UK fuori dall’Europa: Obama in aiuto di Cameron

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Abbandonato dai suoi ministri, specie da Gove e da Hammond, rispettivamente al Dicastero dell’Istruzione e della Difesa, i quali hanno dichiarato giorni fa di esser pronti a votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, David Cameron trova un inaspettato sostegno da parte di Barack Obama. Il Presidente americano ha affermato, durante la conferenza stampa a margine della visita di Cameron a Washington, che il Regno Unito compirebbe un grave errore a indire il referendum per l’uscita dall’Unione ancor prima di rinegoziare la propria partecipazione.

Cameron ha definito un piano di negoziazioni con Bruxelles, un piano che dovrebbe essere messo in opera dopo le elezioni, e una consultazione referendaria entro il 2017, sempre se Cameron dovesse ancora governare. Ma è chiaro che la batosta subita dai Tories alle recenti amministrative e il contemporaneo successo degli antieuropeisti di Nigel Farage, hanno accelerato il suo declino in seno al partito conservatore. Si prevede che il premier non verrà ricandidato. Al suo posto potrebbero avere qualche possibilità il sindaco di Londra Boris Johnson e il medesimo Michael Gove. Entrambi potrebbero cavalcare l’onda anti Europa adottando il linguaggio neo nazionalista di Farage.

Cameron ha detto: “C’è una buona ragione per cui domani non ci sarà un referendum – sarebbe dare al pubblico britannico, credo, una scelta del tutto sbagliata tra lo status quo e l’abbandono dell’UE, che non credo sia accettabile. Voglio vedere cambiare l’Unione europea, voglio vedere quale rapporto può avere la Gran Bretagna con il cambiamento e il miglioramento nell’Unione europea”.

Cameron ha anche affermato che il futuro a lungo termine del Regno Unito è all’interno dell’Unione Europea. Obama ha espresso le sue preoccupazioni circa gli eventuali negoziati per un nuovo accordo commerciale fra UE ed USA da prepararsi al prossimo G8. Obama ha interesse che il Regno Unito rimanga all’interno dell’Unione al fine di influenzarne la politica commerciale. Gli USA hanno necessità di ottenere accordi commerciali vantaggiosi con l’UE. Senza l’influenza di Londra, Washington ha strada sbarrata.

Va da sé che la mossa di Gove ha innescato una corsa a chi la spara più grossa sulle ‘colpe’ di Bruxelles. Il popolare sindaco di Londra, Johnson, ha utilizzato il suo spazio sul Daily Telegraph per ricordare agli elettori dei Tories, ma anche e soprattutto a quelli dell’Ukip (il partito di Nigel Farage) che “tutti i nostri mali non nascono a Bruxelles”. Scrive a lettere capitali, Johnson: una abitudine demagogica, fanno notare sul Guardian:

MOST OF OUR PROBLEMS ARE NOT CAUSED BY “BWUSSELS” BUT BY CHRONIC BRITISH SHORT-TERMISM, INADEQUATE MANAGEMENT, SLOTH, LOW SKILLS, A CULTURE OF EASY GRATIFICATION AND UNDER-INVESTMENT IN HUMAN AND PHYSICAL CAPITAL AND INFRASTRUCTURE.

Insomma, un attacco frontale a Gove che il ministro ora dovrà controbattere e che potrebbe non esser così gradito agli inglesi medesimi. Suo malgrado, BoJo – questo il suo soprannome – rischia di vedersi affibbiata l’etichetta del leader del blocco pro-europeo nella guerra fratricida dei Tories.

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Il caso Ungheria e l’irriducibile questione della sovranità nazionale

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Da un lato abbiamo gli ‘gnomi’ della BCE, la Trojka, la dittatura dello spread. Sulla base di teoremi e della fede nella tecnica finanziaria, a Francoforte o a Bruxelles si decidono politiche all’olio di ricino per le disastrate economie dei paesi del sud Europa.

