Riot, un software per controllare i social network

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Si chiama Raytheon ed è una società multinazionale che si occupa di ‘Difesa e sicurezza’. E’ il quinto produttore al mondo di questo genere di servizi. Il Guardian ha pubblicato un video che svela come il software prodotto da Raytheon, Riot (che sarebbe l’acronimo di Rapid Information Overlay Technology), sia in grado di scandagliare trilioni di entità attraverso i vari social network. Lo ‘strumento’ di controllo sarebbe in grado di fornire previsioni circa gli spostamenti o i comportamenti degli utenti. Guardian parla di sofisticata tecnologia che potrebbe trasformare i social media in “Google delle spie”. Chiaramente questo tipo di tracking online verrebbe messo in opera a prescindere dalle intenzioni dei proprietari delle identità sui social. Così Facebook, Twitter, Foursquare ci fanno accettare le loro policy sulla privacy online mentre questi software spia bypassano la burocrazia e registrano ogni nostro click. Riot sfrutterebbe soprattutto le fotografie pubblicate sui social, dalle quali estrarrebbe i dati della geolocalizzazione, ovvero latitudine e longitudine.

Riot è in grado di visualizzare in un diagramma le associazioni e le relazioni tra gli individui online, cercando fra quelli con cui hanno comunicato di più su Twitter. Si può anche estrarre i dati da Facebook e vagliare le informazioni sulla posizione GPS da Foursquare, i cui dati possono essere utilizzati per visualizzare, in forma grafica, i primi 10 posti visitati dai singoli individui e gli orari in cui li hanno visitati. In sostanza, sfrutta tutte le informazioni che noi pubblichiamo ignari che queste possano avere una qualche risultanza per qualcuno.

La tracciabilità dei comportamenti elimina lo spazio di incertezza che ogni individuo porta con sé: in altre parole, elimina lo spazio della libertà individuale. Se tutto può essere tracciato e controllato, anche le nostre decisioni future possono essere inglobate in un algoritmo che tutto prevede poiché può attingere da un serbatoio smisurato di profili. Sinora l’obiezione più grande verso questi software era che mai e poi mai avrebbero potuto gestire terabyte di dati di informazioni inutili. Che mai avrebbero potuto prevedere una insurrezione popolare – come la Primavera Araba – poiché il software non può distinguere la semplice opinione dalla intenzione. Cosa avrebbe di diverso Riot? L’uso dei dati pubblici di Facebook o di Twitter a scopo di ‘garantire la sicurezza di un paese‘ non è un reato. I dati sono pubblici, abbiamo scelto di renderli tali, abbiamo cliccato su ‘Mi piace’ ben consci che altri possono vederlo, anche i funzionari del servizio segreto del nostro governo. Quando questo strumento è nelle mani di un potere legittimo e democraticamente costituito, è un potere altrettanto legittimo, esattamente come quello di stabilire delle pene per dei reati, o come il potere di emettere sanzioni amministrative. C’è una indagine, si individua una fattispecie di reato,c’è un giudice che stabilisce la liceità di intercettazioni telefoniche, si scoprono le prove, si istruisce un capo d’accusa. Ma quando invece la natura del potere è illegittima, o legittima ma antidemocratica, allora questo strumento diventa l’arma letale che annienta la sfera privata dei diritti civili.

Il video pubblicato su Guardian

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Chi è l’amico di Bechis? Il Giornale si butta su Crosetto, la ‘gola profonda’

Quella testa di cazzo, dicono nell’audio divulgato da Libero, quella testa di cazzo. Non è importante che la ‘Voce’ abbia rivelato che B. si dimette domani – oggi no, è troppo impegnato a Milano per questioni aziendali. Ma il solo aver descritto, nominato, il Capo, riducendolo a ‘testa di cazzo’, questo sì che è segno del vile tradimento.

Lo psicodramma dei media fedeli alla Linea del Non mi dimetto è tragico ma non serio. Domani ci sarà il voto sul Rendiconto 2010 – sì ancora fermi al Rendiconto siamo – ma le opposizioni non vogliono ingolfare ulteriormente il processo decisionale sulle materie finanziarie, pena il sommovimento dei mercati (una volta erano le piazze a sovvertire i governi, oggi sono i mercati, quelli che non si svolgono in piazza ma in banca). Allora la strategia dell’opposizione è una sola: aspettare che il cadavere passi. Si parla di una mozione di fiducia, ma dovrebbero passare altri due-tre giorni fra dibattito e dichiarazioni di voto. Significa far cadere B. soltanto lunedì/martedì prossimi. Un’eternità intollerabile.

