Nel 1992-93 l’Italia ha rischiato la secessione dello Stato Bordello

Ieri***(vedi note a fine post) su Il Fatto Quotidiano è comparsa una intervista a Roberto Scarpinato, neo procuratore generale di Caltanissetta, una intervista che sarebbe dovuta comparire a caratteri cubitali su tutti i quotidiani. E invece no. Nessun titolo. Che cosa ha detto Scarpinato? Nell’intervista, il PG ha tentato una vera e propria sistematizzazione storica dei fatti che anticiparono e seguirono le stragi del 1992-93. Scarpinato parla proprio di un progetto politico secessionista da parte di un “sistema criminale”. C’era un circuito separato e parallelo, soprastante la mafia, la quale era delegata a eseguire la parte militare del piano. Un piano che poi mutò, per “una serie di eventi sopravvenuti”, diventando da militare a “politico”.

Scarpinato cita, a suffragio della sua ricostruzione, che è poi la ricostruzione in voga negli ambienti giornalistici più intransigenti (più volte ripresa su questo blog sotto l’etichetta Join the dots), le cosiddette “cassandre” che previdero la strategia delle destabilizzazione:

  • Vittorio Sbardella e l’agenzia di stampa Repubblica;
  • Elio Ciolini, ex neofascista;
  • a cui si aggiunge la denuncia di Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno nel 1992;
    • su Yes, political! se ne è paralto qui:
  • La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

  • le rivelazioni di Brusca quando ancora non si era pentito ufficialmente; a ciò si ricollega l’avvicendamento fra Scotti-Mancino nel 1992 come ministro dell’Interno;
    • su Yes, political!:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca

  • La Falange Armata, misteriosa organizzazione terroristica, la quale avvisò Martelli, l’allora ministro della Giustizia, dimissionario per lo scandalo Tangentopoli, che era stato graziato, che per lui prevalse la soluzione “politica” e non quella cruenta; oggi si sa che Martelli era obiettivo degli stragisti; lui e Vincenzo Scotti formavano la coppia di ministri (Interni e Giustizia) più scomoda per l’organizzazione massonico-mafiosa, ed entrambi furono defenestrati, in un modo o nell’altro;
  • lo scandalo SISDE, 1992: ricordate, vero, il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, dire durante un messaggio in diretta Tv quella famosa frase: “io non ci sto!”? Qualcuno voleva farlo precipitare nella polvere, insieme al capo della polizia Vincenzo Parisi (nominato tale dallo stesso Scalfaro nel 1987, a testimonianza del sodalizio fra i due); già allora si sospettavano strani rapporti fra il servizio segreto e la mafia:
    • da La Repubblica, 29 Dicembre 1992:
      Non c’ è solo un “caso Contrada”, c’ è anche un “caso Parisi”, c’ è anche un “caso Servizi segreti”. Se il primo è un capitolo giudiziario e il secondo questione istituzionale, il terzo è l’ uno e l’ altro: caso investigativo-giudiziario e caso politico-istituzionale.
      E allora, in questo caso, che ruolo ha svolto e svolge il Sisde nella lotta alla mafia? E’ intorno a queste domande che si sta sviluppando un dibattito ad alta tensione che scuote il Viminale, la strategia del pentitismo, i rapporti tra polizia e magistratura, tra parlamento e servizi segreti.
      Sono sicuro che è in atto nel nostro Paese una strategia della destabilizzazione estremamente preoccupante (parole del sen. Umberto Capuzzo, ex capo di Stato Maggiore).
      Il capo della polizia (Parisi), con il direttore del Sisde, Angelo Finocchiaro, è stato ieri convocato d’ urgenza dal presidente del comitato di controllo dei servizi segreti, Gerardo Chiaromonte. Colloquio di due ore. “Informativo”, lo ha definito Chiaromonte. Interlocutorio, in ogni caso, perché sembra a molti – nel Parlamento e nel Governo – che sia necessario capire, meglio e subito, se il Sisde è stato dalla parte dello Stato o proprio nel Sisde si sono nascosti coloro che quella battaglia volevano attardare, intiepidire, “deviare” (TEMPESTA SUL VIMINALE ‘ PARISI ORA CI SPIEGHI’ – Repubblica.it Ricerca).
  • le dichiarazioni di Gianfranco Miglio:
    • il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”
  • la misteriosa Lega Meridionale, o Sicilia Libera, il partito indipendentista forse ispirato da Gelli; ovvero l’idea che alla base della destabilizzazione ci sia un piano di smantellamento della nazione che doveva trovare le due forze centrifughe nella Lega Nord di Bossi e in un analogo partito del Sud. Così dice Scarpinato: “Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito deriva-bile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”; lo Stato Bordello, per l’appunto;
    • su Yes, political! se ne è parlato qui:
  • Join the dots. Unisci i puntini. Lo strano caso della Lega Meridionale.

Come detto, il piano militare fu accantonato. Il vertice massonico-mafioso, tutt’ora sconosciuto, ha preferito la via politica, e così il partito del Sud, quella Lega Meridionale, o forse Sicilia Libera che sorse da un’idea di Marcello Dell’Utri, diventò un’altra cosa, non più un partito secessionista bensì un partito nazionale, ma chiaramente portatore dell’istanza criminale. Un partito nato dal patto fra Stato e Mafia, che esiste finché esisterà il patto, ma che se smette di esistere romperà irrimediabillmente quel patto.

L’intervista a Scarpinato la potete rileggere qui:

***correggo: l’intervista è datata 24 Luglio 2010, ma tant’è, campeggiava come testata del sito de Il Fatto proprio ieri, per qualche ora, salvo poi sparire. In ogni caso, l’intervista, oggi come il 24 Luglio scorso, non ha prodotto alcuna scossa nel mondo politico occupato com’era a contare i voti di Berlusconi e dei finiani e a polemizzare sulla casa a Montecarlo del cognato di Fini. Insomma, per la prima volta un giudice ha parlato di un progetto secessionista massonico-mafioso e nessuno ha fiatato. Di fatto, Scarpinato ha fornito la prima primissima sistematizzazione storica dei fatti del 1992: ha unito i puntini di un disegno criminoso ancor oggi segreto e custodito gelosamente da qualche centinaio di persone.

Pensate che i soggetti di allora si siano volatilizzati e che oggi la nostra democrazia, pur malata, non corra più rischi del genere? Osservate quel che sta accadendo in Sicilia: il PdL è all’opposizione, il governo regionale che poggiava sull’asse Lombardo-Micciché è fallito; Micciché ha fondato uno strano Partito Popolare della Sicilia, proprio ora che si è aperta la crisi del PdL a livello nazionale. Ci sono strani movimenti: la Lega al governo spinge per approvare i decreti del federalismo fiscale, Berlusconi dal par suo cerca di restare in sella a tutti i costi; no, io credo che gli agenti primari di quel progetto – prima militare e poi politico – siano tutti ancora in azione, e sospingono lo Stato verso la sua decomposizione. La verità è lì: siamo a un passo.

Per concludere, un articolo comparso il 19 Marzo 1992, su La Repubblica, le cui parole, rilette a distanza di tempo, suonano alquanto sinistre. Leggete:

Il ministro dell’ Interno (Scotti) riferirà  venerdì mattina alla Commissione affari costituzionali del Senato i fatti e le informazioni che lo hanno spinto ad allertare con una circolare tutte le prefetture d’ Italia intorno alla possibile esistenza di un “piano di destabilizzazione” del Paese.
Non da oggi giudico la situazione molto grave – ha spiegato Spadolini -. Il quadro che deriva dalla direttiva del ministero dell’ Interno è un quadro che tende a sottolineare il pericolo di un nuovo terrorismo che punta a destabilizzare le istituzioni ed a delegittimarle […]
Chi invece pare dare più credito all’ allarme lanciato dal ministero dell’ Interno è Achille Occhetto […] Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che il delitto Lima va ben al di là  della vicenda mafiosa siciliana. Le ultime notizie su un piano di destabilizzazione sono ancora più gravi e preoccupanti: ci interroghiamo perché tali notizie non siano state rese note prima […] La conclusione cui giunge il segretario del Pds è netta: “Si vuole creare il panico e la tensione nel Paese. In tutti i momenti in cui i cittadini sono chiamati a decidere, riemerge un potere che non è mai venuto meno: quello che ha accompagnato la strategia della tensione e le stragi impunite […] questa circolare getta una luce inquietante sull’ interpretazione, che in un primo momento sembrava inverosimile, dell’omicidio Lima, come un omicidio politico dettato da una regia di servizi segreti e avente per bersaglio politico il presidente del Consiglio [Andreotti], probabile futuro presidente della Repubblica (‘ TORNANO I POTERI OCCULTI’ – Repubblica.it Ricerca).

