Iran, il compromesso

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L’intesa di Ginevra da una parte frena, in via temporanea (6 mesi), il programma nucleare iraniano, sospettato di finalità militari, e dall’altra consente a Teheran di ottenere alcuni allentamenti alle sanzioni che avrebbero potuto avere gravissime ripercussioni sulla sua economia.
In modo specifico l’Iran si è impegnato a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5% e a non aggiungere altre centrifughe; Teheran non aumenterà le sue riserve di uranio arricchito e non saranno costruiti impianti in grado di estrarre plutonio dalle scorie di combustibile. Sarà interrotta la costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, potenziale generatore di plutonio utilizzabile a scopi militari.
Teheran, inoltre, permetterà all’Aliea (l’Agenzia internazionale dell’ energia atomica) un “approccio strutturato” ai suoi siti di ricerca nucleare per i dovuti controlli. L’Iran avrà cosi a disposizione i 4,2 miliardi di dollari, provenienti dalla vendita del petrolio, bloccati a causa delle sanzioni, attualmente depositati in banche asiatiche. Ulteriori misure sono state adottate nei confronti del commercio dell’oro e dei metalli preziosi, nel settore delle auto e delle esportazioni iraniane di prodotti petrolchimici.

Il patto raggiunto a Ginevra rappresenta un grande risultato dopo trenta anni di stallo e quattro giorni di serrati negoziati. L’Onu, a luglio, aveva aggiunto ulteriori sanzioni all’Iran, proprio in relazione al commercio del petrolio, anche in risposta alle voci che si erano sparse alla fine dello scorso anno sulla possibile chiusura, da parte dell’Iran, dello stretto di Hormuz.

La società iraniana non è più governata da anziani teocrati, ma dai giovani.  Nel 1978, subito prima della rivoluzione islamica, l’Iran  aveva 38 milioni di abitanti, oggi ne ha il doppio, e i giovani, che sono la maggioranza della popolazione, non hanno mai condiviso l’ideologia dell’islam politico e ritengono che il presidente Hassan Ruhani sia in grado di intavolare un negoziato per far revocare le sanzioni internazionali contro l’Iran.

 Quanto alle esigenze di difesa, Teheran ha la sensazione di essere oppressa da potenze ostili: è circondata dalla regione nucleare pakistana e dai taleban afgani, dalle dinastie sunnite wahabite dell’Eurasia saudita e degli stati circostanti, dalle navi da guerra statunitensi sulla costa meridionale e dagli instabili paesi nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica a nord.

Poco più a ovest c’è Israele. Per questo molti iraniani anche giovani, considerano il programma nucleare, con tanto di possibilità di costruire la bomba atomica, come garanzia contro le invasioni. Negli ultimi 1500 anni i persiani sono stati invasi a più riprese dagli arabi, dai mongoli fino ai sovietici, ai britannici, all’Iraq di Saddam Hussein. Il programma nucleare era considerato come un simbolo.

Se non ci fosse l’embargo, l’Iran sarebbe il primo paese produttore mondiale di petrolio e il secondo produttore di gas naturale. Siamo di fronte a due questioni aventi la stessa matrice: una puramente energetica e l’altra geopolitica. Il petrolio è lo strumento attraverso il quale l’Iran esercita il proprio leverage politico e se nel lungo periodo venissero adottate soluzioni alternative, cioè l’approvvigionamento di queste risorse fosse fornito da altri paesi, le ripercussioni potrebbero essere gravi.

Gli USA si erano già guadagnati il dissenso da parte d’Israele quando hanno siglato un patto con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar ,Kuwait, Brunei, promettendo loro la nascita del “Grande Medio Oriente” non sottoposto al controllo della Lega Araba ma subordinato alla vigilanza degli stessi Paesi con i quali hanno concluso l’intesa, appartenenti tutti, più o meno, alla stessa famiglia, sia in modo diretto che indiretto.
La Francia, che in un primo momento, durante i vari vertici tenutisi a Ginevra, aveva preso una posizione di negatività nei confronti dell’accordo, si è ravveduta e durante il vertice di pochi giorni fa ha raggiunto un’intesa sul programma. La Francia è Il primo committente iraniano, a sua volta fornisce Silos per centrali nucleari e ottiene dall’Iran dei vantaggi economici consistenti in primis dalla riduzione sul prezzo di acquisto di petrolio e gas. Viene poi la Germania, che ha commesse con l’Iran per 75 miliardi di euro.

