Grecia, sangue in piazza Syntagma

ACTA, i segreti e le bugie

Ieri, mentre i giornali italiani erano intenti a osservare la novità della nevicata a Roma, in centinaia di città in tutta Europa si svolgevano manifestazioni contro ACTA, l’accordo commerciale anti contraffazione che l’Unione Europea ha firmato e che si appresta a adottare senza la benché minima discussione pubblica. E guardando la cartina qui sopra si può ben comprendere in quali paesi si stia organizzando una mobilitazione contro ACTA e in quali no. Il nostro paese è in prima linea fra quelli che se ne disinteressano. Tanto per capirci.

E’ stato detto che all’interno di ACTA nessuna norma esplicitamente metteva in opera meccanismi giuridici contro la libertà di internet. In un articolo di Timothy B. Lee, ‘Cosa Acta non dice’, apparso originariamente su Ars Techica con il titolo ‘As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments’, pubblicato in Italia da Valigia Blu con la traduzione di Fabio Chiusi, viene scritto in tono tranquillizzante e un po’ accademico, che “niente nel trattato sembra richiedere agli ISP di controllare il traffico dei loro clienti”. Lee sostiene che nell’articolo 27 comma 3 del testo finale di ACTA non si può ravvisare alcun riferimento alle pratiche francesi dei three strikes e delle disconnessioni.

Per meglio comprendere la veridicità dell’affermazione di Lee, è necessario prendere in esame l’art. 27 quasi per intero.

ARTICLE 27: ENFORCEMENT IN THE DIGITAL ENVIRONMENT

[Applicazione all’ambito digitale]

1. Ciascuna parte provvede affinché le procedure di attuazione, nella misura di cui alle Sezioni 2 (diritto civile) e 4 (esecuzione penale), siano disponibili nel proprio ordinamento giuridico, in modo da consentire un’azione efficace contro un atto di violazione della proprietà intellettuale e di diritti di proprietà che si svolge in ambito digitale, tra cui rapidi rimedi per prevenire violazioni e rimedi che costituiscano un deterrente contro ulteriori infrazioni.

1. Each Party shall ensure that enforcement procedures, to the extent set forth in Sections 2 (Civil enforcement) and 4 (Criminal Enforcement), are available under its law so as to permit effective action against an act of infringement of intellectual property rights which takes place in the digital environment, including expeditious remedies to prevent infringement and remedies which constitute a deterrent to further infringements.

Il comma 1 definisce le caratteristiche degli strumenti legislativi che devono operare in ambito digitale per “un’azione efficace” contro la violazione del copyright:

  1. rapidi rimedi per prevenire violazioni;
  2. rimedi che costituiscano un deterrente contro ulteriori infrazioni.
Prevenzione e deterrenza: come si possono tradurre questi due criteri – dico, tecnicamente e giuridicamente – in ambito digitale? ACTA non ce lo dice. Quindi è vero, ha ragione Lee: ACTA non prescrive le disconnessioni ma mette – e questo Lee non lo dice – i governi nelle condizioni per doverle adottare.
Il comma 2 rimescola le carte:
2. Fatto salvo il paragrafo 1, le procedure di attuazione di ciascuna parte si applicano alle violazione dei diritti d’autore o connessi su reti digitali, che possono includere l’uso illecito dei mezzi di vasta distribuzione per scopi illeciti. Queste procedure saranno applicate in modo tale da evitare la creazione di ostacoli alle attività legittime, compreso il commercio elettronico, e, coerentemente con la legislazione di detta Parte contraente, preservando i principi fondamentali quali la libertà di espressione, processo equo, e privacy.
2.  Further to paragraph 1, each Party’s enforcement procedures shall apply to infringement of copyright or related rights over digital networks, which may include the unlawful use of means of widespread distribution for infringing purposes. These procedures shall be implemented in a manner that avoids the creation of barriers to legitimate activity, including electronic commerce, and, consistent with that Party’s law, preserves fundamental principles such as freedom of expression, fair process, and privacy.
I mezzi di vasta distribuzione non sono altro che le piattaforme di filesharing. “Evitare la creazione di ostacoli alle attività legittime” può esser considerata una tutela delle migliaia di utenti che – come nel caso di Megaupload – utilizzano tali servizi di hosting per conservare i propri documenti. Una ulteriore tutela può esser intravista nell’ultimo capoverso, in cui è scritto che è necessario preservare i “principi fondamentali quali la libertà di espressione, processo equo, e privacy”. Le disconnessioni previste nell’Hadopi francese dovrebbero così essere scongiurate. Il comma 4 però pone altri problemi:
4. Una parte può fornire, in conformità alle proprie disposizioni legislative e regolamentari, alle sue competenti autorità il potere di ordinare a un provider di servizi online di rivelare rapidamente a un titolare di diritti [di proprietà intellettuale] informazioni sufficienti per identificare un utente il cui account sarebbe stato utilizzato per la violazione, se tale titolare ha presentato a norma di legge un sufficiente reclamo per infrazione di marchio o diritto d’autore o connessi, e laddove tali informazioni vengono richieste al fine di proteggere o di far rispettare tali diritti.
Tali procedure sono attuate in modo tale da evitare la creazione di ostacoli all’attività legittima, compreso il commercio elettronico, e, coerentemente con la legislazione di detta Parte contraente, conserva i principi fondamentali quali la libertà di espressione, di processo equo, e privacy.
4. A Party may provide, in accordance with its laws and regulations, its competent authorities with the authority to order an online service provider to disclose expeditiously to a right holder information sufficient to identify a subscriber whose account was allegedly used for infringement, where that right holder has filed a legally sufficient claim of trademark or copyright or related rights infringement, and where such information is being sought for the purpose of protecting or enforcing those rights.
These procedures shall be implemented in a manner that avoids the creation of barriers to legitimate activity, including electronic commerce, and, consistent with that Party’s law, preserves fundamental principles such as freedom of expression, fair process, and privacy.

Ed ecco il nonsense: quale autorità ha il potere di pretendere dall’ISP i dati dell’utente che viola il copyright? ACTA non specifica. Dice solo che le Parti contraenti hanno la possibilità di individuare all’interno del proprio ordinamento le autorità competenti per farlo. Può anche essere l’autorità giudiziaria, ma non è detto. Un giusto processo ha bisogno di tempo per poter essere celebrato. Come si integra il rispetto ai principi del giusto processo, il potere di poter pretendere i dati sensibili dell’utente e la rapidità dei meccanismi di prevenzione di cui al comma 1?

Secondo LQDN (La Quadrature du Netquesti meccanismi “sono chiamati dalla Commissione europea come “misure extra-giudiziarie” e “alternativi ai tribunali”. Di fatto, un giusto processo è tecnicamente impossibile per prevenire le azioni illegali in internet in materia di diritto d’autore. E di fatto viene attribuito a un privato il potere di perseguire il presunto trasgressore (a cosa volete che servano queste “informazioni” sull’utente?). Non è l’autorità giudiziaria o quella amministrativa (penso ad una Autority in stile HADOPI) a contrastare l’utente che viola il coyright ma lo stesso titolare del diritto d’autore. Questa si chiama giustizia privata.

[Rimando a ulteriore post per la parte relativa alle sanzioni]

Capitani vigliacchi e marinai poco coraggiosi nel mar mosso del default

La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. (J. Conrad, La Linea d’ombra, Einaudi, p. 67).

O si è marinaio o non lo si è. O si è capitani o non lo si è. Di capitani coraggiosi questo mondo è assai povero. E non è un caso se nemmeno se ne trovano sulle navi, quelle vere. La vicenda del Capitano Schettino, l’uomo che dinanzi alla catastrofe non sa esser uomo e fugge da sé medesimo, dalla responsabilità, è una parabola triste di un sistema sociale, economico, finanziario, pieno di falle, con scogli conficcati nella pancia, nella stiva, con squarci ben più lunghi dei sette metri della Costa Concordia.

E se fino a qualche tempo fa il vascello senza guida, diretto nel baratro del default finanziario e politico, era il nostro paese per intero, guidato da un Capitano che non solo non era coraggioso ma era pure ingannatore, oggi la Nave da Crociera puntata verso il suo scoglio è nientemeno che l’Europa. Là, a Bruxelles, non c’è alcun capitano. La Nave non ha alcuna guida e nessuno aspira ad averla. E’ tutto un sottrarsi dalle responsabilità. Angela Merkel ignora l’appello di Mario Monti di oggi. L’Italia non deve essere aiutata dalla BCE. La Grecia? Parrebbe già affondata per metà, o tre quarti, inclinata di novanta gradi. E’ solo una questione di metri, pochissimi, poi il fondale è toccato. Fitch, una della triade del Rating, il triangolo della morte (o del paradiso, a seconda del loro personalissimo giudizio – “sono solo opinioni”, cfr. Inside job), si è accorta in queste ore che i greci sono affondabili, che la scialuppa di salvataggio dell’EFSF è peggio che una bagnarola e che l’inaffondabile Merkel non cambierà rotta.

