La fabbrica dei gruppi parlamentari

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La prossima legislatura si annuncia come la più fertile in fatto di numerosità dei gruppi parlamentari. I cartelli elettorali che si presentano all’opinione pubblica come elementi unitari, addirittura in alcuni casi come nuovi alla politica, più che altro espressione della società civile e non della cosiddetta casta, sono dei meri riassemblaggi di micro-partiti personali e partiti reduci delle esperienze di centrodestra o di centrosinistra opportunamente ‘diluiti’. Rientrano in questa categoria sia Rivoluzione Civile di Ingroia, sia Scelta Civica di Mario Monti. Lo stesso PdL, per poter vincere nelle regioni chiave e imporre la legge del pareggio al Senato, sta imbarcando nelle proprie liste soggetti appartenenti a partiti di espressione locale nonché prettamente personalistici, come MPA di Lombardo o Grande Sud di Miccichè. Un altro fattore di instabilità nella formazione dei gruppi parlamentari lo potrebbe portare il Movimrnto 5 Stelle e la sua assenza di struttura e di organizzazione; gli editti del leader carismatico, qualora egli perseguiti a dettare una linea politica oramai pienamente destrorsa (e come collocare altrimenti le recenti dichiarazioni sul destino dei sindacati?), potrebbero aver l’effetto di ingrossare le file del Gruppo Misto o magari di facilitare la riorganizzazione dei fuoriusciti intorno alla persona di Giovanni Favia, forse eleggibile alla Camera. Ma procediamo con ordine.

1. L’impalpabilità dell’Agenda Monti

Basta osservare come il Professore è stato costretto a strutturare le liste elettorali di Scelta Civica per comprendere come i partiti dell’UDC e di FLI riusciranno egregiamente a sopravvivere all’ultima Legislatura e a regalarsi una nuova veste, addirittura – ed è il caso dell’UDC – a divenire terza gamba della maggioranza sghemba di Bersani e a strappare qualche sottosegretariato se non qualche ministero (dall’alto del suo 4%). Il CISE, il centro studi elettorali della LUISS, ha esaminato le liste di Scelta Civica nelle posizioni eleggibili e ha scoperto che i candidati scelti direttamente da Mario Monti non sono più di undici alla Camera e soltanto tre al Senato. Potremmo individuare in 22 deputati la pattuglia di fedelissimi del senatore (gli undici di cui sopra più il movimento ‘Terza Repubblica’ di Riccardi). Italia Futura, che non è un partito ma una fondazione, otterrebbe ben 21 deputati, mentre UDC e FLI, alla Camera, correranno con proprie liste, seppur in coalizione con il Professore. Per cui, ci si aspetterebbe di avere un gruppo parlamentare ‘Scelta Civica’, a sua volta suddiviso in montiani e riccardiani, un altro afferente a Montezemolo, Italia Futura, a cui vanno sommati gli eventuali gruppi parlamentari di UDC e FLI (il partito di Fini però rischia di non superare la soglia di sbarramento). Al Senato, il gruppo montiano è in inferiorità numerica, dovendo fare spazio ai candidati di UDC, FLI e Italia Futura. Montiani e riccardiani conterebbero di soli otto senatori, contro i sicuri 7 di UDC, eventualmente opzionabili a 9-10 grazie alle doppie candidature di Pierferdinando Casini, ai 3 di FLI, ai 5 di Italia Futura. Insomma, il famoso centrino diventerebbe ben presto una costellazione di partitini, chiaramente tutti degni di rimborso elettorale, anche in virtù dell’assenza di qualsiasi accordo politico post-elettorale. L’adesione al contenuto dell’Agenda Monti non è garanzia di nulla: all’indomani del voto. UDC, FLI e Italia Futura potrebbero volgere le spalle a Monti, avendo ottenuto ciò che cercavano, l’elezione. D’altro canto, Monti medesimo potrebbe consegnare i propri fedelissimi, in una sorta di scambio politico-numerico, della serie ‘ti consento di governare al Senato a patto che tu assumi l’Agenda o parte di essa come tuo programma di governo’, messaggio che il PD e Bersani sembrano aver recepito come dimostrerebbe la retromarcia sulla patrimoniale.