Un attacco nei confronti dell’Iran avrebbe aperto scenari imprevedibili per la stabilità e la sicurezza mondiale. Il paese, infatti, oltre ad avere l’appoggio di Mosca, è membro osservatore della SCO (Shanghai Cooperation Organisation) che unisce in un patto di reciproco sostegno economico e militare, Russia e Cina.

Secondo quanto rivelato da alcuni organi di stampa britannici,  infatti, i due governi di Israele e Arabia Saudita avrebbero stretto un’intesa per impedire che l’Iran si doti della capacità nucleare. Già il 27 giugno scorso il quotidiano “The Sunday Times” aveva parlato dell’esistenza di una base aerea saudita concessa all’Aeronautica militare israeliana. A rompere gli indugi tra israeliani e sauditi avrebbe contribuito soprattutto il fallimento della politica americana in Medio Oriente oramai avviata verso l’appeasement nei confronti dell’Iran. Dal canto suo il governo saudita avrebbe concesso il proprio spazio aereo ai caccia-bombardieri di Israele in caso di attacco sulle centrali nucleari iraniane. Secondo Israele infatti per l’Iran le trattative sul nucleare sarebbero solo un mezzo per guadagnare tempo ed arrivare alla costruzione della bomba nucleare. D’altronde, nessuno Stato potrebbe mai affrontare in modo soddisfacente i danni conseguenti allo scoppio di una bomba nucleare, ciononostante gli armamenti continuano ad essere una voce sostenuta dei loro bilanci.