Questo capoverso è forse solo una delle possibili narrazioni della realtà. Una narrazione che collide con quanto dell’Unione Europea s’è detto negli anni. La Comunità Economica come motore della sempre maggiore integrazione dei popoli. L’Unione Europea nobel per la Pace. La Pace che, nonostante tutto, ci ha regalato dal 1957 a oggi. No, oggi l’Unione è quel mostro burocratico che ci condanna alla crisi economica, che ci costringe a tassazioni esagerate, che fa crescere la disoccupazione con la sua austerità e ricette di riduzione del debito pubblico che ucciderebbero una tigre asiatica (si fa per dire).

Ma poi, a disturbare questo quadretto, arriva il premier ungherese Viktor Orban, noto per la sua scarsa dimestichezza con le regole della democrazia rappresentativa e soprattutto poco tollerante dello stato di diritto e della suddivisione del poteri. L’Ungheria è dal 2004 parte dell’Unione Europea; dal 2007 di Schengen. La scorsa settimana Orban, con un decreto, ha nominato Gyorgy Matolcsy, il discusso ministro dell’Economia autore di una serie di politiche “non ortodosse”, successore dell’inviso Andras Simor alla carica di governatore della Banca nazionale d’Ungheria. Cosa succederà d’ora in poi? Qualcosa che a Francoforte non possono tollerare e che il Consiglio molto probabilmente impiegherà per avviare una procedura per violazione dei trattati, anche se Budapest non fa parte dell’area Euro. La Banca Nazionale Ungherese comprerà i Titoli di Stato. Ovvero, non ci sarà più separazione fra il Tesoro e la Banca Centrale, elemento considerato imprescindibile nella cultura finanziaria dell’Unione Europea. In sostanza, Orban mette mano sulla politica monetaria del suo paese, da un lato. Dall’altro, ha avviato una riforma della Costituzione che esautora la Corte Costituzionale. Ha messo fuorilegge il vecchio Partito Comunista, aprendo la strada per i processi politici. Verso l’esterno, rivendica la preminenza della sovranità nazionale rispetto alle Relazioni Internazionali come derivanti dai Trattati; all’interno, restringe le libertà civili (il governo potrà sospendere la libertà di espressione), cancella la separazione dei poteri annientando di fatto lo stato di diritto. E’ sempre lui, il Leviatano, il potentissimo Uomo composto di tanti uomini, il mostro politico che sussume in sé tutto lo scibile e non ammette eccezioni. La sovranità nazionale che pretende di essere assoluta doveva essere scomparsa, sepolta sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale. L’Unione Europea era la soluzione funzionalista che provvedeva, tramite un sistema di multigovernance, alla sorveglianza incrociata fra i paesi membri. Ma oggi, al minimo della sua credibilità, potranno le sue debolissime istituzioni fermare il ritorno della rivendicazione nazionalistica?

Verso la super Commissione Europea

In una riunione a Varsavia, lo scorso lunedì, undici ministri degli esteri di paesi appartenenti all’Unione hanno firmato un accordo per riformare il governo dell’Europa passando attraverso la riduzione del numero dei commissari, la elezione diretta del presidente della Commissione e attribuendo maggiori poteri al Parlamento.

Al meeting erano presenti i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, ovvero i sei paesi fondatori, più Spagna, Portogallo, Polonia e Danimarca (le ultime due non fanno parte dell’area Euro). Del gruppo non fanno parte né la Gran Bretagna, nè la Grecia. A questa lista di proposte vanno aggiunte quelle formulate dal (vacuo) presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, il quale ha annunciato giovedì scorso la volontà di proporre al vertice di ottobre la possibilità di creare un bilancio unico per la zona euro e la gestione condivisa di un debito “limitato” al fine di rafforzare l’unione economica e monetaria.

Sia chiaro, si tratta di proposte pienamente auspicabili per il futuro dell’Unione, ma il fatto che vengano formulate in un ambito relazionale di stampo confederativo – il consesso dei ministri degli Esteri degli Stati Nazionali Europei – e non nel Parlamento Europeo o nei parlamenti nazionali, è il chiaro sintomo di una integrazione guidata dall’alto e non motivata davanti all’opinione pubblica europea, che così non ha nemmeno l’opportunità di manifestarsi nel mondo. Il cosiddetto “gruppo di riflessione” che si è riunito a Varsavia, altri non è se non il club di Berlino, una sorta di gruppo di volenterosi, impegnato a costruire i meccanismi della futura Europa Federale, un ou topos a lungo teorizzato e immaginato dai filosofi e politologi impegnati a trovare soluzioni tecniche e organizzative per fermare le guerre dei Cento e dei Trenta Anni e quindi le guerre mondiali.