Invece questo fallatissimo mondo ha bisogno di qualcuno con l’occhio del marinaio, con il cuore del marinaio. Qualcuno che sappia prendere il timone e virare a dritta. Senza il timore delle conseguenze. C’è bisogno di azione, subito e ora. Lo scoglio è vicinissimo. Troppo vicino. E’ passata la metà di Gennaio e l’Italia si finanzia ancora al 7%, centesimale più, centesimale meno. Il vero naufragio, questo sì che è roba grossa, ci potrebbe coinvolgere fra un mese, forse un mese e mezzo. Se l’Italia sarà in grado di finanziarsi ancora sui mercati, avremo superato la linea d’ombra, quella che divide i semplicemente vivi dai sopravvissuti.

Non saprei dire se Mario Monti è un vero marinaio. Non so se è il capitano giusto per la nave enorme che è questo paese, pieno di ciurmaglia, di sgherri al servizio dei loro padroni. Se dentro se stesso sente davvero di esserlo, allora la smetta con i tecnicismi e parli al cuore di noi mozzi e marinai.

Noi siamo Lord Jim, questo codardo che a un certo momento salta dalla nave e abbandona migliaia di pellegrini al loro destino. E poi comincia il grande rimorso, il senso di colpa. E tutti noi, un giorno, abbiamo «saltato»… (Ugo Mursia, cfr. Federica Almagioni, prefazione a Joseph Conrad, Lord Jim, traduzione di Alessandro Gallone, Alberto Peruzzo Editore, 1989).

Forse dovremo, prima di giudicare il pavido Schettino, giudicare noi stessi, poiché ognuno di noi dinanzi alle difficoltà ha la tentazione di scegliere per la via di fuga più vicina. Possiamo fuggire dalle nostre responsabilità verso il paese proprio ora che la nave deve affrontare la Tempesta perfetta? Possiamo permetterci di evocare la secessione, o la ribellione, dinanzi alla maggiore tassazione e alla riduzione della sfera dei diritti?

Quello che ci accomuna è il medesimo destino. Là, nel mare, non c’è scampo. Se si è da soli si è presto morti. E non giova a nessuno remare contro. Bisogna, per forza di cose, remare tutti nella medesima direzione. Che vuol dire esser tutti sottoposti alla clave delle liberalizzazioni e della riduzione dei privilegi. Tutti, ripeto, indistintamente. Perché se proprio i capitani non danno il buon esempio alla ciurma, allora c’è poco da sperare. Se questi capitani, che non sono nemmeno eletti ma nominati per mezzo di quella sporca legge del Porcellum, non mettono fine al gozzoviglio del denaro pubblico, allora non resta che l’ammutinamento. Proprio come sul Concordia, mentre i capitani fuggono, i paria, gli ultimi, dovranno sbrigarsela da soli.

Nuovo Patto di Stabilità, Sarkozy e Merkel vogliono anche l’Italia fra i paesi aderenti

Da qualche giorno si sono affermate voci circa un piano segreto di Merkel-Sarkozy sull’euro a due velocità. Un piano B, una estrema ratio per non far crollare la moneta unica. Il nuovo Trattato dovrebbe prevedere una integreazione della politica fiscale ed economica, con potere di veto del Consiglio sulle politiche finanziarie nazionali preventivamente alle deliberazioni dei Parlamenti Nazionali. Ebbene, le voci sono talmente attendibili che si sta prefigurando un nuovo pre-vertice a tre – Merkel, Sarkozy e Monti – già martedì prima del Consiglio e dell’Ecofin, appuntamenti decsivi per noi, Mario Monti dovrà infatti presentare in anteprima il pacchetto di misure finanziarie urgenti, previsto per il CdM del 5 Dicembre.

Il Nuovo Trattato si prefigura come uno scarto in avanti nel processo di integrazione ma un passo indietro in termini di democrazia. Di fatto le novità che emergono in queste ore sono tre:

  1. Merkel e Sarkozy pongono come condizione imprescindibile per la formulazione del nuovo Trattato la presenza dell’Italia fra i paesi primi sottoscrittori (“Paris et Berlin feront des propositions en ce sens au cours de la semaine, avant le sommet européen du 9 décembre et souhaitent que Rome s’y associe, selon ces sources”, Le Monde.fr). In questo senso devono essere interpretati l’appello di Sarkozy di oggi – ‘vi sosteniamo ma attuate le promesse’, molto visibile sui giornali italiani ma passato inosservato, per esempio, su Le Monde – nonché gli allarmi circa il fatto che se ‘crolla l’Italia, crolla anche l’euro’, messi in circolo in questi giorni sia dalla Presidenza francese che dalla Cancelliera;
  2. la nuova materia comunitaria, che però rientrerà nel metodo intergovernativo del Consiglio e dell’Ecofin, la potremmo definire fiscale e finanziaria. Dovrebbe prevedere appunto un meccanismo di stretto e mutuo controllo da parte dei governi su sé stessi. La conditio sine qua non per il suo recepimento da parte di Berlino è che il controllo sia esercitato in via preliminare sui bilanci nazionali, prima cioè del loro esame e della loro approvazione da parte dei parlamenti nazionali. Ciò di fatto prefigura la spoliazione dei Parlamenti del loro potere di stesura, verifica e controllo del bilancio dello Stato, di fatto una sostanziale e profonda riduzione di democraticità nei paesi membri e nell’Unione. Ancora una volta verrebbe evitato di dare veri e propri poteri di governo alla Commissione, organo che è visto come fumo negli occhi sia da Parigi che da Berlino, soprattutto da quando è presieduto da Barroso, federalista convinto.
  3. il nocciolo duro di paesi dovrebbe comprendere Francia, Germania, Italia, Belgio, Danimarca, ovvero il nucleo storico dell’Unione, probabilmente la Slovenia e la Spagna. Fuori dal Euro forte resterebbero Grecia e Portogallo, lasciati al loro destino, finiranno per fare default e abbandonare la moneta unica. Non c’è bisogno di dire che l’Italia partirebbe già commissariata.  Va da sé che senza l’Italia non se ne fa nulla. L’Italia fuori da questo gruppo di paesi significherebbe Italia fuori dall’euro e in default. Con conseguenze inimmaginabili per i sistemi bancari fracesi e tedeschi. A Parigi possono tollerare le perdite sui titoli di Stato greci o portoghesi, ma non quelle sui titoli italiani. Nessuno potrebbe reggere. Il nostro mercato finanziario è troppo vasto per essere lasciato andare in rovina.

Sembrerebbe che al Nuovo Patto di Stabilità non ci siano alternative. Il piano Barroso per istituire gli stability bonds, visto in sé, non è che un palliativo. Gli eurobonds non servono senza una politica comune in materia fiscale e finanziaria, questa è l’opinione della Merkel.

Di fatto stiamo svendendo la nostra sovranità a istituizioni sopranazionali che già nel corso della loro lenta costruzione e evoluzione hanno palesato pesanti deficit di democrazia, tanto più che l’organo effettivamento eletto dell’Unione Europea, il Parlamento, è praticamente esautorato, marginalizzato alla sola pratica codecisionale del vecchio primo pilastro della Comunità, messo sotto il giogo del Consiglio, quel consesso litigioso di capi di governo e di stato che dall’allargamento a 27 Stati non decide più nulla ed è eterodiretto dal mostro a due teste Merkozy.

Ma per l’Italia è downgrading politico

Downgrading politico, così l’ha definito Mario Monti sul Corriere della Sera. La lettera che Trichet, presidente della BCE, ha recapitato al governo italiano fra giovedì e venerdì era di quelle perentorie: un diktat, si direbbe in circostanze meno drammatiche di queste. L’opposizione non ha calcato la mano – eccetto Di Pietro che ancor oggi, incurante della situazione, ha parlato di ‘Italia sotto tutela dell’Unione Europea‘, a voler dire che il governo non ha più alcuna autorevolezza e – di fatto – è commissariato.

La lista della spesa, opera del duo Sarkozy-Merkel, che Trichet ha consegnato a Tremonti, poi enucleata in quella magnifica conferenza stampa a tre – Tremonti, Berlusconi, Letta – di venerdì sera, a mercati rigorosamente chiusi – è il corrispettivo in legislazione che i nostri creditori – le banche di Francia e Germania! – pretendono. Cosa farà in cambio la Bce? Lunedì servirà sul piatto dei mercati dei titoli di stato, moneta sonante per rastrellare i malsani Btp decennali italiani. In gergo, si chiama ‘quantative easing‘, quantitativo di alleggerimento, un pacchetto di miliardi di euro creati dal nulla che servono a eliminare dal mercato i titoli tossici. Quelli italiani, appunto. Non spagnoli, né portoghesi, né greci. Italiani.

Non state a guardarvi in giro. La tv, la Rai, Mediaset, sono allineati al governo e perciò non percepiscono la portata della nostra situazione debitoria. La ignorano perché la negano, abituati come sono a negare la realtà. I mercati domani colpiranno duro, e colpiranno i nostri titoli, le nostre banche. La scusa che vi daranno in pasto sarà incentrata sulla seguente affermazione: “è una crisi internazionale, causata dal downgrading USA, dalla Grecia, dalla titubanza europea, da Angela Merkel e dai suoi guasti politici interni che le vietano di aderire a politiche di sostegno comune”. Tutto vero, ma parziale: colpiranno l’Italia perché il nostro paese non ha fornito alcuna risposta concreta alla riduzione del debito e allo stimolo della crescita. Perché ci si è affidati a misure non strutturali, posticipate nel tempo, spesso legate a provvedimenti cornice – leggi delega – ancor tutti da definire, o rimandanti a interventi normativi degli enti locali, quindi dall’esito incerto. I giornali italiani stamane festeggiavano il downgrading del rating USA con titoli a sei colonne, una reazione isterica volta a sottolineare che anche i ricchi piangono, quindi la crisi è globale e i governi italiani – di tutte le bandiere – sono immuni da colpe. Ovvero, a questo punto tutto è lecito, anche ridiscutere profondamente e in senso riduttivo i diritti sociali dei cittadini, dall’assistenza sanitaria alle pensioni per finire con il diritto a non essere licenziati senza giustificato motivo. Solo apparentemente diranno di voler colpire i privilegi di casta, a cominciare dalle caste professionali – avvocati, notai – per finire con quelle istituzionali.