Siria, futuro plurale

Siria, futuro plurale – di Vanna Pisa

Il labirinto siriano è formato da numerosi percorsi che si intrecciano nello spazio e nel tempo. Questioni religiose, geopolitiche, economiche, sociali e culturali.
Come sappiamo USA e Russia stanno spostando ingenti forze militari nello scacchiere siriano: Assad per certi versi è un pretesto, lo scontro è mosso anche da potenti fattori economici.
Da una parte Russia e Iran, ambedue sponsor del regime di Assad. Nelle alleanze che coinvolgono gli attori del medio Oriente il rapporto tra SIRIA e IRAN rimane forte, hanno in comune l’interesse a depotenziare l’influenza delle monarchie del Golfo e dell’asse arabo – sunnita formato da Giordania, Egitto, Arabia Saudita.
Dall’altra gli Usa, che devono sostenere il primato del dollaro. Secondo questo dogma, le materie prime non devono essere commerciate in valute diverse ed è per questo che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a mantenere la forza in questo senso e ad evitare che i commerci diventino sempre più indipendenti dal signoraggio del dollaro.
Le petromonarchie, dopo le cosiddette “primavere arabe”, sono assai preoccupate: la possibilità, seppur remota, di una democratizzazione dei loro paesi le sconcerta e mette in pericolo il monopolio da loro esercitato sulle fonti energetiche.
Non è il caso di fornire per l’ ennesima volta l’elenco delle ragioni della crisi siriana. In questo periodo sulla carta stampata, in rete, nelle televisioni è possibile trovare innumerevoli liste che dettagliatamente, in maniera più o meno approfondita, danno informazioni in proposito. Quello che però assai spesso manca è la profondità temporale, intendendo con ciò quello che lo storico francese F. Braudel chiamava “la lunga durata “: vanno esclusi, è chiaro, gli interventi di parte, in malafede o scritti per autocompiacimento.
Quello di cui non si vuole tenere conto nell’analisi condotta nei mass-media mainstream sulla crisi siriana sono dunque i fattori strutturali legati a durate temporali di lungo periodo. Le battaglie, i re e le imprese certo contano e per noi, la cui vita comunque passa in un soffio, sono decisivi, ma, considerati per sé stessi gli avvenimenti che vorticosamente si susseguono, rischiano di accecarci e di produrre un rumore bianco nel quale nessuna linea melodica è più distinguibile.
Che ci sia o meno un’intervento armato non è certo cosa senza importanza. Lo vediamo in questi giorni di frenetica attività diplomatica, l’abile proposta russa di consegnare le armi chimiche siriane a una terza parte neutrale , il solito ONU tanto per capirci. Ma non sarà un percorso facile .
Il direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, l’ambasciatore Ahmet Üzümcü, ha accolto come significativo l’accordo sulle armi chimiche in Siria, annunciato a seguito di colloqui a Ginevra tra il Ministro degli Esteri della Russia, Sergey V. Lavrov , e il Segretario di Stato John Kerry.
A seguito saranno adottate le misure necessarie per attuare un rapido programma per verificare la distruzione completa delle scorte di armi chimiche della Siria, impianti di produzione e altre funzionalità importanti. Della Opwc non fanno parte altri sei Paesi oltre la Siria: Israele, Birmania, Angola, Egitto, Corea del Nord, Sud Sudan (tratto da Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons).
La proposta russa è rafforzata, poi, dall’opinione avversa alla guerra della maggioranza dei cittadini dei paesi che dovrebbero intervenire per sanzionare Assad. Ed è una cosa che conta in primis per la popolazione che, già massacrata e martoriata da entrambe le parti in lotta nella guerra civile siriana, vedrebbe aumentare le sue spaventose sofferenze. E’ utile ricordare un fatto: la resistenza siriana è quanto di più frammentato si possa immaginare.
Se per prendere una scorciatoia vogliamo suddividerla in democratica e jihadista, bisogna aver chiaro che tali termini forniscono solo delle etichette assai approssimative, comunque qualche barlume lo danno, si pensi all’appello diffuso in questi giorni da Al-Zawahiri, il capo di Al-Qaeda, alle formazioni jihadiste di non stringere assolutamente alleanze con le formazioni “miscredenti”.
Chi andrebbero a favorire allora gli USA e i suoi partner? Altri Stati stanno facendo giochi non lineari. Viene in evidenza il ruolo francese e tedesco. La Germania è in “lotta” con la Francia per la supremazia in Europa, Parigi e Berlino concorrono per diventare perno dell’UE. Sono inoltre significative le immagini apparse nei social network di soldati americani che espongono cartelli nei quali affermano di non voler combattere per far vincere Al-Qaeda. Non possiamo poi dimenticare che l’ ultimo intervento in ordine di tempo delle potenze occidentali, in Libia, si sta rivelando un vero e proprio disastro, il paese è in preda all’anarchia. Centinaia di formazioni armate basate sulle più svariare motivazioni clanite, tribali, religiose, cittadine, si combattono ogni giorno alle volte per questioni di mera sopravvivenza.
Un potere centrale ed unitario, uno Stato, non si scorge all’orizzonte.
Che dire d’altronde dei risultati ottenuti in Iraq e Afghanistan?
E perché gli Stati che giustamente prendono posizione contro un dittatore qual è, senza dubbio, Assad, non intervengono concretamente per soccorrere i milioni di profughi siriani che strabordano nei paesi limitrofi, per andare a vivere in condizioni allucinanti nei campi profughi che crescono senza sosta?
Oppure che dire del confronto tra Israele e l’ Iran? Quest’ultimo tiene sotto pressione Israele, impedendole , o almeno cercando di ritardare i programmati raid contro i suoi siti nucleari, attraverso i suoi alleati sciiti, la Siria, Hezbollah, Hamas, rifornendoli di armi, soprattutto missili.

Dunque, va ripetuto, non è indifferente se vi sarà un attacco o meno, ma, quello che rimane  indubitabile, è che non risolverà nessuna delle questioni alla base della crisi siriana, perché nelle vicende storiche, per citare il verso di Stephane Mallarmé: “giammai un colpo di dadi abolirà l’ azzardo”, ovvero assai difficilmente un’intervento modificherà nel profondo una situazione storica. I cambiamenti, ci piaccia o meno, avvengono lentamente, dolorosamente e non sono guidati da nessuna legge.

Siria: un gioco a somma zero

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Siria: un gioco a somma zero – di Vanna Pisa

“Edward Luttwak con la solita lucidità ha voluto dare un consiglio a Barack Obama: non intervenire, non ti conviene. Un’azione militare americana in Siria è contraria agli interessi strategici degli Usa” (dal Corriere della sera, 27 giugno 2011). Le considerazioni di Edward Luttwak possono anche essere tacciate di cinismo e facile machiavellismo, ma sono anche il segnale di una realpolitik che miscela impotenza e tracotanza: infatti neanche gli USA, ad oggi la maggior potenza militare, sono in grado di decidere i destini della Siria, anche se fossero convinti di avere come obbiettivo la trasformazione di quel paese medio orientale in una nuova terra della libertà e democrazia.

