Stragi del 1993: quando il Viminale preparava la guerra contro lo Stato Bordello

La cartina d’Europa che vedete era stata pubblicata un po’ provocatoriamente qualche mese fa da The Economist. Era posta a corredo di un articolo in cui si prefigurava la futura divisione dell’Europa. Spicca la divisione dell’Italia in due paesi, uno a Nord con capitale Venezia; l’altro a sud con capitale Roma. A dividerli, i due neo-stati, addirittura un canale, non si sa se soltanto politico o addirittura geografico. Da notare che lo stato del Nord conserva il nome Italia. Significa che a Nord rimarrebbe l’autorità legittima, quella che si è creata con il referendum del 1946 e la costituzione del 1948. Per intenderci, gli espertoni dell’Economist non prevedono la secessione della Padania, bensì di quella del Meridione, nella cartina chiamato Bordello. Qualcosa di simile girava su un volantino negli anni ottanta. Qualcosa di simile era stato ipotizzato nel 1993 dalle Forze Armate. Era il 9 o l’11 di Novembre 1993, giorni di scandali, di tensione politica con la Lega Nord, di terremoti istituzionali che rischiavano di far decapitare la Repubblica con le dimissioni sfiorate di Scalfaro, bersagliato dalle rivelazioni sconvolgenti dei funzionari corrotti del Sisde, come l’ex Malpica:

in questo scenario di Italia divisa “Il Corriere della Sera” pubblica la notizia dell’esercitazione che tenne impegnati tra il 9 e l’ 11 novembre scorso prefetture e questure di Lombardia, Piemonte e Liguria e il comando della Regione militare di Nord Ovest. Poco più di un mese fa, in un clima politico arroventato, nei giorni in cui la Lega predicava ipotesi di secessione, qualcuno fra il Viminale e via XX Settembre pensò di mettere alla prova, non sul campo, ma a tavolino, una ipotesi di guerra civile. Col Nord regione ricca e stabile, attaccata dal Sud, coacervo di forze instabili e povere. Il Nord resiste all’attacco, i cattivi sono respinti oltre “confine” (Il Viminale e la Guerra Civile – Archivio Repubblica.it).

Era la prima volta che l’Esercito simulò uno scenario di guerra civile. L’evento diventò pietra d’appoggio nel teorema contenuto in un’inchiesta della Procura di Palermo, condotta dai pm Antonino Ingroia e Roberto Scarpinato, intitolata “Sistemi Criminali”. E’ l’analisi alla base dei procedimenti contro il generale Mori e il capitano De Donno dell’Arma dei Carabinieri, accusati di aver trattato con Cosa Nostra. L’ipotesi di fondo del dossier «Sistemi Criminali» è che “negli anni ’91, ’92 e ’93 sia stato messo in atto un tentativo di destabilizzare l’Italia, una sorta di «golpe» proveniente dal Sud senza carri armati, attraverso la strategia stragista di Cosa Nostra che sarebbe andata a «perfezionare» lo squasso istituzionale provocato dalle inchieste sulla corruzione del pool di Milano” (La Licata – Archivio La Stampa.it). Questo blog ha già trattato l’argomento qualche tempo fa riflettendo sulle parole dello stesso Scarpinato rilasciate a Luglio a Il Fatto Quotidiano. Successivamente in un altro post si prendeva in esame la devianza del Sisde e si definiva il quadro politico-istituzionale di quegli anni. Si accennava, in coda al post, allo scandalo dei Fondi Neri del Sisde. Sul web si trova una riduzione di un documento opera di Carlo Bonini, giornalista di La Repubblica, il quale, attaverso le parole di  Francesco Misiani, magistrato e fondatore di Magistratura Democratica, morto nel 2009 a 73 anni, mette in chiaro il ruolo dei magistrati “rossi” nel salvataggio di Scalfaro e Mancino, secondo l’interpretazione che prevalse, al centro di un attacco istituzionale volto a decapitare l’ordine democratico. Ecco il documento:

Fondi Neri del Sisde, perché non si è mai fatta davvero chiarezza

Si opponeva il fronte che aveva alla sua testa Magistratura democratica e i suoi esponenti di spicco all’interno del Palazzo, come Giovanni Salvi e Pietro Saviotti. Non saprei dire se numericamente maggioritario, ma certo dal forte peso specifico ai fini della decisione. La convinzione “pregiuridica” era che i cinque del Sisde fossero iscritti a un’operazione diretta a pilotare gli esiti dell’inchiesta verso un approdo politico che avrebbe trascinato le istituzioni e il paese nel marasma e nel discredito. E che pertanto l’operazione andava soffocata sul nascere.

Pensate cosa sarebbe accaduto se nella procura fosse prevalso l’orientamento deciso a voler andare a fondo nell’inchiesta: Scalfaro si sarebbe dovuto dimettere, con lui Mancino; il governo Ciampi e la sua maggioranza precaria, avrebbe dovuto gestire la campagna elettorale senza un presidente della Repubblica e fra Novembre 1993 e Gennaio 1994, Cosa Nostra (così afferma Spatuzza) era in procinto di far esplodere una bomba allo stadio Olimpico di Roma, per “ammazzare un po’ di carabinieri”. A quel punto, per la mafia che era in trattativa con lo Stato, non ci sarebbe stata più alcuna controparte con cui mettersi d’accordo: di fatto, avrebbe avuto lo Stato ai suoi piedi.