La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

Nel 1992, prima delle stragi e prima delle elezioni, venne pure dato l’annuncio: si preparava una stagione col botto, una stagione in cui le istituzioni sarebbero state messe duramente alla prova in un tentativo di rivoltarle. L’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, diffuse l’allarme alle prefetture e alle questure. Le voci di una imminente destabilizzazione furono messe in giro da tale Elio Ciolini, depistatore professionista. Ciolini compare nell’inchiesta di antonino Ingroia, “sistemi Criminale2, poi archiviata, nella quale si fa riferimento a un piano eversivo “finalizzato alla divisione dello Stato condotto dai vertici di Cosa Nostra con la complicità di un Sistema Criminale, composto da massoneria deviata – P2 – da elementi dell’eversione nera e da spezzoni deviati dei servizi segreti”. Uno schema interpretativo che oggi, alla luce delle dichiarazioni di ciancimino sull’esistenza della trattativa fra Stato e Mafia, torna stranamente efficace a spiegare le linee generali dei fatti accaduti a cavallo del 1992 e del 1993. In particolar modo, l’idea della scissione dello Stato trova conferma nel papello di Don Vito Ciancimino nel progetto di realizzazione della Lega del Sud. Insomma, probabilmente ciò che indusse lo Stato a trattare potrebbe essere stata la minaccia di una guerra di secessione della Sicilia. In parecchie dichiarazioni di pentiti, pare evidente l’attenzione dei boss mafiosi per il partito della Lega Nord, che secondo loro era opera di Licio Gelli e di Andreotti. Ma pure una delle tante Leghe del Sud, che comparirono nel panorama politico di quegli anni, aveva per fondatore Licio Gelli. E propio nel 1992 la Lega di Bossi sfondò nelle regioni del nord, mettendo in crisi il sistema tradizionale del pentapartito. Che le due leghe siano parti di uno stesso progetto?
Un nome che ritorna spesso, quello di Ciolini. Ciolini nel 1982,

quando era detenuto per truffa nel carcere svizzero di Champ Dollon, riferì al giudice bolognese Aldo Gentile che la strage [di Bologna] era stata commissionata dalla fantomatica Loggia massonica “Montecarlo”, emanazione della P2, ai “neri” di Stefano Delle Chiaie.

La strage, secondo Ciolini, sarebbe stata eseguita dal tedesco Fiebelkorn e dal francese Danet e sarebbe servita a coprire una colossale operazione finanziaria Eni-Petromin.

Ciolini disse che la “Montecarlo” era inserita nella “Trilateral”, che descrisse come una organizzazione terroristica. In seguito cercò di ritrattare tutto, indicando i giudici destinatari della sua testimonianza “come consapevoli strumenti” dell’ inquinamento delle indagini. Poco tempo dopo avere fatto le sue rivelazioni, uscì dal carcere di Champ Dollon. Per questo depistaggio Ciolini è stato processato e condannato a nove anni di carcere (quattro condonati) per calunnia (fonte Repubblica.it/politica).

Si dà il caso che sia il nome di Gelli che quello di Delle Chiaie ritornano nei documenti dell’inchiesta Sistemi Criminali di Ingroia. Sono gli stessi che organizzano la Lega del Sud. Si dà il caso che la strage di Bologna non abbia lacun colpevole, a parte Fioravanti e Mambro. si dà il caso che le rivelazioni di Ciolini ebbero poi riscontro nei fatti.

Questa serie di post su Yes, political!, era cominciata con il titolo “Join the dots. Unisci i puntini”. Una cosa che vi invito a fare cliccando sui tag seguenti, strategia della destabilizzazione, trattativa stato-mafia, lega sud, nicola mancino.

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    • Andò a letto ministro dell’Interno e si svegliò ministro degli Esteri. Era il 29 giugno del 1992. Falcone era già stato fatto fuori, tre settimane dopo sarebbe toccato a Paolo Borsellino. Vincenzo Scotti, fino a quella notte aveva fatto coppia con il Guardasigilli dell’epoca, Claudio Martelli, nell’elaborare e produrre antimafia attiva (decreti, leggi, direttive)
    • Al suo posto fu indicato Nicola Mancino, che l’altro giorno ha ammesso che lo Stato respinse la trattativa con Cosa Nostra: «Trovo inconcepible – dice adesso Scotti – l’idea di intavolare una trattativa con Cosa Nostra. E spero che non se ne sia fatto nulla. E poi, su cosa si sarebbe trattato?»
    • dopo l’omicidio di Salvo Lima, siamo nel marzo di quel 1992, lei allertò i questori e inviò una informativa a tutti i prefetti. Temeva un attacco eversivo per destabilizzare le istituzioni?
    • «L’allora direttore del Dipartimento della Pubbica sicurezza, il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, mi trasmise diversi rapporti che ipotizzavano un’azione destabilizzante delle istituzioni. Tra l’altro mi consegnò una informativa del Tribunale di Bologna che riassumeva una deposizione di un dichiarante, senza rivelarne l’identità, che aveva parlato di riunioni internazionali tenute in un’area della ex Jugoslavia, arrivando alla conclusione che avremmo dovuto fronteggiare iniziative mafiose e non solo».
    • Si riferisce alla “patacca” – così la definì il suo presidente del Consiglio dell’epoca, Giulio Andreotti – Elio Ciolini, un inossidabile depistatore?
    • I dossier Parisi mi portarono ad allertare i questori e a inviare una informativa ai prefetti. Messaggi che trasmisi con codici cifrati. Il Corriere della sera sparò in prima pagina l’allerta. Si scatenò un putiferio, anche perché eravamo in campagna elettorale. E io chiesi, a quel punto, di riferire in Parlamento.
    • Prima che arrivassi a palazzo Madama, un’agenzia di stampa rivelò l’identità di quel dichiarante, di Elio Ciolini. Ma l’allarme si poggiava anche su altra documentazione».
    • «In quell’aprile del ‘92, io e Martelli cominciamo a lavorare riservatamente, con Falcone, a un testo con diverse norme, compresa l’istituzione del 41 bis
    • La candidatura di Giovanni Falcone a procuratore nazionale antimafia era evidente che sarebbe stata bocciata dal Csm. Mi resi conto che anche i componenti laici della Dc non lo avrebbero appoggiato. La nostra reazione, quella mia e di Martelli, fu un’ulteriore accelerazione dei provvedimenti antimafia
    • Invio una direttiva alle forze di polizia dando priorità assoluta alla cattura dei latitanti mafiosi. A ciascuna forza di polizia viene assegnato un numero di latitanti da arrestare. Viene ucciso Falcone e a quel punto trasformiamo il pacchetto di norme, anche il 41 bis, in un decreto legge
    • Le elezioni, il nuovo governo. Presidente del consiglio è Giuliano Amato. Lei però perde il posto al Viminale
    • «E mi ritrovo alla Farnesina. La Dc sollevò la questione della compatibilità tra carica di governo e di partito. Io obiettai che proprio perché esposto sul fronte della lotta alla mafia, il ministro dell’Interno aveva bisogno di una copertura politica. Mi ritrovai, però, alla Farnesina e annunciai subito le mie dimissioni, che vennero congelate e poi accettate».
    • «Dopo Falcone, in Antimafia e in Parlamento dissi da ministro dell’Interno che le modalità della strage di Capaci erano molto inquietanti. Mi fermo qui
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    • Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra.
    • In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato “La Trattativa” il resto di quel racconto.
    • Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa.
    • Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori
    • I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi.
    • La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi
    • ci sono anche una serie di episodi molto strani
    • la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere
    • Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”
    • L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano
    • Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia
    • Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia
    • La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti
    • A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni
    • Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”
    • Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria
    • All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud.
    • In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato.
    • Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni.
    • Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo
    • Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico
    • Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.
    • La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta.
    • Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti
    • Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà.
    • Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica
    • un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…
      Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi
    • qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?
      Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra
    • soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato
    • le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.
    • cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili
    • Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo.
    • Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”
    • Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa
    • Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.
    • Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?
    • Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.