Berlusconi non è uno che si lascia dettare la linea politica molto facilmente. Anche nella resa riesce a decidere lui i tempi e i modi, sebbene tutto l’impianto della maggioranza, puntellato dalla campagna acquisti del 14 Dicembre scorso, stia oramai cedendo su tutti i fianchi. Il timing della Caduta è descritto molto bene da John Hooper su The Guardian:

Il voto di domani non è un voto di fiducia, quindi in teoria – anche se perde – Berlusconi non sarà costretto a dimettersi. Ma quando, e dove, si terrà il voto di fiducia cruciale non è ancora chiaro.  Libero sostiene che il test dovrebbe tenersi alla Camera dei Deputati, dove il governo è più vulnerabile. Ma quando? Secondo alcune interpretazioni, Berlusconi ha in programma di trasformare la sessione di domani sui conti pubblici del 2010 in un voto di fiducia. Altri credono che chiamerà una votazione separata e successiva a decidere se la vita o la morte del suo governo. Entrambi i casi, potrebbero permettergli di strappare via l’iniziativa all’opposizione, che ha minacciato una mozione di sfiducia per farlo cadere.

Quindi non saranno dimissioni. Almeno non subito. B. promette per domani fuoco e fiamme in Parlamento. Probabilmente chiederà di parlare alla Camera, ma non è escluso che invece scelga il Senato per tentare il colpo di mano (a Palazzo Madama i numeri lo tengono ancora in piedi). Nessuno lo sa. Certo, per una tragica uscita di scena, la Camera è il proscenio naturale. Lui, la testa di cazzo secondo la gola profonda di Bechis, doveva andare da Napolitano già oggi. Invece, con lo spread Btp-Bund che schizza a 488 punti base, se ne va a Milano per incontrare i figli e forse Bossi in serata. Non è normale. Non è responsabile. E’ altresì preoccupante. Domani, B. potrebbe veramente essere destabilizzante.

Vertice UE, Berlusconi annuncia dimissioni a Gennaio?

Lo riporta il The Guardian:

Step down, fare un passo indietro.

Berlusconi e il Paese di Merda primi in classifica su The Guardian


Ecco B. in vetta alla classifica dei più letti del The Guardian – World News. Non certo perché occupato dalla manovra finanziaria.

Le accuse di Bossi alla Bce finiscono sul The Guardian

Grazie di essere tornati anzitempo dalle vacanze. Grazie. Le parole dei nostri politici, riuniti per l’occasione intimamente e in formazione fortemente rimaneggiata nell’aula delle Commissioni I e V della Camera, hanno già creato dei guasti. Al centro della polemica sempre quella lettera della Bce, quella in cui i nostri creditori – francesi e tedeschi – ci obbligano a fare certe leggi piuttosto che altre (non certamente quelle annunciate dal finto premier in quella formidabile conferenza stampa con Tremonti).

Ci pensa Bossi a aiutare i giornali stranieri a fomentare il panico. Domani voi investitori, piccoli medi o grandi che siate, rischierete di vedere i vostri risparmi e le vostre rendite ridursi all’osso. Bossi vi ha dato una mano a finire laggiù. Ricordatevelo quando sarà ora. Oggi l’eroe padano ha escogitato una balla grossa grossa per intrattenervi mentre i titoli rimbalzavano in una sorta di rally senza senso. Bossi ha detto che la lettera della Bce è stata scritta a Roma. Che è quindi una manovra per abbattere il loro – ridicolo – governo. Bossi è contro i tagli alle pensioni. E’ contro la Bce. E’ contro la patrimoniale. E’ contro l’aumento delle tasse. E’ contro se stesso che è contro a qualcosa d’altro. Dice che la lettera della Bce porta le impronte digitali di Mario Draghi. Una analisi da prima elementare.

Il resto lo hanno fatto Stracquadanio e Crosetto con le loro puerili critiche verso Tremonti – ridicole anch’esse, soprattutto considerato il fatto che per tre anni i suddetti hanno votato tutto e il contrario di tutto – e con il loro annuncio, che puzza di ricatto, di non votare la manovra.

Si direbbe: si sapessero i contenuti della nuova manovra. Macché. E’ tutto un mistero. Domani la notizia che Tremonti non ha niente in mano si spargerà per i mercati e sarà un tranquillo venerdì di paura. Trenta miliardi di euro da trovare in un week-end sono troppi. Anche per un creativo come lui.

 

Stasera: ‎”Abbiamo parlato di rotture di coglioni”, ha risposto il leader politico, Parlamentare e Ministro per le Riforme Umberto Bossi ai cronisti che gli chiedevano dell’incontro con il Presidente del Consiglio (via NonLeggerlo)

Quel profondo silenzio del governo sulle armi a Gheddafi

Il baillame politica-giustizia di questi giorni, accoppiato alla crisi del debito e alla manovra, ha del tutto oscurato una notizia angosciante, passata inosservata sul The Guardian il 19 Luglio scorso e lasciata decadere in fretta dalla stampa italiana.

The Guardian racconta di uno stock di armi – 30.000 fucili Kalashnikov AK-47 automatici, 32 milioni di munizioni, 5.000 razzi Katyusha, 400 missili anticarro Fagot filoguidati e circa 11.000 altre armi anticarro – spariti da un’isola del Mediterraneo, l’isola di Santo Stefano e forse transitati per la Sardegna.