Più tardi, nel 1997, Angelo Siino, conosciuto come il Ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, viene arrestato e così comincia il suo rapporto di collaborazione con la giustizia. Le sue dichiarazioni aprono uno squarcio sull’operato del Ros del generale Mori. Il teorema che emerge dalle sue dichiarazioni può essere così riassunto:

  • I Mandanti Esterni: l’avversione di cosa nostra nei confronti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino era condivisa da politici e imprenditori che erano in contatto o avevano interessi comuni con l’associazione criminale
  • Rapporti con la Politica: alla fine degli anni ’80 il gruppo Ferruzzi-Gardini aveva rilevato tutte le imprese di cosa nostra in Sicilia che avevano difficoltà economiche o che rischiavano il sequestro giudiziale. Nel 1987 cosa nostra avrebbe deciso di convogliare i propri voti verso il PSI in ragione dell’avvicinamento con quel gruppo imprenditoriale
  • Martelli, il traditore: Claudio Martelli era considerato da cosa nostra come un traditore per il suo appoggio a Giovanni Falcone. Il trasferimento di Falcone agli uffici ministeriali era visto dai vertici di cosa nostra, come potenzialmente assai nocivo per gli interessi mafiosi
  • Cosa Nostra Secessionista: Siino riferisce inoltre di suoi colloqui con Antonino Gioè, sui nuovi assetti di cosa nostra. Gli disse che Leoluca Bagarella avrebbe dovuto incontrare Massimo Berruti, ex ufficiale della Guardia di Finanza che sarebbe stato in contatto con Totò Di Ganci (rappresentante della famiglia di Sciacca), per avviare dei contatti con Craxi […] Gioè avrebbe detto che Bagarella, che stava salendo nella gerarchia di cosa nostra dopo la cattura di Riina creando preoccupazioni anche a Bernardo Provenzano, pensava ad azioni dimostrative eclatanti, come danneggiare la Torre di Pisa. Il Bagarella si sarebbe mosso in accordo con i fratelli Graviano e mantenendo contatti e coperture con i servizi segreti. Berruti avrebbe indicato i possibili obiettivi dinamitardi al Bagarella, lo scopo sarebbe stato quello di favorire il movimento indipendentista siculo “Sicilia Libera” e indirizzare l’opinione pubblica verso la richiesta di un governo forte retto, direttamente o indirettamente, da Craxi.
  • Il cambio di politica della mafia: secondo Siino, Giovanni Brusca nel 1994 avrebbe dato inizialmente direttiva di sostenere elettoralmente “Sicilia Libera”, per poi passare ad indicare “Forza Italia”.
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Stragi del 1993, quando Mannino ipotizzava la mano dei Servizi Segreti

Il 27 Maggio 1993 avvenne l’attentato di Via Dei Georgofili. Cinque furono i morti. Il giorno dopo sui giornali compaiono le dichiarazioni dei politici, del Presidente del Consiglio, Ciampi, del Presidente della Repubblica Scalfaro, del Ministro degli Interni Mancino. Il quale, in una maniera un po’ enigmatica, giunge a ipotizzare la mano della mafia dietro alla strage. Perché, incalzano i giornalisti. E lui, sibillino: “chi capisce quello che è successo qui, capisce l’Italia”.

La Stampa, 28.05.1993, prima pagina

Senza indugi, Mancino dice chiaramente, qualche ora dopo l’attentato, che si tratta dell’opera della mafia. La mafia vorrebbe sviare l’attenzione da “quanto sta accadendo a Palermo e ovunque operi la criminalità organizzata, perché la mafia è dappertutto”. Mentre invece Piero Luigi Vigna dubita di questa ricostruzione: parla di “strategia terrorizzante” più che di mafia. La strage verrà poi rivendicata dal sedicente gruppo chiamato Falange Armata. Lo stesso giorno, l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio fa un grosso passo in avanti: viene arrestato Pietro Scotto, il telefonista di Via D’Amelio secondo la ricostruzione fasulla della prima inchiesta dei giudici di Caltanissetta, quella realizzata con la regia occulta di Arnaldo La Barbera e forse di Giovanni Tinebra. Una coincidenza che solo oggi possiamo considerare “strana”.

Accanto alle dichiarazioni di Mancino, la Stampa pubblicò una intervista all’esponente della DC siciliana Calogero Mannino, ai tempi un pezzo forte della politica italiana, avversario della corrente andreottiana che fu di Salvo Lima. La sua e quella di Vigna erano le uniche voci discordanti rispetto alla ricostruzione ufficiale fatta dal Ministro Mancino. Il giorno dopo, Mancino già sapeva che si trattava di mafia. Oggi sappiamo della trattativa Stato-Mafia, sappiamo dell’esistenza di mandati occulti, dell’esistenza di un livello militare stragista e di un livello politico e finanziario che finora non è stato svelato. Mannino, a sua volta accusato di mafia dai pentiti e assolto solo dopo una travagliatissima battaglia giudiziaria, a quel tempo indicò prima di altri l’evidenza di una sproporzione fra le capacità di Riina e la devastazione provocata dall’esplosione in Via Dei Georgofili. Le sue parole, raccolte da un allora promettente abile cronista di nome Augusto Minzolini, acquistano oggi una valenza diversa, quasi profetica:

Mannino: ma quali boss

«Il complotto viene dall’Est Riina non ne avrebbe le capacità»

ROMA. «E adesso non mi vengano a dire che questa bomba l’ha messa la mafia di Toto Riina. Anzi, a questo punto dubito anche sulla matrice mafiosa degli omicidi di Lima, Falcone e Borsellino». Seduto su una poltrona di Montecitorio, Calogero Mannino, ex-ministro dell’Agricoltura e primo attore della DC siciliana, si lascia andare ad un serie di congetture sulla bomba di Firenze. Sarà l’emozione per quello che è avvenuto, o, il fatto, di aver tenuto in corpo per tanti mesi questo sfogo, ma Mannino parla senza pausa e dalla sua bocca, come da un fiume in piena, esce di tutto.