Il downgrading politico non risiede tanto nel fatto che dobbiamo accettare la ‘cura europea’, quanto nello scivolamento verso una politica dell’opportunismo, una politica che farà a pezzi la comunità sociale e imporrà un sistema oligopolistico del privilegio. Tutto questo in nome del “risanamento”.

Può Tremonti allargare i cordoni della borsa? La risposta è: no! no! no!

Tremonti, l’uomo del governo che ha un seggio al Club Bilderberg, è la pietra dello scandalo, il capro espiatorio a cui sia Lega che PdL possono orientare le ire del proprio elettorato. Già il governo è per metà contro di lui – Prestigiacomo, Brunetta, Carfagna – ora Giulio rischia di cadere davvero per il fuoco amico. Peccato che non si dica che Tremonti è un ministro senza portafoglio. Non ha potere di spesa poiché quel potere, o sovranità, è migrata altrove, a Bruxelles, in Consiglio Europeo. Nessuno ve l’ha detto, è chiaro. Poiché tale cessione di sovranità doveva perlomeno avvenire in conseguenza di un nuovo trattato europeo – in mancanza di costituzione…; invece è avvenuta a nostra insaputa, senza voto del parlamento, senza discussione pubblica. Chi scrive è europeista convinto, ma l’Europa plutocraica di Bruxelles è quanto di più distanti ci possa essere dall’Eropa federale di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli.

Cosa è accaduto: in seguito a uno dei periodici picchi della crisi del debito, i governi europei lo scorso 24 Marzo hanno stabilito di comune accordo alcuni punti fissi, i paletti della politica economica europea, una vera e propria riforma della governance europea:

  1. raggiungere il pareggio di bilancio entro 5 anni;
  2. ridurre il debito per un importo annuale pari ad un ventesimo della cifra eccedente il rapporto del 60 per cento fra debito e PIL;
  3.  sanzioni per chi non rispetta i punti 1 e 2;  al tal scopo i governi europei concordano una serie di azioni legislative volte a rafforzare tali sanzioni – il cosiddetto Six Packe a rendere automatica la loro applicazione, attraverso il reverse mechanism, una sorta di silenzio-assenso (la commissione fa partire le sanzioni salvo opposizione del Consiglio);
  4. tramite l’Euro plus Pact e il Semestre Europeo si esplicano le attività di indirizzo e controllo sulle politiche nazionali: da un alto, con l’Euro plus Pact, attuando politiche fortemente liberiste su lavoro, flessibilità, salari; dall’altra, attraverso la presidenza del Semestre, mettendo in pratica la sorveglianza sui conti pubblici ed emettendo raccomandazioni a carattere vincolante, sempre improntate a liberalizzazioni e a riforme liberiste.

Di fatto i governi nazionali sono messi sotto controllo di Bruxelles. Tutto bene se non fosse che il potere di Bruxelles non è democratico ma tecnocratico, ed è espressione della peggior razza presente sulla terra oggi, le Banche.

Tradotto per l’Italia:

Per l’Italia, che ha un rapporto debito/PIL eccedente il 110%, questo implica una riduzione compresa fra due e tre punti percentuali di tale rapporto, almeno per i primi anni (…). Si tratta di un aggiustamento importante, pari in valore assoluto ad oltre 40 miliardi di euro l’anno”[fonte] Tale importo potrebbe diminuire in presenza di una crescita significativa del PIL, mentre “minore sarà la crescita del PIL, maggiore sarà l’onere a carico della finanza pubblica, onere che potrebbe velocemente diventare insostenibile nell’ipotesi di un tasso di crescita non superiore all’1% annuo [fonte].

Ora rispondete alla domanda: Tremonti è in grado di allargare i cordoni della borsa? E colui che verrà dopo di lui?

Qui non approfondisco il tema della democrazia delle istituzioni europee nonché del dilemma stato centrale o sovranità limitata. Certo, gli indignati d’Europa dovrebbero lottare per istituzioni democratiche a Bruxelles. Dovrebbero rendersi conto da chi davvero sono governati.

Grecia fuori dall’Euro, ovvero la Grecia è fallita

Andrew Lilico è un economista, direttore editoriale di Europe Economics nonché membro dello Shadow Monetary Policy Committee. Sul The Telegraph ha tentato di prevedere quel che accadrà con un default greco. Poiché in queste ore si fa un gran parlare dell’uscita della Grecia dall’Euro, sappiate uscire dall’Euro vuol dire che la Grecia è fallita. Altrimenti non avrebbe ragione di farlo. E’ – diciamo – una mossa preventiva a un disastro che ci colpirà tutti e ci farà perdere un sacco di soldi.

Quella che segue è la scansione degli eventi prevista da Lilico (trad. Supervice per Come Don Chishotte):

  • Tutte le banche greche saranno insolventi.
  • Il governo greco nazionalizzerà tutte le banche greche.
  • Il governo greco vieterà i prelievi dalle banche greche.
  • Per prevenire la rivolta dei risparmiatori, come successo in Argentina nel 2002 (quando il presidente argentino dovette scappare in elicottero dal tetto del palazzo presidenziale per evitarsi un assalto), il governo greco dichiarerà un coprifuoco, forse addirittura le legge marziale.
  • La Grecia ridenominerà tutti i suoi debiti in “Nuove Dracme” o in qualsiasi altro modo si chiami la nuova divisa (è lo stratagemma classico dei paesi insolventi) = USCIRE DALL’EURO.
  • La Nuova Dracma si svaluterà dal 30 al 70 per cento (probabilmente intorno al 50 per cento, forse di più), facendo abbassare del 50 per cento o più dei debiti della Grecia denominati in euro.
  • Gli irlandesi, nel giro di pochi giorni, fuggiranno dai debiti del loro sistema bancario.
  • Il governo portoghese aspetterà di vedere il livello del caos raggiunto in Grecia prima di decidere se andare anche lui in default.
  • Un numero di banche francesi e tedesche dovranno affrontare una quantità di perdite tali da non poter più avere i requisiti di capitalizzazione richiesti.
  • La Banca Centrale Europea diventerà insolvente a causa dell’alta esposizione dovuta al debito del governo greco e ai debiti del settori bancario greco e di quello irlandese.
  • I governi di Francia e Germania si incontreranno per decidere se (a) ricapitalizzare la BCE o (b) consentire alla BCE di stampare moneta per ripristinare la solvibilità. (Siccome la BCE ha una relativamente piccola esposizione denominata in divise extra-UE, potrebbe in linea di principio stampare per risolvere la situazione, ma questo è proibito dai suoi principi fondativi. A dire il vero, il Trattato dell’Unione vieta esplicitamente la forma di salvataggio usata per Grecia, Portogallo e Irlanda, ma anche se la cosa è così palesemente illegale non ha impedito che accadesse, e allora non è così ovvio che un’altra illegalità, attuata con la stampa di moneta, sia poi un grosso ostacolo.) – [Ah, Mario Draghi, messo al timone, lui povero ignaro, di una nave in tempesta! Tutti d’accordo – anche i tedeschi – di incolpare un italiano quando l’Euro sarà abbandoanto].
  • Si ricapitalizzeranno e ricapitalizzeranno le loro banche, ma porranno fine a tutti i salvataggi.
  • Ci sarà una strage nel mercato delle obbligazioni bancarie spagnole, quando i possessori di obbligazioni richiederanno la permuta del valore in azioni.
  • Quest’affermazione potrebbe avere una ragione se gli spagnoli sceglieranno di scavalcare la struttura dei contratti in essere delle obbligazioni del settore bancario spagnolo, ricapitalizzando un numero di banche con i debt-equity swaps.
  • I possessori di obbligazioni porteranno il settore bancario spagnolo di fronte alla Corte Europea dei Diritti Umani (e anche in altri tribunali), denunciano la violazione dei diritti di proprietà. Questi casi non andranno in giudizio per anni. Quando alla fine ci arriveranno, non ci sarà più nessuno che si preoccuperà.
  • L’attenzione verrà rivolta alle banche britanniche. Poi si vedrà.…

Nucleare, latte allo iodio 131 anche in Italia. Il caos giornalistico sulle soglie decise dall’Unione Europea

Secondo la rivista online Newscientist non è vero che Fukushima ha raggiunto Chernobyl: nella peggiore delle ipotesi, trattasi di soltanto di 630.000 Bq di materiale radioattivo rilasciato nell’atmosfera, soltanto un decimo di quanto rilasciato nel 1986:

a government panel, said that between 370,000 and 630,000 terabecquerels of radioactive materials have been emitted into the air from the nos 1 to 3 reactors of the plant. Level 7 accidents on the International Nuclear Event Scale correspond to the release into the external environment of radioactive materials equal to more than tens of thousands of terabecquerels of radioactive iodine-131 […]But this does not mean Fukushima is now on a par with Chernobyl. Indeed, as Bloomberg notes, the data so far suggests that Fukushima has released only one-tenth as much radioactive material as Chernobyl did. (Newscientist).