2. Rivoluzione Civile che delusione

Antonio Ingroia aveva condizionato la sua ‘ascesa’ al campo solo in conseguenza di un dietrofront dei partiti. voleva, l’ex pm di Palermo, organizzare la ‘riscossa’ della società civile. Ma l’operazione Ingroia è sembrata a molti come la mossa estrema di Di Pietro per far proseguire la vita a Italia dei Valori. Di Pietro ha lavorato dietro le quinte, chiamando a sé chi nel 2008 aveva contribuito ad escludere dal Parlamento (ricordate Veltroni che scelse Tonino e tagliò fuori dall’alleanza i residui della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti?), ovvero i Verdi e la Federazione della Sinistra, a sua volta un aggregato dei micro partiti di Rifondazione comunista e Comunisti Italiani, risultati di vecchie scissioni della sinistra ‘antagonista’ ai tempi del primo governo Prodi.

Il progetto di Ingroia è stato duramente ridimensionato. Le liste sono rinfoltite dall’IDV romano, dalla sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, che è ricollegabile al senatore Pedica, dai movimentisti viola, in primis Gianfranco Mascia, dal giornalista dell’Espresso e blogger Giglioli, anima della contestazione a Berlusconi nel 2009-2010. Ma ha dovuto pescare anche nell’IDV malato, quello dei Mariuccio, dei capibastone locali, e la cosa a quanto pare non è piaciuta. Se non lo avesse fatto, Ingroia avrebbe detto addio alla possibilità di ottenere qualche senatore. Senza gli impresentabilit dell’IDV in Campania o Molise niente superamento della soglia di sbarramento dell’8%. Che fare? La battaglia per le candidature è stata qualcosa di osceno: Di Pietro avrebbe fatto saltare Agnoletto in Lombardia. Salvatore Borsellino ha parlato chiaramente di lottizzazione partitica delle liste di Ingroia. Lo ha fatto anche in diretta televisiva durante il programma di Lucia Annunziata, giovedì scorso, lasciando Ingroia esterrefatto:

“Voterei Ingroia ad occhi chiusi, ma sto vedendo vecchi politici riciclarsi nelle sue liste e le mie agende rosse vengono penalizzate […] Dopo aver voluto il mio appoggio e la designazione dei ragazzi delle agende rosse per la candidatura con Rivolzione Civile ho visto i loro nomi finire in fondo alle liste senza possibilità di continuare la nostra lotta in Parlamento […] Non mi sono chiari i criteri con cui vengono stilate le liste. Temo che alcuni vecchi politici le stiano usando come paravento per ripresentarsi alle elezioni dopo che i loro partiti hanno perso di credibilità (Salvatore Borsellino, fanpage).

Prima di lui, hanno tolto l’appoggio a Ingroia sia il politologo Marco Revelli che l’ex magistrato Livio Pepino di ‘Cambiare si può’:

Ingroia ha due problemi di fronte, il primo è il rapporto con l’altra branca del movimento arancione, il gruppo di “Cambiare si può” dell’ex magistrato Livio Pepino, del sociologo Marco Revelli e del profesor Paul Ginsborg. Il movimento si è spaccato sulla scelta dell’alleanza con Idv, Rifondazione, Verdi e Pdci. I partiti non presentano simboli, l’unico è quello di Rivoluzione civile, ma candidano i segretari e dirigenti. “Cambiare si può” ha sottoposto a referendum la scelta lo scorso 31 dicembre. Risultato: su 13200 aventi diritto hanno votato per via telematica in 6908, e il 64,7% (4468) ha detto sì all’alleanza con la lista Ingroia. La conseguenza finale sono state le dimissioni di Chiara SassoLivio Pepino e Marco Revelli, dal vertice del movimento. “Il nostro mandato si è concluso e per quanto ci riguarda non è più rinnovabile” (Il Fatto Q, 5 Gennaio 2013).

In sostanza è chiaro anche ai muri che Rivoluzione Civile è un ‘cavallo di troia’ per IDV, Fds e Verdi, altrimenti privi di possibilità di entrare in parlamento. Non faranno altro che utilizzare il volto di Ingroia per evitare il giudizio degli elettori, in primis Di Pietro e IDV, distrutti dallo scandalo dei rimborsi elettorali. Per poi ovviamente separarsi il giorno dopo le elezioni e costituire alla Camera e al Senato ognuno il proprio personalissimo gruppo parlamentare.

