Stragi del 1993, quando Mannino ipotizzava la mano dei Servizi Segreti

Il 27 Maggio 1993 avvenne l’attentato di Via Dei Georgofili. Cinque furono i morti. Il giorno dopo sui giornali compaiono le dichiarazioni dei politici, del Presidente del Consiglio, Ciampi, del Presidente della Repubblica Scalfaro, del Ministro degli Interni Mancino. Il quale, in una maniera un po’ enigmatica, giunge a ipotizzare la mano della mafia dietro alla strage. Perché, incalzano i giornalisti. E lui, sibillino: “chi capisce quello che è successo qui, capisce l’Italia”.

La Stampa, 28.05.1993, prima pagina

Senza indugi, Mancino dice chiaramente, qualche ora dopo l’attentato, che si tratta dell’opera della mafia. La mafia vorrebbe sviare l’attenzione da “quanto sta accadendo a Palermo e ovunque operi la criminalità organizzata, perché la mafia è dappertutto”. Mentre invece Piero Luigi Vigna dubita di questa ricostruzione: parla di “strategia terrorizzante” più che di mafia. La strage verrà poi rivendicata dal sedicente gruppo chiamato Falange Armata. Lo stesso giorno, l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio fa un grosso passo in avanti: viene arrestato Pietro Scotto, il telefonista di Via D’Amelio secondo la ricostruzione fasulla della prima inchiesta dei giudici di Caltanissetta, quella realizzata con la regia occulta di Arnaldo La Barbera e forse di Giovanni Tinebra. Una coincidenza che solo oggi possiamo considerare “strana”.

Accanto alle dichiarazioni di Mancino, la Stampa pubblicò una intervista all’esponente della DC siciliana Calogero Mannino, ai tempi un pezzo forte della politica italiana, avversario della corrente andreottiana che fu di Salvo Lima. La sua e quella di Vigna erano le uniche voci discordanti rispetto alla ricostruzione ufficiale fatta dal Ministro Mancino. Il giorno dopo, Mancino già sapeva che si trattava di mafia. Oggi sappiamo della trattativa Stato-Mafia, sappiamo dell’esistenza di mandati occulti, dell’esistenza di un livello militare stragista e di un livello politico e finanziario che finora non è stato svelato. Mannino, a sua volta accusato di mafia dai pentiti e assolto solo dopo una travagliatissima battaglia giudiziaria, a quel tempo indicò prima di altri l’evidenza di una sproporzione fra le capacità di Riina e la devastazione provocata dall’esplosione in Via Dei Georgofili. Le sue parole, raccolte da un allora promettente abile cronista di nome Augusto Minzolini, acquistano oggi una valenza diversa, quasi profetica:

Mannino: ma quali boss

«Il complotto viene dall’Est Riina non ne avrebbe le capacità»

ROMA. «E adesso non mi vengano a dire che questa bomba l’ha messa la mafia di Toto Riina. Anzi, a questo punto dubito anche sulla matrice mafiosa degli omicidi di Lima, Falcone e Borsellino». Seduto su una poltrona di Montecitorio, Calogero Mannino, ex-ministro dell’Agricoltura e primo attore della DC siciliana, si lascia andare ad un serie di congetture sulla bomba di Firenze. Sarà l’emozione per quello che è avvenuto, o, il fatto, di aver tenuto in corpo per tanti mesi questo sfogo, ma Mannino parla senza pausa e dalla sua bocca, come da un fiume in piena, esce di tutto.

Lei ha davvero dubbi sul fatto che non c’entri la mafia?

«Io dietro alla bomba di Firenze vedo ben altro. E, se non sbaglio, tra le minacce ricevute all’epoca da Falcone c’era anche quella della falange armata. La verità è che gli assassinii che ci sono stati in Sicilia hanno messo in ginocchio la DC o il sistema di potere andreottiano. E non è cosa da poco conto: in Italia quello che è avvenuto può essere paragonato alla caduta del muro nei Paesi comunisti. Quindi chi l’ha fatto deve avere degli obiettivi ben più grandi di quelli della mafia. Solo che dopo aver fatto fuori i partiti di governo, nessuno si è fatto avanti per prenderne il posto».

