Perché il Giornale e Libero negano la Trattativa Stato-Mafia

Come spesso accade, anche sul tema della trattativa Stato-Mafia, Il Giornale e Libero hanno titoli simili e propongono interpretazioni altrettanto simili, se non gemelle. La Procura di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari per quattro persone e su Libero ci vanno giù duro, facendovi intendere – falsamente? – la sproporzione fra la misura cautelare e il reato, che si è compiuto vent’anni or sono. Così Davide Giacalone non vi dice che tre di queste quattro persone arrestate sono già detenute: Salvatore Madonia, secondo la Procura il mandante della strage; Vittorio Tutino, autore del furto della 126 che fu tramutata in autobomba; il presunto basista Salvatore Vitali e Calogero Pulci, ex pentito. Per Il Giornale, Salvatore Madonia è un “presunto boss”. Il curriculum vitae di questo presunto boss lo potete ascoltare su Radio Radicale:

  1. in qualità di imputato: Processo per l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi
  2. in qualità di testimone: Processo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici (Riina ed altri)
  3. in qualità di imputato: Maxiprocesso a “Cosa nostra”

Secondo Salvo Palazzolo (Repubblica.it) Salvatore o Salvino Madonia è un “capomafia pluriergastolano“, “accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista”. Di presunto non c’è più nulla su un ergastolano, per giunta plurimo. Se vi pare poco.

Secondo Gian Mario Chiocci e Mariateresa Conti, autori del pezzo su Il Giornale, la Procura di Caltanissetta ha alle spalle venti anni di insuccessi e di “innocenti in galera”. Si riferiscono alle false dichiarazioni del pentito Scarantino, che hanno permesso all’epoca ai magistrati di chiudere in fretta e furia l’inchiesta su via D’Amelio. Scarantino viene impiegato dai due giornalisti come argomento contro l’attuale procura di Caltanissetta e non contro i magistrati del 1992, con i responsabili dell’ingiustizia, coloro che imbastirono le accuse false imbeccati da chissà quale fonte “oscura”. Il pentito Scarantino mentiva? Colpa dei magistrati di oggi che pure lo hanno scoperto.

Continua Giacalone: “partiamo dalla fine […] io non faccio indagini e non istituisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e dell’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte”. Giacalone ha una teoria e della realtà se ne frega. Ha questa teoria e piega i fatti al servizio del suo intendimento. Tutte balle, il 41 bis non c’entra. Ora, sarà strano ma anche in questo caso l’informazione che vi ha dato il buon Giacalone è incompleta. E, manco a dirlo, è la solita vulgata che circola nei media di destra. Perché allora far saltare il magistrato con una autobomba? Se il movente erano gli appalti, non bastava una pallottola, come peraltro la mafia sapeva fare e ha fatto in tantissime altre circostanze? Ed è altrettanto lampante il disegno stragistico che dal Maggio del ’92 prosegue con le cosiddette ‘stragi sul continente’. Per Giacalone tutto questo è irrilevante. Irrilevante che il ministro dell’Interno del ’92, Vincenzo Scotti, un mese prima di Capaci, disse pubblicamente che era in atto una strategia destabilizzante. Poi, in una notte, fu misteriosamente deposto da Andreotti. Ma Giacalone spiega l’attentato in stile Beirut in via D’Amelio con il fatto isolato dell’inchiesta mafia e appalti. Poi c’è quell’intervista, l’ultima, quella in cui Borsellino parla per la prima volta dei ‘cavalli’ di Mangano e di un flusso di denari che passava dalla Sicilia in direzione Nord. Naturalmente nessuna traccia. Nessuna menzione su questo fatto. Invece Chiocci e Conti, su Il Giornale, abbozzano una teoria comportamentista su Borsellino: se Borsellino sapeva della Trattativa, allora perché non la denunciò, “perché non la tradusse in atti formali, come era suo costume?” Se dubitava del capo del Ros, Subranni – disse alla moglie che era punciutu – perché continuò a lavorare insieme a lui fianco a fianco sino all’ultimo giorno? Subranni era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

Secondo il testimone d’accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da “cosa nostra” subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia (cfr. Wikipedia alla voce Mario Mori).