Lei ha davvero dubbi sul fatto che non c’entri la mafia?

«Io dietro alla bomba di Firenze vedo ben altro. E, se non sbaglio, tra le minacce ricevute all’epoca da Falcone c’era anche quella della falange armata. La verità è che gli assassinii che ci sono stati in Sicilia hanno messo in ginocchio la DC o il sistema di potere andreottiano. E non è cosa da poco conto: in Italia quello che è avvenuto può essere paragonato alla caduta del muro nei Paesi comunisti. Quindi chi l’ha fatto deve avere degli obiettivi ben più grandi di quelli della mafia. Solo che dopo aver fatto fuori i partiti di governo, nessuno si è fatto avanti per prenderne il posto».

E allora?

«Proprio per questo si possono fare solo delle ipotesi su chi muove i fili dell’intera vicenda. Può esserci in atto, ad esempio, un’utilizzazione di servizi segretti deviati, ad opera di altri Paesi. O, ancora, bisogna vedere chi si muove dietro alla Serbia. Ed ancora, si dice che in Russia i comunisti si stanno riorganizzando e la stessa cosa sta facendo l’esercito. Infine bisogna fare un discorso un po’ più complesso sulla mafia…».

Si spieghi.

«Ma lei crede davvero che un personaggio come Toto Riina possa stare dietro a tutto questo? Suvvia, al massimo quello può fare ridere o, come succede a me, può far girare le scatole. La verità, secondo me, è che esiste un apparato militare molto efficiente e, poi, una mente politico-finanziaria, che non si trova certo in Italia. E questi due livelli si incontrano raramente: o meglio, nei momenti importanti la mente finanziaria ordina all’apparato militare quello che deve fare».

Ma lei crede davvero a queste sue ipotesi, non le paiono un po’ azzardate?

«Senta, le faccio una domanda: perché Giuliano i carabinieri lo hanno trovato morto, mentre Riina è stato trovato vivo? La verità è che Riina si è sganciato. Fatto il lavoro che gli era stato commissionato si è sganciato».

Ma quale interesse potrebbe avere quell’«entità» che, secondo lei, starebbe dietro a tutto questo?

«Non vogliono avere a che fare con un governo degno di questo nome. Quello attuale è come se non ci fosse. Sono passate due settimane e vedete, non esiste. E non avere a che fare con un governo significa tante cose: ad esempio da la possibilità di comprare i beni dello Stato a pochi soldi. E se, poi, si arrivasse a provocare una divisione dell’Italia in due, qualcuno potrebbe ricavarne altri vantaggi. Potrebbe, ad esempio, disporre senza problemi, di basi militari dell’Italia meridionale di grande importanza strategica, come Fontanarossa e Comiso. Sì, potrebbe usarle come vuole, a proprio piacimento, senza rischiare incidenti diplomatici con il governo italiano come è avvenuto a Sigonella. Le mie, comunque, sono solo ipotesi che partono, però, da una convinzione».

Quale?

«Tutto quello che sta avvenendo pone una questione: qualcuno insidia la nostra sovranità nazionale».

Secondo lei siamo a questo punto?

«Ci siamo e nessuno se ne rende conto. Ad esempio, i giudici hanno fatto il loro lavoro, diciamo che la loro è stata un’operazione chirurgica, ma adesso dovrebbero lasciare di nuovo il posto alla politica. E lo stesso problema dovrebbero porsi anche i pidiessini, insieme a noi devono porsi il problema di salvare il Paese. Fatto questo potrebbero governare loro».

Ma senta non è che le sue supposizioni nascono solo dalla voglia di far dimenticare quello che è avvenuto in questi mesi? Insomma, un tentativo di azzerare il tutto nel nome dell’emergenza?

«Non scherziamo. Io la politica la lascio. Guardi io ho già fatto un patto con mia moglie: io lascio, ma lei deve accettare di lasciare la Sicilia. Io non posso rimanere lì, perché so quello che ho fatto contro la mafia. Voglio andarmene, non all’estero, magari a Roma».

[Augusto Minzolini]

Il Codice di Cosa Nostra: dalla strage di Via Palestro alla revoca del 41-bis

Il Codice di Cosa Nostra è un’inchiesta del giornalista Maurizio Torrealta di RaiNews: parla delle stragi sul continente ordite dalla Mafia nel 1993, e delle coincidenze di date, fatte rilevare anche dal Presidente della commissione Bicamerale Antimafia, Beppe Pisanu, nella sua relazione dello scorso Giugno (qui il testo integrale). Dopo gli attentati di Milano, Roma e Firenze, l’inquietante black-out di Palazzo Chigi del 28 Luglio 1993, il fallito agguato ai carabinieri del Ottobre-Novembre 1993 durante un derby Roma-Lazio, inizia il cedimento dello Stato. Il primo fu Giovanni Conso, allora Ministro della Giustizia, che decise a fine 1993 la revoca del 41-bis, il regime di carcere duro, per decine di mafiosi di piccolo-medio calibro. Uomini della mafia, manovali di Cosa Nostra, capi cosca di grado inferiore. Era un effetto della trattativa? Perché fu revocato solo per piccoli mafiosi e non per i boss? Si dice che la mafia è un’impresa e spiegatemi che cosa fa un’impresa senza i suoi operai. Era il 4 Novembre 1993, e Conso ha detto che tale decisione fu presa “per evitare altre stragi”.