Il gruppo di riflessione trasmetterà la sua relazione finale a Van Rompuy, al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, e ai parlamenti nazionali dell’UE. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikroski liquidò pochi mesi fa tutti gli allarmi su Berlino con una frase sibillina: “Temo la potenza tedesca meno di quanto cominci a temerne la passività”. Ieri ha detto che chiederà al Club Berlino una maggiore integrazione politica. “Abbiamo bisogno di portare più trasparenza e democrazia per le nostre istituzioni in risposta alla mancanza di fiducia che si può vedere oggi in Europa”. Fonti del ministero degli Esteri spagnolo ha sottolineato che la proposta prevede anche il miglioramento meccanismi decisionali dei Ventisette: maggioranza qualificata anziché unanimità. Con una sola eccezione: i successivi allargamenti dell’Unione.

(Articolo in parte tratto da @el_pais).

Mario Monti vs. Germania / Le frasi della discordia

La frase della discordia Mario Monti la pronuncia in un contesto di critica più ampia. Sebbene i giornali tedeschi si siano soffermati sulla sua strana idea di democrazia – i parlamenti nazionali “da educare”, che rischiano di costituire un freno all’integrazione europea – nelle frasi di Monti c’è dell’altro. La sua intervista a Der Spiegel si presta a letture su più livelli.

Innanzitutto Monti parla a Berlino e alla Corte Federale Tedesca, la quale deve pronunciarsi a Settembre sulla liceità costituzionale del Trattato MES. Ebbene, il giudizio di legittimità è tutt’altro che scontato. Il ricorso è stato presentato, fra gli altri, dal partito di sinistra Linke, timoroso che, dovendo finanziare il MES, i tedeschi siano costretti a fare a meno di parte dei loro diritti sociali. La sinistra tedesca è molto premurosa con i lavoratori e i cittadini tedeschi; si cura meno, molto meno, della sorte dei diritti sociali nei paesi del sud Europa, Italia compresa, distrutti non già dalla crisi bensì dai Memorandum of Understanding e dalle richieste della Trojka che il governo tedesco impone in sede europea come strumenti di controllo e di coercizione sui provvedimenti finanziari dei paesi sottoposti a tutela.

Monti avvisa che “nel corso dei negoziati tra governi Ue può rivelarsi necessaria una certa flessibilità” fra i medesimi governi e i parlamenti nazionali. Questa flessibilità è da intendersi nel senso di una generale acquiescenza dell’operato dei governi in sede di Consiglio. Significa che trattati come quello del MES(1), aventi una caratura di provvedimento emergenziale, non dovrebbero essere ostacolati dagli “interessi particolari” dei lavoratori tedeschi o di qualsivoglia altro paese. Il bene supremo che si vuol tutelare è la sopravvivenza della casa comune europea, quindi anche la sopravvivenza degli stessi lavoratori tedeschi. Il problema è insito in questa frase, si nasconde in essa: i falchi del bastone della Trojka non riescono a considerare l’Europa e gli Europei nel loro insieme, ma sono ottenebrati dalla visione nazionalistica, particolaristica del continente. In quest’ottica non ci sono cittadini europei, bensì cittadini tedeschi e italiani ciascuno divisi e relegati nei loro ambiti locali, non in relazione fra di loro ma isolati in una categoria che li rende responsabili solo verso sé stessi e non del destino altrui. Si chiama “incapacità di una visione sistemica” della crisi (cfr. M. Seminerio). La crisi del debito ha mostrato nuovamente che i destini dei popoli europei sono intrecciati come tele di ragno e se un solo filo della tela si spezza, precipitiamo tutti in un vortice di distruzione. Ciò che manca, e che Monti non ha detto ma che risulta implicito nelle sue parole, è una vera e propria cultura della solidarietà fra i popoli europei. Monti parla di ostilità antitedesca, ma è proprio questo che vuol dire.

