Politica 2.0: rete molecolare e fine dell’apparato burocratico. Il nuovo paradigma del Popolo Viola.

Il Partito non esiste più. Non c’è più il Partito che media fra Stato e Cittadino. Il Partito si è fatto impermeabile alla società, al fine di bloccare la circolazione delle elité e prolungare la fase di potere della medesima classe dirigente. Così facendo, il Partito, perpetuando sé stesso, rinuncia al rapporto con la società, allo scambio domande-sostegno, si automutila perdendo la capacità aggregativa che possedeva quando era Partito di massa e portava nelle piazze migliaia di persone.
In Italia vi è stata una fase dove il Partito, in questa sua funzione aggregativa, era stato sostituito dal Sindacato. Possiamo far coincidere il periodo con il biennio 2001-2002, il biennio rosso del G8 e del Circo Massimo, durante il quale si profilava la leadership di Sergio Cofferati, ben presto fatta evaporare da strategie politiche incomprensibili (diventò sindaco di Bologna e si distinse come primo archetipo di sindaco-sceriffo, una vera delusione per tutta la sinistra italiana). Il suo successore alla CGIL, Epifani, ha cercato per alcuni anni di opporsi alla politica sindacale morbida di CISL e UIL, ma ora si appresta a ripiegare sulle loro stesse linee:

Sindacato protagonista ma non antagonista. E’ uno slogan del Congresso della CGIL. E anche il titolo di un Convegno dello SPI-CGIL che si terrà a Palermo nei prossimi giorni […] Per sua natura il sindacato deve essere antagonista, deve cioè essere portatore di istanze e di richieste che è difficile vengano accolte senza il conflitto, senza la dialettica dello scontro e del negoziato […] Può esistere un protagonismo senza antagonismo? Credo proprio di no a meno che non si pensi ad una fase della concertazione che superi gli accordi del 93 e stabilisca una sorta di automatismo per cui, date certi accordi interconfederali, non resta che una funzione ragioneristica di registrazione di eventuali variazioni […] Questa posizione che fa dei sindacati dei meri collaboratori del padronato e del governo sterilizza la loro funzione sociale di trasformazione e di riadattamento dei rapporti di classe e ne fa una sorta di osservatorio passivo dei fenomeni sociali.Siamo nel campo del cosidetto “moderatismo” che di fatto ha regolato le relazioni sindacali negli ultimi venti anni. (fonte: Verso una “Bolognina” della Cgil? – micromega-online – micromega).

Il sindacato ha così dilapidato una fortuna in termini di consenso e di sostegno. La folla del Circo Massimo non esiste più. E’ stata mandata via. E allora? Quale sorte per quella moltitudine senza “testa” che si aggira disorientata nel panorama politico italiano, senza più un nome che la identifichi, senza più una lotta che la riunisca sotto la medesima bandiera?

Il 5 Dicembre 2009 ha segnato la svolta. Il No B Day ha portato in piazza trecentomila persone. Senza partito, nè sindacato. Senza nome, senza bandiere, ma solo con il colore viola. Il mezzo che ha permesso di manifestare una indignazione e di vederla riconosciuta da altre persone e da altre persone ancora, è stato Facebook. Facebook materializza la rete dei rapporti che unisce la moltidudine dispersa. Permette alla moltitudine di far circolare all’interno della rete le infomazioni e le opinioni. Consente cioè la formazione di un’opinione pubblica alternativa a quella “costruita” dalla videocrazia. Finora la videocrazia ha prodotto opinione per produrre a sua volta consenso al proprio potere. Per mezzo di Facebook, la moltitudine sparsa si confronta e si scontra al fine di autoalimentarsi e creare una propria identità. Tramite Facebook, la moltitudine si manifesta al mondo e fa sentire la propria voce. Priva di leader, la moltitudine è leader di sé medesima. Genera opinione e alimenta il movimento. Tramite l’avatar del Popolo Viola, compie una spersonalizzazione che è rottura e antitesi alla politica italiana attuale. E di fatto si presenta come la vera, futura, forza di opposizione.