Siamo allora al sicuro? Sappiate che sono state trovate traccia di Iodio 131 nel latte fresco sia in California, in Francia e persino – udite, udite – in Italia:

Ora, i quantitativi registrati sono dell’ordine di 10-5 circa, ampiamente al di sotto della soglia di rischio stabilita per legge. Questi, e solo questi, sono i riferimenti normativi:

  • D.Lgs. 230/95 come modificato dal D.Lgs. 241/00 art. 104 “Controllo sulla radioattività ambientale”
  • Raccomandazione europea 473/00 Euratom
  • “Applicazione dell’art. 36 del Trattato Euratom per quanto concerne il controllo dei livelli di radioattività ambientale al fine di determinare l’esposizione della popolazione nel suo insieme”
  • Reg. CE 2218/89 Euratom “Livelli massimi di radioattività per i prodotti alimentari… a seguito di un incidente nucleare”.
  • Reg. CE 737/90 Euratom “Condizioni di importazione di prodotti agricoli da paesi terzi a seguito incidente di Chernobyl”

(per approfondire potete leggere l’ampia trattazione di Pietro Cambi su Nuove Tecnologie Energetiche).

Per cui negli alimenti in genere si può tollerare sino a 1000 Bq al Kg (Reg. CE 2218/89), eccezioni il latte di prima infanzia 370 Bq/Kg (Reg. CE 737/90), castagne e i funghi, in quanto alimenti, 1250 Bq/Kg (Reg. CE 2218/89), mentre il limite è più restrittivo per i prodotti importati da paesi terzi (extra UE) 600 Bq/Kg (Reg. CE 737/90). Nei giorni scorsi sono comparse notizie contradditorie circa la volontà dell’Unione Europea di adeguare i limiti della radioattività negli alimenti ai livelli del Giappone. Da un lato si affermava che la UE innalzava i valori, dall’altro si diceva l’esatto opposto. Come stanno davvero le cose?

30 Marzo 2011  – Dallo scorso fine settimana l’Unione Europea ha alzato la soglia di contaminazione radioattiva per alcuni determinati beni alimenti provenienti dal Giappone grazie ad una decisione della Commissione. Normalmente il livello massimo consentito per i cibi si trova a 600 bequerel per Cesio-134 e Cesio 137. Da sabato invece la soglia è stata più che raddoppiata fino a 1250. Per i prodotti caseari invece al posto dei normalI 370 Bequerel si è passati a  1000. La soglia massima di radioattività è stata fissata nel 1987 in risposta alla catastrofe di Chernobyl, e da allora i valori non sono stati più cambiati. Se la crisi fosse dichiarata finita, tornerebbe in vigore la soglia abituale. Anche lo Iodio 131, normalmente non rilevato, è stato incluso nei nuovi parametri di sicurezza dell’Unione Europea […] La possibile contaminazione dei cibi giapponesi ha allertato l’Unione Europea, che ha prodotto un regolamento specifico per gestire i beni provenienti da determinate aree nipponiche. (Giornalettismo).

L’articolo pubblicato da Giornalettismo pare inquinato da alcune imprecisioni: viene riferito che la UE ha alzato la soglia di contaminazione radioattiva con una “decisione” – e questo è un atto proprio del Consiglio dell’Unione e non già della Commissione, che invece formula pareri e raccomandazioni (ex art. 211 TCE) – mentre più avanti nell’articolo si parla di “regolamento”, che è un atto giuridico di natura comunitaria avente forza di legge per tutti i paesi aderenti all’Unione, naturalmente previa approvazione da parte del Consiglio e del Parlamento dell’Unione, senza necessità di recepimento da parte del paese membro. Per approvare un regolamento ci vogliono mesi. Qualche paragrafo più in alto ho elencato la normativa vigente in materia: trattasi di regolamenti, di decreti legislativi (norma nazionale ma frutto del recepimento di una direttiva europea), di raccomandazioni. La Commissione – da sola – al massimo può aver espresso una raccomandazione, che non è vincolante nei confronti dei paesi membri. Ecco, forse trattasi solo dell’intenzione di rivedere tali limiti.

Poi viene il 9 aprile 2011, e i titoli cambiano di nuovo.

Mangeremo come in Giappone. Europa più severa sulla radioattività nel cibo

L’articolo di Journal avverte che la UE intende abbassare le soglie sulla radioattività per i cibi che provengono dal Giappone, allineandosi con la normativa nipponica, “più severa della nostra”. E viene pubblicata la seguente tabella:

I limiti UE, per i prodotti importati dai paesi terzi, sinora era di 600 Bq/Kg. Quindi si opererebbe una differenziazione tale per cui si sarà molto restrittivi sul latte per l’infanzia (100 Bq/Kg) e meno sulle verdure in generale. Abbastanza confusa la situazione. Ma nemmeno si comprende quale sia l’atto normativo adottato: una proposta di regolamento? una direttiva? un parere? una raccomandazione? Poiché ciò cambia nei riguardi dei paesi membri, i quali, dinanzi ad una normativa nazionale più restrittiva, potrebbero decidere di mantenere i limiti attuali, ma che di fronte a dun regolamento non potrebbero che riallinearsi alle soglie decise a Bruxelles. Quale la verità? Forse la più probabile è che non sia stato deciso nulla.

Libero: uscire dall’Europa, istruzioni (deliranti) per l’uso

Esilarante prima pagina di Libero, questa mattina: il titolone a otto colonne, L’Europa vada all’Inferno, come una iettatura, una maledizione, un malocchio, un ‘vaffa’ non sanzionabile con le tre giornate di squalifica che invece si danno ai calciatori, regge un sottotitolo ancor più interessante, poiché segna il passaggio dalla pura imprecazione alla razionalizzazione di una scelta tecnica, la fuoriuscita dall’ordinamento europeo, tanto credibile e fattibile come è credibile e fattibile l’insieme degli atti che il governo dovrebbero compiere per dire addio agli ingrati di Bruxelles, fra cui il dimezzamento del debito pubblico. Il dimezzamento. Altro che manovre draconiane, altro che riduzione tasse. Sono pazzi questi berlusconiani?

Crisi del Debito, proteste in Portogallo. Irlanda stampa Euro: è contraffazione?

L’ora del Portogallo è arrivata? Se dovessimo misurare il grado di vicinanza del paese all’orlo del default attraverso la tensione sociale, diremmo che ci siamo. Oggi oltre 300 manifestanti hanno protestato contro le misure d’austerità fin davanti alla residenza del premier portoghese José Socrates a Lisbona. Ci sono stati scontri con la Polizia. Scene già viste altrove (Grecia, Inghilterra, Irlanda, Italia, Francia).

Secondo gli ultimi sondaggi, il 46% dei cittadini portoghesi ritiene di vivere in condizioni peggiori rispetto all’epoca della dittatura, 40 anni fa. Il 60% ritiene che il Paese versi in condizioni peggiori da quando è entrato a far parte dell’Unione Europea (euronews).

Intanto una notizia approda sin su Il Fatto Quotidiano attraverso i media informali (blog e siti internet di informazione finanziaria): la BCE ha permesso all’Irlanda di stampare Euro – sì, cartamoneta; peccato che sia vietato dal Trattato di Maastricht. di fatto, la BCE ha concesso alla Banca Centrale dell’Irlanda un diritto di signoraggio maggiore rispetto a quanto scritto sui trattati. Il fine è finanziare il sistema bancario irlandese, che in realtà punta dritto come un treno verso la bancarotta. “I prestiti vengono registrati dalla Banca centrale irlandese sotto la voce altre attività”, scrive Mike Shedlock di Business Insider. Un vero trucco contabile. Se la cosa divenisse di dominio generale, nessuno si potrà sottrarre agli strali di Angela Merkel, a meno che anche la Bundesbank non faccia la medesima cosa. Poiché se così fosse, i mercati potrebbero improvvisamente scoprire che l’Euro è una moneta falsa e di fatto si aprirebbero le porte per la sua fine. Fonti BCE affermano che le quantità di denaro stampate sono risibili rispetto al prestito ricevuto direttamente dalla banca centrale medesima. Certo è che tornare al “signoraggio libero” è un grosso passo indietro: allora tutti potrebbero stampare moneta e domani avremmo un’inflazione a due cifre.

Debito, che fare? Il ricorso al capitale cinese non fa altro che spostare l’Europa a est. Il pendolo economico torna ad oscillare e così fare la politica: dall’impero americano, l’Europa dovrà orientare la propria bussola verso la Cina di Hu Jintao, ovvero verso un modello politico non democratico, radicalmente diverso inq uanto a protezione dei diritti individuali e sociali. Un paese con un forte grado di spereqauzione della ricchezza e con alcuni macro indicatori economici non invidiabili:

lo sviluppo tumultuoso della Cina, non è indenne da problemi. Prima fra tutti – per un miliardo e trecento milioni di persone – un reddito pro-capite che è all’incirca di 4.200 mila dollari contro i 47 mila dollari dei cittadini Usa. Un’inflazione che galoppa al 5,1% (in verità all’11% per i prodotti alimentari), una crescita del 6,1% dei prezzi immobiliari. A dimostrazione che il mercato della casa è a rischio di una bolla immobiliare come quella balzata alle cronache nel 2008 per l’emisfero occidentale. Tutti problemi che intimoriscono la classe dirigente cinese che vorrebbe una maggiore coesione sociale come è stato scritto in calce nell’XI Piano nazionale economico approvato l’anno passato (Maurizio Galvani, Il Manifesto, 18/01/2011).