In secondo luogo, nell’intervista allo Spiegel ci sono parole ancor più vere che i giornali tedeschi hanno (volutamente?) ignorato. Quando Monti dice che la Germania sta guadagnando dalla crisi del debito, dice una sacrosanta verità. I tassi del bund tedesco a breve termine sono negativi. Ciò può essere inteso come una forma di sussidio nascosta. La crisi del debito in Germania è intesa come un premio per la bontà delle riforme tedesche di dieci anni fa. Loro hanno fatto i sacrifici a tempo debito, ora tocca agli altri, a chi non ha fatto “i compiti a casa”. I “cattivi alunni”, i somari del sud, devono essere sculacciati. Questa visione moralistica fraintende il premio che la Germania “riceve” grazie alla crisi. Essi sono semplicemente beneficiari della speculazione sul destino dell’euro. I mercati, quando comprano Bund, scommettono su un ritorno del Marco tedesco. Si cautelano da una eventuale dissoluzione dell’unione monetaria. Non significa che i tedeschi sono i più bravi. Forse sanno di non esserlo e a loro volta speculano su questo fraintendimento, cercando di ampliare il più possibile questo periodo di tassi sottozero. Così facendo però, mettono fuori dal mercato del debito tutti quei paesi strutturalmente (e politicamente) più deboli, come l’Italia. Hanno trasformato il “libero” mercato del debito (se mai è esistito) in un terribile oligopolio. In altri settori, l’Unione Europea sarebbe intervenuta con provvedimenti legislativi o giudiziari per smontare questa posizione di predominio.

(1) Lungi da me dal sostenere che il Trattato MES sia democratico. Esso è fortemente antidemocratico. Ma il MES è una struttura finanziaria, risponde a impellenti esigenze dei mercati di saper se l’Europa è in grado di fornire risposte in termini di capacità di tamponare la crisi del debito, non è una struttura di governo. Dovrebbe anzi avere la forma di uno strumento che i governi riuniti nell’Eurogruppo usano per bilanciare il mercato del debito e quindi difendersi da crisi di solvibilità.

FAZ.net: la strana idea di democrazia di Mario Monti

Sulla stampa tedesca le parole di Mario Monti, intervistato dallo Spiegel, rimbalzano come palline di gomma e forse hanno creato il fastidio che dovevano creare. Nell’intervista, Monti ha osservato che la crisi del debito è certamente un fattore di blocco per i paesi del sud Europa, che devono rifinanziarsi sui mercati ad un più alto prezzo e al contempo operare tagli e aumentare le tasse alimentando la spirale depressiva, mentre i paesi del nocciolo del Nord, Germania, Olanda, Finlandia, stanno beneficiando di tassi di interesse negativi: di fatto ricevono una sorta di sovvenzione. In merito, posso segnalarvi una interessante riflessione di Mario Seminerio su Phastidio.net: “esiste un errore di lettura di quanto sta accadendo in Eurozona in questi mesi e settimane, è quello che vuole che i rendimenti dei debiti sovrani siano rappresentativi di “premi” e “sanzioni” per comportamenti “viziosi” e “virtuosi” dei singoli paesi”. Detto in sintesi, la posizione del bund tedesco è una posizione di predominio, un vero e proprio trust; ha sbilanciato il mercato del debito e sta mettendo fuori gioco tutti i paesi ‘avversari’. Se ci pensate bene, il teatro dove ciò avviene è il mercato unico, il luogo dove ognuno dovrebbe avere pari opportunità. Invece c’è un paese che “guadagna” dalla crisi altrui. Il mercato unico non può che uscirne a pezzi, da questa crisi. L’interdipendenza fra i paesi è evidente e imprescindibile: pensare che la Germania possa continuare a godere dei tassi negativi è follia. La Germania non è “sola”. Attribuire allo Spread un valore etico è sciocco. E’ interesse della Germania che l’Italia, la Spagna, e persino la Grecia, possano tornare a finanziarsi sui mercati senza problemi. Non comprendere questo, significa negare l’esistenza di un qualsivoglia sistema economico europeo.