Ma USA e Siria non sono gli unici attori sulla scena mediorientale.

I regimi di polizia mediorientali sono travolti dalla contestazione, a sua volta incapace di costruire nuove architetture istituzionali negoziate, giacché le culture sociopolitiche dominanti nelle comunità in rivolta si fondano sulla delegittimazione reciproca . Inoltre gli unici veri Stati nella regione non sono arabi: Israele, Iran e Turchia (Limes marzo 2013).

Vi sono poi le potenze globali : oltre agli USA, Cina e Russia, schierate nel modo conosciuto, vale forse la pena di fare due brevi notazioni. Gli anglo – francesi, benché potenze nucleari, sono al più dei revenants, che, indipendentemente dalle iniziative assunte, non sono in grado di condurre una politica da potenza globale. Russia e Cina, nei confronti della Siria, sembrano al momento dalla stessa parte, ma fino a che punto? Solo in comune opposizione agli Usa?

Etnie, movimenti politici religiosi e militari, organizzazioni terroristiche, Stati, alleanze interstatali, potenze militari nucleari si fronteggiano o si alleano con obiettivi e forze diverse.

Inoltre vi è una stratificazione temporale di cause e motivi che si sono intrecciati fra loro e continuano a interagire anche a distanza di decine e decine di anni. Nel 1916, per esempio, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano, il medio oriente venne diviso in due zone d’influenza: britannica, comprendente gli attuali Israele, Giordania e Iraq; e francese, comprendente gli attuali Siria e Libano.

Altre alleanze risalgono alla guerra fredda, quando l’allora URSS ” dominava ” il Mediterraneo del Sud, dall’Algeria alla Siria passando all’Egitto di Nasser. Altre ancora risalgono alle guerre o campagne militari che hanno consentito la crescita di Israele come potenza regionale (nel 1948 l’URSS era schierata a fianco di Israele).

L’Iran, che è un’altra potenza della regione, non ha certo dimenticato che il colpo di Stato del 1953 contro il presidente Mossaeq era stato favorito dagli anglo-americani per difendere gli interessi delle loro società petrolifere minacciate di nazionalizzazione.

Le petromonarchie sunnite si trovano su una riva dello stretto di Hormuz, serratura del Golfo Persico da cui passa un quinto di tutto il petrolio prodotto nel mondo. Sull’altra riva, l’Iran. Come reagirebbero gli USA e suoi alleati se l’Iran decidesse di intervenire nello stretto per difendere la Siria sua alleata?

Dettare condizioni è in primis dettarle a sé stessi; nulla è più deleterio nella vita privata come in politica, di non essere in grado di mettere in atto ciò che si minaccia, per quanto vago sia, qualora le condizioni non siano rispettate.

Obama, con la linea rossa sull’uso delle armi chimiche, si è messo in un angolo: non fare nulla significherebbe perdere la faccia e indebolire ulteriormente un impero sempre più in bilico. Così, forse, verranno lanciati missili Tomahawk dalle navi schierate nel Mediterraneo, potrebbero essere utilizzati droni e bombardieri di alta quota. La morte dal cielo comunque: non un soldato USA metterà piede nelle infide terre siriane, e alla fine quella che risulterà – di fatto – vincente, sarà la” dottrina Luttwark”.

Delocalizzazioni e Offshore: gli sporchi affari di Mitt Romney

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Mitt Romney (Photo credit: Wikipedia)

Articolo scritto da me e pubblicato per Giovine Europa Now, blog di Giovanni Biava e Ernesto Gallo.

 

La politica europea di Romney è ancor più confusa di quella di Obama. Il suo background di offshorer potrebbe far pendere le politiche europee ancor più verso la liberalizzazione sfrenata della Finanza, quando invece c’è bisogno di regole, di separazione fra banche commerciali e banche d’affari, di contrasto all’elusione delle tassazione operata con società fittizie con sedi nei paradisi fiscali. Obama sinora non ha fatto nulla di tutto ciò, ma Romney potrà mai farlo?