Mentre su Il Giornale viene dato qualche credito alla vicenda dell’ammorbidimento del 41 bis, il regime di carcere duro, giustapposta per insinuare dubbi sulla condotta dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e sul ministro della Giustizia Giovanni Conso, certamenti non immuni da ombre – Conso ha dichiarato di aver “autonomamente” disposto nel 1993 la sospensione del 41 bis a circa quattrocento detenuti mafiosi – su Libero viene contestato apertamente al teorema del 41 bis un certo grado di illogicità. Poiché la trattativa sul carcere duro giustifica la strage di Via D’Amelio e non l’attentato di Capaci. Allora perché ammazzare Falcone e moglie con tutta la scorta, facendo esplodere una autostrada? Il carcere duro, spiega Giacalone, fu imposto dopo la morte di Falcone, e non prima. Perché intavolare una trattativa anzitempo? Giacalone difetta di inquadramento storico: siamo nel 1992, ok? E’ morto Lima, ammazzato per strada. E’ quello il casus belli fra mafia e politica. E’ la ‘goccia che fa traboccare il vaso’. Al nord si affacciava una nuova forza politica, la Lega Nord, federalista e secessionista, il peso dei partiti tradizionali stava diminuendo, Mani Pulite sarebbe iniziata da lì a poco. Al Sud era tutto un proliferare di strane Leghe meridionaliste, con dietro le quinte personaggi ambigui come Licio Gelli. L’omicidio Lima è stato un atto di guerra. La guerra Stato-Mafia presupponeva una trattativa di pace. Un trattato di non belligeranza. La sensazione che dietro quelle stragi e tentate stragi non ci fosse solo la mafia rimane sempre molto alta, al di là delle dichiarazioni dei pentiti. Ciò che sorprende è il silenzio e i “non ricordo” dei protagonisti della politica del biennio  ’92-’93. Il Giornale e Libero non si spingono più in là delle loro tesi e, a parte sospettare di Scalfaro e Ciampi, nulla dicono del sospetto che la Seconda Repubblica – la variante videocratica della Prima Repubblica – sia il frutto malato di quella trattativa – l’opera ingegneristica di un gruppo di pavidi signori scesi a compromessi con la controparte mafiosa.

Per approfondire:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW173

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW154

Narracci un’invenzione di Ciancimino? Spatuzza ha solo parlato di somiglianze

Oggi, gli avvocati di Narracci hanno smentito parzialmente la notizia di ieri: il riconoscimento di Spatuzza sarebbe fallito. Avrebbe solo parlato di somiglianze fra il Narracci e l’individuo appartenente al Sisde che afferma di aver visto sul luogo dove fu preparata la 126 usata nell’attentato di Via D’Amelio.

Qualcuno ha scritto a Yes, political! sulla vicenda. Un resoconto corposo che ho deciso di ripubblicare qui di seguito:

Narracci non è mai stato indicato da nessuno come un depistatore delle indasgini.

Al processo per la strage in cui fu ucciso Borsellino, Scarantino specificò che i depistatori erano il capo della Mobile Arnaldo la Barbera e i soggetti che collaboravano con lui, Bo Ricciardi e Santo La Barbera. Infatti disse: “Io sapevo soltanto di traffici di droga, Ma il dottor Arnaldo La Barbera rispose che non gliene fregava niente della droga, che gli interessavano solo gli omicidi, le stragi”. Pressioni, minacce, vermi nella minestra, botte. Cosi’ Scarantino dice di essersi convinto a collaborare. Coinvolge il magistrato Ilda Boccassini applicata a Caltanisetta proprio per quelle indagini (la quale però poi depositò una nota scritta con la quale si dissociava dall’impostazione dell’inchiesta che faceva leva su Scarantino) e accusa il pm Anna Maria Palma, accusa l’ ex capo della Mobile di Palermo e poi questore di Napoli, Arnaldo La Barbera, e con lui altri dirigenti della Mobile palermitana. “A Palermo per l’ udienza preliminare scrissi un biglietto che lasciai in un cuscino: “Se mi ammazzano e’ stato La Barbera”. Ma nessuno lo trovo’ . Cosi’ ho accettato. Arrivarono La Barbera, Boccassini e l’ avvocato Li Gotti (attualmente deputato dell-IDV). La Barbera mi disse che avrei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbero dato duecento milioni”.