3. Il partito liquido

Le parlamentarie del M5S hanno selezionato liste di giovani e di donne, scelti fra le fila del movimento, soprattutto di quella parte che ha fatto la storia del movimento. Ovvero personalità che difficilmente stanno tollerando la deriva accentratrice e destrorsa di Grillo. Potrebbe essere che Grillo stia seguendo una strategia suicida: che voglia cioè far precipitare il consenso verso i 5 Stelle al fine di ridimensionare le aspettative verso di loro. Più volte il comico ha detto che l’obiettivo era quello di inserire nelle istituzioni dei ‘cani da guardia’ del potere. Di spezzare la coltre di segretezza delle istituzioni. Ha rischiato di divenire il secondo partito italiano e di ottenere una rappresentanza parlamentare di più di cento fra deputati e senatori. Troppo per un movimento che non ha ancora chiare le regole della selezione dei candidati e per la deliberazione interna e che di fatto è rappresentato da un marchio che non possiede.

Ma se la vulgata grillesca continuerà sulla falsa riga della linea politica spiegata in questi giorni nel tour nelle città italiane, molto probabilmente i suoi futuri parlamentari diventeranno nervosi e inclini a smarcarsi dal comico. I distinguo e le dissociazioni non tarderanno ad arrivare. Con il risultato che il gruppo parlamentare del M5S si spezzetterà in più parti, determinando flussi di parlamentari imprevedibili da e verso la lista Ingroia o il centrodestra o Di Pietro.

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Politiche 2013, le tendenze del voto nei sondaggi

Ho raccolto i risultati dei sondaggi degli ultimi 30 giorni circa (periodo 10/12/12-02/01/13) in questa tabella:

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Ho determinato la percentuale della cosiddetta Lista Monti sommando le percentuali delle varie liste separate (UDC, Montezemolo alias Italia Futura o Liste Monti e Fli). Nel grafico, ho inserito sia la curva del PD che del Centrosinistra al completo. L’analisi è eseguita tramite curve di tendenza lineare: il Csx cresce se cresce il PD; Sel fornisce alla coalizione un apporto statico, ancora inferiore allo zoccolo duro che fu di Rifondazione comunista nel 1996 (8-10%). E’ interessante notare come l’agenzia SWG e Euromedia tendano a stimare il PD intorno al 30%, mentre tutti gli altri lo posizionano intorno al 33% (media PD:32.5%; senza SWG e Euromedia: 33.85%).

grafico_sondaggiLa Lista Monti risulta in crescita, ma la percentuale registrata da Piepoli (12%) non è dissimile dalla somma delle varie componenti e sottocomponenti come rilevate dai sondaggi precedenti, quando la decisione del Senatore di partecipare alle elezioni come candidato premier del ‘centrino’ era ancora di là da venire. La fotografia dei sondaggi rivela il calo del M5S, un calo consolidato almeno dal 19 dicembre, mentre sembra che il ritorno in campo di Berlusconi abbia ridato vigore al derelitto PdL. La Lega Nord è stabile: oscilla intorno al 5% ma senza un’allenza con il PdL, il Carroccio uscirà dalle politiche 2013 fortemente ridimensionato.

Nel grafico che segue ho cercato di raffiguarare l’effetto che la candidatura di Ingroia avrebbe avuto sulle liste oramai marginali di IDV e di Federazione della Sinistra. La somma di IDV+FDS confrontata con il risultato della Lista Ingroia (apprezzato sinora solo da Piepoli) risulta inferiore ma non di molto: l’ex pm di Palermo aggiungerebbe un magro 1.5% circa.

idv_sel_ingroiaI sondaggi sono stati ripresi dal sito www.sondaggipoliticoelettorali.it/

“Le #primarieparlamentari si faranno”

Lo dice Enrico Letta su Facebook:

letta

 

E così sono andato a leggerla, questa intervista. Da un lato, Letta riprende la sua personalissima idea (ma fino a che punto?) di fare un accordo post elettorale con l’Udc di Casini (che vi ricordo secondo recenti sondaggi vale un 3.8%). Dall’altro, spiega che le primarie per i parlamentari si faranno. E saranno primarie aperte. Quindi, quando voterete Letta, ricordatevi che è il primo sponsor della Santa Alleanza PD-Sel-Udc (con Monti o al Quirinale o molto più probabilmente al MEF).