Ecco appunto che è necessario per i giornali tedeschi, e in particolar modo per la FAZ, bibbia della city di Francoforte e soprattutto voce dei falchi della Bundesbank, prendere posizione contro il “tracotante” Mario Monti. Così Werner Mussler inizialmente concorda con le parole del “sobrio e preciso” Monti, secondo il quale l’Euro rischia di essere un fattore di “disgregazione psicologica” dell’Unione Europea, però poi si dice “sorpreso” per le ricette del Professore contro la crisi. Sorpreso del fatto che Monti suggerisce all’Europa di migliorare la comunicazione delle decisioni sull’euro, “proprio Monti che ha rovinato l’accordo secondo cui il solo Van Rompuy possa parlare in pubblico delle decisioni dell’Eurogruppo” quando quella volta, quella dell’accordo di Bruxelles e della celebratissima (dai giornali italiani) vittoria di Mario, comparì nottetempo annunciando il risultato favorevole all’Italia del vertice. Grazie a quelle dichiarazioni estemporanee, Monti mise il cappello sull’accordo di Bruxelles, lasciando intendere di aver piegato le resistenze di Berlino sullo scudo anti-spread, resistenze che invece sono ancora tutte lì ed operano contro Draghi e il nuovo futuro – futuribile – Quantitative Easing della BCE.

Mussler ricorda anche che Monti si pregia all’estero di aver “educato” il riottoso Parlamento italiano. Esclama Mussler: che strana idea di democrazia ha il Professore! Davvero la rottura dell’Europa sarebbe più vicina se le decisioni sull’euro fossero lasciate ai soli Parlamenti? C’è quindi qualcuno che vuol salvare la moneta unica a qualsiasi costo, qualsiasi siano i danni collaterali, anche la privazione dei diritti dei parlamenti nazionali. Monti ha appena dato alla Corte Federale tedesca una ragione in più per credere alla incostituzionalità del Trattato ESM. Mussler ricorda che solo la via indicata da Jurgen Habermas, quella della unione politica, è adeguata a superare la crisi. Ma in questo aspetto i tedeschi somigliano molto ai politici italiani quando trattano sulla riforma della legge elettorale: prima pensano a cosa non vogliono, poi fissano nell’agenda politica l’obiettivo di una riforma radicale che anziché interessare la sola legge elettorale punta a modificare persino la forma di stato del paese. Un progetto irrealizzabile, sicuramente a breve termine, quindi ininfluente per risolvere i guai di oggi. Così l’idea tedesca di una unione federale europea. Serve solo ad evitare di coinvolgere il proprio paese nei salvataggi, a mantenere lo status quo dei bund a tassi negativi e dell’inflazione quasi a zero (il 2,5% è importato dai prodotti petroliferi). Serve a creare una narrazione artificiosa di sé, del proprio governo, come autenticamente europeista, quando invece si è portatori dell’interesse particolare della propria nazione.

Trattato MES, le contestazioni della Germania

Articolo parzialmente estratto da: http://www.faz.net/aktuell/wirtschaft/europas-schuldenkrise/schuldenkrise-retten-ohne-ende-11832561.html

La Corte costituzionale federale tedesca deve pronunciarsi sui ricorsi contro il meccanismo europeo di stabilità (ESM), il salva-stati permanente. Un articolo pubblicato sulla FAZ ne elenca gli aspetti occulti, anche se il testo del MES è pubblico ed è facilmente reperibile in rete. Scrivono sulla FAZ che questa ambiguità di fondo è strettamente derivata dalla natura medesima del Trattato MES, che ricorda, nella stampa a caratteri piccoli e nei formalismi da studio legale anglosassone, taluni prodotti finanziari, con alcune parti in grassetto, per catturare la vista, ed altre disposizioni egualmente cogenti relegate ai paragrafi subordinati.