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Nel 1982, quando era detenuto per truffa nel carcere svizzero di Champ Dollon, Ciolini riferì al giudice bolognese Aldo Gentile che la strage era stata commissionata dalla fantomatica Loggia massonica “Montecarlo”, emanazione della P2, ai “neri” di Stefano Delle Chiaie.

La strage, secondo Ciolini, sarebbe stata eseguita dal tedesco Fiebelkorn e dal francese Danet e sarebbe servita a coprire una colossale operazione finanziaria Eni-Petromin.

Ciolini disse che la “Montecarlo” era inserita nella “Trilateral”, che descrisse come una organizzazione terroristica. In seguito cercò di ritrattare tutto, indicando i giudici destinatari della sua testimonianza “come consapevoli strumenti” dell’ inquinamento delle indagini. Poco tempo dopo avere fatto le sue rivelazioni, uscì dal carcere di Champ Dollon. Per questo depistaggio Ciolini è stato processato e condannato a nove anni di carcere (quattro condonati) per calunnia.

Join the dots. Unisci i puntini. Il segreto dell’agenda rossa. Città di luce. Città d’ombra.

Ci sarà a breve, il 26 settembre, una manifestazione a Roma organizzata dal fratello di Paolo Borsellino, Salvatore. Tornerà a chiedere giustizia. Tornerà a chiedere, chi sa parli. Per impedire che venga sepolta la memoria, insieme ai giudici.
Chi sa, parli. Un uomo incontrò Borsellino, al Viminale. Forse sì, Forse no. Non ricorda. Forse lo ha incrociato nei corridoi. Forse c’era in corso una trattativa. Fra lo Stato e certi amici o nemici, non si sa. Meglio che si dica nemici. Meglio che si racconti che non c’era alcuna trattativa. Che c’era una guerra, e tutto lo Stato era coeso, impegnato a combattere quel nemico.
Meglio scrivere, anzi farne dei film, che questi amici nemici sono dei brutali assassini, degli animali, che non hanno nulla a che fare con noialtri, noi dello Stato. Meglio rappresentarli come dei bruti nascosti nei coni d’ombra delle strade, dei reietti, messi ai margini; potenti sì, ma per via della forza fisica, non di quella "relazionale". No, ecco. Meglio lavarsene le mani.

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    • Se provate a chiedere a un fruitore medio di fiction e di film sulla mafia che idea si sia fatto della stessa, vi sentirete sciorinare i nomi dei soliti noti: Riina, Provenzano, i casalesi e via elencando.
    • Una storia di brutti sporchi e cattivi, e sullo sfondo la complicità di qualche colletto bianco
    • Se dunque la mafia è solo quella rappresentata (tranne qualche eccezione) da fiction e film, è evidente che il fruitore medio tragga la conclusione che la soluzione del problema consista nel mettere in carcere quanti più brutti sporchi e cattiv
    • Questo, con le dovute varianti, il pastone culturale ammannito da fiction e film di conserva con la retorica ufficiale televisiva, e metabolizzato dall’immaginario collettivo
    • come mai, tenuto conto che le cose sono così semplici, lo Stato italiano è riuscito a debellare il banditismo, il terrorismo e tante altre forme di criminalità, ma si rivela impotente dinanzi alla mafia che dall’unità d’Italia a oggi continua a imperversare in gran parte del Paese?
    • quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi.
    • Mentre sceneggiatori continuano a proiettare catarticamente il male di mafia sul monstrum (colui che viene messo in mostra) – Riina, Provenzano, Messina Denaro, i casalesi – elevato a icona totalizzante della negatività, centinaia di processi celebrati in questi ultimi quindici anni hanno raccontato un’altra storia della mafia, sacramentata da sentenze passate in giudicato, che fornisce risposte illuminanti a molte delle domande di cui sopra
    • centinaia di delitti, di stragi di mafia decise in interni borghesi da persone come noi
    • Un’altra storia che ha dimostrato come la città dell’ombra – quella degli assassini – e la città della luce, abitata dalle “persone perbene”, non siano affatto separate ma comunichino attraverso mille vie segrete
    • Centinaia di processi che costringono a rileggere la storia della mafia non più come una storia altra, che non ci appartiene e non ci chiama in causa, ma piuttosto come un terribile e irrisolto affare di famiglia, interno a una classe dirigente nazionale tra le più premoderne, violente e predatrici della storia occidentale
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    • un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere
    • contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire.
    • «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino.
    • il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone
    • cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Barcellona Pozzo di Gotto; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo.
    • impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità

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Join the dots. Unisci i puntini. Pesce pilota e la banca intorno.

Il pesce pilota è una specie di pesce che sguazza nei mari del nord e che di solito guida tutto il resto del branco verso i lidi migliori. si dà il caso che uno dei lidi di maggior interesse e attrattiva del Nord fosse tale banca Rasini, la banca costruita intorno a te.
Che stridore con le dichiarazioni di stamane e dell’annunciato piano anti criminalità che secondo il governo in quattro anni – ma cosa dico quattro – spazzerà via la criminalità e, udite udite, anche quella organizzata. Le forze del male, le ha chiamate Mr b. Le stesse forze che – così si suppone in una sentenza (emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003) – un giorno ebbero la premura di far saltare per aria il giudice che rilasciò l’intervista che segue, la quale sembra quasi fatta apposta per fargli dire cose che era molto meglio non dire. Quel giudice, quello che venne ricevuto al Viminale ma al Viminale non l’ha visto nessuno, o forse no, l’hanno visto ma solo di sfuggita, nei corridoi.
E oggi, guai a chi si riempie la bocca di verità ,guai a scrivere che le forze del male sono colluse con quelle che dovrebbero essere le forze dell’ordine (quindi del bene) ma che accettano un ordine sbagliato. Guai a rompere l’accordo oscurantista.

Un piano straordinario a lungo termine contro la criminalità. È questo il progetto del governo lanciato dal premier Silvio Berlusconi al termine del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica con i ministri Roberto Maroni e Angelino Alfano. L’esecutivo, ha spiegato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di Ferragosto, sarà «in carica per quattro anni e metterà in atto un piano a lungo termine e si spera definitivo contro le forze del male, non solo contro la criminalità diffusa ma anche contro la criminalità organizzata». Il progetto anti-criminalità, hanno poi precisato il titolare del Viminale e il Guardasigilli, partirà da settembre e sarà operativo per i prossimi 4 anni.

  • Fabrizio Calvi intervista Paolo Borsellino (tratto da "L’odore dei soldi. Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi", Elio Veltri e Marco travaglio, Editori Riuniti, 2001)

Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d’onore" appartenente a Cosa nostra.
Uomo d’onore di che famiglia?
Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da un procedimento cosiddetto "procedimento Spatola", che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Il Mangano, di droga… Vittorio Mangano – se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti – risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane,
preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli".
Comunque lei, in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Sì. Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata dalla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga.
E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
A Palermo?
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… Cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
I fratelli?
Sì.
.. Quelli della Publitalia?
Sì. Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di "cavalli". Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontate.
Eh, Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose. Si è parlato addirittura in certi periodi almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime: la famiglia di Stefano Bontate sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200. Si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.
Perché a quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, ex assessore regionale siciliano ai tempi di Ciancimino, sindaco di Palermo e socio di Filippo Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex amico dei fratelli Dell’Utri.
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi – ripeto sempre – di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
All’inizio degli anni ’70, Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa: un’impresa nel senso che, attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
Lei mi dice che è normale che Cosa nostra si interessa a Berlusconi?
E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Mangano era un pesce pilota?
Sì, guardi, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia.
Si è detto che ha lavorato per Berlusconi.
Non le saprei dire in proposito, o… anche se le debbo far presente che, come magistrato, ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali atti sono ormai conosciuti e ostensibili, e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda che, la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
C’è un’inchiesta ancora aperta?
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
Su Mangano e Berlusconi, a Palermo?
Sì.

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    • il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”
    • peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura
    • sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata
    • L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”
    • come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…
    • Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto.
    • E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno.
    • anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
    • Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.
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    • è insorta anche l’opposizione. "Si può – ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd – discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l’Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell’azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione"
    • il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
    • Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
    • Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’.

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Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione: telefoni e piramidi.