Ora sarà più facile un`alleanza pre-elettorale con Casini e i “montiani”? «Non ho dubbi che faremo un governo insieme alle forze che sostengono Monti oggi. Che questo debba avvenire con un`alleanza con liste apparentate ora, o con un accordo dopo il voto, è da valutare. Non è una furbata perché Bersani ha chiesto i voti alle primarie su questa linea. Quindi è una scelta legata anche alle tecnicalità della legge elettorale. Oggettivamente questa situazione avvicina il Pd al cosiddetto “centro montiano”».

Si lavora a un listone unico con Sel per agevolare l`intesa con Casini? «Quella invece è una scelta politica, ma mi sembra non sia nelle cose. Valuteremo, ma credo abbia più senso andare al voto con liste distinte».

Farete in tempo a organizzare le primarie per la scelta dei parlamentari? «Le primarie si faranno sicuramente, perché si è deciso che si sarebbero fatte. E quelle del 25 novembre dimostrano quanto andare con uno schema aperto, dando fiducia ai nostri elettori, sia solo un vantaggio. Ne parleremo mercoledì prossimo e posso dire che saranno primarie aperte, non solo tra gli iscritti del partito» (http://www.enricoletta.it/press/ora-e-piu-vicina-unintesa-fra-il-pd-e-il-professore/).

Primarie Lombardia, Ambrosoli si candida a modo suo

Ambrosoli, a metà Ottobre, era il nome su cui tutto il centrosinistra si stava orientando per una candidatura forte alle elezioni regionali in Lombardia. Giuliano Pisapia aveva visto in lui quel “candidato moderato” – a suo parere – necessario alla coalizione PD-Sel per aggiudicarsi lo scranno al Pirellone. Dopo qualche giorno di riflessione, Ambrosoli rinunciò alla candidatura a causa del poco tempo per poter approntare un progetto politico all’altezza. Oggi, l’avvocato figlio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, ucciso su ordine del banchiere Michele Sindona l’11 luglio 1979, ha cambiato idea e si presenterà alle primarie di coalizione forte dell’appoggio di una lista civica e pure del PD.

Ecco la mia disponibilità per la Lombardia. Una frase molto in voga in queste ultime ore. Sarà forse l’euforia per la rielezione di Obama, ma la competizione lombarda sta scaldando i cuori di chi si vuol occupare della regione. Ricapitolando, si presenteranno la ginecologa Alessandra Kustermann, il consigliere socialista Roberto Biscardini, il giornalista Andrea di Stefano, il verde Enrico Fedrighini, Giulio Cavalli di Sel, Fabio Pizzul, consigliere regionale del PD, e quindi, in ultima istanza, Umberto Ambrosoli. Soltanto che Ambrosoli pone delle condizioni, come per gli armistizi:

ora è Ambrosoli a dettare le regole: niente primarie nel centrosinistra nel caso di una sua scesa in campo; una lista civica forte a sostegno del suo nome; mani libere nei confronti del partito e forse, dicono le indiscrezioni degli ambienti vicini a Palazzo Marino, la richiesta di una coalizione priva di Sel e Idv ma comprensiva dell’Udc […] L’assetto della coalizione cambierebbe totalmente, non ci sarebbe più Sel e Idv, e l’ago della bilancia non sarebbe più il Pd, il principale partito del centrosinistra, ma Ambrosoli stesso, che deciderebbe in solitudine nomi, ruoli e deleghe (Il Sole 24 Ore, 1 ora fa).

Non capisco. Sono queste le ragioni che hanno suggerito a Ambrosoli di rimandare la sua candidatura in Ottobre? Quando twittava le sue condizioni e metteva al punto b), “elaborare un programma concreto da proporre ai cittadini lombardi e intorno al quale impegnare una coalizione ampia e trasversale”, nella coalizione che lui immaginava c’era l’Udc? E quando scriveva al punto c), “condivisione con i partiti circa i metodi selettivi (estremamente rigidi e severi) dei candidati al Consiglio”, tali criteri devono essere stabiliti da lui e imposti ai partiti come scrive Il Sole 24 ore?