La strategia terroristico-mafiosa inizia con l’omicidio Lima. E’ un atto di guerra, si dirà. Una guerra che si rese conclamata, evidente, chiara a tutti, con Capaci. Poi la fase della cosiddetta “accelerazione” che condusse dritti a Via D’Amelio. Conso successe a Martelli come Ministro della Giustizia quando questi era ormai sotto il tiro dei magistrati milanesi dell’inchiesta Mani Pulite. Giovanni Conso aveva avuto sino ad allora una carriera istituzionale di altissimo profilo (fu anche presidente della Corte Costituzionale). Passerà alla storia come l’uomo del colpo di spugna su Tangentopoli. Esordì così:

 

fonte Archivio Storico La Stampa

Era il 25 Febbraio 1993: il suo messaggio, “certe misure accrescono la tensione”, si intendeva rivolto all’uso della carcerazione preventiva e all’esibizione delle manette fatte nel corso dell’inchiesta Mani Pulite. Era solo questo il suo significato? Conso è stato ascoltato in Commissione Antimafia lo scorso 11 Novembre. Nessun media nazionale ne ha dato riscontro, a parte La Repubblica. Il giorno prima è stata la volta di Nicola Mancino, nel 1993 Ministro dell’Interno. Il suo nome è contenuto in un documento messo a disposizione da Massimo Ciancimino e attribuito a Provenzano. Mancino ha negato di esser stato messo a conoscenza della trattativa condotta dal Gen. Mario Mori con Provenzano. Mario Mori lo ha freddato con un “ne prendo atto”.

Audizione di Nicola Mancino in Commissione Antimafia, 8 Novembre 2010

Audizione di Giovanni Conso in Commissione Antimafia, 11 novembre 2010

Eppure il voler spiegare la strategia terroristico-mafiosa messa in atto fra il 1992-1993 solo con la volontà di costringere la politica a ritornare sui suoi passi e a togliere l’ergastolo e il carcere duro non è sufficiente. Non si spiega la presenza di uomini dello Stato sulla scena di Via D’Amelio, per esempio. Non spiega tutto il fiorire dell’indipendentismo siciliano di inizio anni ’90. Anche De Gennaro, nel 1993, allora capo della DIA, ammise in una intervista a La Stampa – nella quale pur ci tenne a precisare che non vi erano uomini dello Stato in Via D’Amelio – che Cosa Nostra aveva già avuto intenti separatisti:

Ma un’organizzazione che, come lei dice, ha capacità di elaborazione strategica e anche, per così dire, di iniziativa politica, non potrebbe scegliere una politica diversa dal terrorismo? In fondo, la mafia siciliana ha una tradizione di convivenza con le aspirazioni separatiste. E ora che dal Nord arriva il vento leghista, la mafia potrebbe cercare di trame vantaggi?

«Non so dire se in termini politici Cosa Nostra possa arrivare ad avere questo tipo di strategie. Io credo, però, che Cosa Nostra abbia la possibilità di mterloquire, di interferire, contrattare e contattare componenti crimmali o politiche che possano tramare piani destabilizzanti per la nostra democrazia. E’ avvenuto in passato: basta andare con la memoria a fatti processualmente acquisiti come il tentativo di golpe Borghese. A Cosa Nostra fu chiesto l’intervento dei suoi uomini a fianco dei golpisti, in cambio dell’impunità giudiziaria».Quindi se in Italia nascesse una forza golpista, o comunque una forza che cercasse di minare l’unità nazionale, avrebbe nella mafia un naturale alleato?

«Non ho elementi per affermare che Cosa Nostra potrebbe essere un referente naturale, dico che Cosa Nostra ha già avuto l’occasione di esserlo».

E se invece si facesse più forte la spinta per la secessione – del resto teorizzata apertamente sia da parte leghista sia da nuovi movimenti che si preparano al Sud – alla prossima campagna elettorale?

«Ecco, mi viene in mente, ancora, il tentativo separatista di Michele Sindona. Gli esempi non mancano. Ripeto, non ho elementi ben precisi, ma posso solo ribadire che la mafia, e ripeto che mi riferisco a Cosa Nostra siciliana, non è solo un’organizzazione criminale. Cosa Nostra è una forza capace di intervenire per modificare anche le realtà sociali e politiche» (fonte La Stampa, Archivio Storico, 08/01/1993).

Pertanto si può dire che la questione della revoca del 41-bis spiega solo in parte le stragi. O per meglio dire, è solo uno dei successi ottenuti dalla mafia nella guerra contro la politica. Poiché il 41-bis si può dire sia rimasto lettera morta. Oggetto di continue discussioni, di revisioni. Come quella del 2001 (durante il governo Berlusconi II):

Carcere duro addio. Quattro colloqui al mese, il fornello a gas per scaldarsi i cibi. Piccole cose nel mondo dei normali, ma non tra i dannati del 41 bis. Conquiste in sordina che sembrano dei bonus concessi da pezzi delle istituzioni che confermano un atteggiamento più morbido e vanificano il regime duro previsto dall’ ordinamento penitenziario per chi si è macchiato di crimini orrendi: torture, sequestri di persona, stragi, omicidi di bambini (Addio al 41 bis così è partita la trattativa con la mafia, la Repubblica, 27 dicembre 2001, pagina 1, sezione: PALERMO).

