La costellazione tribale post Gheddafi

La deflagrazione del regime libico è insieme un collasso statale e un collasso familiare, poiché a Tripoli si fa ancor adesso fatica a distinguere ciò che è Stato da ciò che è Privato. La connessione fra sfera pubblica e privata nel sistema Gheddafi è totale. Perciò la cacciata dei governanti è insieme una faida familiare. Tanto più che molti dei “parenti” e degli amici, fino a poco tempo fa allocati nei ministeri e compiaciuti servitori del Rais, si sono sganciati dal partito perdente ed hanno preso parte al Comitato Nazionale di Transizione. Lo stesso Mustafa Jalil è stato ministro di Gheddafi; così era ministro di Gheddafi anche l’attuale primo ministro del governo provvisorio di Bengasi, Jabril. Si legge che la Farnesina stia puntando le sue chance di mantenere Roma al centro degli affari libici sull’ex numero due della rivoluzione verde, ovvero Abdessalam Jalloud, capo della tribù Magariha. Senza la sua defezione, senza il suo pollice verso contro Gheddafi, non ci sarebbe stato l’attacco a Tripoli. Le forze dei rivoltosi erano impantanate a Brega. L’attacco da Est era impotente nonostante i bombardamenti della Nato. Jalloud ha rovesciato il tavolo del conflitto.

Al coro degli ex alleati di Gheddafi si inseriscono i Fratelli Musulmani e i nazionalisti (riassumibili nelle figure del professore di economia Ali Tarhouni e nel giornalista Mahnmoud Shaman, o nel portavoce del governo Gogha). Lo stesso Jalil predica tolleranza e giustizia senza crudeltà né vendetta, ma “vuole che tutti si allineino a una mappa già tracciata nella scorsa primavera e racchiusa nella Dichiarazione costituzionale” (trentasette articoli in cui fra l’altro si dice che la Sharia è principio ispiratore della legge dello Stato – fonte Corsera, 23/8/11, p. 9).

Cosa faranno i Berberi? Cosa i Tuareg? L’aspetto generale è quello di una dissoluzione della Libia. Di un suo precipitare verso forme di conflitto tribale come in Somalia o in Iraq. La sindrome irachena sembra la definizione più coerente in questo momento. Difficile che si crei un movimento democratico e pacifista in un paese a lungo sottoposto a violazioni dei diritti umani e a violenze. Più facile che la sete di vendetta prenda il sopravvento.

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Libia, cosa ha detto Jalil

Assicureremo a Gheddafi un processo equo, perche’ tutto il mondo possa vedere alla sbarra il piu’ grande dittatore della Terra.

Rifiuto qualsiasi esecuzione fuori dalla legge – ha aggiunto Jalil – ma ho paura che qualcuno dei ribelli possa applicare la legge del taglione.

Speriamo di catturarlo vivo, così da poterlo sottoporre a un giusto processo, in modo che tutto il mondo possa vedere il più grande dittatore. Onestamente non so come lui possa difendersi da tutti i crimini che ha commesso contro il popolo libico e il resto del mondo.

La vera vittoria – ha concluso – ci sarà quando Gheddafi verrà catturato.

Lanuova Libia sarà diversa dal passato, sarà fondata sulla libertà, sull’uguaglianza e sulla fraternità (vive la France).

Mustafa Abdel Jalil, leader del Cnt (Consiglio Nazionale Transitorio)