Perché il Giornale e Libero negano la Trattativa Stato-Mafia

Come spesso accade, anche sul tema della trattativa Stato-Mafia, Il Giornale e Libero hanno titoli simili e propongono interpretazioni altrettanto simili, se non gemelle. La Procura di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari per quattro persone e su Libero ci vanno giù duro, facendovi intendere – falsamente? – la sproporzione fra la misura cautelare e il reato, che si è compiuto vent’anni or sono. Così Davide Giacalone non vi dice che tre di queste quattro persone arrestate sono già detenute: Salvatore Madonia, secondo la Procura il mandante della strage; Vittorio Tutino, autore del furto della 126 che fu tramutata in autobomba; il presunto basista Salvatore Vitali e Calogero Pulci, ex pentito. Per Il Giornale, Salvatore Madonia è un “presunto boss”. Il curriculum vitae di questo presunto boss lo potete ascoltare su Radio Radicale:

  1. in qualità di imputato: Processo per l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi
  2. in qualità di testimone: Processo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici (Riina ed altri)
  3. in qualità di imputato: Maxiprocesso a “Cosa nostra”

Secondo Salvo Palazzolo (Repubblica.it) Salvatore o Salvino Madonia è un “capomafia pluriergastolano“, “accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista”. Di presunto non c’è più nulla su un ergastolano, per giunta plurimo. Se vi pare poco.

Secondo Gian Mario Chiocci e Mariateresa Conti, autori del pezzo su Il Giornale, la Procura di Caltanissetta ha alle spalle venti anni di insuccessi e di “innocenti in galera”. Si riferiscono alle false dichiarazioni del pentito Scarantino, che hanno permesso all’epoca ai magistrati di chiudere in fretta e furia l’inchiesta su via D’Amelio. Scarantino viene impiegato dai due giornalisti come argomento contro l’attuale procura di Caltanissetta e non contro i magistrati del 1992, con i responsabili dell’ingiustizia, coloro che imbastirono le accuse false imbeccati da chissà quale fonte “oscura”. Il pentito Scarantino mentiva? Colpa dei magistrati di oggi che pure lo hanno scoperto.

Continua Giacalone: “partiamo dalla fine […] io non faccio indagini e non istituisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e dell’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte”. Giacalone ha una teoria e della realtà se ne frega. Ha questa teoria e piega i fatti al servizio del suo intendimento. Tutte balle, il 41 bis non c’entra. Ora, sarà strano ma anche in questo caso l’informazione che vi ha dato il buon Giacalone è incompleta. E, manco a dirlo, è la solita vulgata che circola nei media di destra. Perché allora far saltare il magistrato con una autobomba? Se il movente erano gli appalti, non bastava una pallottola, come peraltro la mafia sapeva fare e ha fatto in tantissime altre circostanze? Ed è altrettanto lampante il disegno stragistico che dal Maggio del ’92 prosegue con le cosiddette ‘stragi sul continente’. Per Giacalone tutto questo è irrilevante. Irrilevante che il ministro dell’Interno del ’92, Vincenzo Scotti, un mese prima di Capaci, disse pubblicamente che era in atto una strategia destabilizzante. Poi, in una notte, fu misteriosamente deposto da Andreotti. Ma Giacalone spiega l’attentato in stile Beirut in via D’Amelio con il fatto isolato dell’inchiesta mafia e appalti. Poi c’è quell’intervista, l’ultima, quella in cui Borsellino parla per la prima volta dei ‘cavalli’ di Mangano e di un flusso di denari che passava dalla Sicilia in direzione Nord. Naturalmente nessuna traccia. Nessuna menzione su questo fatto. Invece Chiocci e Conti, su Il Giornale, abbozzano una teoria comportamentista su Borsellino: se Borsellino sapeva della Trattativa, allora perché non la denunciò, “perché non la tradusse in atti formali, come era suo costume?” Se dubitava del capo del Ros, Subranni – disse alla moglie che era punciutu – perché continuò a lavorare insieme a lui fianco a fianco sino all’ultimo giorno? Subranni era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

Secondo il testimone d’accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da “cosa nostra” subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia (cfr. Wikipedia alla voce Mario Mori).