Nell’inchiesta di Torrealta avrete ascoltato la lunga intervista a Nicolò Amato. Fu lui ad insistere con Giovanni Conso affinché il ministro revocasse il 41-bis ai mafiosi, poiché si trattava di “decreti emergenziali” chiaramente lesivi della dignità della persona. Amato era direttore generale del DPA, il dipartimento di amministrazione penitenziaria. Dopo Amato, si verificarono altre revoche del carcere duro. Nel 2003 le revoche furono 73, 14 nel 2004. Presidente del DPA era Giovanni Tinebra, ex procuratore generale di Caltanissetta. Tinebra è il magistrato che condusse in tutta fretta le indagini su Via D’Amelio. E’ colui che prende le rivelazioni di Scarantino per buone; è colui che attribuisce a Profeta, mafioso coinvolto nell’uccisione di Libero Grassi, un ruolo nell’attentato a Borsellino:

fonte Archivio Storico La Stampa - 2004

fonte Archivio Storico La Stampa, 10 Ottobre 1993

Ma Tinebra è anche colui il quale delegittima il pm Luca Tescaroli nell’indagine sui mandanti occulti a Via D’Amelio, indagine che venne archiviata da Tinebra con una formula che negava alcun coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nella vicenda, allora chiamati in causa da alcuni pentiti (oggi anche da Spatuzza).

Alle 10,30 di ieri mattina (…) il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Giovambattista Tona, ha depositato in cancelleria il decreto di archiviazione che segna la definitiva uscita del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’ Utri dall’inchiesta sui “mandanti occulti” delle stragi di Capaci e di via D’ Amelio. (…) Il giudice analizza le accuse dei numerosi collaboratori di giustizia che avevano chiamato in causa i due leader di Forza Italia sostenendo che «erano nelle mani del capo di Cosa nostra, Totò Riina» e che le stragi dell’ estate del ’92, in cui furono uccisi il giudice Falcone, la moglie, il giudice Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte, furono “accelerate” per dare un colpo ai vecchi referenti politici della mafia e dare una mano al nascente partito di Forza Italia. Altri collaboratori parlarono di incontri tra i boss ed i due esponenti politici che avrebbero assicurato provvedimenti legislativi favorevoli a Cosa nostra. Ma il gip, pur non bollando i pentiti come inattendibili, ha ritenuto che gli elementi raccolti in due anni di indagini sono «insufficienti» a sostenere l’ accusa in un eventuale giudizio. Insomma niente prove. Il giudice Tona ha quindi condiviso la richiesta di archiviazione della Procura presentata il 19 febbraio dello scorso anno e firmata dall’allora procuratore Gianni Tinebra (…) e dall’aggiunto, Francesco Paolo Giordano (Stragi mafiose,il gip archivia, la Repubblica, 4 maggio 2002, pagina 20).

E’ amareggiato e incredulo Luca Tescaroli, il pm della strage di Capaci e di via D’ Amelio che fino a pochi mesi fa aveva coordinato l’ inchiesta sui mandanti occulti delle stragi dov’ erano indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’ Utri. Un inchiesta che ha provocato divergenze di vedute tra il giovane magistrato ed i suoi superiori, il capo della Procura, Giovanni Tinebra e l’aggiunto, Paolo Giordano. Tescaroli aveva preparato una richiesta di archiviazione che è stata cestinata dai suoi superiori perché il magistrato avrebbe sostenuto che l’ ipotesi del coinvolgimento di Berlusconi e Dell’ Utri nel progetto stragista di Cosa nostra, pur plausibile, non aveva trovato nei due anni di indagini previsti dalla legge una decisiva conferma. Una tesi che è stata completamente ribaltata dalla richiesta di archiviazione presentata nel marzo scorso da Tinebra, Giordano e dal sostituto Leopardi (Io magistrato delegittimato nell’inchiesta sulle stragi, la Repubblica, 27 marzo 2001, pagina 25).

Tinebra è diventato direttore del DAP su nomina del governo Berlusconi II (anni 2001-2004).

Nel 1992-93 l’Italia ha rischiato la secessione dello Stato Bordello

Ieri***(vedi note a fine post) su Il Fatto Quotidiano è comparsa una intervista a Roberto Scarpinato, neo procuratore generale di Caltanissetta, una intervista che sarebbe dovuta comparire a caratteri cubitali su tutti i quotidiani. E invece no. Nessun titolo. Che cosa ha detto Scarpinato? Nell’intervista, il PG ha tentato una vera e propria sistematizzazione storica dei fatti che anticiparono e seguirono le stragi del 1992-93. Scarpinato parla proprio di un progetto politico secessionista da parte di un “sistema criminale”. C’era un circuito separato e parallelo, soprastante la mafia, la quale era delegata a eseguire la parte militare del piano. Un piano che poi mutò, per “una serie di eventi sopravvenuti”, diventando da militare a “politico”.