Sono stati trasferiti da un magazzino sull’isola di Santo Stefano, al largo della costa nord della Sardegna, e trasportati verso la terraferma, dove sono stati caricati su camion dell’esercito, ha detto al Guardian una fonte vicina all’operazione. Ma cosa sia successo loro dopo è un mistero – e ora anche un segreto (The Guardian).

E’ un segreto perché il governo italiano ha bloccato le attività investigative. La Presidenza del Consiglio ha posto il segreto di Stato non appena un magistrato di Tempio Pausania ha avviato l’inchiesta. Le armi, che provenivano da un sequestro eseguito da forze militari navali britanniche e italiane durante le guerre balcaniche degli anni novanta, sarebbero scomparse fra il 18 e il 20 di Maggio.

The Guantanamo Files e i professionisti della menzogna

Parlare di mutazione genetica può sembrare esagerato. Eppure tutte le testate giornalistiche che ai tempi della guerra in Iraq o nei riguardi del conflitto afghano erano considerati embedded, dalla linea editoriale assolutamente acritica e unidimensionale, oggi si stanno scannado cercando di fornire ai propri lettori un ragguaglio quanto più dettagliato sui Guantanamo Files, l’ennesima fuga di documenti segreti dagli archivi del governo USA messa in opera da Wikileaks.

Il Nichilista offre un resoconto dei file in rete nonché un commento a questa insolita guerra editoriale. Conclusione, il risultato finale non può che essere favorevole ai lettori: “più articoli, più analisi, più commenti, più data journalism, maggiore copertura, ulteriori collaborazioni inedite tra testate”. Tanto più che The Guardian e The NYT hanno acquistato il materiale segreto da un’altra fonte essendo in rotta con Assange.

Probabilmente, qualora l’inquilino della Casa Bianca avesse un cognome con qualche assonanza a quello dei Bush, niente sarebbe successo. C’è da abbattere l’uomo nero e Guantanamo è un’ottima arma. Obama aveva dichiarato in campagna elettorale che Guantanamo sarebbe stata chiusa. Ribadì il concetto una volta eletto. Guantanamo non è mai stata chiusa, ancora oggi contiene circa 170 detenuti. Obama ha dovuto cedere all’evidenza: chiudere Guantanamo significa dover prendere in esame le responsabilità di una vergogna così grande. Significa aprire commissioni di inchiesta e processare generali, forse anche ex presidenti. Guantanamo è l’isola del disumano, la porta oltre la quale è sospesa qualsiasi legge, dove il diritto non entra. Così, pubblicarne i documenti segreti diventa un mezzo per colpire chi invece ha taciuto pur vedendo l’orrore. Pur avendone fatto uso in campagna elettorale. E se i Cable Logs erano un attacco alla sicurezza di una nazione nonché del suo sistema di relazioni internazionali, un pericolo tale da avallare l’uso di strumenti di guerra informatica, di sospensione del diritto di espressione in internet, di procedimenti di restrizione della libertà personale del padre del sito Wikileaks, anche imbastendo su di lui accuse di difficile dimostrazione, i Gitmo files danno “nuovo risalto alla stupidità del freddo e incompetente sistema” (Julian Glover, The Guardian).

Ora davvero sappiamo, ora abbiamo i documenti, abbiamo le trascrizioni delle interviste ai detenuti […] Un sistema progettato non per la giustizia ma per elaborare e fornire informazioni dei detenuti, come se non fossero esseri umani, ma elementi di dati digitali in una macchina demente di stoccaggio dati, programmata sempre a respingere la risposta “No, non è stato coinvolto” (Julian Glover, The Guardian).

Già, la vecchia storia della stupidità della macchina burocratica. Qualcosa di simile emerse anche studiando i campi di concentramento nazisti: il detenuto è un numero su una tabella, sottoposto a criteri di efficienza, smaltito quando necessario, per pura meccanica burocratica, pur seguendo un progetto di eliminazione delle anomalie da un certo criterio di normalità assunto come riferimento. Ora sappiamo, scrive Glover. Invece sbaglia. Noi già sapevamo. Sapevamo tutto. E siamo colpevoli del silenzio. Queste le giuste parole. Chi doveva vedere per tempo e condannare, non l’ha fatto. Soprattutto chi doveva informare l’opinione pubblica dello scempio dei diritti umani perpetrato a Guantanamo, non si è mosso dalla sedia. Naturalmente il “sistema” non è perfetto. Per merito dei media indipendenti, dei veri giornalisti che sono andati là a vedere e a testimoniare, qualche notizia circa le barbarie di Guantanamo già era emersa. Eppure si sono avallate, senza criticità alcuna, le giustificazioni del potere: “è stato un male necessario per sconfiggere il terrorismo di al-Qaeda”. I disvelatori di menzogne di oggi erano così proni quando l’amministrazione Bush ordinava le extraordinary renditions. Per questo riesce difficile credere che dietro al grande dispiego di mezzi editoriali di The Guardian e del The New York Times ci sia la sola volontà di far concorrenza ad Assange.