Mentre su Il Giornale viene dato qualche credito alla vicenda dell’ammorbidimento del 41 bis, il regime di carcere duro, giustapposta per insinuare dubbi sulla condotta dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e sul ministro della Giustizia Giovanni Conso, certamenti non immuni da ombre – Conso ha dichiarato di aver “autonomamente” disposto nel 1993 la sospensione del 41 bis a circa quattrocento detenuti mafiosi – su Libero viene contestato apertamente al teorema del 41 bis un certo grado di illogicità. Poiché la trattativa sul carcere duro giustifica la strage di Via D’Amelio e non l’attentato di Capaci. Allora perché ammazzare Falcone e moglie con tutta la scorta, facendo esplodere una autostrada? Il carcere duro, spiega Giacalone, fu imposto dopo la morte di Falcone, e non prima. Perché intavolare una trattativa anzitempo? Giacalone difetta di inquadramento storico: siamo nel 1992, ok? E’ morto Lima, ammazzato per strada. E’ quello il casus belli fra mafia e politica. E’ la ‘goccia che fa traboccare il vaso’. Al nord si affacciava una nuova forza politica, la Lega Nord, federalista e secessionista, il peso dei partiti tradizionali stava diminuendo, Mani Pulite sarebbe iniziata da lì a poco. Al Sud era tutto un proliferare di strane Leghe meridionaliste, con dietro le quinte personaggi ambigui come Licio Gelli. L’omicidio Lima è stato un atto di guerra. La guerra Stato-Mafia presupponeva una trattativa di pace. Un trattato di non belligeranza. La sensazione che dietro quelle stragi e tentate stragi non ci fosse solo la mafia rimane sempre molto alta, al di là delle dichiarazioni dei pentiti. Ciò che sorprende è il silenzio e i “non ricordo” dei protagonisti della politica del biennio  ’92-’93. Il Giornale e Libero non si spingono più in là delle loro tesi e, a parte sospettare di Scalfaro e Ciampi, nulla dicono del sospetto che la Seconda Repubblica – la variante videocratica della Prima Repubblica – sia il frutto malato di quella trattativa – l’opera ingegneristica di un gruppo di pavidi signori scesi a compromessi con la controparte mafiosa.

Per approfondire:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW173

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW154

Stragi del 1993: quando il Viminale preparava la guerra contro lo Stato Bordello

La cartina d’Europa che vedete era stata pubblicata un po’ provocatoriamente qualche mese fa da The Economist. Era posta a corredo di un articolo in cui si prefigurava la futura divisione dell’Europa. Spicca la divisione dell’Italia in due paesi, uno a Nord con capitale Venezia; l’altro a sud con capitale Roma. A dividerli, i due neo-stati, addirittura un canale, non si sa se soltanto politico o addirittura geografico. Da notare che lo stato del Nord conserva il nome Italia. Significa che a Nord rimarrebbe l’autorità legittima, quella che si è creata con il referendum del 1946 e la costituzione del 1948. Per intenderci, gli espertoni dell’Economist non prevedono la secessione della Padania, bensì di quella del Meridione, nella cartina chiamato Bordello. Qualcosa di simile girava su un volantino negli anni ottanta. Qualcosa di simile era stato ipotizzato nel 1993 dalle Forze Armate. Era il 9 o l’11 di Novembre 1993, giorni di scandali, di tensione politica con la Lega Nord, di terremoti istituzionali che rischiavano di far decapitare la Repubblica con le dimissioni sfiorate di Scalfaro, bersagliato dalle rivelazioni sconvolgenti dei funzionari corrotti del Sisde, come l’ex Malpica:

in questo scenario di Italia divisa “Il Corriere della Sera” pubblica la notizia dell’esercitazione che tenne impegnati tra il 9 e l’ 11 novembre scorso prefetture e questure di Lombardia, Piemonte e Liguria e il comando della Regione militare di Nord Ovest. Poco più di un mese fa, in un clima politico arroventato, nei giorni in cui la Lega predicava ipotesi di secessione, qualcuno fra il Viminale e via XX Settembre pensò di mettere alla prova, non sul campo, ma a tavolino, una ipotesi di guerra civile. Col Nord regione ricca e stabile, attaccata dal Sud, coacervo di forze instabili e povere. Il Nord resiste all’attacco, i cattivi sono respinti oltre “confine” (Il Viminale e la Guerra Civile – Archivio Repubblica.it).