Scarpinato cita, a suffragio della sua ricostruzione, che è poi la ricostruzione in voga negli ambienti giornalistici più intransigenti (più volte ripresa su questo blog sotto l’etichetta Join the dots), le cosiddette “cassandre” che previdero la strategia delle destabilizzazione:

  • Vittorio Sbardella e l’agenzia di stampa Repubblica;
  • Elio Ciolini, ex neofascista;
  • a cui si aggiunge la denuncia di Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno nel 1992;
    • su Yes, political! se ne è paralto qui:
  • La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

  • le rivelazioni di Brusca quando ancora non si era pentito ufficialmente; a ciò si ricollega l’avvicendamento fra Scotti-Mancino nel 1992 come ministro dell’Interno;
    • su Yes, political!:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca

  • La Falange Armata, misteriosa organizzazione terroristica, la quale avvisò Martelli, l’allora ministro della Giustizia, dimissionario per lo scandalo Tangentopoli, che era stato graziato, che per lui prevalse la soluzione “politica” e non quella cruenta; oggi si sa che Martelli era obiettivo degli stragisti; lui e Vincenzo Scotti formavano la coppia di ministri (Interni e Giustizia) più scomoda per l’organizzazione massonico-mafiosa, ed entrambi furono defenestrati, in un modo o nell’altro;
  • lo scandalo SISDE, 1992: ricordate, vero, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, dire durante un messaggio in diretta Tv quella famosa frase: “io non ci sto!”? Qualcuno voleva farlo precipitare nella polvere, insieme al capo della polizia Vincenzo Parisi (nominato tale dallo stesso Scalfaro nel 1987, a testimonianza del sodalizio fra i due); già allora si sospettavano strani rapporti fra il servizio segreto e la mafia:
    • da La Repubblica, 29 Dicembre 1992:
      Non c’ è solo un “caso Contrada”, c’ è anche un “caso Parisi”, c’ è anche un “caso Servizi segreti”. Se il primo è un capitolo giudiziario e il secondo questione istituzionale, il terzo è l’ uno e l’ altro: caso investigativo-giudiziario e caso politico-istituzionale.
      E allora, in questo caso, che ruolo ha svolto e svolge il Sisde nella lotta alla mafia? E’ intorno a queste domande che si sta sviluppando un dibattito ad alta tensione che scuote il Viminale, la strategia del pentitismo, i rapporti tra polizia e magistratura, tra parlamento e servizi segreti.
      Sono sicuro che è in atto nel nostro Paese una strategia della destabilizzazione estremamente preoccupante (parole del sen. Umberto Capuzzo, ex capo di Stato Maggiore).
      Il capo della polizia (Parisi), con il direttore del Sisde, Angelo Finocchiaro, è stato ieri convocato d’ urgenza dal presidente del comitato di controllo dei servizi segreti, Gerardo Chiaromonte. Colloquio di due ore. “Informativo”, lo ha definito Chiaromonte. Interlocutorio, in ogni caso, perché sembra a molti – nel Parlamento e nel Governo – che sia necessario capire, meglio e subito, se il Sisde è stato dalla parte dello Stato o proprio nel Sisde si sono nascosti coloro che quella battaglia volevano attardare, intiepidire, “deviare” (TEMPESTA SUL VIMINALE ‘ PARISI ORA CI SPIEGHI’ – Repubblica.it Ricerca).
  • le dichiarazioni di Gianfranco Miglio:
    • il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”
  • la misteriosa Lega Meridionale, o Sicilia Libera, il partito indipendentista forse ispirato da Gelli; ovvero l’idea che alla base della destabilizzazione ci sia un piano di smantellamento della nazione che doveva trovare le due forze centrifughe nella Lega Nord di Bossi e in un analogo partito del Sud. Così dice Scarpinato: “Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”; lo Stato Bordello, per l’appunto;
    • su Yes, political! se ne è parlato qui:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Lo strano caso della Lega Meridionale.

Come detto, il piano militare fu accantonato. Il vertice massonico-mafioso, tutt’ora sconosciuto, ha preferito la via politica, e così il partito del Sud, quella Lega Meridionale, o forse Sicilia Libera che sorse da un’idea di Marcello Dell’Utri, diventò un’altra cosa, non più un partito secessionista bensì un partito nazionale, ma chiaramente portatore dell’istanza criminale. Un partito nato dal patto fra Stato e Mafia, che esiste finché esisterà il patto, ma che se smette di esistere romperà irrimediabillmente quel patto.

L’intervista a Scarpinato la potete rileggere qui:

***correggo: l’intervista è datata 24 Luglio 2010, ma tant’è, campeggiava come testata del sito de Il Fatto proprio ieri, per qualche ora, salvo poi sparire. In ogni caso, l’intervista, oggi come il 24 Luglio scorso, non ha prodotto alcuna scossa nel mondo politico occupato com’era a contare i voti di Berlusconi e dei finiani e a polemizzare sulla casa a Montecarlo del cognato di Fini. Insomma, per la prima volta un giudice ha parlato di un progetto secessionista massonico-mafioso e nessuno ha fiatato. Di fatto, Scarpinato ha fornito la prima primissima sistematizzazione storica dei fatti del 1992: ha unito i puntini di un disegno criminoso ancor oggi segreto e custodito gelosamente da qualche centinaio di persone.