    • Il metodo, dunque, è stato quello di lanciare un segnale, un allarme, una proposta. E aspettare che fosse condiviso, sostenuto, partecipato. Nel caso contrario sarebbe morto lì, tra i pochi post di una pagina Facebook senza storia e senza futuro come ce ne sono tante.
    • il popolo viola è ovunque ma non sa di esserlo come direbbe Franca Corradini
    • I tentativi di dare una struttura -benché leggera- al Popolo Viola nato dalla Rete, ricorrendo agli schemi della democrazia delegata, dai coordinamenti ai gruppi di controllo, si sono rivelati fallimentari perché introducono elementi di paralisi o peggio ancora di “correntismo” tipici della modalità partitica
    • Il Popolo Viola non può essere un movimento formato partito nè viceversa. La sua natura era e deve rimanere quella di sensibilità diffusa e generalizzata, di innesco delle scintille che si producono per il superamento del berlusconismo e per il cambiamento nel Paese.
    • Popolo Viola è chiunque promuova un’iniziativa o una manifestazione che interpreti questo spirito e questi obiettivi, sia esso un cittadino, un collettivo locale o un utente di Facebook
    • Facebook per il Popolo Viola non è una semplice piattaforma virtuale come qualcuno va affermando avventuristicamente. Per le sue caratteristiche, per la sua capacità pervasiva, Facebook (visto in chave politica) rappresenta per il popolo viola ciò che il vecchio radicamento (le sezioni, i circoli, le sedi decentrate) rappresentavano per le forme classiche di aggregazione politica: fonte di informazione, di scambio, di formazione politica e di costruzione di un pluralismo identitario.
    • Facebook è “l’articolazione territoriale” del Popolo Viola nel paradigma della Rete.
    • I gruppi locali, nati in fase di costruzione del No-B Day, sono uno strumento di traduzione operativa di una sensibilità che vive nella Rete, che trova sbocco nella nuova modalità molecolare (e non orizzontale che è concetto tipico del politicismo “di base”).
    • Chi pensa di poter importare gli schemi partitici nella nuova modalità molecolare della Rete commette un grossolano errore di valutazione (o di sottovalutazione) ma soprattutto indica un percorso del tutto impraticabile. Sarebbe come voler alimentare una stufa a gas con la corrente elettrica.
    • il nostro percorso non può che avere i tratti di ciò che Manuel Castells definisce l’autocomunicazione di massa, la capacità moltiplicativa delle reti sociali attraverso cui oggi riusciamo a trasferire velocemente informazioni ad una platea ampia di cittadini, ad operare sintesi e ad innescare processi di mobilitazione in maniera piuttosto rapida.
    • Cosa che le strutture classiche (esempio i partiti), in funzione della loro articolazione politica e organizzativa non possono fare.
    • Abbiamo velocizzato i passaggi in un’ottica che è, appunto, di “condivisione e cooperazione tra pari” e freneticamente emendativa. La Rete è per sua natura costantemente autoemendativa, non consente previsioni di lungo periodo.
    • l’aspetto più innovativo di questa esperienza che oggi chiamiamo Popolo Viola, rispetto agli altri movimenti, è che il nostro non ha un leader, una figura che incarna eroicamente le istanze di cambiamento. Questo movimento è un leader collettivo.
    • il dato più innovativo e spiazzante e, allo stesso tempo, quello meno compreso e accettato (persino da chi si riconosce nel nostro popolo) da chi invoca figure di riferimento riconoscibili, visibili, “esposte” in un’ottica che è esattamente quella imposta dalla devastante tendenza alla personalizzazione della politica (facce e non contenuti: il berlusconismo)
    • Il Popolo Viola non è, al momento, un soggetto programmatico. E’ l’incontro tra molteplici identità che si riconoscono in un’unica richiesta politica: il superamento del berlusconismo e l’affermazione della legalità costituzionale.
    • Noi non ci occupiamo di tutti i problemi del nostro Paese: non siamo un partito o una confederazione sindacale. Noi ci preoccupiamo della deriva autoritaria del nostro Paese, dell’eccezione alla democrazia che Berlusconi rappresenta.

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Altre forme di lotta. La democrazia diretta degli operai Innse.

Ieri lo sconfortante articolo di Concita Di Gregorio in "Conversardo con Nadia Urbinati", che incitava alla ribellione come in Iran e come in Birmania, ma che fondamentalmente raffigurava questo paese ormai consegnato alla anomia catodica, alla dispersione atomizzata di individui incapaci di tematizzarsi parte di una collettività e intenti solo a consumare immagini distorte della realtà.
Oggi la rinata prospettiva di un ritorno dal basso della lotta come forma di condivisione, di unione, di discussione e deliberazione, insomma di democrazia, fornitaci dal gruppo di operai resistenti della Innse.
In fondo, non tutto è perduto. Laddove le persone ritrovano l’unità, nella modalità di auto rappresentarsi, impiegando anche forme estreme – ma mai violente – di protesta, allora ecco che si sconfigge l’indifferenza del bieco interesse affaristico economico politico.
Si può cambiare questo paese. Basterebbe smettere di accettare passivamente. Basterebbe decidere di partecipare.