Il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi e il 1993: allora era alla presidenza del consiglio, lo stesso governo con Mancino Ministro dell’Interno. Racconta del 1993 e delle stragi di mafia cosiddette sul Continente: Roma, Firenze, Milano. Racconta del telefono di Palazzo Chigi isolato. Per tre o quattro ore. Di mafiosi, così gli è steto detto, “al largo della sua casa”. Della P2 e della Commissione Anselmi. La quale mise nero su bianco un’evidenza: e cioè che Gelli non era che la punta di una piramide, una piramide rovesciata. Esisteva quindi qualcuno, un gruppo, una organizzazione, a cui Gelli faceva riferimento. Da cui – presumibilmente – prendeva ordini.

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    • “Non sono in grado di entrare nei particolari delle indagini. Quella cerimonia è capitata in un periodo davvero speciale. Ricordo l’entusiasmo del ’93 per l’accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte. Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere”.
    • Avvertiva anche lei l’ombra di qualcosa, di qualcuno nei palazzi del potere che remava contro l’Italia?
      “Certo anch’io mi chiedo come mai la grande, lunga complessa inchiesta della commissione parlamentare sulla loggia P2 guidata da Tina Anselmi a Palazzo San Macuto abbia avuto così poco seguito. Ricordo quei giorni, ricordo che l’onorevole Anselmi era davvero sconvolta. Mi chiamò alla Banca d’Italia (ero ancora governatore) e mi disse “lei non sa quel che sta venendo a galla”. Lei, la Anselmi, il suo dovere lo compì. Non credo però che molti uomini della comunicazione siano andati a fondo a leggere quelle carte. Il procuratore Vigna sapeva quel che faceva”.
    • Che cosa le è rimasto di quei giorni, a distanza di tanto tempo?
      “E’ una materia vissuta molto dolorosamente e con grande partecipazione, mentre resta forte il desiderio di conoscere tutta la verità. In quelle settimane davvero si temeva anche un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”.

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    • La prima è in ordine all’ampiezza ed alla gravità del fenomeno che coinvolge, ad ogni livello di responsabilità, gli aspetti più qualificati della vita nazionale. Abbiamo infatti riscontrato che la Loggia P2 entra come elemento di peso decisivo in vicende finanziarie, quella Sindona e quella Calvi, che hanno interessato il mondo economico italiano in modo determinante.
      Non si è trattato, in tali casi, soltanto del tracollo di due istituti di credito privati di interesse nazionale, ma di due situazioni finanziariamente rilevanti in un contesto internazionale, che hanno sollevato – con particolare riferimento al gruppo Ambrosiano – serie difficoltà di ordine politico non meno che economico allo Stato italiano. In entrambe queste vicende, la Loggia P2 si è posta come luogo privilegiato di incontro e centro di intersecazione di una serie di relazioni, di protezioni e di omertà che ne hanno consentito lo sviluppo secondo gli aspetti patologici che alla fine non è stato più possibile contenere. In questo contesto finanziario la Loggia P2 ha altresì acquisito il controllo del maggiore gruppo editoriale italiano, mettendo in atto, nel settore di primaria importanza della stampa quotidiana, una operazione di concentrazione di testate non confrontabile ad altre analoghe situazioni, pur riconducibili a preminenti centri di potere economico. Queste operazioni infine, come abbiamo visto, si sono accompagnate ad una ragionata e massiccia infiltrazione nei centri decisionali di maggior rilievo, sia civili che militari e ad una costante pressione sulle forze politiche. Da ultimo, non certo per importanza, va infine ricordato che la Loggia P2 è entrata in contatto con ambienti protagonisti di vicende che hanno segnato in modo tragico momenti determinanti della storia del Paese.
    • La seconda conclusione alla quale siamo pervenuti è che in questa vasta e complessa operazione può essere riconosciuto un disegno generale di innegabile valore politico; un disegno cioè che non solo ha in se stesso intrinsecamente valore politico – ed altrimenti non potrebbe essere, per il livello al quale si pone – ma risponde, nella sua genesi come nelle sue finalità ultime, a criteri
      obiettivamente politici.
    • Le due conclusioni alle quali siamo pervenuti ci pongono pertanto di fronte ad un ultimo concludente interrogativo: è ragionevole chiedersi se non esista sproporzione tra l’operazione complessiva ed il personaggio che di essa appare interprete principale. E’ questa una sorta di quadratura del cerchio tra l’uomo in sé considerato ed il frutto della sua attività, che ci mostra come la vera sproporzione stia non nel comparare il fenomeno della Loggia P2 a Licio Gelli, storicamente considerato, ma nel riportarlo ad un solo individuo, nell’interpretare il disegno che ad esso è sotteso, e la sua completa e dettagliata attuazione, ad una sola mente.
    • Abbiamo visto come Licio Gelli si sia valso di una tecnica di approccio strumentale rispetto a tutto ciò che ha avvicinato nel corso della sua carriera. Strumentale è il suo rapporto con la massoneria, strumentale è il suo rapporto con gli ambienti militari, strumentale il suo rapporto con gli ambienti eversivi, strumentale insomma è il contatto che egli stabilisce con uomini ed istituzioni
      con i quali entra in contatto, perché strumentale al massimo è la filosofia di fondo che si cela al fondo della concezione politica del controllo, che tutto usa ed a nessuno risponde se non a se stesso, contrapposto al governo che esercita il potere, ma è al contempo al servizio di chi vi è sottoposto.
      Ma allora, se tutto ciò deve avere un rinvenibile significato, questo altro non può essere che quello di riconoscere che chi tutto strumentalizza, in realtà è egli stesso strumento.
    • Questa infatti è nella logica della sua concezione teorica e della sua pratica costruzione la Loggia Propaganda 2: uno strumento neutro di intervento per operazioni di controllo e di condizionamento. Quando si voglia ricorrere ad una metafora per rappresentare questa situazione, possiamo pensare ad una piramide il cui vertice è costituito da Licio Gelli; quando però si voglia a questa piramide dare un significato è giocoforza ammettere l’esistenza sopra di essa, per restare nella metafora, di un’altra piramide che, rovesciata, vede il suo vertice inferiore appunto nella figura di Licio Gelli.

La trattativa era politica.

La trattativa era “politica”. C’era un’intenzione politica dietro le iniziative del Gen. Mori e degli agenti dei servizi segreti. Violante, allora Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, era all’opposizione. Se la trattativa era “politica”, quindi c’era l’avallo o l’impulso o l’ordine a trattare, e questo avallo o impulso o ordine non poteva che provenire da esponenti politici della maggioranza di Governo. Poteva essere che un Generale dei Carabinieri diciamo così “deviato”, per quanto deviato fosse, si presentasse da un capo dell’opposizione e rivelasse che vi era in corso una trattativa con la mafia e che questa trattativa aveva carattere politico, il tutto impunemente, senza creare alcun problema istituzionale sul controllo dei servizi di “intelligence”? Il Ministro dell’Interno cosa faceva nel frattempo? (Probabile – immaginiamo – che in questi istanti stia preparando le proprie dimissioni da vicepresidente del CSM, quale è tuttora).

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica” – cronaca – Repubblica.it.

  • Per tre volte il generale Mario Mori cercò di far incontrare “privatamente” don Vito con Luciano Violante. E per tre volte il presidente della Commissione parlamentare antimafia, in quel lontano 1992, respinse l’invito.Luciano Violante
  • punto cruciale di quell’impasto di diciassette anni fa fra i Corleonesi e i servizi segreti: chi aveva “autorizzato” ufficiali dell’Arma dei carabinieri a venire a patti con Cosa Nostra? Chi aveva dato il nulla osta per avviare un negoziato con Totò Riina ancora latitante?
  • Quest’altro “pezzo” di verità l’ha rivelata Luciano Violante nella sua testimonianza – giovedì scorso
  • L’inizio della vicenda è nota. Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di don Vito, ha raccontato ai magistrati che suo padre – già in contatto con l’allora colonnello dei Ros Mario Mori e il suo fidato capitano Giuseppe De Donno – “voleva che del “patto” fosse informato anche Luciano Violante”. Il resto l’ha messo nero su bianco l’ex presidente dell’Antimafia nel suo interrogatorio.
  • Il primo incontro. Mario Mori va a trovare Luciano Violante nel suo ufficio di presidente dell’Antimafia. “Vito Ciancimino intende incontrarla”, gli dice. Aggiunge l’ufficiale: “Ha cose importanti da dire, naturalmente chiede qualcosa”. Violante risponde: “Potremmo sentirlo formalmente”. Cioè con una chiamata in commissione parlamentare: un’audizione. Ribatte Mori: “No, lui chiede un colloquio personale”. Il presidente Violante congeda l’ufficiale con un rifiuto: “Io non faccio colloqui privati”.
  • Dopo un paio di settimane Mario Mori, al tempo vicecomandante dei Ros, torna alla carica […] insistette ancora e con garbo che io incontrassi Ciancimino.
  • Fu a quel punto che Violante chiese se la magistratura fosse informata di questa voglia di “parlare” dell’ex sindaco di Palermo. Fu a quel punto che l’ufficiale dei carabinieri pronunciò quelle parole: “Si tratta di cosa politica… di una questione politica”.
  • Lo scenario che affiora dalle nuove testimonianze – fra Palermo e Caltanissetta non c’è soltanto quella di Luciano Violante – e dalle nuove indagini scopre l’esistenza di un patto cercato da diversi protagonisti e a più livelli. Non c’è stato solo e soltanto Mario Mori dei Ros. C’è stato anche quel “Carlo” che frequentava don Vito da almeno quindici anni, un agente segreto che il “papello” di Totò Riina l’ha avuto materialmente nelle mani. E, a quanto pare, adesso, ci sono “mandanti” politici che quella trattativa volevano a tutti i costi. La vera svolta sui massacri siciliani del ’92 ci sarà pienamente solo quando i magistrati identificheranno quegli altri nomi, i nomi di chi aveva approvato o addirittura suggerito di mercanteggiare con i boss.