Pensate che i soggetti di allora si siano volatilizzati e che oggi la nostra democrazia, pur malata, non corra più rischi del genere? Osservate quel che sta accadendo in Sicilia: il PdL è all’opposizione, il governo regionale che poggiava sull’asse Lombardo-Micciché è fallito; Micciché ha fondato uno strano Partito Popolare della Sicilia, proprio ora che si è aperta la crisi del PdL a livello nazionale. Ci sono strani movimenti: la Lega al governo spinge per approvare i decreti del federalismo fiscale, Berlusconi dal par suo cerca di restare in sella a tutti i costi; no, io credo che gli agenti primari di quel progetto – prima militare e poi politico – siano tutti ancora in azione, e sospingono lo Stato verso la sua decomposizione. La verità è lì: siamo a un passo.

Per concludere, un articolo comparso il 19 Marzo 1992, su La Repubblica, le cui parole, rilette a distanza di tempo, suonano alquanto sinistre. Leggete:

Il ministro dell’ Interno (Scotti) riferirà  venerdì mattina alla Commissione affari costituzionali del Senato i fatti e le informazioni che lo hanno spinto ad allertare con una circolare tutte le prefetture d’ Italia intorno alla possibile esistenza di un “piano di destabilizzazione” del Paese.
Non da oggi giudico la situazione molto grave – ha spiegato Spadolini -. Il quadro che deriva dalla direttiva del ministero dell’ Interno è un quadro che tende a sottolineare il pericolo di un nuovo terrorismo che punta a destabilizzare le istituzioni ed a delegittimarle […]
Chi invece pare dare più credito all’ allarme lanciato dal ministero dell’ Interno è Achille Occhetto […] Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che il delitto Lima va ben al di là  della vicenda mafiosa siciliana. Le ultime notizie su un piano di destabilizzazione sono ancora più gravi e preoccupanti: ci interroghiamo perché tali notizie non siano state rese note prima […] La conclusione cui giunge il segretario del Pds è netta: “Si vuole creare il panico e la tensione nel Paese. In tutti i momenti in cui i cittadini sono chiamati a decidere, riemerge un potere che non è mai venuto meno: quello che ha accompagnato la strategia della tensione e le stragi impunite […] questa circolare getta una luce inquietante sull’ interpretazione, che in un primo momento sembrava inverosimile, dell’omicidio Lima, come un omicidio politico dettato da una regia di servizi segreti e avente per bersaglio politico il presidente del Consiglio [Andreotti], probabile futuro presidente della Repubblica (‘ TORNANO I POTERI OCCULTI’ – Repubblica.it Ricerca).

Don Vito, un libro all’Indice

Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione

Un viaggio senza ritorno nei gironi infernali della storia italiana più recente. Quarant’anni di relazioni segrete e inconfessabili, tra politica e criminalità mafiosa, tra Stato e Cosa nostra. Perno della narrazione è la vicenda di Vito Ciancimino, “don Vito da Corleone”, uno dei protagonisti della vita pubblica siciliana e nazionale del secondo dopoguerra, personaggio discutibile e discusso, amico personale di Bernardo Provenzano, potentissimo assessore ai Lavori pubblici di Palermo, per una breve stagione sindaco della città, per decenni snodo cruciale di tutte le trame nascoste a cavallo tra mafia, istituzioni, affari e servizi segreti. A squarciare il velo sui misteri di “don Vito” è oggi un testimone d’eccezione: Massimo, il penultimo dei suoi cinque figli, che per anni gli è stato più vicino e lo ha accompagnato attraverso innumerevoli traversie e situazioni pericolose. Il suo racconto riscrive pagine fondamentali della nostra storia: il “sacco di Palermo”, la nascita di Milano 2, Calvi e lo Ior, Salvo Lima e la corrente andreottiana in Sicilia, le stragi del ’92, la “Trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, la cattura di Totò Riina, le protezioni godute da Provenzano, la fondazione di Forza Italia e il ruolo di Marcello Dell’Utri.

Questo è uno di quei libri che procura la dannazione eterna per chi l’ha scritto, in special modo per uno dei due indicati come autori, ovvero il testimone oculare, Massimo Ciancimino. Con la lettera di minacce al figlio di 5 anni, Ciancimino ha chiesto a Feltrinelli di ritirare il libro dal commercio. Feltrinelli ha deciso per ora di annullare tutte le presentazioni al pubblico che sarebbero state fatte nei prossimi mesi. Niente promozione. C’è da giurarci che ‘Don Vito’ diventi una rarità, uno di queli libri che per trovarlo servono giorni interi a scartabellare negli archivi delle biblioteche. Sarà così? Vincerà ancora una volta la parola di minaccia sulla parola di verità (ammesso che Massimo Ciancimino l’abbia detta e scritta)? La lunga storia degli interrogatori di Ciancimino jr. nelle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze è una storia di parziali ammissioni e reticenze, di documenti tenuti segreti e di pizzini che recano nomi improbabili di misteriosi oo7 deviati. Dove risiede la verità? Un libro come questo può aiutare a comprenderla? Don Vito è messo all’Indice dei libri proibiti poiché si fanno nomi e cognomi, perché si sconfina paurosamente nel ‘non detto’. Perché osa fare i nomi degli innominabili, che persino la procura di Firenze, nell’indagine poi archiviata sui mandati occulti dell’attentato di Via Dei Georgofili, chiama con lo pseudonimo di ‘Autore Uno’ e ‘Autore Due’, come se anche solo ipotizzare la loro reale identità, anche solo pensarlo,  possa in qualche modo compromettere la propria esistenza per sempre.