Era la prima volta che l’Esercito simulò uno scenario di guerra civile. L’evento diventò pietra d’appoggio nel teorema contenuto in un’inchiesta della Procura di Palermo, condotta dai pm Antonino Ingroia e Roberto Scarpinato, intitolata “Sistemi Criminali”. E’ l’analisi alla base dei procedimenti contro il generale Mori e il capitano De Donno dell’Arma dei Carabinieri, accusati di aver trattato con Cosa Nostra. L’ipotesi di fondo del dossier «Sistemi Criminali» è che “negli anni ’91, ’92 e ’93 sia stato messo in atto un tentativo di destabilizzare l’Italia, una sorta di «golpe» proveniente dal Sud senza carri armati, attraverso la strategia stragista di Cosa Nostra che sarebbe andata a «perfezionare» lo squasso istituzionale provocato dalle inchieste sulla corruzione del pool di Milano” (La Licata – Archivio La Stampa.it). Questo blog ha già trattato l’argomento qualche tempo fa riflettendo sulle parole dello stesso Scarpinato rilasciate a Luglio a Il Fatto Quotidiano. Successivamente in un altro post si prendeva in esame la devianza del Sisde e si definiva il quadro politico-istituzionale di quegli anni. Si accennava, in coda al post, allo scandalo dei Fondi Neri del Sisde. Sul web si trova una riduzione di un documento opera di Carlo Bonini, giornalista di La Repubblica, il quale, attaverso le parole di  Francesco Misiani, magistrato e fondatore di Magistratura Democratica, morto nel 2009 a 73 anni, mette in chiaro il ruolo dei magistrati “rossi” nel salvataggio di Scalfaro e Mancino, secondo l’interpretazione che prevalse, al centro di un attacco istituzionale volto a decapitare l’ordine democratico. Ecco il documento:

Fondi Neri del Sisde, perché non si è mai fatta davvero chiarezza

Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura democratica e i suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro Saviotti. Non saprei dire se numericamente maggioritario, ma certo dal forte peso specifico ai fini della decisione. La convinzione “pregiuridica” era che i cinque del Sisde fossero iscritti a un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico che avrebbe trascinato le istituzioni e il paese nel marasma e nel discredito. E che pertanto l’operazione andava soffocata sul nascere.

Pensate cosa sarebbe accaduto se nella procura fosse prevalso l’orientamento deciso a voler andare a fondo nell’inchiesta: Scalfaro si sarebbe dovuto dimettere, con lui Mancino; il governo Ciampi e la sua maggioranza precaria, avrebbe dovuto gestire la campagna elettorale senza un presidente della Repubblica e fra Novembre 1993 e Gennaio 1994, Cosa Nostra (così afferma Spatuzza) era in procinto di far esplodere una bomba allo stadio Olimpico di Roma, per “ammazzare un po’ di carabinieri”. A quel punto, per la mafia che era in trattativa con lo Stato, non ci sarebbe stata più alcuna controparte con cui mettersi d’accordo: di fatto, avrebbe avuto lo Stato ai suoi piedi.

Più tardi, nel 1997, Angelo Siino, conosciuto come il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, viene arrestato e così comincia il suo rapporto di collaborazione con la giustizia. Le sue dichiarazioni aprono uno squarcio sull’operato del Ros del generale Mori. Il teorema che emerge dalle sue dichiarazioni può essere così riassunto:

  • I Mandanti Esterni: l’avversione di cosa nostra nei confronti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino era condivisa da politici e imprenditori che erano in contatto o avevano interessi comuni con l’associazione criminale
  • Rapporti con la Politica: alla fine degli anni ’80 il gruppo Ferruzzi-Gardini aveva rilevato tutte le imprese di cosa nostra in Sicilia che avevano difficoltà economiche o che rischiavano il sequestro giudiziale. Nel 1987 cosa nostra avrebbe deciso di convogliare i propri voti verso il PSI in ragione dell’avvicinamento con quel gruppo imprenditoriale
  • Martelli, il traditore: Claudio Martelli era considerato da cosa nostra come un traditore per il suo appoggio a Giovanni Falcone. Il trasferimento di Falcone agli uffici ministeriali era visto dai vertici di cosa nostra, come potenzialmente assai nocivo per gli interessi mafiosi
  • Cosa Nostra Secessionista: Siino riferisce inoltre di suoi colloqui con Antonino Gioè, sui nuovi assetti di cosa nostra. Gli disse che Leoluca Bagarella avrebbe dovuto incontrare Massimo Berruti, ex ufficiale della Guardia di Finanza che sarebbe stato in contatto con Totò Di Ganci (rappresentante della famiglia di Sciacca), per avviare dei contatti con Craxi […] Gioè avrebbe detto che Bagarella, che stava salendo nella gerarchia di cosa nostra dopo la cattura di Riina creando preoccupazioni anche a Bernardo Provenzano, pensava ad azioni dimostrative eclatanti, come danneggiare la Torre di Pisa. Il Bagarella si sarebbe mosso in accordo con i fratelli Graviano e mantenendo contatti e coperture con i servizi segreti. Berruti avrebbe indicato i possibili obiettivi dinamitardi al Bagarella, lo scopo sarebbe stato quello di favorire il movimento indipendentista siculo “Sicilia Libera” e indirizzare l’opinione pubblica verso la richiesta di un governo forte retto, direttamente o indirettamente, da Craxi.
  • Il cambio di politica della mafia: secondo Siino, Giovanni Brusca nel 1994 avrebbe dato inizialmente direttiva di sostenere elettoralmente “Sicilia Libera”, per poi passare ad indicare “Forza Italia”.