Join the dots. Unisci i puntini. Lo strano caso della Lega Meridionale.

La Lega del Sud che il Governatore della Sicilia Lombardo, con la cooperazione di Micciché, minaccia di costituire, non è una novità nel panorama politico italiano. C’era una volta, nel lontano 1990, una Lega Meridionale che addirittura voleva candidare Gelli e Ciancimino. Un partitino che però possedeva una televisione e un giornale. Fatto che fece insospettire Bossi, il ruspante Bossi anni novanta, il quale in una interpellanza alla Camera chiedeva se non vi fossero legami fra quel sedicente partito e i servizi segreti deviati.
Si vociferava anche di incontri fra Gelli e Boss mafiosi. Quali legami con la destabilizzazione messa poi in atto dal 1992 con lo stragismo para-mafioso?
(Articoli di Concita Di Gregorio e Giorgio Bocca).

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    • SE NON fosse, come temiamo, un avvertimento di sapore mafioso, ci sarebbe da ridere. Dico dell’ eletto stuolo di avanzi di galera, piduisti, prìncipi siciliani, picchiatori fascisti riunitosi domenica in un albergo romano per lanciare verso sicure fortune elettorali la Lega meridionale di unità nazionale.
    • C’ era anche e qui la sfacciataggine ha raggiunto vette abissali il buon Ciancimino, l’ ex sindaco di Palermo condannato, rarissima avis, per traffici malavitosi, l’ onorevole del pignatone cioè del pentolone finanziario in cui finivano i miliardi delle speculazioni politico-mafiose di cui era l’ amministratore, anzi di cui pare sia ancora l’ addetto al mestolo.
    • si chiamavano fratelli e giustamente finalmente chiedevano a gran voce il siluramento del giudice Falcone, l’ allontanamento dell’ alto commissario all’ Antimafia Sica, l’ abolizione della iniqua legge La Torre che prevede il sequestro dei beni mafiosi
    • è un brutto segno, il segno che la politica del sottosuolo, la politica delle trame, dei finti golpe e dei veri attentati, del fumo e del terrore, dei ricatti e delle manovre ricattatorie, sta ricominciando
    • Sembra piuttosto curioso che personaggi come Gelli e come Ciancimino, che in negativo non sono certo dei dilettanti e degli stupidi, si siano uniti alla pittoresca compagnia. Sì, sembra strano.
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    • Gelli accetta la candidatura, e al telefono espone il suo programma da parlamentare: si occuperà di giustizia, scuola, sanità. Il Venerabile è estusiasta perché questo movimento politico troverà la sua forza negli affiliati alla massoneria. Tutti finalmente di nuovo fratelli, visto che chi gli propone un seggio al Senato è colui che un tempo lo mise al bando per via ricorda di quell’ equivoco della P2:
    • Ha avuto fiuto Ciancimino, che prima della bufera si è defilato in silenzio.
    • per quella platea in doppiopetto scuro che lo ha accolto urlando Giustizia per Ciancimino, sia fatta giustizia. Si è guardato attorno con disagio, poi ha declinato l’ invito a salire sul palco
    • L’ ex sindaco di Palermo ha poi gentilmente rifiutato la candidatura al Parlamento che la Lega gli ha proposto.
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    • Licio Gelli, ex Gran Maestro della loggia massonica P2, ha in mente di impiegare diversamente il suo tempo. In politica, per esempio: il suo esordio lo farà oggi pomeriggio ad un’ assemblea della Lega meridionale, alla quale parteciperà anche Vito Ciancimino. Sarà il primo passo di una corsa che punta ad una poltrona di senatore.
    • Lega meridionale mi ha proposto di presentarmi nelle sue liste garantendomi un seggio al Senato
    • Ma cosa c’ entra Gelli con la Lega meridionale? C’ entra, eccome se c’ entra. Badi bene, non facciamo confusione: noi non siamo quelli della Lega Sud, con Bossi non abbiamo niente a che fare. Siamo altro, siamo diversi. La nostra lega è nata un anno e mezzo fa ed ha già trentamila tesserati: il nostro motto è Libertà, uguaglianza, fratellanza e giustizia.
    • Licio Gelli è, nel bene e nel male, il simbolo dell’ ingiustizia in Italia: lo Stato non ha saputo dirci quali sono le sue colpe.
    • E Ciancimino? Ciancimino è un grande uomo, un grande meridionale: abbiamo invitato un grande meridionale ad un grande appuntamento con la storia. I nostri fratelli ne saranno entusiasti.
    • Fratelli? Si, abbiamo scelto di chiamarci fratelli
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    • parla Vincenzo Serraino, direttore di un giornale sindacale, uno dei fondatori della Lega Meridionale che aveva in mente di candidare l’ ex Gran Maestro della Loggia P2
    • Serraino, conferma di aver fatto da tramite ma giura che a quell’ incontro non c’ è andato
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    • Chi finanzia la Lega meridionale? Lo chiede, in una interrogazione al presidente del Consiglio, il senatore Umberto Bossi, leader della Lega lombarda.
    • si chiede se sia ipotizzabile un collegamento tra servizi segreti, Ciancimino, Gelli e la stessa Lega meridionale.

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Join the dots. Unisci i puntini. Poliziotti indagati, cani sciolti?

"Io non contesto la possibilità che uomini o schegge dei servizi possano aver fatto questo", anche se è "un errore storico attribuire ai servizi la paternità di tutti i mali, la regia di ogni strage"
19/02/1992
Questo diceva Nicola Mancino relativamente ai cosiddetti poteri occulti che lo stavano minacciando. Parlava di errore storico. Il quadro che emerge oggi potrebbe far dire che l’errore storico lo aveva commesso lui. Da Ministro dell’Interno avrebbe dovuto sapere della manipolazione dei pentiti sul caso Borsellino. Se non sapeva, vuol dire che non aveva la Polizia sotto controllo, quindi vi erano settori della forza pubblica, non già del servizio segreto, del Sidse, ma funzionari di polizia alle dipendenze del Viminale, che agivano per conto proprio. Viceversa, se invece fosse stato informato dei fatti e non avesse agito di conseguenza, avrebbe mantenuto un comportamento omissivo fortemente colpevole. Nella terza ipotesi, quella che fa tremare il Palazzo, la direttiva era partita proprio dal Ministro, come complemento di una strategia occulta che oggi passa al nome di "trattativa stato-mafia": le dichiarazioni dei pentiti suggerite dai poliziotti, e le conseguenti indagini pilotate, avrebbero costituito una copertura per l’altra operazione, quella condotta del Generale Mori.