Eeppure è vero, insieme a quelle identità misteriose, che avallarono l’escalation stragista del 1993 delle “bombe sul continente”, trattando con esse, si è costruito un quadro politico che è passato alla storia con il nome di “Seconda Repubblica”. Nata con il sangue di giudici e di innocenti.

Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione – Informazioni sul prodotto

Un viaggio senza ritorno nei gironi infernali della storia italiana più recente. Quarant’anni di relazioni segrete e inconfessabili, tra politica e criminalità mafiosa, tra Stato e Cosa nostra. Perno della narrazione è la vicenda di Vito Ciancimino, “don Vito da Corleone”, uno dei protagonisti della vita pubblica siciliana e nazionale del secondo dopoguerra, personaggio discutibile e discusso, amico personale di Bernardo Provenzano, potentissimo assessore ai Lavori pubblici di Palermo, per una breve stagione sindaco della città, per decenni snodo cruciale di tutte le trame nascoste a cavallo tra mafia, istituzioni, affari e servizi segreti. A squarciare il velo sui misteri di “don Vito” è oggi un testimone d’eccezione: Massimo, il penultimo dei suoi cinque figli, che per anni gli è stato più vicino e lo ha accompagnato attraverso innumerevoli traversie e situazioni pericolose. Il suo racconto riscrive pagine fondamentali della nostra storia: il “sacco di Palermo”, la nascita di Milano 2, Calvi e lo Ior, Salvo Lima e la corrente andreottiana in Sicilia, le stragi del ’92, la “Trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, la cattura di Totò Riina, le protezioni godute da Provenzano, la fondazione di Forza Italia e il ruolo di Marcello Dell’Utri. Attualmente la testimonianza di Massimo Ciancimino è vagliata con la massima attenzione da cinque Procure italiane e non è possibile anticipare sentenze. Una vera e propria epopea politico-criminale per troppo tempo tenuta nascosta.
Editore: Feltrinelli
Autore: Ciancimino Massimo, La Licata Francesco
Argomento: Problemi e servizi sociali
Anno: 2010
Collana: Serie bianca
Informazioni: pg. 311
Codice EAN: 9788807171925

Fini in Via D’Amelio: Mangano non è un eroe e dietro il ’92 non ci fu solo mafia

Fini in Via D’Amelio ha rischiato la contestazione. Poi ha preso la parola, rispondendo ai ragazzi delle Agende Rosse – così riportano le agenzie di stampa dell’ultima ora – e ha detto due verità:

  • E’ la prima volta quest’anno che è a tutti chiaro che non ci fu solo mafia dietro le stragi del ’92; soprattutto, ha affermato che non è stato fatto tutto il possibile per stabilire la verità
  • Vittorio Mangano era un cittadino italiano condannato in via definitiva per reati di mafia, e per tale motivo non può essere considerato un eroe.

Quindici anni gli sono serviti. E ora quanta distanza dal cofondatore del PdL:

Il giudice Borsellino e’ stato un esempio di dedizione allo Stato e di lotta all’illegalita’ e la sua storia e’ patrimonio prezioso di civilta’ e di democrazia. La prego di rivolgere ai familiari, i sensi di viva partecipazione mia e del Governo al solenne ricordo dei Caduti (Berlusconi, oggi 19 Luglio 2010).

Non so se comprendete l’abisso che separa i due.

Stasera il Tg1 ha rendicontato sui successi contro la criminalità organizzata del governo, con tanto di intervista al ministro Maroni. Non una parola sulle inchieste di Firenze, Caltanissetta e Palermo. Ma le dichiarazioni di Fini rischiano di rovinare l’edificante quadretto descritto dal telegiornale di Minzolini.

Instant blogging: Spatuzza fa i nomi!

"Graviano mi disse che le persone con cui avevamo preso contatti erano persone serie e non erano come i "crasti" socialisti del 1988, che poi ci hanno fatto la guerra". Lo ha spiegato il pentito Gaspare Spatuzza riferendo dell’incontro avvenuto a Roma con il boss Graviano nel 1993. Spatuzza ha spiegato che i socialisti di cui si parlava erano 4 candidati alle politiche dell’epoca.
"Graviano mi disse che l’attentato ai carabinieri all’Olimpico doveva essere il colpo di grazia". Lo ha riferito il pentito Gaspare Spatuzza nella deposizione al processo che vede imputato Marcello Dell’Utri. "Capii che c’era un’anomalia – spiega Spatuzza – quando mi disse che la questione Contorno doveva essere messa da parte in quel momento perche’ c’erano altre priorita’"
Graviano mi fece il nome di Berlusconi, quello di canale 5, e di Dell’Utri e mi disse che grazie alla serieta’ di queste persone avevamo chiuso tutto e che avevamo il Paese nelle nostre mani". Lo ha detto Gaspare Spatuzza nella deposizione a Torino nel processo a Marcello Dell’Utri
"Giuseppe Graviano ci spiego’ che c’era in piedi qualcosa che se andava a buon fine avremmo avuto benefici tutti quanti". Lo ha detto il pentito Gaspare Spatuzza parlando al processo a Marcello dell’Utri dell’incontro con il boss Graviano che gli diede oridine a fine ’93 di uccidere un po’ di carabinieri per dare "una mossa a chi si deve muovere".
Quando avvennero la strage di Capaci e quella di via d’Amelio abbiamo gioito, ma Firenze e tutto il resto non ci appartiene". Lo ha detto il pentito Gaspare Spatuzza che ha spiegato che gli attentati del 1993 erano "un’anomalia" per Cosa Nostra.