E allora?

«Proprio per questo si possono fare solo delle ipotesi su chi muove i fili dell’intera vicenda. Può esserci in atto, ad esempio, un’utilizzazione di servizi segretti deviati, ad opera di altri Paesi. O, ancora, bisogna vedere chi si muove dietro alla Serbia. Ed ancora, si dice che in Russia i comunisti si stanno riorganizzando e la stessa cosa sta facendo l’esercito. Infine bisogna fare un discorso un po’ più complesso sulla mafia…».

Si spieghi.

«Ma lei crede davvero che un personaggio come Toto Riina possa stare dietro a tutto questo? Suvvia, al massimo quello può fare ridere o, come succede a me, può far girare le scatole. La verità, secondo me, è che esiste un apparato militare molto efficiente e, poi, una mente politico-finanziaria, che non si trova certo in Italia. E questi due livelli si incontrano raramente: o meglio, nei momenti importanti la mente finanziaria ordina all’apparato militare quello che deve fare».

Ma lei crede davvero a queste sue ipotesi, non le paiono un po’ azzardate?

«Senta, le faccio una domanda: perché Giuliano i carabinieri lo hanno trovato morto, mentre Riina è stato trovato vivo? La verità è che Riina si è sganciato. Fatto il lavoro che gli era stato commissionato si è sganciato».

Ma quale interesse potrebbe avere quell’«entità» che, secondo lei, starebbe dietro a tutto questo?

«Non vogliono avere a che fare con un governo degno di questo nome. Quello attuale è come se non ci fosse. Sono passate due settimane e vedete, non esiste. E non avere a che fare con un governo significa tante cose: ad esempio da la possibilità di comprare i beni dello Stato a pochi soldi. E se, poi, si arrivasse a provocare una divisione dell’Italia in due, qualcuno potrebbe ricavarne altri vantaggi. Potrebbe, ad esempio, disporre senza problemi, di basi militari dell’Italia meridionale di grande importanza strategica, come Fontanarossa e Comiso. Sì, potrebbe usarle come vuole, a proprio piacimento, senza rischiare incidenti diplomatici con il governo italiano come è avvenuto a Sigonella. Le mie, comunque, sono solo ipotesi che partono, però, da una convinzione».

Quale?

«Tutto quello che sta avvenendo pone una questione: qualcuno insidia la nostra sovranità nazionale».

Secondo lei siamo a questo punto?

«Ci siamo e nessuno se ne rende conto. Ad esempio, i giudici hanno fatto il loro lavoro, diciamo che la loro è stata un’operazione chirurgica, ma adesso dovrebbero lasciare di nuovo il posto alla politica. E lo stesso problema dovrebbero porsi anche i pidiessini, insieme a noi devono porsi il problema di salvare il Paese. Fatto questo potrebbero governare loro».

Ma senta non è che le sue supposizioni nascono solo dalla voglia di far dimenticare quello che è avvenuto in questi mesi? Insomma, un tentativo di azzerare il tutto nel nome dell’emergenza?

«Non scherziamo. Io la politica la lascio. Guardi io ho già fatto un patto con mia moglie: io lascio, ma lei deve accettare di lasciare la Sicilia. Io non posso rimanere lì, perché so quello che ho fatto contro la mafia. Voglio andarmene, non all’estero, magari a Roma».

[Augusto Minzolini]

Proc. n°11531/09-2, procura antimafia di Firenze. La fibrillazione continua.