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    • C’è l’inchie­sta sulla strage e c’è l’inchiesta sul­le indagini svolte 17 anni fa, per la stessa strage. A questo sdoppia­mento è giunto il lavoro dei magi­strati di Caltanissetta intorno all’ec­cidio del 19 luglio 1992
    • strage con alcuni col­pevoli condannati da sentenze defi­nitive, ma forse non tutti davvero colpevoli
    • le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza – boss del quar­tiere palermitano di Brancaccio, che riempie verbali su verbali da un anno, dopo averne trascorsi 11 a regime di «carcere duro» – hanno portato ad almeno un nuovo inda­gato; su di lui sono in corso accerta­menti e riscontri alle accuse del nuovo collaboratore di giustizia
    • ipotiz­zate collusioni e del ruolo di possi­bili «apparati deviati dello Stato», compresi esponenti dei servizi se­greti
    • si continua a scavare su coinci­denze, parentele, contatti telefoni­ci sospetti emersi nei processi già celebrati, per tentare di arrivare a conclusioni più concrete.
    • Ora una parte di quella verità giudi­ziaria potrebbe essere riscritta, pro­prio a partire dalle dichiarazioni di Spatuzza, dai riscontri effettuati e dalle conseguenti ritrattazioni di al­meno un altro pentito
    • Il neo-collaboratore — autore tra gli altri delitti dell’omicidio di padre Pino Puglisi, il parroco anti­mafia di Brancaccio ucciso nel 1993 — ha svelato di essere l’auto­re del furto della Fiat 126 utilizzata per fabbricare l’auto-bomba esplo­sa in via D’Amelio
    • Del furto s’era accusato, nel 1992, tale Salvatore Candura, mez­zo balordo e mezzo mafioso che og­gi, di fronte alle rivelazioni di Spa­tuzza, confessa di essersi inventato tutto
    • O meglio, di aver ripetuto ciò che alcuni investigatori lo ave­vano costretto a riferire ai magi­strati
    • Di qui la nuova indagine aperta dalla Procura di Caltanisset­ta a carico di quegli investigatori: i nomi di due o tre poliziotti che fa­cevano parte del Gruppo investiga­tivo Falcone-Borsellino, creato al­l’indomani delle stragi, sono già fi­niti sul registro degli indagati. Ipo­tesi di reato, calunnia.
    • si ipotizza un possibile depistaggio messo in atto con le fal­se dichiarazioni di Candura, che hanno portato alle confessioni del­l’altro «pentito» Vincenzo Scaranti­no, su cui sono fondate parte delle condanne confermate in Cassazio­ne; confessioni false, se sono vere quelle di Spatuzza e ora di Candu­ra
    • Indotte dagli investigatori, se­condo la nuova ricostruzione di quest’ultimo
    • uno dei riscontri alle dichiarazioni del neo-pentito consiste proprio nella ritrattazione di Candura
    • ha formulato pesanti accuse nei confronti di al­cuni esponenti della Polizia di Sta­to, a suo dire responsabili di averlo indotto a dichiarare il falso
    • il depistaggio, qualora fosse re­almente stato organizzato come fa credere Candura, dovrebbe avere un movente
    • il frutto di una decisione presa a tavolino nel­le settimane immediatamente suc­cessive all’eliminazione di Paolo Borsellino
    • Per coprire quale realtà alternativa? E con l’avallo, o su mandato, di chi? A quale livello po­litico o investigativo?

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Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca.

Borsellino morì per un complotto – Repubblica.it » Ricerca

Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato […] la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese […] le rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca:

«Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso.

Brusca ha raccontato ai magistrati che l’ uccisione di Paolo Borsellino, che era in progetto da anni «subì un’ improvvisa accelerazione» subito dopo la strage di Capaci. «Dopo Falcone, Riina – ha raccontato Brusca – aveva programmato di uccidere l’ ex ministro dc, Calogero Mannino, dandomi l’ incarico di eseguirlo. Improvvisamente cambiò decisione, e mi disse che c’ era un lavoro più urgente da fare, l’ assassinio del giudice Paolo Borsellino»

L’ «accelerazione» dell’ attentato a Paolo Borsellino è stata confermata anche da un altro capomafia pentito, Salvatore Cancemi

Brusca ha rivelato di avere appreso della «trattativa» direttamente da Totò Riina che aveva preparato un «papello» (richieste allo Stato ndr) per interrompere la strategia stragista in cambio di vantaggi per i mafiosi.

una riunione ristretta della «Commissione» alla quale parteciparono anche, Salvatore Cancemi e Salvatore Biondino, braccio destro di Riina

Biondino fece vedere a Totò Riina i verbali di un interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo che era stato ascoltato dal giudice Paolo Borsellino due giorni prima della strage dicendo: “Quando Mutolo dice le cose vere nessuno gli crede”

Gaspare Mutolo raccontava che 48 ore prima della strage di via D’ Amelio, si era incontrato con il magistrato a Roma perché aveva deciso di pentirsi.

Io dissi al giudice Borsellino – raccontò Gaspare Mutolo dopo la strage di via D’ Amelio – che non volevo verbalizzare niente su quello che sapevo su alcuni giudici e su alcuni funzionari dello Stato collusi

mentre m’ interrogava Borsellino interruppe la conversazione e mi disse: “Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, manco una mezz’ oretta e ritorno”. E quando il giudice ritornò era tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, fumava così distrattamente che aveva due sigarette accese in mano. Gli chiesi cosa avesse ed il giudice Borsellino mi rispose dicendo che invece d’ incontrare il ministro si era incontrato con il dottor Parisi (il defunto capo della Polizia) e con il dottor Contrada (l’ ex funzionario del Sisde accusato di mafia ed assolto nel processo di secondo grado ndr) e mi disse di mettere subito a verbale quello che gli avevo detto

L’ incontro fu smentito dal senatore Nicola Mancino che s’ era insediato al ministero dell’ Interno proprio quel giorno

Brusca mette in relazione quell’ incontro al ministero con la «trattativa»

Ma nell’ agenda di Paolo Borsellino, sparita subito dopo la strage di via D’ Amelio e ritrovata qualche tempo dopo, il magistrato aveva scritto che il primo luglio del 1992, alle ore 19.30, aveva avuto un incontro con il ministro dell’ interno, una visita della durata di 30 minuti.

Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.

  • MINISTRI IN GIOSTRA SCOTTI AGLI ESTERI E MARTELLI RESTA SOLO – Repubblica.it » Ricerca
  • Era il 29 Giugno 1992: l’avvicendamento fra Scotti e Mancino al Viminale. Dopo Capaci e prima di Via D’Amelio.

    Lavoravano in due e lavoravano bene o almeno in perfetto accordo. Ora sono stati divisi: uno è rimasto ministro della Giustizia, l’ altro lascia gli Interni e guiderà gli Esteri. […] grande è lo stupore per il dirottamento di Enzo Scotti dal Viminale alla Farnesina. Il loro asse sembrava uno dei punti fermi del nascente governo […] Che cosa sia successo, non lo so – dice Martelli -. E perchè Scotti sia stato dirottato dall’ Interno agli Esteri è interrogativo che andrebbe posto alla Dc. Enzo Scotti non nega sia stato proprio un certo suo atteggiamento a determinare l’ addio al Viminale e l’ interruzione del consolidato rapporto con Claudio Martelli […] E così, sabato sera sono andato a dormire sapendo di non essere più ministro. Poi in nottata è successo qualcosa che mi ha cambiato la vita…”  […] Attendibilissime ricostruzioni forniscono questa versione dell’ accaduto. Forlani e De Mita che insistono con Scotti perchè resti nel governo, e gli propongono – allora – il passaggio alla Farnesina […] E Mancino? “E’ un compito non facile, quello che mi aspetta – ammetteva domenica pomeriggio subito dopo il giuramento -. Dovrò incontrare Scotti e poi subito incominciare”



micromega – micromega-online » Memento Mori

In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini.

Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.

A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò.

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi.

Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa».

E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo».

Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no».

Mafia, nuovi indagati per le stragi – LASTAMPA.it

I magistrati di Caltanissetta di ritorno venerdì scorso da un faccia a faccia di tre ore con Salvatore Riina, dicono che il padrino «è sempre lo stesso»

avrebbe detto di non sapere nulla del presunto patto tra Stato e mafia, ma ci sono nuovi indagati per la stagione stragista di Cosa nostra

uno per l’attentato all’Addaura del giugno del 1989 contro Giovanni Falcone

un altro per la strage di Capaci – un nome nuovo, organico ai clan, ma mai coinvolto nell’indagine sull’eccidio, già detenuto e che avrebbe avuto un ruolo di organizzatore

una decina gli indagati per quella di via D’Amelio. Personaggi, in quest’ultimo caso, che avrebbero avuto ruoli diversi: mandanti, favoreggiatori, organizzatori ed esecutori. Nessuno parla, ma non è escluso che nell’elenco vi siano anche alcuni agenti dei servizi segreti.

avrebbe detto più cose Angelo Fondana «U miricano», il pentito che ha fatto trovare un «bunker della morte» della mafia e disvelato nuovi scenari della strage, come l’altro collaboratore, Gaspare Spatuzza che ha sconvolto verità processuali e alimentato nuove piste

Fontana avrebbe confermato la presenza di 007 al Castello Utveggio

Retrospettiva della destabilizzazione: la ricostruzione di Genchi

Il ruolo dei servizi segreti nelle stragi del 1992; le ricostruzioni dei contatti telefonici fatte da Gioacchino Genchi all’epoca delle prime indagini; quale ruolo per Contrada?