E’ vero, in termini di trasparenza e di democratizzazione nei partiti, da qui a metà Dicembre, non si riuscirà a fare molto. Ma dobbiamo accettare una dottrina Monti anche a livello regionale? Dobbiamo accettare che i partiti politici vengano sospesi o commissariati anziché riformati? Ripeto, magari l’articolo de Il Sole è pieno zeppo di informazioni non vere o sono io che non capisco. Vorrei che qualcuno mi dicesse, no sei in errore, Ambrosoli – che pure è un ottimo candidato e io ne sono certo – non accetterà mai una coalizione PD-Udc. Mai. Ambrosoli, no: lui ha un programma. Un’idea per la Lombardia.

Emilia-Romagna: anche i 5 Stelle pagano le interviste in Tv

Nella sostanza si tratta di contratti “regolari”: si firma, si fattura, ed è tutto in regola. Ma figuratevi, si parla di denaro pubblico impiegato per ottenere visibilità presso trasmissioni tv locali di emittenti quali 7Gold e ‘ètv’. Giovanni Favia, è scritto su alcuni siti web (link sulla foto), avrebbe “candidamente” rivelato di aver firmato uno di questi contratti. Presso 7Gold si devono pagare 200 euro per andare in trasmissione. Si capisce: 7Gold è una tv privata, dice il conduttore Dario Pataccini, e non riceve finanziamento pubblico (sarà vero?).

Così, parafrasando Favia, dal momento che l’informazione non è libera, la paghiamo affinché sia ancor meno libera. E’ proprio questo il punto focale del problema: la tv dovrebbe esser libera di non intervistare i 5 Stelle, invece li intervista e si fa pagare. Pertanto qualsiasi intento critico di tale presunta informazione viene meno. Non ci sarà mai nessun Pataccini che, intervistando un 5 Stelle, o un PdL o un UDC, o un SeL – perché così fan tutti, meno che quelli del PD, a quanto pare- gli farà mai una domanda. Dal momento in cui il politico paga lo spazio televisivo, quest’ultimo si trasforma da informazione a pubblicità del prodotto politico. E la pubblicità è notoriamente acritica, veicola messaggi preconfezionati, tende a procedere per slogan e ad ignorare la realtà.

E’ secondario che a tal scopo siano impiegati i denari dei gruppi consiliari. I 5 Stelle si difendono dicendo che è tutto trasparente, basta controllare sul loro sito. Infatti, nel bilancio 2011, compaiono ben due voci del tipo “Pubblicazioni” denominate “Acquisti spazi su Punto Radio e Rete 7” per una somma complessiva di euro 2223.50. Pochi denari e messi in chiaro. Quel che non è chiaro è la linea politica: da un lato si afferma che la tv è il diavolo, che i 5 Stelle non devono andare in televisione, pena la scomunica del duo Grillo-Casaleggio. Poi si firmano contratti per ottenere spazi pubblicitari veri e propri nelle tv locali. “Il problema sono i talk show nazionali, dove non riesci ad esprimere un concetto, condotti ad arte per disinformare”. Favia preferisce al contraddittorio la possibilità di un mini comizio in tv, senza le fastidiose interruzioni dei giornalisti. In questo aspetto è pienamente allineato con Grillo.

Ma la domanda delle domande è la seguente: che fine ha fatto la presunta superiorità del Web? Il 5 Stelle era un movimento che si sviscerava dalla interazione online più che dalla pubblicistica a pagamento. A questo punto, per i 5 Stelle dell’Emilia-Romagna, il web è un media come un altro, esattamente come per i partiti della vecchia Casta. In quest’ottica, esiste un solo modello informativo unidirezionale, che dai 5 Stelle procede verso gli utenti-elettori, e non viceversa. Già da questi aspetti si deduce che l’orizzontalità è smarrita e il “bisogno” di gerarchia e burocratizzazione si affaccia anche su questa nuova- nuovissima – organizzazione politica.

Vendola nella tela del ragno

Di certo è che la giornata politica di oggi è fra le prime dieci in assoluto per il vuoto di contenuti che ha saputo offrire. Stamane Repubblica.it e altri (La Stampa, Corriere.it e via discorrendo) hanno titolato in homepage della Svolta di Vendola. Vendola apre all’UDC in una alleanza a tre con il Partito Democratico. Vendola scarica di Pietro. Eccetera.