La giornata si è aperta con un articolo di Libero, che titola "Silvio indagato per mafia a Firenze". Poi un articolo di Giuseppe d’Avanzo su La Repubblica che si conclude con domande inquietanti: che cosa c’è di più inconfessabile che esser stato colluso con il potere mafioso? Perché Berlusconi non si rassegna a prendere in esame il caso di dimettersi e difendersi da queste accuse in Tribunale? Perché invece si ardimenta a escogitare soluzioni legislative ai limiti della sovversione costituzionale per garantirsi l’immunità? In questo modo rischia di trascinare il paese definitivamente nel fango. Rischia di sospendere la democrazia e lo stato di diritto per sottrarsi al giogo mafioso e alla verità.
La Procura di Firenze ha poi smentito di aver iscritto nel registro degli indagati il (finto) premier e Marcello Dell’Utri. Libero già prevedeva la risposta: secondo l’autore dell’articolo, si tratterebbe di una iscrizione virtuale, ovvero fatta impiegando nomi fittizi in sostituzione di quelli reali. Lo scopo è quello di non far divulgare la notizia anzitempo. Il fasciolo n° 11531/09-2 fu aperto nel 1998, contenente indagati senza nome ma con pseudonimo, che allora erano Autoreuno e Autoredue. Il fascicolo fu poi archiviato. L’ipotesi di reato a carico degli indagati era "concorso in strage", un reato gravissimo.
D’Avanzo sostiene sia molto difficile giungere a una effettiva formulazione di capi d’accusa con relativo carico probatorio. Non bastano le dichiarazioni, seppur coerenti e congiunte dei pentiti. Ad esse devono essere affiancati riscontri concreti, validi, dimostrabili della collateralità di Berlusconi e Dell’Utri ai fratelli Graviano.  Senza di questo, prepariamoci all’affondo finale del potere politico contro la magistratura.

  • tags: no_tag

    • Il numero è quello del procedimento penale 11531/09-2 della procura antimafia di Firenze. La data è il 4 dicembre 2009

    • Nell’aula bunker di Torino la Corte d’Appello di Palermo in trasferta ascolterà il boss pentito Gaspare Spatuzza, prima linea operativa di Cosa Nostra fino all’arresto nel 1997, reggente del mandamento di Brancaccio tra il 1995 e il 1997, killer di don Puglisi, autore delle stragi che Cosa Nostra ha voluto firmare in continente nel 1993, da Roma a Milano passando per Firenze

    • Per evidenti motivi di sicurezza è stato deciso che Spatuzza è preferibile muoverlo su Torino anzichè su Palermo. Il pg Antonino Gatto, pubblica accusa nel processo d’Appello in cui Dell’Utri è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (9 anni la condanna in I°), il 23 novembre ha chiesto e ottenuto di riaprire il dibattimento – già arrivato alle arringhe – per poter interrogare Spatuzza.

    • E ascoltare dalla sua voce quello che il boss da quattordici mesi sta raccontando al procuratore Antimafia Piero Grasso, al procuratore di Firenze Pino Quattrocchi e ai sostituti Nicolosi e Crini. Centinaia di pagine di verbale che stanno riscrivendo la storia delle stragi (deve essere in parte rifatto il processo per via D’Amelio) e degli intrecci tra Cosa Nostra e politica

    • Tra luglio e ottobre Giuseppe e Filippo Graviano, messi a confronto con Spatuzza, non lo hanno confermato. Ma hanno accettato il confronto. Nel codice di Cosa Nostra vale moltissimo. Le conferme alle dichiarazioni di Spatuzza sono arrivate da altri pentiti doc come Romeo e Grigoli. Ora l’attesa è massima per quello che U tignusù dirà nell’aula bunker di Torino

    • quello che toglie il sonno è quel fascicolo n°11531/09-2 della procura fiorentina che prevede un registro degli indagati. Fu aperto anche nel 1998. Erano iscritti “ Autore Uno” e “Autore Due”. L’ipotesi era concorso in strage.