Vincenzo Scarantino si era autoaccusato chiamando in causa gli altri esecutori materiali (Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta, tutti condannati in primo grado all’ ergastolo). “Mio fratello Rosario dice che ho detto tutte bugie? disse in un’udienza in rogatoria a Como. E vero. Tutto vero”. E non era la prima volta, che Scarantino ritrattava, l’aveva gia’ fatto quando era sotto protezione e in liberta’, prima della condanna a 18 anni di carcere per aver partecipato alla strage. E del resto la Procura di Palermo (Caselli era più volte giunto ai ferri corti con Tinebra magistrato massone, allora Procuratore capo della Repoubblica di Caltanisetta n.d.r.) alla collaborazione di Scarantino non ha mai creduto: nonostante si fosse accusato di 4 omicidi nel capoluogo, la Procura di Caselli non ha mai utilizzato le dichiarazioni di Scarantino e non ne ha mai chiesto la protezione.

Ma il voltafaccia di Como e’ certamente il piu’ clamoroso, in udienza, davanti alla Corte d’ assise. Raccontò in quella circostanza Scarantino: “I quaranta giorni nel carcere di Pianosa sono stati per me un incubo, indimenticabili. Scrivevo sui muri dei bagni che se dicevo bugie e’ perche’ mi volevano ammazzare. Dissi che avrei detto tutto quello che sapevo sul traffico di droga, perche’ quello sempre ho fatto, sigarette e droga. I pm Di Matteo e Palma a Como invece di chiedere il passaggio degli atti alla procura per indagare Arnaldo la barbera e i suoi collaboratori, chiesero di interrompere il monologo di Scaratino e che la Corte rinviasse l’ esame a un momento successivo. Ma il presidente della Corte li mando affanc…… Scarantino allora parlo di minacce, di pressioni. Disse di aver fatto quei nomi per dispetto: chi non gli dava le sigarette per il contrabbando, chi gli aveva fatto degli sgarbi. E i nomi eccellenti? La Barbera, Cancemi, Aglieri? Disse che lui, che di mafia non sapeva nulla, si era fatto una cultura ascoltanto Radio Radicale e leggendo i giornali.

Nella circostanza il controesame del pm Di Matteo fu tesissimo. Scarantino ricorse spesso ai “non ricordo”. Poi si rifiutò del tutto e concluse: “Mi sono tolto un peso. Riportatemi pure in carcere coi detenuti comuni. Ma ricordate che forse stanotte mi ammazzano”.

Mai Narracci è comparso in qualsiasi interrogatorio in cui si parla di depsitaggio o di collaborazione di esponenti delle Istituziooni con la mafia. Se Franco – come sembra era un esponente del Mossad – era normale che Narracci lo accompagnasse a casa di Ciancimino. Del resto questo Franco di cui parla il figlio di Don Vito che cosa avrebbe mai fatto?

Nè si parla di Narracci nell’interogatorio a difesa dei funzionari infedeli Bo, Ricciardi e Santo La Barbera. Narracci quindi è solo un invenzione di Ciancimino.

Invece l’ipotesi della accusa che scaturisce dalle nuove indagini presso il Sisde suona inquietante e imbarazzante insieme. Perché coinvolge, anche se è morto dal 2002, un esponente della Polizia deviata, Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo e questore della stessa città, e poi di Napoli e di Roma, salito fino ai vertici dell’Antiterrorismo. Una carriera prodigiosa, piena di successi ed encomi per via della sua affiliazione al Sisde deviato di Vincenzo Parisi.