Davvero, si domandano sulla FAZ, la responsabilità della Germania è limitata ai 190 miliardi di euro? Il Ministro delle Finanze non si stancherà mai di sottolineare questo limite, ma la sua affermazione non troverebbe sostegno in quanto scritto nel trattato. In particolare, all’articolo 8, paragrafo 5, si parla della responsabilità limitata non al capitale, che ammonta a 700 miliardi di euro, ma al “prezzo di emissione del capitale”. Questo è estremamente importante, perché il consiglio dei governatori può decidere che il prezzo di emissione superi il valore nominale (cfr. articolo 8, comma 2). Ad esempio, “raddoppiando il tasso di emissione del MES, potrebbe aumentare la quota di responsabilità a quasi € 1400 miliardi, senza la necessità di una modifica del trattato e nemmeno di un aumento di capitale”.

Art. 8 comma 2

E’ abbastanza chiaro l’ultimo capoverso: “le altre quote sono emesse alla pari, salvo se in particolari circostanze il consiglio dei governatori decida di emetterle a differenti condizioni“. Questa è la classica clausola capestro che permette all’organizzazione finanziaria di modificare i termini di un contratto senza per questo doverlo ridiscutere con il contraente. Tipico dei Banksters.

I tedeschi hanno il timore, stando alla insolvenza della Grecia, alla condizione di pregiudizialità delle finanze del Portogallo, dell’Irlanda e oggi pure della Spagna, che la propria quota di capitale da versare per rendere solvibile il MES sia sempre e costantemente più alta rispetto a quanto pattuito. Infatti, il meccanismo di finanziamento del MES prevede che se uno stato membro non versa la propria quota di capitale, la medesima debba essere ripartita fra gli altri paesi partecipanti.

I timori sono fondati sulla presunta ambiguità insita nel disposto coordinato dell’articolo 9, commi 2 e 3, e dell’articolo 25, comma 2:

Articolo 9 comma 2

Articolo 9 comma 3

Articolo 25 comma 2

Grazie ai contributi aggiuntivi, l’onere per la Germania potrebbe aumentare ben oltre i 190 miliardi di euro indicati come limite nella parte iniziale del testo. L’aver “relegato” all’articolo 25 la clausola che rende il MES un fondo senza limiti, estensibile all’infinito, fa nascere il sospetto che nel trattato si celi l’inganno. Perché non mettere in chiaro che l’esposizione tedesca, così come quella di qualsiasi altro paese “solvibile”, può essere estesa a piacere, senza che i medesimi paesi siamo chiamati a discuterne?

Per giorni, l’opinione pubblica tedesca e il Parlamento sono stati intrattenuti a dibattere intorno alla questione se dare o meno al MES una licenza bancaria. Ma all’articolo 32, paragrafo 9, l’ESM viene esentato da qualsiasi obbligo di regolamentazione e di concessione di licenza in qualità di istituto finanziario. La licenza bancaria non è pertanto necessaria, e ciò è scritto palesemente.

Inoltre, l’articolo 21 attribuisce al MES la facoltà di finanziarsi anche sul mercato secondario, attraverso emissioni obbligazionarie sui mercati dei capitali. L’ipocrisia del non usare la parola “Euro Bonds” è evidente a chiunque, poiché tutti gli Stati membri sono responsabili in solido per le emissioni obbligazionarie del MES. L’affermazione della Cancelliera federale, Frau Merkel, gli Euro Bonds non verranno mai fatti almeno finché vivrò, contrasta stranamente con quanto emerge all’evidenza di chi legge il testo del Trattato MES.

Il MES si prefigura come uno strumento emergenziale. I parlamenti nazionali sono esautorati in quanto un eventuale loro intervento in forma di controllo o di preventiva approvazione delle deliberazioni del suo ‘Board’, renderebbero il sistema decisionale alquanto inefficace. Stesso discorso vale per il Parlamento Europeo. Ne consegue che sul MES non vi è alcun bilanciamento dei poteri, elemento imprescindibile di un sistema istituzionale democratico. Nessuno controlla il MES. Il Board del MES decide sulla base di emergenze e su richiesta dello Stato membro in difficoltà.  I membri del MES sono soggetti a immunità e le loro azioni sono coperte dal segreto (artt. 34-35):

Le camere e gli archivi sono inviolabili, tutte le attività del MES sono escluse dal controllo amministrativo, giudiziario o legislativo (articolo 32). Secondo la FAZ, viene così favorita l’insorgenza di un sistema finanziario/politico fortemente corrotto.