 

Crisi del Debito, The New York Times indica la road map ai mercati: attaccare Belgio e Italia

Per il secondo giorno, The New York Times si ricorda del debito italiano e si mostra preoccupato per le nostri sorti. In un’analisi pubblicata anche sul sito web viene disegnato un prospetto politico-economico del nostro paese che riflette per intero le riflessioni di ieri di Paul Krugman, nonché quelle fatte dal Financial Times e le considerazioni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: più che le condizioni macroeconomiche, ciò che è apertamente un fattore negativizzante per il nostro paese è la classe politica. E in Europa non siamo soli in quanto a masochismo politico, poiché anche in Belgio la sfera pubblica è allo sfascio e l’ingovernabilità di fiamminghi e valloni sembra endemica:

Italia e Belgio hanno molto in comune: entrambi sono meno dipendenti da creditori esteri di Grecia o Irlanda. Ma ognuno è afflitto da una grave disfunzione politica, che ha sollevato la questione se possano mai ripagare una montagna di debiti, rispettivamente, il secondo e il terzo debito più pesante nell’unione monetaria europea dopo la Grecia (Worries About Italy and Belgium in Euro Zone, By LIZ ALDERMAN, The New York Times).

Sia in Italia che in Belgio ci sono tendenze centripete che sono volte alla dissociazione della comunità politica: fiamminghi e valloni in Belgio, Nord e Sud in Italia. Le riforme istituzionali sono ben lungi dal calmare il dibattito politico sempre più infiammato. A coronare tutto ciò, debiti pregressi che pesano più del PIL di circa il 18% (debito/pil Italia 118%). Nell’articolo non si tralasciano i pochi dati positivi, fra cui il tasso di crescita del debito italiano, inferiore persino a quello tedesco nel biennio 2008-2010.

L’Italia ha fatto un lavoro migliore di Grecia a mantenere la sua finanza in ordine durante la crisi del debito. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, prudentemente ha tagliato la spesa pubblica e ha revisionato il costoso sistema pensionistico con la benedizione del governo del primo ministro Silvio Berlusconi […] il debito emesso dal governo è diviso quasi equamente tra investitori stranieri e italiani […] Le banche italiane, a differenza dell’Irlanda, sono relativamente sane e non hanno bisogno di un salvataggio (ibidem).

Ma il guaio italiano è che manca la crescita. Il PIL è fermo. E ciò non può certo fare del bene ai mercati. In primis, gli sforzi fatti dai governi “nel corso degli anni per migliorare la crescita hannofallito”; la crisi finanziaria globale si è quindi trasformata in crisi della produzione industriale, “un pilastro dell’economia italiana”; infine, “i datori di lavoro non sono riusciti a migliorare la competitività, limitando i salari o aumentare la produttività”. L’Italia nemmeno può ricorrere alle svalutazioni competitive che negli ani ottanta salvarono capra e cavoli. Abbiamo aderito all’Euro, non siamo più liberi “di svalutare la propria moneta per rilanciare la crescita”.

Le preoccupazioni sono aggravate da una persistente crisi politica che verrà a una testa in un paio di settimane per il signor Berlusconi, la cui capacità di resistenza possono essere testati a seguito di una serie di scandali sessuali e l’economia rifluisce. Egli deve affrontare una fiducia voto di questo mese che potrebbe portare al collasso del suo governo conservatore (ibidem).

Ecco, questa rinnovata attenzione per il nostro paese da parte dei giornali americani può essere lo spettro della prossima tappa della crisi del debito, crisi che si muove nei mercati a ondate di irrazionalità. Certo, gli USA non hanno alcun interesse nel danneggiare l’Euro; grazie al dollaro debole, hanno finanziato un deficit del 14% sul PIL e non hanno certo bisogno che il dollaro si apprezzi, anzi, la FED prega affinché i verdoni rimangano pari alla carta straccia. Viceversa, i big dei mercati finanziari devono puntare il loro fucile verso ciò che dell’Euro non li convince, ovvero la politica economico-finanziaria slegata, lasciata ai governi dei vari paesi. La crisi del debito si risolverà solo con un’altra delega di sovranità verso l’Unione Europea, che avverrà fose con un nuovo trattato che unifica le politiche finanziarie. E’ ciò a cui stanno puntando le mani invisibile che stanno dietro ai mercati. La ragione è che devono esser sicuri di dove mettono i loro soldi, e se ci fossero dei bond europei, questi farebbero loro molto comodo, per cambiare quei dollari che non contano più nulla di cui hanno le tasche piene. Ma per fare ciò devono demolire la grandeur della Germania. Lo diceva ieri Krugman: la Germania deve smettere di essere il dominus dell’unione monetaria. Difficile che ciò accada, almeno finché governa la Merkel. Allora, meglio puntare in alto, al debito dei debiti, quello dell’Italia: poiché l’Euro non esisterebbe senza l’Italia, e l’Italia allora non potrà mai fallire, sennò fallisce l’Unione, e con essa la Germania.

Crisi del debito: per Paul Krugman ora anche l’Italia è sotto pressione

Tasso Btp Italia a 10 anni

Oggi anche Paul Krugman, nobel per l’economia nel 2008, guru economico dei democrats USA, si è accorto del “caso” Italia. Dalle colonne del The New York Times, di cui è autorevole editorialista, ha scritto un post in cui tenta un approccio alla nostra condizione di debitori incalliti mostrandosi cautamente ottimista sul futuro dell’euro, che non può esistere senza i paesi del sud Europa, come Italia e Spagna. Un pensiero diametralmente opposto a quello di Loretta Napoleoni, economista italiana di fama mondiale, secondo la quale l’euro non sopravviverà a una crisi che coinvolga l’Italia e che la soluzione all’effetto domino del rischio default è proprio quello di una fuoriuscita dalla moneta unica dei paesi insolventi. Ma tant’è, oggi persino l’asta dei Bund tedeschi non ha registrato il tutto esaurito.

Questo il pensiero di Krugman:

The Italian job.

OK, gente, questo sta diventando davvero serio. La Spagna è già abbastanza grave, ma l’Italia …

L’Italia mi ha un po’ perplesso. Da un lato, ha un sacco di debiti (al netto 99 per cento del PIL), e se si guarda ai prezzi e ai salari sembra quasi sopravvalutata come la Spagna. D’altra parte, il deficit in Italia non è così cattivo (5,1 per cento nel 2010, secondo FMI), e l’economia non sembra soffrire tanto quanto ci si aspetterebbe.

Ma ora anche l’Italia è sotto pressione.

Non riesco ancora a vedere una rottura a livello dell’euro. Ma credo che valga la pena di pubblicare un post, ora, a memoria futura, un pensiero che ho adesso: e cioè, che una zona euro ‘dimagrita’, senza l’Europa del Sud, non mi sembra praticabile. Non si tratta di economia di per sé: è l’economia politica.

Una cosa che è davvero essenziale per l’euro per essere trattato come una questione politica è che la Germania non sia troppo dominante. Non si può davvero avere una Unione monetaria nordamericana, perché gli Stati Uniti sono troppo dominanti: o è solo egemonia monetaria americana, o l’America si accolla una inaccettabile perdita di sovranità a favore di soci minori. L’Europa, invece, ha quattro/cinque grandi economie; la Gran Bretagna ha scelto di non esserci, ma ci sono ancora la Francia, l’Italia e la Spagna che condividono la gestione della cosa. Ma la Francia, la Germania, e un paio di fiamminghi e valloni non fanno per niente un partenariato equo.

Solo per dirlo.

E poi, che dire dell’impreparazione dell’Europa? Che dire della pasticciona Angela Merkel e della spoccia del FMI? Un articolo che ho reperito in rete mostra il penoso teatrino dei politicanti europei nonché dei tecnocrati del FMI che stanno ballando ora sul cadavere dell’Irlanda:

– DI GONZALO LIRA – gonzalolira.blogspot.com

La scorsa primavera è stata la Grecia a dichiarare la crisi, poi la scorsa settimana è stata l’Irlanda, e il prossimo sarà il Portogallo.

Ma tutti questi impallidiscono in confronto alla Spagna.

Se dovessi scommettere su quale paese porterà alla fine dell’Euro e forse anche alla fine dell’Unione Europea, dovrei dire che è la Spagna.

Al momento, nessuno parla di Spagna, gli spread spagnoli sono tranquilli come un colpevole in un confronto all’americana in un posto di polizia, sono tutti troppo preoccupati per l’Irlanda, e per la prossima situazione portoghese.

Ma la Spagna è la chiave. La Spagna è ciò a cui si dovrebbe prestare attenzione se volete scoprire cosa accadrà alla Unione Monetaria Europea (EMU), e alla stessa Unione europea (UE).