Nel 1992-93 l’Italia ha rischiato la secessione dello Stato Bordello

Ieri***(vedi note a fine post) su Il Fatto Quotidiano è comparsa una intervista a Roberto Scarpinato, neo procuratore generale di Caltanissetta, una intervista che sarebbe dovuta comparire a caratteri cubitali su tutti i quotidiani. E invece no. Nessun titolo. Che cosa ha detto Scarpinato? Nell’intervista, il PG ha tentato una vera e propria sistematizzazione storica dei fatti che anticiparono e seguirono le stragi del 1992-93. Scarpinato parla proprio di un progetto politico secessionista da parte di un “sistema criminale”. C’era un circuito separato e parallelo, soprastante la mafia, la quale era delegata a eseguire la parte militare del piano. Un piano che poi mutò, per “una serie di eventi sopravvenuti”, diventando da militare a “politico”.

Scarpinato cita, a suffragio della sua ricostruzione, che è poi la ricostruzione in voga negli ambienti giornalistici più intransigenti (più volte ripresa su questo blog sotto l’etichetta Join the dots), le cosiddette “cassandre” che previdero la strategia delle destabilizzazione:

  • Vittorio Sbardella e l’agenzia di stampa Repubblica;
  • Elio Ciolini, ex neofascista;
  • a cui si aggiunge la denuncia di Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno nel 1992;
    • su Yes, political! se ne è paralto qui:
  • La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

  • le rivelazioni di Brusca quando ancora non si era pentito ufficialmente; a ciò si ricollega l’avvicendamento fra Scotti-Mancino nel 1992 come ministro dell’Interno;
    • su Yes, political!:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca

  • La Falange Armata, misteriosa organizzazione terroristica, la quale avvisò Martelli, l’allora ministro della Giustizia, dimissionario per lo scandalo Tangentopoli, che era stato graziato, che per lui prevalse la soluzione “politica” e non quella cruenta; oggi si sa che Martelli era obiettivo degli stragisti; lui e Vincenzo Scotti formavano la coppia di ministri (Interni e Giustizia) più scomoda per l’organizzazione massonico-mafiosa, ed entrambi furono defenestrati, in un modo o nell’altro;
  • lo scandalo SISDE, 1992: ricordate, vero, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, dire durante un messaggio in diretta Tv quella famosa frase: “io non ci sto!”? Qualcuno voleva farlo precipitare nella polvere, insieme al capo della polizia Vincenzo Parisi (nominato tale dallo stesso Scalfaro nel 1987, a testimonianza del sodalizio fra i due); già allora si sospettavano strani rapporti fra il servizio segreto e la mafia:
    • da La Repubblica, 29 Dicembre 1992:
      Non c’ è solo un “caso Contrada”, c’ è anche un “caso Parisi”, c’ è anche un “caso Servizi segreti”. Se il primo è un capitolo giudiziario e il secondo questione istituzionale, il terzo è l’ uno e l’ altro: caso investigativo-giudiziario e caso politico-istituzionale.
      E allora, in questo caso, che ruolo ha svolto e svolge il Sisde nella lotta alla mafia? E’ intorno a queste domande che si sta sviluppando un dibattito ad alta tensione che scuote il Viminale, la strategia del pentitismo, i rapporti tra polizia e magistratura, tra parlamento e servizi segreti.
      Sono sicuro che è in atto nel nostro Paese una strategia della destabilizzazione estremamente preoccupante (parole del sen. Umberto Capuzzo, ex capo di Stato Maggiore).
      Il capo della polizia (Parisi), con il direttore del Sisde, Angelo Finocchiaro, è stato ieri convocato d’ urgenza dal presidente del comitato di controllo dei servizi segreti, Gerardo Chiaromonte. Colloquio di due ore. “Informativo”, lo ha definito Chiaromonte. Interlocutorio, in ogni caso, perché sembra a molti – nel Parlamento e nel Governo – che sia necessario capire, meglio e subito, se il Sisde è stato dalla parte dello Stato o proprio nel Sisde si sono nascosti coloro che quella battaglia volevano attardare, intiepidire, “deviare” (TEMPESTA SUL VIMINALE ‘ PARISI ORA CI SPIEGHI’ – Repubblica.it Ricerca).
  • le dichiarazioni di Gianfranco Miglio:
    • il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”
  • la misteriosa Lega Meridionale, o Sicilia Libera, il partito indipendentista forse ispirato da Gelli; ovvero l’idea che alla base della destabilizzazione ci sia un piano di smantellamento della nazione che doveva trovare le due forze centrifughe nella Lega Nord di Bossi e in un analogo partito del Sud. Così dice Scarpinato: “Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”; lo Stato Bordello, per l’appunto;
    • su Yes, political! se ne è parlato qui:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Lo strano caso della Lega Meridionale.