  • tags: no_tag

    • Il premier Berlusconi e Marcello Dell’Utri non sono indagati nell’inchiesta riaperta a Firenze sulle stragi di mafia del ’93. Lo ha detto il procuratore capo di Firenze Giuseppe Quattrocchi rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano un commento al titolo del quotidiano ‘Libero’. ”Non ci sono iscrizioni di questo tipo” ha risposto Quattrocchi.

  • tags: no_tag

    • Nell’inchiesta per mafia, il senatore Marcello Dell’Utri e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sono indagati dalla procura di Firenze. L’accelerazione è avvenuta a metà ottobre. Esattamente tra il 13 e il 22 quando i magistrati modificano il fascicolo che contiene gli atti dell’inchiesta.

    • Il procedimento passa da un’indagine contro ignoti a un procedimento con degli indagati. Un salto testimoniato dall’incalzare dei fatti.

    • Il 13 ottobre arriva in procura una corposa relazione della Dia di Roma che indica  riscontri fotografici a dei dettagli ricordati dal pentito Gaspare Spatuzza che per gli inquirenti dovrebbero suggellare l’incontro con Giuseppe Graviano al bar Doney a Roma nel gennaio 1994

    • Le risultanze investigative spingono i magistrati a iscrivere nel registro degli indagati i due nomi. Sicuramente oggi i pubblici ministeri smentiranno la notizia. Potranno farlo in qualche modo perché per proteggere la scelta investigativa si è seguito un accorgimento tecnico previsto dal Codice in casi di particolari rilevanza e delicatezza: l’iscrizione virtuale. Una sorta di iscrizione top secret, che non compare nel registro ufficiale. Un espediente già utilizzato in indagini di mafia dai colleghi siciliani. L’effetto però è evidente. Giovedì 22 il pentito Giovanni Ciaramitaro si affianca a Spatuzza e punta l’indice contro il premier: «Berlusconi e altri politici», accusa, «stavano dietro le stragi». E nel verbale compare il nuovo numero del fascicolo n 11531/09 mod. 21; prima erano due diversi faldoni contro ignoti.

    • Anche Palermo (n.9145/08) e Caltanisetta (n.1595/08) hanno aperto i classici procedimenti a modello 21 contro noti. E chi sono i nomi dei nuovi indagati in questi procedimenti se si considera che tutti i pentiti stanno indicando agli inquirenti unicamente i nomi di Berlusconi e Dell’Utri?

    • anche in questo caso i pubblici ministeri sono ricorsi a iscrizioni criptate o virtuali per impedire la divulgazione della notizia. Il ricorso a lettere dell’alfabeto greco era già stato l’escamotage utilizzato qualche anno fa quando già si era indagato sui due politici per poi giungere a un’archiviazione del procedimento

    • Un atto dovuto imposto dal Codice se si considera che sono ormai sedici mesi che i nomi di Dell’Utri e Berlusconi piovono dalle labbra di collaboratori di giustizia come Gaspare Spatuzza

    • Ma di fronte alla tempesta agitata dai collaboratori le procure non potevano più procedere in un mare di omissis, sempre e comunque contro ignoti.

  • tags: no_tag

    • Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento – come mandante – nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l’iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all’indagato tempi certi dell’istruttoria (limitati nel tempo).

    • Quando l’incolpazione diventerà pubblica, l’immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste.

    • quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell’Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l’aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l’uomo – l’imprenditore, il politico – da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del ’96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009)

    • le "seconde file" della cosca – manovali del delitto e della strage al tritolo – hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell’Utri come ispiratori della campagna di bombe

    • Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro

    • Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d’aiuto per trovare la verità"

    • Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili.

    • Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell’onore e della famiglia, altro non hanno in testa

    • Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate

    • L’uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l’essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell’inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell’ombra così sgradevole e anche dolorosa, un’ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo – nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c’è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo – o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto – da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell’Irlanda del Nord? Che c’è di peggio dell’accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un’evasione fiscale? Un trucco di bilancio?