In primo luogo, un riassunto dell’emozionante episodio della scorsa settimana di Sono una Nazione insolvente –Buttatemi fuori da qui!:

L’Irlanda è stata messa nei guai dagli Euro-bond dopo che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha fatto alcune osservazioni non molto intelligenti sulla necessità per i detentori delle obbligazioni irlandesi di dover subire un taglio con la ristrutturazione del debito. I mercati obbligazionari sono andati nel panico e i rendimenti sul debito irlandese hanno cominciato ad allargarsi e poi, ancora una volta, è PanicTime ™ (brevetto in corso) da debito sovrano.

L’Unione europea in collaborazione con la Banca centrale europea (BCE) e il Fondo monetario internazionale (FMI) ha messo insieme un pacchetto di salvataggio, ma gli irlandesi si sono rifiutati di accettarlo, rendendosi conto che avrebbero dovuto rinunciare a parte della loro sovranità conquistata a fatica in cambio di questo salvagente. Per aderire a questo pacchetto, dovrebbero probabilmente tagliare la spesa pubblica, intraprendere “misure di austerità” e probabilmente aumentare la loro preziosa aliquota  del 12,5% di imposta sul reddito, che è stata la carota che hanno utilizzato gli irlandesi per ottenere tanti investimenti esteri negli ultimi dieci anni.

Ma il deterioramento irlandese nei mercati obbligazionari ha cominciato a prendere velocità, infine, nella notte di domenica, dopo una settimana di tentennamento, il primo ministro irlandese Brian Cowen ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di essere tirato fuori dai guai.

(Una breve spiegazione per il profano, il motivo per cui i mercati obbligazionari sono così importanti è perché l’Irlanda ha un disavanzo in corso e ha bisogno di vendere titoli, cioè prendere in prestito denaro per finanziare il suo deficit fiscale. Se i mercati obbligazionari non hanno molta fiducia che l’Irlanda rimborsi le obbligazioni che emette, allora il prezzo delle obbligazioni irlandese si abbassa, il che significa che il loro rendimento si alza. In altre parole, l’Irlanda sarà costretta a pagare di più per i soldi che sta prendendo a prestito. Più deve pagare per prendere in prestito denaro, maggiore è il deficit, finché alla fine, si arriva al punto in cui non si può prendere in prestito denaro sufficiente a coprire il deficit: In altre parole, si va in rovina. Questo era quello che stava succedendo all’Irlanda, in parole povere.)

Proprio come con la Grecia, i funzionari europei hanno fatto una colossale cazzata con il pacchetto di salvataggio per l’Irlanda. Si scopre che, lungi dall’aver messo insieme un pacchetto dettagliato che possa essere rapidamente attuato e quindi ristabilire la fiducia, la troika UE/BCE/FMI ha soltanto una struttura fragile per il salvataggio irlandese. La decantata Infrastruttura di Stabilità Finanziaria Europea (European Financial Stability Facility)? Non è ancora nemmeno completamente finanziata!

Così lunedi i mercati erano giubilanti: “L’Irlanda è salva!La crisi è scongiurata! “. Tuttavia oggi, martedì, sono giù di corda, in quanto è sempre più chiaro come siano impreparati i funzionari europei. Il loro “pacchetto di salvataggio” è vago sui dettagli, per usare un eufemismo.

Abbinato a questo, l’annuncio di una richiesta di salvataggio ha scatenato una tempesta di fuoco politica nei partner della coalizione di Cowen in Irlanda, il Partito dei Verdi è uscito dal governo, e le elezioni sono ora in programma per gennaio. Ci sono anche appelli dal partito di Cowen per le sue immediate dimissioni.

Come se questo non fosse già abbastanza grave il FMI che cosa si prepara a fare? Perché mai, con squisita cecità politica invia il chiaro messaggio che l’Irlanda è costretta a strisciare se vuole il salvataggio? John Lipsky, un tipo arrogante al FMI, dichiara alla Reuters che “Il nostro lavoro lì [in Irlanda] è tecnico, non politico. Le decisioni devono essere fatte dal governo [irlandese]“. In altre parole, il FMI non ha intenzione di negoziare con l’Irlanda, sta andando a dettare legge.

O in altre parole, il FMI sta dicendo: Chiedete la carità, puttane irlandesi!

Quindi, qualsiasi pulizia efficace della situazione irlandese  sta prendendo  un po’di tempo, assumendo effettivamente che essa abbia luogo. E proprio come il salvataggio greco della primavera scorsa, sarà disordinato disordinato disordinato: mezze misure, tentennamenti, dati “aggiustati”, fino a che i funzionari europei liquideranno  il problema gettandoci dentro due volte i soldi originariamente previsti. Potremmo anche chiamare il film ora interpretato a Dublino: Farlo alla Greca, Parte II: Irlanda!

Per aggiungere beffa al danno, tutto questo teatro politico-economico non ha arrestato l’onda che più preoccupa l’UE e la BCE: il Contagio.

Tutti le più piccole e più deboli economie europee nel UEM sono nella stessa barca, come l’Irlanda: sono tutti insolventi. Non solo il PIIGS-Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, ma anche in Belgio, e forse anche la Francia, se ci facciamo animo e guardiamo i numeri.

Proprio ora, però, il contagio ha raggiunto Portogallo, il prossimo anello più debole nella catena europea:

I rendimenti del debito portoghese si stanno ampliando di circa 50 punti base questa mattina, al 4,328% rispetto a bund tedeschi (a 10 anni), anche dopo che il governo portoghese ha attuato un secondo pacchetto di austerità lo scorso ottobre, a seguito dei tagli di spesa che a maggio non ha convinto i mercati obbligazionari.

Questo perché i portoghesi hanno un enorme deficit di bilancio: il 9,4% del PIL. Stanno tagliando la spesa, e stanno anche aumentando le tasse, ma ancora troppo, i loro rendimenti obbligazionari sono in aumento: Il mercato non crede che il Portogallo ce la farà ad attraversare questa crisi intatta. Proprio come la Grecia, così come l’Irlanda, il Portogallo avrà bisogno di essere salvato.

E così ciò prepara la strada per le ansie del mercato obbligazionario che può concentrarsi sul reale elefante in salotto:

La Spagna.

Secondo i numeri del FMI per il 2009, il prodotto interno lordo della Grecia è stato di 331 miliardi dollari, dell’Irlanda era 221 miliardi dollari, e per il Portogallo è stato 233 miliardi dollari.

Ma il PIL della Spagna nel 2009 è stato di 1468  miliardi di dollari. Circa due volte la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo combinato. In altre parole, quasi la metà del PIL della Germania.

E quanto vale il deficit di bilancio della Spagna? L’anno scorso, è stata ufficialmente pari al 7,9% del PIL, il doppio del limite UE. Numeri non irlandesi o portoghesi o molto meno di quelli greci, ma ancora lassù, ufficialmente.

Perché dico “ufficialmente”? E ora put “ufficialmente” in virgolette? A causa di un anonimo documento molto preoccupante, pubblicato lo scorso 30 settembre.

Scritto da un economista locale, ha detto in sostanza che i numeri del PIL spagnolo per il 2009 sono stati manipolati, poi è andato avanti e ha mostrato i perché e i come di questa analisi. FT Alphaville [un servizio di notizie e commenti creato dal Financial Times. N.d.T.] ha originariamente lanciato il pezzo che fu poi raccolto da tutti, facendoli andare fuori di testa. Ma poi quelli di Alphaville hanno ritrattato il documento sotto pressione politica, Scusandosi della loro viltà, dicendo “la vita è troppo breve”.

(A proposito, qualcosa di simile è accaduto a me con Insider Business di Henry Blodget, Quando ho fatto notare che Paul Krugman stava essenzialmente sostenendo la guerra come soluzione di stimolo fiscale, hanno messo il mio pezzo, salvo poi ritirarlo come farebbe un marito tenuto per le palle dalla propria moglie. Un sacco di siti di blog rivendicano se stessi  come “senza paura nel dire la verità”, ma quando arriva il momento critico, un sacco di gente che opera in questi blog non mostra di avere le palle.)

Il documento anonimo spagnolo ha fornito un’analisi credibile, a cui io per primo credo. E considerando la merda della situazione greca per quanto riguarda i dati falsi sul PIL, e conoscendo quella spagnola non sarei molto sorpreso che i dati relativi al PIL spagnolo siano stati falsificati a Madrid, al fine di far apparire tutto in ordine.

Ma anche se così non fosse, non è che i numeri ufficiali dipingono un quadro roseo: la Spagna ha quasi il 20% di disoccupazione, quasi il 10% del disavanzo annuale di bilancio al PIL, e non è chiaro in che modo uscire fuori da un tale buco. Gran parte della crescita spagnola negli ultimi dieci anni è stata alimentata dallo bolla immobiliare, che non può continuare ad essere una buona strada per gli spagnoli.

Ora, la Spagna ha una crisi  in stile greco/irlandese, in altre parole se vi è una fuga dal debito spagnolo, Quanto denaro devono sborsare UE / BCE e FMI per salvare la Spagna?

Diamo un’occhiata a Grecia e Irlanda:

Originariamente si pensava che 45 miliardi di euro sarebbero stati sufficienti per salvare la Grecia, ma il conteggio finale per la sagra paesana sembra essere qualcosa di simile a 90 miliardi (circa 122 miliardi di dollari). In questo momento, il salvataggio di Irlanda sta diventando qualcosa di simile nei prossimi 3 anni a  90 miliardi di euro, supponendo, naturalmente, che non ci siano incubi nascosti nel settore bancario irlandese, che è la ragione per cui l’Irlanda sta andando sotto.