Le smentite non si sono fatte attendere: non è vero, nessuna svolta. Nessuna apertura. Colpa dei giornali che titolano a caso. Un vecchio refrain. La smentita. Poi seguita dalla dichiarazione che ammorbidisce e precisa: non vogliamo subire veti, ergo non poniamo veti. Commentare queste scenette è veramente avvilente, ma non c’è scelta. La politica che abbiamo vissuto per diciassette anni è stata fatta così. Nessuna attenzione per il reale. Nessuna idea da mettere al servizio del reale. Nessun candidato reale. Solo pantomime. Drammi personali. Piccoli sotterfugi. Incontri al vertice che hanno il solo scopo di suddividere fette di cariche onorifiche del governo prossimo venturo.

Il paradosso è che questa Santa Alleanza ci è stata propinata sin dalle primarie del 2009, quelle che hanno eletto Bersani segretario, un progetto che viene perseguito scientemente, senza remore, senza considerare il reale, quel reale che sfugge anche alla cognizione di chi nel palazzo romano non siede da molti anni, come i vendoliani di Sel. Vendola non sa quali siano le trame. E se le conosce, allora le condivide pienamente. Pensano al compromesso storico rimirandosi in uno specchio distorto, Bersani e Casini. Sanno che è impossibile affrontare il dopo-le-urne con un profilo politico internazionale così debole. Bersani presidente del Consiglio è unfit to lead esattamente come quell’altro. L’architrave del prossimo governo lo metterà per prima Washington. Le elezioni italiane a Novembre sono tecnicamente impossibili. Prima gli USA. Prima Obama (Romney si sta autodistruggendo a ritmo di gaffes internazionali). Poi l’Italia. L’arco dell’Alleanza verrà edificato sulla sponda UDC per permettere la continuità del ‘progetto Monti’. Monti proseguirà il ruolo di tecnico assumendo la guida del MEF con il governo Bersani, alla maniera di Ciampi nel 1996 (primo governo Prodi). E’ tutto chiaro, fin da ora. Solo così riusciremo a finanziare il nostro debito. Altrimenti il governo Bersani sarà il governo del dissesto e della fine dell’Euro.

Agguato a #Musy: ipotesi terrorismo?

Alberto Musy è il leader torinese del Terzo Polo. E’ stato candidato sindaco alle elezioni amministrative di Torino del 2011. E’ un avvocato, docente di diritto comparato all’Università del Piemonte orientale, lavora presso Exor, una delle principali società d’investimento europee, controllata dalla Famiglia Agnelli. Liberale e cattolico, per sua stessa ammissione.

Stamane, fra le otto e le otto e trenta è stato raggiunto da tre/quattro colpi di pistola, sparati nel portone della casa dove vive da un uomo dal capo coperto con un casco integrale e vestito con un impermeabile anonimo. L’attentatore era nascosto nell’androne della scala e, una volta sorpreso dallo stesso Musy mentre si nascondeva accovacciato in un angolo, gli ha scaricato addosso i colpi di una calibro 38. Musy era rientrato eccezionalmente a casa dopo aver accompagnato a scuola le figlie.

Secondo una ricostruzione de La Stampa, Musy avrebbe sceso delle scale e ricevuto il primo colpo pistola, poi ha tentato di scappare. Ci sono testimonianze di alcuni abitanti del palazzo che hanno udito sparare i colpi “in cortile”.

Così Mario Calabresi, direttore de La Stampa, su twitter: “un professore colpito sotto casa è il film peggiore del Paese e fa grande angoscia”. Qualcuno parla di terrorismo, qualcuno mette in relazione l’impiego alla Exor, quindi il legame professionale con la famiglia Agnelli, quindi – per la proprietà transitiva – colpire lui equivale a colpire dentro Fiat. Qualcun altro suggerisce una somiglianza fra l’attentato a Musy e quello a Marco Biagi, di cui ricorreva l’anniversario qualche giorno fa. Ma non esiste alcuna correlazione politica né ideologica fra i due personaggi.

L’attentato avviene in un clima politico arroventato dalla trattativa sulla riforma del mercato del lavoro, proprio ieri giunta al bivio e all’abbandono da parte del governo Monti della concertazione come modello di relazione con le parti sociali. E’ avventato suggerire delle connessioni fra questo avvenimento e la rottura CGIL/Governo. E’ altresì avventato parlare di ritorno del terrorismo. Musy è un avvocato fallimentare. Possibile che la mano che ha sparato abbia tutt’altra provenienza.

(in aggiornamento)