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

4 Dicembre: Spatuzza Day.

Uno spettro si aggira per Palazzo Chigi: l’ombra di una accusa infamante, che ridurrebbe quel che resta di Mr b a una controfigura dello statista che desiderava d’essere.
Gaspare Saptuzza sarà ascoltato al processo d’Appello a Dell’Ultri in corso a Palermo. Spatuzza riconfermerà presumibilmente le accuse a Autoreuno e a Autoredue, i mandanti occulti delle stragi del 1992-93. Le dichiarazioni di Spatuzza già contribuirono a scrivere pagine e pagine della richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla strage di Via dei Georgofili a Firenze. L’inchiesta fu archiviata per l’impossibilità di procedere oltre nelle indagini e chiarire effettivamente il ruolo e la responsabilità penale di Autoreuno e Autoredue. Il 4 Dicembre forse verrà rivelato al pubblico la verà identità dei due cospiratori. Verrà portata alla luce la vera genesi della Seconda Repubblica, fondata non già sul lavoro, ma sul patto fra Stato e Mafia. Qualcosa che sa di criminoso.
Intanto i giornali, soprattutto quelli di proprietà del Padrone, mettono le mani avanti e, ancor prima di sentire le dichiarazioni del pentito, parlano di complotto e di toghe rosse. Si fa a gara per soccorere il Capo. Il ddl del processo breve avrà una corsia preferenziale in Commissione Giustizia al Senato e, in men che non si dica, sarà legge. Eppure non sarà sufficiente. L’accusa di collusione con la mafia è un’accusa grave. Dell’Utri si è già beccato nove anni in primo grado. E il processo d’Appello si è rimpolpato con i documenti di Ciancimino e le dichiarazioni di Spatuzza. Oggi pure Il Riformista, il giornale in quota PD ma edito dagli Angelucci, prossimi al finto-premier ma anche a D’alema, si è cimentato in una ipotetica ricostruzione dei fatti successivi alla strage di Via D’amelio, e alle indagini di Ilda Bocassini quando era pm a Caltanissetta. Secondo l’autrice dell’articolo, sarà Ilda Bocassini a salvare Mr b. L’illuminante intuizione deriva dal fatto che – sempre secondo l’autrice – la Bocassini avrebbe messo in discussione l’attendibilità dei pentiti Spatuzza e Scarantino. Tutto ciò non corrisponde al vero, ed è la stessa autrice dell’articolo a dircelo: è Spatuzza a smentire Scarantino sulla ricostruzione della strage che uccise Borsellino. E la Bocassini non credeva proprio a Scarantino, l’impostore, il falso pentito mentitore che depistò le indagini o fu proprio imbeccato dagli stessi magistrati della procura di Caltanissetta, colleghi della Bocassini, che secondo quest’ultima "avevano fretta di trovare un colpevole".
E’ forse un caso di soccorso rosso? Proprio oggi Bersani ha dichiarato che il ddl sul processo breve deve essere ritirato. Ed ha riproposto il vecchio straccio di riforma della giustizia proposto qualche anno fa da Luciano Violante, che aveva fra i suoi punti cardine la separazione delle carriere fra magistratura giudicante e magistratura inquirente, e l’attribuzione dell’iniziativa d’indagine in via esclusiva alla polizia giudiziaria togliendola al pm, il quale potrebbe poi aprire fascicoli solo sui casi riportati dalla polizia, organo del Ministero dell’Interno, quindi sotto controllo governativo. Fortunatamente la proposta del segretario PD è caduta nel vuoto.