Il che dimostra che negli anni delle stragi il sistema era tutto camuffato. La D.C. tramite Vincenzo Parisi manteneva un sostanziale controllo sia del Sisde che della polizia. Meno, o in nessun modo, dei Carabinieri, della Finanza e del Sismi.

Una delle «medaglie» guadagnate in carriera da La Barbera fu proprio l’ indagine sulla strage di via D’ Amelio in cui fu ucciso Paolo Borsellino il 19 luglio 1992, cinquantasei giorni dopo l’eccidio di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. A ottobre di quello stesso anno il gruppo investigativo guidato da La Barbera afferrò di dritta o di raffa, il filo che portò alla soluzione del caso e alla definizione dei processi. Ma era tutto falso, come si è scoperto ora grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Dalle quali è scaturita un’inchiesta sulla genesi della pista costruita a tavolino, completamente diversa da qeulla ipotizzata da La Barbera e dal gruppo Falcone e Borsellino.

I tre poliziotti all’epoca lavoravano con il «capo» per scoprire gli assassini del giudice Borsellino e dei loro colleghi: anche lì tutte carriere prodigiose: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara; Mario Bo, diventato capo della squadra mobile di Trieste; Salvatore La Barbera, che non è parente dell’ex questore morto e adesso presta servizio alla polizia postale di Milano.

Diciott’anni dopo sono tutti accusati del reato di calunnia aggravata perché «in concorso con il dottor Arnaldo La Barbera (deceduto), nonché con altri allo stato da individuare, facendo anche parte del gruppo “Falcone-Borsellino”, organismo investigativo deputato alle attività d’ indagine relative alla strage di via D’Amelio, inducevano, mediante minacce e pressioni psicologiche, Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutive della predetta strage». Candura, Andriotta e Scarantino sono tre pseudo-pentiti, pescati nel sottobosco criminal-mafioso della periferia palermitana, che a partire dall’ ottobre ’92 si accusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per confezionare l’auto-bomba che uccise Borsellino. Chiamando in causa presunti complici e mandanti, nelle indagini e durante i processi. Ma quella macchina fu rubata e imbottita di tritolo da Gaspare Spatuzza, l’ex uomo d’onore della famiglia mafiosa di Brancaccio che ha fornito al suo racconto riscontri incontrovertibili.

Messi davanti alla nuova realtà, prima Candura, poi Andriotta e infine Scarantino hanno ammesso di aver detto il falso. Aggiungendo però di non essersi inventati da soli le false accuse, ma di averle riferite su suggerimento e su pressione dei poliziotti infedeli che li interrogavano (i due La Barbera, Bo e Ricciardi) e avevano cura di fargli ripetere «la lezione» prima delle testimonianze davanti ai magistrati.

E’ mai possibile che qeusti non si siano mai accorti di nulla? Oppure sapevano ed erano conniventi?

I falsi pentiti di allora hanno indicato in La Barbera e nei tre funzionari che lavoravano con lui gli ispiratori del depistaggio (che c’entrano allora Piraino e Narracci?). Che loro (i pentiti) si limitarono a mettere in pratica facendo infliggere l’ergastolo a uomini «d’ onore» o comunque vicini a Cosa Nostra come Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Orofino, Natale Gambino, Gaetano Scotto, che invece non c’entravano nulla con la strage del 19 luglio ’92.

Il problema è che pur essendo la fonte del depistaggio Arnaldo La Barbera, bisognerebbe capirne il movente. Come sottolinea lo stesso presidente dell’ Antimafia nella sua relazione, Beppe Pisanu sono emerse «forzature nelle indagini anche ad opera di funzionari della polizia di Stato legati ai Servizi Segreti» (chiara allusione a Vincenzo Parisi, l’ex capo della Polizia).