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    • «Andate a vedere là, al castello Utveggio, quella è roba vostra» ha detto Totò Riina venerdì parlando per la prima volta dopo 17 anni con i magistrati di Caltanissetta e accreditando l’ipotesi che sulla strage di via D’Amelio ci sia, anche, la mano dei servizi segreti.
    • «Le testimonianze del dottor Gioacchino Genchi e della dottoressa Rita Borsellino hanno offerto contributi determinanti su quello che realisticamente potrebbe essere stato l’intervento di soggetti esterni su Cosa Nostra (nella realizzazione delle stragi, ndr)» si legge nella sentenza di condanna per la strage di via d’Amelio.
    • «Il dottor Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio, ipotesi utile per ulteriori sviluppi, era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini».
    • Riina e le indagini dicono la stessa cosa e puntano sui servizi segreti.
    • il riscontro alle mie indagini non arriva oggi da Riina ma da tracce telefoniche inequivocabili acquisite alle inchieste
    • quel processo sia da rifare dopo che il boss Gaspare Spatuzza ha smentito Scarantino
    • Genchi, esperto di telefonia, chiamato in causa di recente per eccessi nell’acquisizione di tabulati seppur come consulente delle procure, era all’epoca uomo di punta nel pool investigativo creato per la strage di Capaci e poi per via d’Amelio.
    • Scoprì, ad esempio, che, si legge in sentenza, «nel castello Utveggio (costruzione che domina Palermo e via d’Amelio, ndr) aveva sede il Cerisdi, ente regionale dietro il quale trovava copertura un organo del Sisde»
    • questo luogo divenne crocevia di utenze clonate, telefonate intercettate e, soprattutto, «il possibile punto di osservazione per cogliere il momento in cui dare impulso all’esplosivo» caricato sotto la 126 parcheggiata davanti all’abitazione della madre di Paolo Borsellino
    • Le indagini hanno individuato Pietro Scotto (condannato e poi assolto) come «autore di lavori non autorizzati sulla linea telefonica del palazzo di via d’Amelio
    • Scotto è stato riconosciuto da due testimoni; era dipendente della società telefonica Sielte che lavorava con gli 007; soprattutto è fratello di Gaspare Scotto, boss del mandamento dove è avvenuta la strage.
    • L’analisi delle telefonate di Gaetano Scotto – si legge in sentenza – evidenzia contatti con le utenze di castello Utveggio fino al febbraio 1992».
    • Genchi, trova la prova che «un’utenza telefonica clonata (di una signora napoletana ignara di tutto, ndr) era in possesso dei boss fin dall’autunno 1991» . E che quell’utenza, «in prossimità del 19 luglio (giorno della strage, ndr) chiama una serie di villini che si trovano lungo il percorso che l’auto di Borsellino aveva percorso quella domenica»
    • contatti telefonici con probabili punti di osservazione lungo il tragitto.
    • Era di uno 007 anche il numero di telefono trovato sulla montagnola di Capaci da dove fu fatta saltare l’auto di Falcone. Infine Bruno Contrada, lo 007 poi condannato per mafia. Il pomeriggio del 19 luglio era in barca con un altro funzionario, lo stesso il cui numero è stato trovato a Capaci. Ottanta secondi dopo l’esplosione, quando nessuno ancora sapeva, dal cellulare di Contrada partì una telefonata. Era diretta, ancora una volta, al Sisde. Ne aveva ricevuta anche un’altra, due minuti prima dell’attentato.

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Join the dots – Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione.

L’articolo di Travaglio su L’Unità aiuta a unire i puntini della vicenda stato-mafia e della trattativa intercorsa dopo Capaci: come già visto su questo blog, negli archivi dei giornali, negli anni ’92-’93 e successivi, già si parlava del "nuovo patto con il potere", e degli avvertimenti giunti all’inizio del ’92 di una stagione della destabilizzazione.

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    • Ora che ne parla persino Totò Riina (a Bolzoni e Viviano, su la Repubblica di ieri), forse è il caso che anche i rappresentanti dello Stato dicano qualcosa sulle stragi del 1992-’93 e sulle trattative retrostanti.
    • Dal ’96 sappiamo da Giovanni Brusca, poi confermato dagli interessati e da Massimo Ciancimino, che due ufficiali del Ros dei Carabinieri, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, dopo la strage di Capaci andarono a «trattare» con Vito Ciancimino e, tramite lui, con i capi di Cosa Nostra: Riina e Provenzano.
    • Sappiamo che Borsellino, dopo la morte dell’amico Giovanni Falcone, lottò contro il tempo per individuare i mandanti di Capaci, e mentre interrogava uno dei primi pentiti, Gaspare Mutolo, fu convocato d’urgenza al Viminale dove si era appena insediato il ministro Nicola Mancino, poi tornò da Mutolo letteralmente sconvolto.
    • dal racconto di Ciancimino jr., apprendiamo che suo padre ricevette tre lettere di Provenzano indirizzate a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi; una nel dicembre ’92, dopo Capaci e via d’Amelio e prima delle bombe di Roma (via Fauro, contro Costanzo), Firenze, Milano e Roma (basiliche); una nel ’94, dopo la discesa in campo del Cavaliere, non a caso chiamato «onorevole».
    • Sappiamo infine che nei momenti topici delle stragi si agitavano misteriosi soggetti dei servizi segreti, tra i quali uno col volto mostruosamente sfregiato. Ci stanno lavorando le Procure di Palermo e Caltanissetta, accerchiate dal silenzio tombale della politica e delle istituzioni.
    • Mancino, indicato da Brusca e Massimo Ciancimino come al corrente della trattativa, nega di aver mai visto o riconosciuto Borsellino nel fatidico incontro al Viminale, ed è vicepresidente del Csm.
    • Mori – imputato di favoreggiamento mafioso per la mancata cattura di Provenzano nel ’96 dopo essere stato assolto con motivazioni severe dall’accusa di aver favorito la mafia non perquisendo il covo di Riina dopo la sua cattura – è stato a lungo comandante del Sisde e ora è consulente per la sicurezza del sindaco Alemanno.
    • Grasso e Pignatone, che nel 2005 trovarono a casa Ciancimino l’ultima lettera di Provenzano a Berlusconi e non ne fecero un bel nulla, sono rispettivamente procuratore nazionale antimafia e procuratore di Reggio Calabria.

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Stato, mafia e quel patto mai firmato – LASTAMPA.it

Anche oggi. Il nome di Nicola Mancino in un articolo che parla della trattativa stato-mafia

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    • La «testimonianza» di Luciano Violante, arrivata dopo ben diciassette anni, offre implicitamente una conferma alla «trattativa», intavolata nell’estate-autunno del 1992, dal Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino, per tentare di bloccare l’offensiva stragista ed eversiva di Cosa nostra.
    • Gli incontri tra Mori e Violante avvennero presumibilmente tra ottobre e novembre di quell’anno. Il figlio dell’ex sindaco, Massimo Ciancimino, ha messo a verbale ai pm palermitani che il colonnello Mori disse a suo padre che l’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino, era informato della trattativa. Non solo, ma ha aggiunto: «Mio padre voleva che del “patto” fosse informato Luciano Violante».
    • Violante venerdì è sceso a Palermo, per testimoniare. Rivelando che effettivamente il colonnello Mori gli chiese la sua disponibilità a incontrare Vito Ciancimino. E lui declinò l’invito. Ma se Mori si rivolse a un esponente della minoranza politica che aveva appena ottenuto la presidenza dell’Antimafia, evidentemente aveva ottenuto la copertura anche dal governo in carica.
    • C’è un passaggio delle motivazioni della sentenza di primo grado per le stragi di Firenze, Roma e Milano (1993) che vale la pena riprendere, a proposito delle trattative Mori-Ciancimino: «L’iniziativa del Ros aveva tutte le caratteristiche per apparire come una trattativa; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione».
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    • L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.
    • gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa
    • anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti
    • Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)
    • Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose

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Piccola rassegna degli orrori: 1992-93

La stagione delle stragi del 1992-93 è stata preceduta dall’annuncio: prima di Capaci, prima delle elezioni, quando si profilava la candidatura di Andreotti al Quirinale, lo strano avvertimento dell’arrivo di una stagione di destabilizzazione e le minacce mezzo posta ricevute da vari esponenti politici di allora – di prima e di seconda fila – fra cui Nicola Mancino, oggi Presidente del CSM (al centro qualche mese fa delle inchieste di De Magistriis).