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now/gli-sporchi-affari-di-mitt-romney#ixzz2BTK0EmL5

 

Il fuorionda di Mitt Romney

Noi in Italia, per una vicenda simile e infinitamente più piccola (intendo il caso Favia-Piazzapulita) ci siamo autoflagellati sulla moralità di un giornalismo che pubblica una dichiarazione intercettata a insaputa del dichiarante. Qui invece si tratta di Mitt Romney, e allora si dirà “è la stampa, bellezza”. Siamo così poco abituati al giornalismo. Avevamo tutta una pletora di belanti agiografi, in primis i giornalisti televisivi, con qualche piccola eccezione. Ora, non solo la videocrazia vacilla, ma addirittura c’è chi prova a fare il suo mestiere. Non è più Italia.

Al povero Mitt posso dire che ha sbagliato paese. Il video è stato ottenuto dalla rivista Mother Jones, la quale ha rivelato che la sua fonte lo ha girato durante un evento di donazione al Boca Raton, in Florida, a casa di Marc Leder, un gestore di private equity.

 

Islam, chi soffia sul fuoco

Pastore Terry Jones

Non cercateli lontano: sono in mezzo a noi. Soprattutto fra quelli che si professano paladini della libertà. Terry Jones, il pastore ultracattolico che avrebbe promosso il film della discordia, Innocence Muslim (cfr. The Atlantic), altro non è che un fanatico che annualmente si diverte a bruciare copie del Corano o fotografie di Obama. Jones è antiabortista, probabilmente razzista. Il suo forte credo religioso ha i chiari connotati del credo integralista. I suoi deliranti discorsi andrebbero inascoltati anche in un ospedale psichiatrico. Come è possibile che un personaggio così periferico e palesemente deviato possa accendere la miccia di una rivolta globale? Il regista del film sarebbe un cristiano coopto, tale Nakoula Basseley Nakoula, un emerito signor nessuno, il cui talento nel cinema fa a gara con quello di un paracarro. Il suo capolavoro sarebbe costato qualche milione di dollari. Una tal cifra e così mal spesa. Forse esiste un altro livello di lettura di questo caos di ambasciate date alle fiamme e di ambasciatori in fuga. Forse la spiegazione non è così scontata.

Sto parlando dell’America 2012. Delle presidenziali. E di un candidato repubblicano che è pienamente pro-life e dichiaratamente cattolico. Romney nei sondaggi duella testa a testa con Obama ma non è affatto chiaro se egli abbia o meno la possibilità di vincere le elezioni di Novembre. Cosa succederebbe se dovesse sconfiggere Obama? Quale sorte per i rapporti degli USA con i paesi arabi? I democratici subodorano una sconfitta alla Jimmy Carter. Conoscono bene l’umore dell’elettorato americano, così sensibile in materia di sicurezza nazionale. L’attacco libico è avvenuto proprio in pieno 11 Settembre (negli USA era giorno, quindi il fatto ha subito avuto massima rilevanza mediatica) e la ragione della violenza è stata volutamente collegata al trailer del film di Nakoula. Un trailer che all’improvviso, proprio qualche giorno fa, è stato pubblicato su un sito cristiano-coopto. Nessuno prima d’ora ha mai sentito parlare di Naokula. Ed è diventato virale in poche ore facendo così esplodere la rabbia di centinaia di migliaia di persone comuni, non terroristi, spinti dall’offesa a distruggere e a spaccare tutto quanto di occidentale trovano per le strade.

Il meccanismo è chiaro: l’attacco in Libia è stato pianificato. Si è trattato di un puro attentato in stile Al Qaeda. Poi qualcuno ha usato i media – soprattutto i nuovi media – per sollevare la rivolta. Immediatamente l’operazione di Washington (muovere navi da guerra verso la Libia) è subito sembrata in patria troppo debole. Al punto tale da permettere a Romney e a tutto il suo entourage di calcare la mano sulla presunta debolezza di Obama. Un presidente che solo l’altro ieri si è dovuto vantare, durante un comizio, di essere il presidente che “ha ucciso Osama Bin Laden”. Non catturato e/o processato. Ma “ucciso”. Non so se è comprensibile la differenza.