Abbiamo lasciato ai tedeschi la responsabilità storica di bocciare il Trattato MES come incostituzionale, condannandoli alla sentenza del “popolo che ha ucciso la Moneta Unica”. Ne pagheremo le durissime conseguenze.

https://yespolitical.files.wordpress.com/2012/06/trattato_mes.pdf

Il Fondo Salva-Stati EFSF è senza un quattrino

Il Fondo Salva-Stati EFSF – presto forse ESM – è vuoto. Vuoto. Il panico dei mercati è forse causato da questo fatto. Alcuni traders avrebbero monitorato i flussi in ingresso e in uscita dal Fondo e hanno convenuto che vi siano “in cassa” circa 15 miliardi di euro. Una cifra ridicola rispetto ai capitali che dovrebbero essere mobilitati per salvare uno Stato come la Spagna o l’Italia. Scrivono i tecnici del Sole 24 Ore che questi 15 miliardi rappresentano una sorta di ciambella di salvataggio, un “buffer”, una liquidità d’emergenza da impegnare presso la BCE per ottenere l’intervento sui mercati con funzione anti-Spread. Ma quindici miliardi bastano a malapena per sostenere i Bonos spagnoli per due/tre settimane. Dopodiché? Il dopo è una opzione che nessuno è in grado di valutare.

Intanto il bailout per salvare il sistema bancario spagnolo – pari a 30 miliardi di EFSF bond – non è ancora pronto e forse lo sarà a fine mese. Potete bene comprendere che EFSF deve finanziarsi anch’esso sul mercato, non fa shopping direttamente ed esclusivamente presso la BCE. Il buffer è un cuscinetto di sicurezza che garantisce Grecia, Portogallo e Irlanda. Se venisse dirottato presso le banche spagnole, o peggio verso i Bonos, automaticamente la speculazione prenderebbe la direzione nota di Atene. EFSF non può finanziarsi a botte di 20 miliardi a settimana. A malapena ne ha racimolati 6 durante l’asta del 10 luglio scorso, l’ultima, scrivono sul Sole 24 Ore.

Per queste ragioni, presto diremo addio sia al EFSF che al ESM o MES. Entrambi verranno modificati radicalmente. Al momento attuale non servono, sono costruzioni vuote e i mercati lo sanno. Da due anni sono continuamente ingannati da Bruxelles e dalla corte di politicanti europei. Il tempo per soluzioni tampone è finito. Il mese di Agosto è l’occasione buona per i mercati per mandare un messaggio chiaro e limpido a Berlino, a Parigi, a Roma, a Madrid. Molti penseranno a un atto di guerra dei mercati, o dei massoni, o della Trilaterale, o degli Illuminati. Niente di tutto ciò: ci sono precise responsabilità politiche (a Berlino, a Parigi, a Roma, a Madrid). E se non si investe nuovamente in una Unione Europea, l’euro come moneta senza stato è destinato ad essere distrutto dai mercati medesimi. Essi non possono tollerare questa incertezza sul futuro politico del continente. Nessuno ha intenzione di investire in Europa, se l’Europa è destinata alla decadenza.

Detto questo, una volta legittimata nuovamente la costruzione europea, se mai verrà fatto, i mercati devono essere ripuliti dal marciume. Non ci sono alternative: sono le banche ad aver causato il disastro, a volte anche attivamente suggerendo le tecniche per truccare i bilanci pubblici, o riempiendoli di derivati. Ci  sono tre riforme che attendono. Separare le banche commerciali da quelle di investimento. Assoggettare le agenzie di rating non ai titolari dei titoli ma agli investitori. Rompere l’egemonia americana nel sistema del Rating e nel FMI. Tre piccole riforme che però nessun “tecnico” si è ancora sognato di proporre.