  • La retorica posticcia della fratellanza in armi messa in campo da lui e da altri suoi non meno compromessi compari . ha scandito il telefonista, la cui voce era stata registrata su un nastro . non potra’ reggere a lungo al vuoto lasciato dalla scomparsa del nemico comune. Mancino se ne accorgera’ prestissimo, sulla propria pelle. Ha voluto anche lui saggiare la reale volonta’ e determinazione degli avversari. Ha cominciato cautamente a sfidarli, aumentando a poco a poco la provocazione, finche’ a un certo punto l’ avversario si muove, deve muoversi, si indigna, prende contromisure energiche

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    • Il ministro dell’ Interno riferirà venerdì mattina alla Commissione affari costituzionali del Senato i fatti e le informazioni che lo hanno spinto ad allertare con una circolare tutte le prefetture d’ Italia intorno alla possibile esistenza di un “piano di destabilizzazione” del Paese.
    • Non da oggi giudico la situazione molto grave – ha spiegato Spadolini -. Il quadro che deriva dalla direttiva del ministero dell’ Interno è un quadro che tende a sottolineare il pericolo di un nuovo terrorismo che punta a destabilizzare le istituzioni ed a delegittimarle
    • Chi invece pare dare più credito all’ allarme lanciato dal ministero dell’ Interno è Achille Occhetto
    • Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che il delitto Lima va ben al di là della vicenda mafiosa siciliana. Le ultime notizie su un piano di destabilizzazione sono ancora più gravi e preoccupanti: ci interroghiamo perchè tali notizie non siano state rese note prima
    • La conclusione cui giunge il segretario del Pds è netta: “Si vuole creare il panico e la tensione nel Paese. In tutti i momenti in cui i cittadini sono chiamati a decidere, riemerge un potere che non è mai venuto meno: quello che ha accompagnato la strategia della tensione e le stragi impunite
    • questa circolare getta una luce inquietante sull’ interpretazione, che in un primo momento sembrava inverosimile, dell’ omicidio Lima, come un omicidio politico dettato da una regia di servizi segreti e avente per bersaglio politico il presidente del Consiglio, probabile futuro presidente della Repubblica
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    • Sono al centro di un’ offensiva da parte dei poteri occulti del nostro paese”. Il ministro dell’ Interno Nicola Mancino ha sorpreso i giornalisti ieri al Viminale
    • Non è neppure sembrato casuale il riferimento di Mancino alla P2 quando ha parlato delle autobombe di Roma, Firenze e Milano. “La matrice è mafiosa”, ha detto il ministro, “ma possono essersi innestati anche altri soggetti”. Quali? “Tutti i soggetti occulti che hanno agito ed agiscono contro le istituzioni, le logge occulte, non la massoneria, la P2, nonostante le attenzioni dedicate al signor Gelli
    • Su eventuali collusioni della destra eversiva, Mancino ha detto: “Aspetto gli sviluppi delle indagini”
    • E su quelle ipotizzate dei servizi segreti: “Io non contesto la possibilità che uomini o schegge dei servizi possano aver fatto questo”, anche se è “un errore storico attribuire ai servizi la paternità di tutti i mali, la regia di ogni strage”
    • il ministro dell’ Interno ha parlato dell’ interesse di Cosa nostra di favorire movimenti separatisti. Mancino non esclude che “di fronte a progetti separatisti ci possa essere un appoggio della mafia”. “Non ci sono ragioni di allarmismo, anche se il quadro politico è confuso e vi si inseriscono elementi di destabilizzazione”
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    • Non c’ è solo un “caso Contrada”, c’ è anche un “caso Parisi”, c’ è anche un “caso Servizi segreti”. Se il primo è un capitolo giudiziario e il secondo questione istituzionale, il terzo è l’ uno e l’ altro: caso investigativo-giudiziario e caso politico-istituzionale.
    • E allora, in questo caso, che ruolo ha svolto e svolge il Sisde nella lotta alla mafia? E’ intorno a queste domande che si sta sviluppando un dibattito ad alta tensione che scuote il Viminale, la strategia del pentitismo, i rapporti tra polizia e magistratura, tra parlamento e servizi segreti.
    • Sono sicuro che è in atto nel nostro Paese una strategia della destabilizzazione estremamente preoccupante
    • Il capo della polizia, con il direttore del Sisde, Angelo Finocchiaro, è stato ieri convocato d’ urgenza dal presidente del comitato di controllo dei servizi segreti, Gerardo Chiaromonte. Colloquio di due ore. “Informativo”, lo ha definito Chiaromonte. Interlocutorio, in ogni caso, perché sembra a molti – nel Parlamento e nel Governo – che sia necessario capire, meglio e subito, se il Sisde è stato dalla parte dello Stato o proprio nel Sisde si sono nascosti coloro che quella battaglia volevano attardare, intiepidire, “deviare”
    • a cosa più importante è accertare se le ‘ deviazioni’ del Sisde siano tutt’ ora in corso

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La trattativa Stato – Mafia: strani riflessi

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Patto della mafia col nuovo potere – dall’archivio di Corsera e Repubblica – 1993

  • LIGGIO REGALO’ ALLO STATO GIULIANO . Il piano e’ stato spiegato dal pentito con un parallelismo storico con l’ omicidio del bandito Salvatore Giuliano avvenuto nell’ immediato dopoguerra a Portella della Ginestra. "A uccidere Giuliano e’ stato Luciano Liggio, che lo ha regalato allo Stato. C’ e’ stato un compromesso tra un’ ala dello Stato e Cosa Nostra. Ora ci sara’ un nuovo compromesso con chi rappresentera’ il nuovo Stato". Cosa Nostra otterrebbe in cambio di farsi "essa stessa Stato" nelle quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) che sono gia’ sotto il suo controllo territoriale. In questa strategia avrebbe parte anche la massoneria. LA MASSONERIA . "Non e’ esistito mai il terzo livello che da’ ordini a Cosa Nostra, ma c’ e’ la massoneria che racchiude tutti gli altri organismi. Con i massoni ci sono punti d’ incontro per gli affari, i grossi appalti, i processi. E’ un passaggio obbligato per la mafia"

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    • Per la strategia separatista sarebbero stati contattati anche alcuni importanti personaggi politici "che hanno avuto in questi anni dei grossi consensi politici e qualcuno, uno di sicuro, ha detto di no. Io so di quello che ha detto di no, pur conoscendo la realta’ di chi chiedeva. Non posso dire il nome perche’ e’ come prendere posizione a favore di un partito. L’ ho accennato alla magistratura. Hanno contattato una persona che prima era di un partito importante e ora e’ di un altro"
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    • Una lettera che fa tremare Palermo. L’ hanno messa in circuito fra il 22 e il 23 di giugno, per una decina di giorni solo sussurri e bisbigli, solo mezze frasi raccolte qua e là, solo preoccupate reazioni di poliziotti e carabinieri che "sentono" in anticipo l’ odore fetido dei messaggi in codice
    • Perché muore Salvo Lima? Perché, rivela il Corvo, rimane fedele ad Andreotti. E un’ intera pagina è dedicata a "quel gruppo che tenta la scalata al potere". Si fanno anche qui nomi, si descrivono improbabili incontri fra big della Democrazia cristiana e superlatitanti, si entra nel particolare citando alcuni noti personaggi e coprendoli di accuse che puzzano di spazzatura
    • Palermo è avvolta in un terribile giallo. Il Corvo fa nomi di ministri ed ex ministri, racconta di dossier insabbiati, rapporti riservatissimi della Guardia di Finanza e dei carabinieri. Entra in gioco una banca, si ripropone la storia di un potente gruppo imprenditoriale, si coinvolgono alcuni dei più noti professionisti palermitani, si tirano per i capelli dentro torbide vicende alcuni giudici. E ancora: si parla dei legami di questo o di quello con i Servizi

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