Con ciò si vuol dire che gli estremisti che hanno suggerito la rivolta sono in primis americani. Sul sito dell’associazione American Center for Law & Justice, un gruppo conservatore, pro-life, cristiano fondamentalista, fondato nel 1990 dal pastore evangelico Pat Robertson, è comparso un articolo dall’incipit ben chiaro: “Abbiamo imparato ancora una volta che in Medio Oriente, la debolezza uccide. Non vi è nessun tipo di tolleranza, comprensione, o simpatia che possa placare un radicale musulmano, e i radicali considerano effettivamente la tolleranza come un invito a colpire” (La realtà del 12 Settembre, ACLJ). Pat Robertson è un volto televisivo. I suoi sermoni vengono trasmessi dalla tv Christian Broadcasting Network (CBN). E’ politicamente schierato con l’ultra destra cristiana evangelica. Ha cercato di ottenere la candidatura repubblicana alle presidenziali del 1988, fatto che lo accomuna a Jones, il quale addirittura si è autoproclamato “candidato alla presidenza” alle prossime elezioni senza aver ottenuto la nomination da alcun partito.

Finché si agirà in maniera tutt’altro che straordinaria e decisiva, non possiamo che aspettarci che la situazione divenga sempre più pericolosa. Il governo egiziano deve ancora chiedere scusa. Ma perché dovrebbe chiedere scusa se invece può continuare a dotare il suo esercito contando sui nostri soldi, mentre perdona e rafforza la sua base radicale? (A tal proposito, penso che dovremmo smettere di usare il termine “radicale” per descrivere una cosa che invece è la mentalità della  maggioranza delle persone in Medio Oriente. Nei paesi arabi e in Iran, la jihad è mainstream). E ora i Fratelli Musulmani chiedono che le proteste aumentino – proprio nel momento in cui i manifestanti dovrebbero essere radunati, imprigionati, raddoppiando la sicurezza intorno alla nostra ambasciata. Come minimo, dobbiamo tagliare tutti gli aiuti all’Egitto a meno non tornino ad essere come una volta un “alleato” sia con la parola e con le opere (ACLJ, cit.).

Questo paragrafo anticipa la politica estera di Romney: abbandono dei paesi arabi che si sono emancipati con le rivolte del 2011 a meno che non reprimano le componenti islamiste, siano esse dedite al terrorismo o meno. Siamo distanti anni luce dalla “politica della mano tesa” di Obama, esemplificata dal discorso alla università de Il Cairo del 2009.

Julian Assange “magnificamente mendace”

 

Julian Assange

Scritto per il blog Giovine Europa Now:

Julian Assange che visse dentro la Balena.

Ciò che spontaneamente vien da pensare su Julian Assange, chiuso dentro l’ambasciata dell’Ecuador, è che egli non sia ciò che vediamo. La sua immagine, mentre è affacciato da un balconcino dell’Ambasciata, pare quella di un uomo che nasconde qualcosa, che opera per secondi fini mai dichiarati e dichiarabili, finanziato da qualche organizzazione segreta, al centro di un complotto mondiale architettato dal Mossad. La domanda “Chi è Assange?” porta in sé un’altra e più scomoda domanda: chi si nasconde dietro Assange?

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now/julian-assange-che-visse-dentro-la-balena#ixzz24lz9vW5N

Cosa dice Mario Vargas Llosa di Julian Assange

Hacker, un ignobile lavoro, secondo Mario Vargas Llosa. Un hacker ruba informazioni. Un hacker è un ladro. Non c’è niente di dignitoso in ciò che fa. Mario Vargas Llosa non usa mezzi termini. Julian Assange è soltanto un signore che sta cercando di sfuggire a un giudizio per stupro. “C’è un tale groviglio di confusione sulla sua persona, creato da sé stesso e dal suo entourage”, scrive.

Ci sono milioni di persone in tutto il mondo convinte che lo spilungone australiano dai capelli bianchi e gialli che appariva pochi giorni fa sul balcone dell’ambasciata ecuadoregna di Knightsbridge, Londra, la preferita dagli sceicchi arabi, a tenere una lezione sulla libertà di parola al presidente Obama, sia un perseguitato politico degli Stati Uniti, che è stato salvato in extremis niente di meno che dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa , cioè il paese, dopo Cuba e Venezuela, che ha commesso i peggiori abusi contro la stampa in America Latina, con chiusura di emittenti, giornali, trascinando in tribunali servili giornalisti e giornali che hanno osato denunciare il traffico e la corruzione del suo regime, presentando una legge bavaglio che ha praticamente decretato la fine del giornalismo indipendente nel paese. In questo caso vale il vecchio detto: “Dimmi chi sono i tuoi amici e ti dirò chi sei”. Poiché il Presidente Correa e Julian Assange sono tali e quali (Mario Vargas Llosa, El Pais).