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    • Il nucleo operaio dell’Innse, ai cancelli e sul carro ponte, non ha vinto solo per sé e manda un messaggio all’insieme del mondo del lavoro e a una parte di società sconfitta ma non pacificata: si può cambiare lo stato di cose presenti, e si può fare insieme. Persino nella latitanza – quando non ostilità – di gran parte della politica.
    • Hanno bucato il video senza però farsi fagocitare dalla prepotenza mediatica. Non hanno accettato l’accordo all’ora giusta per apparire sul Tg3, hanno preteso di discutere punto per punto la bozza portata dai sindacalisti, hanno fatto notte, hanno «imposto» ai loro rappresentanti di tornare alla trattativa con un mandato: migliorare due o tre punti contestati dell’accordo. Con le armi dell’unità, della lotta e della democrazia, hanno vinto.
    • un pezzo di territorio milanese aggredito da una speculazione edilizia che tutto rade al suolo al suo passaggio, storie, vite, culture, disegnando un futuro senz’anima e senza solidarietà.
    • la vittoria degli operai dell’Innse insegna
    • con gesti tradizionali e con gesti radicali, sempre con scelte generose, collettive, coinvolgenti
    • E’ giusto interrogarsi sulle forme di lotta, sulla spontaneità, sulla radicalità del conflitto, in una stagione in cui la violenza della crisi talvolta spunta la lancia dello sciopero
    • Più urgente sarebbe però interrogarsi sul lavoro e la sua rappresentanza e sulla scomparsa dell’uno e dell’altra dall’agenda dell’«opposizione» parlamentare.
    • Un’opposizione che oggi è capace solo di chiedere alla Cgil di rientrare nei ranghi, firmare accordi indecenti con padroni e governo, diventare finalmente un sindacato complice
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    • Sono stati costretti ad una forma di protesta dura e pericolosa ma alla fine hanno avuto ragione. Molti li hanno derisi e hanno avuto torto: Innse era un’azienda che aveva un futuro.
    • è stata una bella pagina di lotta operaia
    • Si temeva che in Italia accadesse quello che è accaduto in Francia, invece questa forma di lotta è assolutamente pacifica, semmai il rischio lo corrono solo i lavoratori.
    • Certo ci può essere la tentazione ad emulare e quando vedo lavoratori esposti ad un rischio non si può che essere in grande apprensione. Ma gli imprenditori devono avere un maggior senso di responsabilità, non bisogna costringere i lavoratori a queste forme estreme. Non bisogna fare speculazioni sulle aree, bisogna avere un senso alto del dovere dell’imprenditore e della sua responsabilità sociale".

    • Le atmosfere che emergono da questa vicenda ricordano un film di Ken Loach, dalla protesta esemplare, alla desertificazione industriale, al declino della classe operaia.
    • c’è il rischio che la crisi internazionale sia l’occasione per ristrutturazioni ingiustificate o azioni speculative da parte delle imprese.
    • La Lega non ha detto un parola per difendere l’occupazione a Milano: divide il paese e non è così che si difendono i più deboli e si danno risposte giuste ai più forti
    • Il governo ha fatto poco anche in questa crisi della Innse
    • Sull’Innse non esce bene la Regione, e sono stati assenti anche gli altri enti locali.
  • C’è però un punto da tenere presente. Un operaio della Innse, dialogando a Radio Popolare con i compagni della Cim, ha detto che "il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più. Bisogna utilizzare altre forme di lotta". Per quanto riguarda le grandi vertenze contrattuali, è probabile che al momento la sua previsione sia sbagliata. Ma per molte questioni che hanno a che fare con gli innumeri marchingegni usualmente messi in opera al fine ultimo di tagliare l’occupazione, dalla cessione di rami d’impresa alle fusioni e acquisizioni i quali hanno come risultato che due più due fa sempre tre, è possibile invece che abbia ragione. Nessuno vorrebbe rivedere operai che rischiano la vita restando per giorni interi su strutture alte trenta o quaranta metri. Però bisogna riconoscere che la loro protesta, in questi casi, non ha danneggiato nessun soggetto terzo, ha inciso in misura minima sul reddito dei lavoratori interessati, e neppure ha recato alcuna menomazione agli impianti. Ed ha avuto un rapido successo. In altre parole, è stata una protesta ben inventata quanto efficace. Poiché la crisi delle imprese piccole e medie sarà indubbiamente lunga e severa, e i mezzi per scaricarne i costi anzitutto sui lavoratori sono soprattutto nelle mani della proprietà e delle direzioni, v’è da prevedere, se non anzi da augurarsi nell’interesse generale, che altre forme di protesta parimenti ben concepite – di tipo non-sciopero, e meglio se meno rischiose – emergeranno nel prossimo autunno.