Come detto, il piano militare fu accantonato. Il vertice massonico-mafioso, tutt’ora sconosciuto, ha preferito la via politica, e così il partito del Sud, quella Lega Meridionale, o forse Sicilia Libera che sorse da un’idea di Marcello Dell’Utri, diventò un’altra cosa, non più un partito secessionista bensì un partito nazionale, ma chiaramente portatore dell’istanza criminale. Un partito nato dal patto fra Stato e Mafia, che esiste finché esisterà il patto, ma che se smette di esistere romperà irrimediabillmente quel patto.

L’intervista a Scarpinato la potete rileggere qui:

***correggo: l’intervista è datata 24 Luglio 2010, ma tant’è, campeggiava come testata del sito de Il Fatto proprio ieri, per qualche ora, salvo poi sparire. In ogni caso, l’intervista, oggi come il 24 Luglio scorso, non ha prodotto alcuna scossa nel mondo politico occupato com’era a contare i voti di Berlusconi e dei finiani e a polemizzare sulla casa a Montecarlo del cognato di Fini. Insomma, per la prima volta un giudice ha parlato di un progetto secessionista massonico-mafioso e nessuno ha fiatato. Di fatto, Scarpinato ha fornito la prima primissima sistematizzazione storica dei fatti del 1992: ha unito i puntini di un disegno criminoso ancor oggi segreto e custodito gelosamente da qualche centinaio di persone.

Pensate che i soggetti di allora si siano volatilizzati e che oggi la nostra democrazia, pur malata, non corra più rischi del genere? Osservate quel che sta accadendo in Sicilia: il PdL è all’opposizione, il governo regionale che poggiava sull’asse Lombardo-Micciché è fallito; Micciché ha fondato uno strano Partito Popolare della Sicilia, proprio ora che si è aperta la crisi del PdL a livello nazionale. Ci sono strani movimenti: la Lega al governo spinge per approvare i decreti del federalismo fiscale, Berlusconi dal par suo cerca di restare in sella a tutti i costi; no, io credo che gli agenti primari di quel progetto – prima militare e poi politico – siano tutti ancora in azione, e sospingono lo Stato verso la sua decomposizione. La verità è lì: siamo a un passo.

Per concludere, un articolo comparso il 19 Marzo 1992, su La Repubblica, le cui parole, rilette a distanza di tempo, suonano alquanto sinistre. Leggete:

Il ministro dell’ Interno (Scotti) riferirà  venerdì mattina alla Commissione affari costituzionali del Senato i fatti e le informazioni che lo hanno spinto ad allertare con una circolare tutte le prefetture d’ Italia intorno alla possibile esistenza di un “piano di destabilizzazione” del Paese.
Non da oggi giudico la situazione molto grave – ha spiegato Spadolini -. Il quadro che deriva dalla direttiva del ministero dell’ Interno è un quadro che tende a sottolineare il pericolo di un nuovo terrorismo che punta a destabilizzare le istituzioni ed a delegittimarle […]
Chi invece pare dare più credito all’ allarme lanciato dal ministero dell’ Interno è Achille Occhetto […] Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che il delitto Lima va ben al di là  della vicenda mafiosa siciliana. Le ultime notizie su un piano di destabilizzazione sono ancora più gravi e preoccupanti: ci interroghiamo perché tali notizie non siano state rese note prima […] La conclusione cui giunge il segretario del Pds è netta: “Si vuole creare il panico e la tensione nel Paese. In tutti i momenti in cui i cittadini sono chiamati a decidere, riemerge un potere che non è mai venuto meno: quello che ha accompagnato la strategia della tensione e le stragi impunite […] questa circolare getta una luce inquietante sull’ interpretazione, che in un primo momento sembrava inverosimile, dell’omicidio Lima, come un omicidio politico dettato da una regia di servizi segreti e avente per bersaglio politico il presidente del Consiglio [Andreotti], probabile futuro presidente della Repubblica (‘ TORNANO I POTERI OCCULTI’ – Repubblica.it Ricerca).