Lo scrittore sudamericano non spende una parola per discutere nel merito le accuse che sono valse a Assange l’esilio in ambasciata ecuadoregna. Llosa afferma che se Assange ha trovato asilo nel “regno” di Correa, allora è come lui. Correa ha dichiarato oggi di non approvare i metodi di Assange ma è indubbio che egli è perseguitato dagli Stati Uniti per i segreti che ha rivelato. Il regime di Correa è fieramente avverso agli USA. Llosa ricorda che gli USA non hanno fatto ancora alcuna richiesta di estradizione, né Assange figura come indagato in alcuna inchiesta americana, ma è chiaro che se il fondatore di Wikileaks fosse estradato in Svezia, allora il segretario di Stato Hillary Clinton potrebbe pretendere che Assange sia consegnato alle autorità USA. Secondo Llosa Assange non è vittima della libertà di parola, ma è un fuggitivo che con questa scusa evita di render conto dell’accusa di violenza sessuale. Le rivelazioni delle varie operazioni, Afghan War Logs, Iraq War Logs e il definitivo Cable Logs, hanno secondo Llosa, hanno violato la sfera di segretezza dello Stato americano, una sfera di segretezza che ha diritto di esistere affinché uno Stato possa mantenere relazioni corrette con i propri alleati, con i paesi neutrali, e in particolare con gli avversari manifesti o potenziali.

I sostenitori di WikiLeaks dovrebbe ricordare che il rovescio della medaglia della libertà è la legge, e che, senza di essa, la libertà scompare nel breve o nel lungo periodo. La libertà non è e non può essere anarchia e il diritto all’informazione non può significare che in un paese scompaiono riservatezza e confidenzialità e che tutte le attività amministrative dovrebbero immediatamente essere pubbliche e trasparenti. Ciò significherebbe paralisi a titolo definitivo o anarchia e nessun governo può, in un tale contesto, esercitare le proprie funzioni e sopravvivere. La libertà di espressione è completata, in una società libera, dai tribunali, dai parlamenti, dai partiti politici di opposizione i quali sono i canali giusti a cui si può e si deve ricorrere se si ha indizio che un governo nasconda o dissimuli delittuosamente iniziative e attività. Ma attribuirsi questo diritto a procedere manu militari e far saltare la legge in nome della libertà è degradare questo concetto in maniera irresponsabile, convertendolo in libertinaggio. Questo è ciò che WikiLeaks ha fatto, e la cosa peggiore, credo, non a causa di alcuni principi o convinzioni ideologiche, ma spinto dalla frivolezza e dallo snobismo, vettori dominanti della civiltà dell’intrattenimento in cui viviamo (M. V. Llosa, cit.).

Julian Assange non è un crociato per la libertà bensì un opportunista in fuga. Così Llosa. In un articolo che mi ha spiazzato, poiché proprio in questi giorni ho scritto un pezzo in cui dicevo esattamente il contrario. Assange come nuovo parresiastes, che pratica la parola franca, libera: un uomo che opera al servizio della verità, qualcosa che ha permeato tutta la propria esistenza, sin da quando era un giovane hacker e insieme agli International Subversives attaccava la rete intranet della NASA. Era il 1989 è stava per essere lanciata  la sonda Galileo. La NASA operò sull’opinione pubblica per nascondre o minimizzare il fatto che la sonda montasse un propulsore atomico. Il gruppo di Assange, anarchico e ambientalista, inserì nella rete DECNET della NASA il worm WANK. Fu il secondo attacco worm della storia dell’informatica. Il primo a carico di una rete di computer. Il primo a carattere politico. Se Wikileaks anni dopo non avesse pubblicato il video Collateral Murder, il video degli Apache USA che uccidono i civili iracheni, mai avremmo saputo dei crimini di guerra USA commessi durante il conflitto in Iraq. Allo stesso modo se il Washington Post non avesse pubblicato le rivelazioni alla base del Watergate, il presidente Nixon non avrebbe mai dovuto render conto all’opinione pubblica del suo sistema di spionaggio degli avversari politici. Medesima cosa dovremmo dire di quando il New York Times pubblicò i Pentagon Papers, i documenti top-secret di 7000 pagine del Dipartimento della difesa americano che contenevano uno studio approfondito del governo su come aggiustare la storia della guerra in Vietnam e dei massacri di massa che vennero perpetrati dalle forze armate USA. Wikileaks esiste perché i governi studiano macchine burocratiche per controllare la verità, perché i governi impiegano la mimesis, la tecnica della rappresentazione e della persuasione, per “difendere” l’opinione pubblica dalla realtà e in questo modo prolungare il proprio potere e quello dei gruppi di interesse a cui fanno riferimento. Vargas Llosa farebbe bene a rendersene conto.