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    • Tutto avviene nel silenzio. C’è un’idea diffusa di impotenza, di rassegnazione. Alla politica si è sostituito il potere. La gestione delle cose, gli affari privati. Tutto è ormai una faccenda privata: di scambi, di soldi, di favori.
    • Tutto avviene nel silenzio. C’è un’idea diffusa di impotenza, di rassegnazione. Alla politica si è sostituito il potere. La gestione delle cose, gli affari privati. Tutto è ormai una faccenda privata: di scambi, di soldi, di favori. Dove sono i cittadini, in questo paese? Dove sono le donne?
    • In tutto il mondo le donne sono in piazza. Alla sbarra a Teheran, massacrate in Iran, prigioniere in Birmania. Volti femminili che diventano icone della protesta.
    • Qui, in questa nostra democrazia in declino, di donne si parla per dire delle escort
    • Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia university. «Avrei voluto far qualcosa, in questi mesi estivi che passo in Italia, ma mi si dice che si deve aspettare l’autunno. Non capisco come mai. Non vedo che altro ci sia da aspettare.
    • Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica.
    • C’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità dell’agire collettivo. Non serve, si dice. Non produce effetti.
    • Ci hanno ingannati, in questi anni, illudendoci che si potesse partecipare stando a casa: davanti allo schermo di una tv, in un blog al computer. Soli davanti al video. È nato un pubblico che si cela al pubblico. Impotente, rassegnato. Si è fatta strada un’idea maggioritarista: quella che dice che chi vince ha ragione per definizione, in quanto vincitore.
    • È un’idea che non prevede il dissenso.
    • Il dissenso infastidisce, non se ne comprende il valore né l’utilità, non si tollera. La voce dell’opposizione è una voce che disturba.
    • L’opposizione d’altra parte non fa che riconoscere la forza dell’avversario
    • Manca un partito capace di parlare con voce forte e chiara. Negli ultimi tre mesi l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di far infuriare il tiranno, l’opposizione no.
    • Persa nella sua battaglia interna, persa nell’incapacità di parlare con le parole della politica.
    • Ho sentito Prodi dire: Berlusconi è il vuoto. Putroppo no, non è vuoto, è pieno di linguaggio e di azione. È l’opposizione a non avere linguaggio ed azione
    • Quel che fa questo governo non è ridicolo, non è schifoso come ho sentito dire dai leader negli ultimi giorni. È tragico.
    • Le gabbie salariali sono la rottura di un patto di solidarietà e giustizia tra i cittadini, un piede di porco capace di smembrare il paese. Le ronde sono un pericolo gravissimo, oltre ad essere un modo subdolo per distribuire finanziamenti pubblici.
    • Siamo orfani di politica. Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, conti in banca, soldi, scambi di favori. Berlusconi durerà. Tutto questo non finirà con lui. Questo governo non è Berlusconi, è la visione organica della società che lui rappresenta.
    • Abbiamo imparato a giustificare sempre tutto. Ci sarebbe bisogno di avere una visione morale della politica, invece. Non c’è.
    • anche se non penalmente perseguibili certi atteggiamenti sono moralmente turpi. Bisogna dirlo, ripeterlo, cercare ascolto, pretendere risposta.
    • Dopo anni di partecipazione si è spenta nella mente del cittadini la dimensione pubblica. La democrazia si è fatta docile e apatica.
    • l’Italia non ha più nulla da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia.
    • Le generazioni del femminismo si sono scollate. Le ragazze che vanno a palazzo Grazioli dal bagno del tiranno telefonano alla madre, contente. Le loro madri hanno la nostra età. Cosa è successo tra quelle madri e queste figlie, tra noi e loro?
    • Le grandi personalità si sono ritirate a scrivere le memorie degli anni d’oro, quasi a rivendicare un’autorità su e insieme un’estraneità da questo tempo. Io l’avevo detto, io l’avevo scritto.
    • non c’è più la capacità di mettere in comune le esperienze, tessere una trama, rinunciare a qualcosa di proprio per l’agire collettivo
    • Tutti che chiedono rivendicano protestano e si lagnano, tutti che pongono problemi e nessuno che offra soluzioni
    • Quello che dà fastidio, poi, è questo continuo lamento
    • Lamentarsi è facile e non costa nulla, invece proporre una soluzione significa assumere una responsabilità, pagare il prezzo di una decisione
    • Lamentarsi, risentirsi, portare rancore: anche queste sono forme private di agire. La dimensione pubblica – quella di chi si attrezza ad unire le forze e costruire gli strumenti per cambiare le cose, insieme – è svanita.
    • Tutto per loro è privato, totalmente privato. Bisogna ripartire da capo. Dalle cose essenziali. Lanciare un appello, per esempio, alcune donne si preparano a farlo: lanciare appelli non è un modo vecchio di agire. È nuovo, oggi. È di nuovo nuovo. Non essere docili, ripartiamo da qui

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