In entrambi i casi, in sostanza, tre volte il deficit annuale è stata la cifra approssimativa per i salvataggi europei.

Pertanto, per salvare la Spagna e colmare il suo buco fiscale di bilancio nei prossimi tre anni costerebbe 450 miliardi di euro minimo. Che sono circa 600 miliardi di dollari.

Guardate la cifra di nuovo, guardatela da vicino, senza fretta:

€ 450.000.000.000.

Questo è il doppio del PIL irlandese totale per il 2009.

Al fine di capire quanto avrebbe dovuto addossarsi ciascuna delle parti di questi 450 miliardi, Bruce Krasting, in alcuni scambi di e-mail private, pensava che le percentuali che l’Unione europea, la BCE e il FMI si stavano caricando sulle spalle per i salvataggi greco e irlandese avrebbero potuto servire da modello.

Abbastanza corretto: se andiamo alle percentuali greche e irlandesi, allora circa un terzo di quel costo di 45 miliardi per salvare la Spagna sarebbe sulle spalle del FMI e come tutti sanno, gli Stati Uniti contribuiscono per il 20% ai soldi del FMI.

Così gli Stati Uniti sarebbero in lista per 30 miliardi di € (40 miliardi dollari), per salvare la Spagna.

Allora Then Bruce ha espresso il suo verdetto: “Gli Stati Uniti stanno per dire ‘Sì’ a quello e ‘No’ alla California? In nessun modo. Non succederà con questo nuovo Congresso”.

BK è un tipo sveglio. Sono completamente d’accordo con la sua analisi: in nessun caso gli USA tireranno fuori 40 miliardi dollari per salvare la Spagna.

Pertanto, la partecipazione del FMI ad un salvataggio spagnolo sarà fortemente ridotta, se non marginale. Quindi, il salvataggio della Spagna sarà un affare strettamente europeo.

L’Europa ha 450 miliardi per salvare la Spagna? Cioè, la Germania ha 450 miliardi di € per salvare la Spagna?

No non è così. Non ha i soldi per un salvataggio, e anche se lo facesse, non ha la volontà politica di far passare un tale piano di salvataggio.

Punto.

Ma anche se, per qualche monumentale miracolo finanziario accoppiato ad un altrettanto monumentale miracolo politico, l’Europa in qualche modo riuscisse a trovare i soldi per salvare la Spagna senza deprezzamento dell’euro?

Che cosa allora?

L’economia spagnola non potrà migliorare in tempi brevi, e neppure le economie degli altri paesi più piccoli come Grecia, Irlanda, Portogallo e Belgio. Non fino a quando sono bloccati nell’Euro, e sono quindi impossibilitati a svalutare, al fine di stimolare la crescita e gli investimenti.

Pertanto, credo che se e quando vi sarà una fuga dal debito sovrano spagnolo, e la Spagna si troverà nella condizione di dover essere salvata come Grecia e Irlanda, quello sarà il momento cruciale  per l’Europa: che porterà ad un inevitabile riallineamento dell’economia europea, e del continente europeo.

Nel migliore dei casi?

Anche se rimangono all’interno dell’Unione europea, le economie più deboli escono dall’UEM per tornare alla moneta locale, che ben presto svalutano, mentre i loro debiti sovrani in euro sono ristrutturati e ripagati nel tempo. L’euro diventa la valuta di Francia, Germania, Olanda, Finlandia e Austria. Caso peggiore?

Posso immaginare un certo numero di casi più gravi, tutti diversi, tranne che per una cosa in comune: saranno tutti malvagi.

Gonzalo Lira
Fonte: http://gonzalolira.blogspot.com
Link: http://gonzalolira.blogspot.com/2010/11/for-europes-future-spain-is-all-that.html
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7713

Frattini: dall’allarme al ridicolo. Per i tedeschi siamo a un passo dal baratro

Il consiglio dei Ministri di oggi, 26/11/2010, è sfociato nel più puro degli allarmismi. Leggete cosa viene scritto nel comunicato ufficiale:

Il Ministro degli affari esteri, Franco Frattini, ha riferito su vicende delicate che rappresentano il sintomo di strategie dirette a colpire l’immagine dell’Italia sulla scena internazionale. L’attacco a Finmeccanica, la diffusione ripetuta di immagini sui rifiuti di Napoli o sui crolli di Pompei, l’annunciata pubblicazione di rapporti riservati concernenti la politica degli Stati Uniti, con possibili ripercussioni negative anche per l’Italia, impongono fermezza e determinazione per difendere l’immagine nazionale e la tutela degli interessi economici e politici del Paese. Tale intento è stato unanimemente condiviso dal Consiglio (Governo.it).

Ma quale mente perigliosa può accorpare la vicenda Finmeccanica con Pompei e con i file segreti di Wikileaks? Per Di Pietro, Frattini avrebbe bevuto un bicchiere di troppo. Consigliato l’alcoltest prima di cominciare il consiglio dei Ministri. Puntale, dieci minuti fa, la smentita: non è vero, trattasi solo di scenari non correlati fra loro ma che possono portare danno al paese. Viene da domandarsi se non sia stato più dannoso quel comunicato che non tutto il quadro evocato dallo stesso Frattini.

Intanto, però, qualcuno all’estero pare osservare attentamente la crisi politica italiana. Trattasi del prestigioso Frankfurter Allgemeine Zeitung, la bibbia della city tedesca (Francoforte, appunto, cuore della Finanza tedesca, quella che conta di più in questo periodo). L’articolo di fondo di ieri era una profonda preoccupata analisi della crisi italiana: prima di tutto della crisi politica. Sì, perché il pesante debito italiano (1.845 miliardi, 150 in più della Germania) potrebbe diventare letale per l’euro qualora la crisi politica si rendesse irrisolvibile:

una crisi del debito italiano, se affrontata in modo dilettantesco, potrebbe scatenare un’enorme carica esplosiva per l’unione monetaria europea e per la stessa Ue, ma purtroppo l’Italia si avvicina a questa crisi, senza che i politici italiani se ne interessino (Il Fatto Quotidiano).

Ora che il debito italiano sia il secondo più alto d’Europa – sapete, lassù c’è l’inarrivabile Grecia – è cosa arcinota. Su Il Tempo scrivo che il trend di crescita del debito italiano rispetto a quello tedesco per il periodo 2007-2010 è lo stesso, ovvero +15.3%. Vero, ma l’Europa si sta confrontando con l’effetto domino dei mercati che trasferisco la paura del default da un paese all’altro dello scacchiere europeo. Sembra quasi una manovra preordinata, se non fosse del tutto irrazionale. Oggi, per esempio i mercati hanno cominciato ad attaccare il Portogallo e la Spagna:

Schizza a nuovi record il rischio default di Portogallo e Spagna. I credit default swaps (cds) sul debito dei Paesi iberici hanno raggiunto rispettivamente 507,5 punti e 320,5 punti, secondo i dati di Cma citati da Bloomberg.
A livelli record anche i cds sul debito dell’Irlanda a 599,5 punti e sulla Grecia a 988 punti. Sui mercati sono sempre piu’ incalzanti le voci secondo cui Lisbona chiedera’ l’aiuto finanziario della comunita’ internazionale per evitare un contagio della crisi alla Spagna (Ansa.it).

L’Unione Europea è messa a dura prova e forse i tedeschi non vogliono pagare per tutti. La cancelliera Angela Merkel e il ministro delle Finanze Wolfgang Schauble discuteranno con i partner la riforma del Patto europeo di stabilità e vogliono ‘costituzionalizzare’ il default fianaziario. Di fatto, si definiranno dei piani di ristrutturazione del debito dei paesi ritenuti inaffidabili. L’onere per salvare l’euro sarà cedere altre ulteriori fette di sovranità a un organismo, l’Unione, che in quanto a deficit deve mettere in conto la democrazia. L’Italia è nel club degli inetti – quei maledetti PIIGS – ed è tutta colpa della sua classe politica:

La paralisi politica potrebbe diventare pericolosa già nel 2011 poiché Silvio Berlusconi è debole, ma l’opposizione spaccata non è in grado di trarne profitto. Per evitare una nuova vittoria di Berlusconi, i suoi avversari puntano ad un ritorno al sistema proporzionale, in una parola alla palude degli Anni ’80 […] [si prevedono] scenari cupi per il futuro poiché il Paese è senza guida, incapace di prendere decisioni e ben lontano dal compiere le necessarie riforme […] è solo una questione di tempo su quando gli investitori tireranno le conseguenze con una fuga dai titoli di Stato […] a fallire è stata una generazione di politici, che con il bipolarismo voleva creare maggiore stabilità. Adesso è in marcia un nuovo tipo di condottiero di partito, che prende per arte di governo il clientelismo e i vuoti paroloni quotidiani. Questa gente blocca da anni con tatticismi quotidiani le riforme di lungo respiro […] il mondo politico italiano continua a cullarsi in una sensazione di sicurezza, troppa, come potrebbe dimostrarsi, se si verificassero turbolenze a causa della montagna del debito italiano, le crisi della Grecia e dell’Irlanda sarebbero uno scherzetto al confronto (Il Fatto, cit.).