  • Spatuzza e Scarantino, quando era la Boccassini ad avere dubbi sui pentiti – di Marianna Bartoccelli

    tags: no_tag

    • Chi potrebbe salvare – o almeno fare chiarezza – il presidente Berlusconi e il fondatore del suo partito, che allora si chiamava Forza Italia, Marcello Dell’Utri dalle accuse del pentito o quasi Gaspare Spatuzza è, incredibilmente, Ilda Boccassini

    • La Boccassini arriva a Caltanissetta subito dopo la strage Borsellino, visto che aveva chiesto di essere applicata proprio lì per indagare sulla strage di Giovanni Falcone

    • E, quando venne ammazzato il pm Paolo Borsellino, la struttura investigativa capeggiata da Arnaldo La Barbera si chiamava gruppo Falcone-Borsellino

    • È stata proprio la Boccassini a dire che Scarantino non era per niente credibile. Al punto che scrisse una lunga lettera con la quale diceva di voler tornare alla procura di Torino perchè a lei la conduzione delle stragi non piaceva affatto.

    • Nell’ottobre 1994 la Boccassini, insieme all’altro pm di Caltanissetta, Roberto Saieva, lasciarono scritto ai colleghi che il pentito Scarantino era sostanzialmente inattendibile, e che bisognava svolgere ulteriori e urgenti accertamenti per metterlo alle strette e smascherare le sue eventuali manovre intorno alla strage di via D’Amelio

    • lo stesso Scarantino oggi contraddetto da Spatuzza

    • È la vicenda del furto della Fiat 126, successivamente imbottita di esplosivo, di cui oggi si autoaccusa proprio Spatuzza. Boccassini e Saieva consigliavano nuove verifiche su quel pentito traballante, e scrivevano: «Rinviare il compimento dei necessari atti d’investigazione potrebbe avere come effetto di lasciare allo Scarantino una via aperta verso nuove piroettanti rivisitazioni dei fatti»

    • Siamo ormai nella fase Spatuzza che mette anzi rimette in circuito i fratelli Graviano, giovani ma potenti di Brancaccio, che sono riusciti, mentre erano al 41bis, a mettere incinte le loro due donne; pare, cosi si scrisse, con l’inseminazione artificiale. Sono importanti i due Graviano perché sono accusati delle stragi del ’93, di cui si cercano i mandanti occulti.E soprattutto pare che dagli anni ’90 avessero rapporti con imprenditori del Nord. E ovviamente tocca a Caltanissetta metterci mano

    • l’ultima strage, quella a Milano del luglio ’93, avvenne quando era quasi certo che il Cavaliere scendeva in piazza con Forza Italia e Dell’Utri si sarebbe occupato di trovare l’ossatura dei candidati per il partito che apriva le sue nuove liste

    • Fu prima dell’annunzio delle liste che Graviano disse a Brusca che il nuovo potere era in mano loro e che quel potere avrebbe fatto quello che volevano

    • Graviano dava per certa la vittoria di Forza Italia, che Brusca voleva soprattutto che il nuovo partito diminuisse il 41bis, e che da pentito (anche dopo la riforma sui pentiti, conclusa dal ministro Fassino, il suo avvocato fu Luigi Li Gotti, un tempo sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi; oggi senatore dell’Idv di Antonio Di Pietro) lancia accuse a Violante e alla sinistra ed è assistito da un legale vicino a Ligotti.

  • tags: no_tag

    • Il ddl sul processo breve è ai blocchi di partenza al Senato, la maggioranza vuole approvarlo prima di Natale, l’opposizione protesta, Alfano litiga coi magistrati sul numero dei processi che salterebbero

    • è ben altra la preoccupazione che occupa le menti dei componenti la maggioranza, ai livelli bassi come a quelli alti. «Il processo breve che interessa tanto voi giornalisti rischia di essere superato dai fatti: a noi sta molto più a cuore la tegola che potrebbe arrivare sul premier», sintetizzano ai piani alti del Pdl

    • La “tegola” sarebbe la possibile concretizzazione delle vociferate novità in arrivo dalle procure di Firenze e Caltanissetta, quelle che indagano sulle stragi di mafia del ’93-’94

    • il “fattore Spatuzza”, con riferimento al pentito che punta il dito sul premier e che sarà sentito il 4 dicembre

    • Irridente il “Giornale”: «Scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi degli inizi degli anni Novanta»

    • Dietrologista “Libero”, che pur «senza prove» «scommette» sulla «già avvenuta» iscrizione tra gli indagati del premier e di Dell’Utri e si chiede: «Quando e perché verrà fatta trapelare l’indiscrezione?»

