venduto il set di pentole, il letto pieghevole, il materasso in gommapiuma, tutto pagabile in comode rate mensili che sono già tutte addebitate sul vostro conto corrente. Mentre siete ancora intenti a raccogliere le evidenze dell’ennesimo raggiro, un trasferimento di denaro passa da un isola off-shore all’altra. Così, come un soffio di vento che spazza un po’ di foglie, che non ci fai più caso, il diciannovesimo autunno è cominciato sempre uguale.

I titoli della Crisi 3 – L’Unità

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Due indizi diventano un sospetto: ‘Alfano minaccia sull’Imu’. Appunto.

I titoli della Crisi 2 – Libero

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Annuntio vobis. Che significa: il 30 Agosto, il CdM sull’Imu sarà disertato dai ministri PdL. Si aprirà la crisi con verifica parlamentare già prima del 9 Settembre.

I titoli della Crisi 1 – Il Giornale

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Notevole, il sottotitolo.