Al di là delle tesi difensive il nodo da sciogliere oggi per i magistrati nisseni che sono tornati a indagare sulle stragi è se la falsa pista fu indicata da chissà chi, per coprire moventi e responsabilità «occulte» della strage. Il riferimento di Pisanu ai «legami» coi servizi segreti riguarda ancora l’ex questore La Barbera, che per un periodo precedente alle indagini antimafia, ricevette denaro dal Sisde deviato, dov’era indicato come fonte «Rutilius». E riguarda ovviamente chi dispose quel rapporto deviato (ancora Parisi?).

Nessun riferimento invece è stato mai fatto a Narracci o a Piraino i quali non vengono mai citati da nessuno. E dunque sono fuori da qualsiasi collaborazione con la strage.

[Michele Imperio]

Libero: verso il ribaltone dei guidici. Capitano Ultimo: combattere la giustizia criminale

«Mi sembra che il patto tra mafia e pezzi dello Stato sia quello che stanno facendo adesso questi strani personaggi , portando avanti le tesi di Riina. I ragazzi devono invece sapere che lo Stato ha combattuto la mafia e ha vinto», ha detto Ultimo […] «bisogna riflettere su criminalità e giustizia e capire se c’è una giustizia criminale che aiuta Riina e che invece combatte quelli che hanno combattuto Riina» […] Una «giustizia criminale», alla quale Ultimo fa riferimento anche a proposito della recente sentenza che ha condannato a 14 anni di reclusione per droga il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei carabinieri del Ros […] il problema è riflettere tra criminalità e giustizia, individuare la “giustizia criminale” e combatterla (Mafia: “Cap. Ultimo”, «Chi parla di stragi di Stato è un vile criminale» – Corriere della Sera).
I giudici di Caltanissetta, di Palermo, di Firenze sono allora ‘giustizia criminale’? Ostinarsi a non credere alle frettolose ricostruzioni fatte negli anni a seguire le stragi vuol dire forse aiutare Riina? E’ strano – e pericoloso –  che un ex carabiniere dei Ros, un uomo dello Stato, giunga a dire che vi è una giustizia criminale e che questa giustizia deve essere combattuta. Sono dichiarazioni ai limiti dell’eversione. E non è finita: le sconcertanti parole di De Caprio alias Ultimo trovano una spalla di appoggio nell’editoriale di oggi di Maurizio Belpietro su Libero.
Belpietro cerca una analogia forzata con il 1992: oggi come allora le toghe tentano il ribaltone. Ieri, fuori il pentapartito e i socialisti in primis per permettere l’alternativa che il PCI non si era mai potuto permettere; oggi abbattere il nemico Berlusconi. Con una differenza sostanziale, però:
L’attacco è ora rivolto agli uomini della sicurezza, a Nicolò Pollari, a Mario Mori, a Giampaolo Ganzer, a De Gennaro. La giustizia criminale attacca i tutori dell’ordine. La tesi è che così si prepara il ‘governo dei giudici’, nella maniera già studiata a suo tempo dal temibile eversivo pool di Mani Pulite, alla cui testa vi era l’oscuro Saverio Borrelli:
Certo, c’è qualche toga che potrebbe rimanere invischiata nell’operazione pulizia, ma si tratta solo di un “effetto collaterale”.
Colpisce, e non poco, la similarità delle due tesi. Entrambe estendono l’attacco alla giustizia anche ai casi che esulano dalle inchieste di Mafia – vedi caso De Gennaro, Ganzer e Pollari. Come se ci fosse un disegno politico da far passare a tutti i costi alla luce dell’opinione pubblica proprio nel giorno della ricorrenza della strage di via D’Amelio, in cui servitori dello Stato di tutt’altra fattura persero la vita. Un disegno che comprenda tutti i funzionari dei servizi e delle forze dell’ordine coinvolti in inchieste giudiziarie. Funzionari che hanno agito ai limiti della legge o fuori della legge, funzionari che hanno tradito, secondo i magistrati; funzionari fedelissimi all’esecutivo, evidentemente secondo Libero e Ultimo, che in qualche modo bisogna pur difendere.
Sitografia