    • Definitivo per calembour il Foglio: «Come difendersi da uno Spatuzza che darà di mafioso a Berlusconi?»

    • «È chiaro», spiega una gola profonda, «che tutto lo sforzo di bloccare il processo Mills allo scopo di garantire a Berlusconi la presentabilità internazionale non servirebbe più a nulla». Perché «se è “impresentabile” un premier condannato in primo grado per corruzione, cosa potrebbe essere di un leader indagato per legami più o meno stretti con la mafia?»

    • questa evenienza sarebbe inaggirabile per via legislativa. Di qui l’idea di «parlare agli italiani». Allo scopo di fare per via politica ciò che non gli riesce per legge: ritrovare l’unanimità per andare avanti

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.

Crisi fra Fini e Berlusconi. Ma di mezzo c’è Spatuzza Gaspare, pentito.

Il DDL del processo breve è una boiata. Fini lo sa e freme. Oggi ha affermato che il ricorso alle urne non solo segnerebbe il fallimento della legislatura e di questa ampissima maggioranza, ma anche del PdL, ovvero del progetto politico che ne costituisce l’asse portante. Berlusconi lo attacca attraverso i giornali, con mezze dichiarazioni fatte a microfoni spenti ma a taccuini aperti. La realtà è che Mr b – ma d’ora in avanti lo chiameremo AutoreDue, e leggendo il seguito di questo post capirete perché – ha paura della sua ombra. Non crede più nelle capacità di Ghedini di trarlo fuori dai pasticci giudiziari, che fra breve potranno anche aggravarsi. Questo teme. L’accusa infamante. L’accusa che non può nascondere con la solita propaganda delle toghe rosse. Per la quale non ci sono scusanti pronte da fornire ai propri alleati, Fini in primis, ma anche a Bossi. Verrà il giorno in cui dalle inchieste di Palermo, Caltanissetta e Firenze emergerà una verità. Forse questa verità avrà le parole del pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza ha già raccontato molto ai magistrati di Firenze. Presto verrà sentito a Palermo, nell’ambito del processo Dell’Utri. I verbali dell’inchiesta di Firenza, archiviata nel 2008 e ora riaperta, sono stati inviati a palermo solo lo scorso 11 novembre. Verbali pieni di omissis. In cui si profilano due mandanti occulti alla stagione stragista della mafia, celati dietro i nomi di AutoreUno e AutoreDue, distinti dal livello di penetrazione nella organizzazione criminale, o forse dall’importanza politica che essi rivestivano all’epoca dei fatti. In sostanza, seconda la procura di Firenze, questi due autori occulti, non partecipi direttamente all’azione terroristica, erano in realtà il terminale politico di Cosa Nostra, il braccio che si sarebbe adoperato per sostenere le istanze dei mafiosi in fatto di regime carcerario e legislazione annessa.