A fallire è stata una generazione di politici che continua a cullarsi in una sensazione di sicurezza che non esiste. Queste parole sono l’epitaffio non tanto al governo di Berlusconi, quanto alla politica italiana. Una visione tanto chiara e radicale nelle conclusioni che non è comparsa sui giornali italiani se non in piccoli trafiletti. Il Tempo ribalta addirittura la critica contro i tedeschi, rei di attaccare l’Italia solo “per il loro tornaconto”:

«È solo una questione di tempo» scriveil FAZ «su quando gli investitori tireranno le conseguenze con una fuga dai titoli di Stato». Magari per riversarsi sui Bund tedeschi, che potranno così essere piazzati all’estero ad interessi sempre più bassi? Consentendo nel frattempo alle banche teutoniche, col paracadute di Stato, di investire sui paesi a rischio? Già, perché c’è una cosa che la Frankfurter si dimentica di ricordare: l’esposizione bancaria tedesca verso – facciamo un paese a caso – l’Irlanda. Al 31 marzo era di 205,8 miliardi di dollari. La seconda al mondo dopo la Gran Bretagna. Per la cronaca, quella delle banche italiane è di 28,6 (Il Tempo.it).

Nessuna traccia dell’analisi politica contenuta nell’articolo. Che invece non lascia scampo a detrologie.

 

 

La Serbia verso l’UE, Fiat e Marchionne si fregano le mani

Marchionne chiede più flessibilità agli operai italiani? Dice, pesantemente, che non un euro del profitto di Fiat del 2009 proviene dall’Italia – ah! e gli incentivi? certo sono andati alla Fiat solo per la propria quota di mercato italiano; pensate, solo per il 30% – ma non dice una parola sulla Zastava. Oggi, dall’America, giunge un grido di allarme. Non già per gli operai italiani che si vedrebbero sottrarre quote impportanti di lavoro, ma perché gli americani vedono profilarsi all’orizzonte uno spettro automobilistico che per anni li ha tormentati: la Yugo.

Yugo era un progetto di auto che Fiat vendette alla Zastava, storica azienda della Yugoslavia di Tito. Fu la prima autovettura costruita al di là della cortina di ferro ad essere esportata in America. In Italia doveva sostituire la 127, ma Ghidella le preferì la Uno (che intuito). Ebbene, la Yugo in USa se la ricordano bene: è divenuta negli anni sinonimo di scarsa o nulla affidabilità.

Ora che Fiat si è appropriata di Chrysler, sta cercando di vendere, di piazzare auto italiane in ogni modo sul mercato statunitense. Il sito DriveOn ci ricorda che Fiat sta investendo milioni di euro, con lo sponsor del governo italiano e di quello serbo, proprio nell’ex stabilimento Zastava in Serbia.

Fiat in Serbia ha avuto un grosso sconto: dal governo serbo 50 mln di capitale più 150 mln in incentivi; dalle autorità locali serbe, l’esenzione dai dazi e dalle tasse locali per dieci anni; dal comune di Kragujevac, i terreni su cui sorgeranno i nuovi stabilimenti, gratis. Pensate che il governo italiano sia stato all’oscuro di tutto questo? (Yes, political, 26/07/2010).

Il governo italiano sapeva tutto ed ha incoraggiato Fiat ad investire in Serbia. L’alternativa investimento Zastava/investimento in Italia è falsa perché gli accordi sono già stati presi e Fiat è quasi pronta a produrre una monovolume in Serbia, la L0. Lo scorso 11 Ottobre, Bloomberg BusinnessWeek spiega come la Fiat abbia già presentato a funzionari del governo serbo i modelli che saranno prodotti nel sito di Kragujevac a partire dal 2012, quando sarà completata la ristrutturazione:

Un modello a cinque posti progettato per l’UE e un veicolo a sette posti che sarà venduto in UE e negli Stati Uniti saranno costruiti presso lo stabilimento Fiat a Kragujevac circa nel secondo trimestre del 2012, ha detto Mladjan Dinkic, Vice Primo Ministro della Serbia e il responsabile dell’economia  in un comunicato inviato via e-mail ieri dopo che i funzionari hanno visitato la sede della Fiat a Torino, Italia. Il progetto aumenterà di 1.433 unità i posti di lavoro di una forza lavoro esistente presso l’impianto pari 1000, e la capacità produttiva sarà pari a 200.000 vetture all’anno, con espansione a 300.000 veicoli possibilmente, ha detto il ministero. Le esportazioni dei modelli nel 2012 ammonteranno a circa 500 milioni di euro (697 milioni dollari) e l’aumento a 1,3 miliardi di euro è previsto  nel 2013, ha detto. Ciò equivarrebbe a circa il 20 per cento delle vendite all’estero della Serbia nel 2009 (Bloomberg).

Naturalmente per Fiat l’esportare i veicoli prodotti dalla Serbia all’UE rappresenta un costo. E nonostante le intemperanze dei tifosi della nazionale che sono venuti in Italia, a Genova, con intenti bellicosi non più di dieci giorni fa, è ripartito a spron battuto il processo di avvicinamento della Serbia all’Unione Europea. Non si può abbattere il costo del lavoro in Italia? Non si può nemmeno abbattere la pressione fiscale, considerato il rapporto debito/pil, il più alto d’Europa? Chi se ne importa: si investe in un paese dell’Est, là dove i diritti degli operai sono stati depennati in nome della libertà ritrovata dopo gli anni del comunismo, si ridipinge la facciata dei palazzi della politica per metterne in mostra il profondo spirito democratico che li anima (ricordate come fu deposto Milosevic? non una goccia di sangue fu sparsa ed era certamente una rivoluzione genuina e spontanea quella dei giovani serbi; ma Mladic, il macellaio dei bosniaci, è ancora a piede libero): ecco abbattuto l’ultimo diaframma che divide la Fiat Zastava dalla libera circolazione dei suoi veicoli. La Serbia in UE conviene. A Marchionne e agli Agnelli (o quel che ne resta). E il governo Berlusconi?

Il governo italiano ha caldeggiato e sposato sin dall’inizio la nuova fase dell’avventura di Fiat in Serbia. E’ nell’interesse strategico italiano (?) far riavvicinare la Serbia all’Europa. Qualcuno ha intelligentemente osservato il silenzio del ministro degli Esteri Frattini sulla sentenza di piena legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008 pronunciata nei giorni scorsi dal Tribunale Internazionale di Giustizia de L’Aia. Frattini si è esibito in seguito in un capolavoro di cerchiobottismo: sentenza giusta, ma rimanga caso isolato. Oggi ha affermato che bisogna accelerare il processo di adesione della Serbia alla Unione Europea. Ma perché il governo Berlusconi è diventato filo-serbo? Quali sono i reali interessi del nostro paese in Serbia? Ai posteri l’ardua sentenza (Yes, political, 26/07/2010).

A quanto pare, il nostro ministro degli Esteri ha fatto proprio un bel lavoro. La svolta nei negoziati con Bruxelles è avvenuta proprio oggi:

La Omsa di Faenza delocalizza in Serbia. E Frattini che fa?

foto di Giampiero Corelli per il Resto del Carlino

La OMSA di Faenza, storica fabbrica del tessile, chiude e trasferisce la sua produzione in Serbia. La notizia è nota da tempo, ma la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori continua. Perché in Serbia? Perché il costo del lavoro è più basso che in Italia. La Serbia, ex paese comunista, ha costruito il suo nuovo sviluppo sulla pelle degli operai, sottopagati e senza diritti. OMSa poteva delocalizzare in Cina; lo fanno in molti, è vero. Ma molto probabilmente ha optato per la Serbia poiché “sul continente”: per la sua locazione geografica, permette cioè di risparmiare il costo/rischio trasporto, che dalla Cina sarebbe stato comunque elevato per un prodotto tessile. Ma c’è una seconda ragione: un prodotto che giunge in Unione Europea dalla Cina è sottoposto al vaglio doganale; accade ancora così per le importazioni dalla Serbia, ma durerà ancora poco.

Quale l’atteggiamento del governo sul caso OMSA? Mancando il ministro alla Sviluppo Economico da quattro mesi, è come parlare del nulla. Eppure pare che un interessamento ci sia. Sì, questo:

KOSOVO: FRATTINI, DA SERBIA CONFERMATA VOCAZIONE EUROPEA- Asca

Frattini: Serbia ha confermato il suo orientamento euroeo – Radio Srbija

Tra i paesi favorevoli all’entrata della Serbia, guidata ora dal presidente Boris Tadic, c’è anche l’Italia che, con il ministro degli esteri Frattini, ha sempre sostenuto la sua adesione (SkgTG24).

Si è chiesto, il ministro degli Esteri, quali ripercussioni avrà sulla nostra occupazione l’allargamento dell’Unione alla Serbia? Perché l’avviamento dei negoziati per l’ammissione della Serbia all’Unione Europea, pur avendo degli innegabili effetti geopolitici positivi, offre l’occasione per eliminare l’ultimo ostacolo alla delocalizzazione in massa del manifatturiero italiano: la dogana. L’Italia, e in particolare questo governo con il suo ministro degli Esteri, è il principale sponsor della Serbia in UE. Forse che Frattini lavora su mandato di Confindustria?