    • Le parole di Fini vengono dopo un crescendo di voci che vogliono il presidente della camera e Berlusconi in totale rotta di collisione. Anche oggi i quotidiani riportano il malumore del premier nei confronti di Fini, accusato di tramare contro il processo breve cui Berlusconi tiene molto per eludere i processi che lo riguardano
    • Nei giorni scorsi c’era stato un incontro, in realtà burrascoso, conclusosi con una treguia armata. Rotta però da Berlusconi che ha imposto alla maggioranza un ddl che non sembra in linea con i desiderata di Fini e che allarma non solo i giudici e l’opposizione ma anche il Quirinale.
    • Il premier, dicono alcuni dei suoi, sembra orientato a dare ragione persino a Feltri, che gli consiglia di mandare tutto all’aria, per andare alle elezioni anticipate. La realtà è che il premier è all’angolo e sta scendendo nei sondaggi.
    • C’è una data a cui palazzo Chigi guarda con apprensione: quando la Corte d’Appello di Palermo sentirà il superpentito Gaspare Spatuzza nel processo al senatore Marcello Dell’Utri già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa
    • E c’è anche una procura a cui sempre palazzo Chigi guarda con attenzione: quella di Firenze che ha riaperto l’inchiesta sui mandanti occulti e sul livello politico delle stragi di Cosa Nostra nel continente
    • Un’inchiesta «riaperta» esattamente dal punto dove era stata archiviata il 16 novembre 1998 quando il gip Giuseppe Soresina scrisse che «è altamente plausibile che i soggetti protetti nel registro mod.21 con le denominazioni Autore 1 e Autore 2 abbiano concorso moralmente all’azione stragista del soggetto Cosa Nostra» ma che «non erano stati reperiti elementi validi per il dibattimento».
    • adesso sembra aver completato quel quadro probatorio grazie, e non solo, alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza
    • Il problema riguarda un ipotetico coinvolgimento del Presidente del Consiglio, insieme con Marcello Dell’Utri nelle inchieste su Cosa Nostra e sulle sue connessioni politiche. Un problema, per cui si capisce meglio anche certa fretta nel Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare.
    • La storia dell’inchiesta sui mandanti a volto coperto andrebbe raccontata dall’inizio, a cominciare dal pm, Gabriele Chelazzi (morto nel 2003) che con Vigna, allora procuratore, e Nicolosi cercò di dare ordine a una serie di «input investigativi» diventati ben presto «plausibile ipotesi investigativa»
    • Spatuzza sedeva alla destra del padre, inteso come i fratelli Graviano a cui Riina e Provenzano avevano ordinato la strategia del terrore tra il ‘92 e il ‘93.
    • Un ruolo che lo pone per forza di cose a conoscenza di tutti i segreti di Cosa Nostra
    • un suo verbale raccolto dai pm fiorentini (titolari del collaboratore di giustizia) che dice chiaramente chi sono i referenti politici con cui la mafia avrebbe trattato e come
    • si leggono i nomi di «Silvio Berlusconi, quello di Canale 5 e Marcello Dell’Utri». A Spatuzza ne parla Giuseppe Graviano, all’indomani della strage di Firenze (maggio 1993)
    • di nuovo a metà gennaio 1994, seduti al bar Doney di via Veneto: «Abbiamo il paese in mano» disse Graviano a Spatuzza, grazie all’interessamento «di persone di fiducia, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri»
    • Questo e molto altro («è un’indagine piena di riscontri») ha detto Spatuzza che si è pentito meno di un anno fa
    • si legge nella richiesta di archiviazione del 1998, «Pietro Romeo che aveva quasi indicato il livello del concorso morale»
    • E poi Ciaramitano, Pennino, Cancemi, per un totale di 23 collaboratori. Le cui dichiarazioni, tutte insieme, già nel 1998 dicevano: 1)«Cosa Nostra nell’intraprendere la campagna di strage ha agito di concerto con soggetti esterni»; 2)«Tra il soggetto politico-imprenditoriale di cui AutoreUno e AutoreDue, indicati come concorrenti del reato, e Cosa Nostra il rapporto è effettivamente sussistente e non episodicamente limitato»; 3)«La natura del rapporto era compatibile con l’accordo criminale». Quello che allora non fu del tutto possibile dimostrare è che «il soggetto politico imprenditoriale aveva sostenuto le aspettative di ordine politico (meno pressione giudiziaria sulla mafia, ndr) per il perseguimento delle quali la campagna di strage è stata deliberata e realizzata»

Posted from Diigo. The rest of my favorite links are here.