Obama raccoglie meno dollari di Romney anche a Luglio

Confronto Obama’s fundraising 2008 vs. 2012

(via Danny Yadron, Wall Street Journal)
Lo sforzo per farsi rieleggere da parte del presidente Barack Obama continua a costare più di quello che il presidente ha raccolto il mese scorso in quanto il denaro finito in cassa è crollata rispetto alla ben più generosa raccolta dei donatori del repubblicano Mitt Romney.

La campagna di Obama e del Comitato Nazionale Democratico ha concluso Luglio con 126.900.000 $ depositati in banca, uno svantaggio notevole per un presidente in carica rispetto a Mr. Romney che invece incassa 185,9 milioni dollari, incluso il denaro fornito dal GOP nazionale (Partito Repubblicano).

Questi numeri potrebbero rivelarsi ostili ad Obama anche perché il signor Romney non può spendere granché del suo denaro almeno fino a che non cucirà ufficialmente la nomina del suo partito durante la Convenzione Nazionale Repubblicana la prossima settimana. Dovrebbe ridurre drasticamente la sua spesa. Infatti, la legge elettorale federale proibisce ai candidati di spendere i soldi raccolti per le elezioni politiche fino a quando non sono ufficialmente candidati dal partito.

Obama ha dovuto affrontare una simile restrizione legale, ma non è stato gravato da una costosa campagna per le primarie come il suo avversario.

Nonostante le preoccupazioni di alcuni democratici che l’impegno per la rielezione sia eccessivamente costoso – nel corso degli ultimi tre mesi, ha speso il 120% di quello che ha raccolto – la campagna di Obama sembra attenersi ad una sorta di bilancio intrinseco.

Ha speso in costi operativi, nel mese di Luglio, circa 58,5 milioni dollari, più o meno quello che ha speso (57700000 $) il mese precedente. Per il secondo mese consecutivo, è sceso un po’ sotto i  40 milioni di dollari l’acquisto di spazi in tv e di spot radio. E anche se la spesa per i sondaggi di opinione pubblica è scesa drasticamente, l’acquisto di annunci sul web è aumentato del 49%, attestandosi a 8,8 milioni dollari.

Cittadini Europei, l’antidoto alla distruzione dell’Euro

L’ora dei cittadini europei!

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava

L’esistenza stessa dell’Euro è minacciata da attacchi speculativi, soprattutto da parte di Wall Street, mentre gli USA hanno scelto di dare priorità alla regione Asia-Pacifico. Perché i politici europei, invece di discutere soluzioni tecniche dal fiato corto, non ritornano ad un’idea democratica e ‘politica’ di Europa federale?  Il tempo passa, e le tensioni sociali aumentano; soprattutto la rabbia dei giovani. Chi e’ pronto a combattere per l’unita’ europea? Che cosa e’ rimasto dell’Unione europea sull’agenda politica di Washington? Forse l’Atlantico e’ diventato una periferia del Pacifico?

Se uno spettro si aggira ancora per l’Europa, quello spettro è l’Europa stessa – quella politica, per essere precisi. Almeno dal 2011 il progetto politico europeo è colpito dalla speculazione finanziaria internazionale, dalle sue sedi a Wall Street e nella City di Londra. La politica internazionale intanto è del tutto assente.  Gli USA hanno rifocalizzato la loro attenzione strategica sull’area del Pacifico e contribuito all’indebolimento dell’Unione europea, potenzialmente un competitore di tutto riguardo. L’Europa, d’altra parte, resta in silenzio. I cittadini europei continuano ad essere bombardati da notizie su tassi di interessi, debito pubblico, spread, mentre disoccupazione, incertezze, disperazione e povertà aumentano. Un intero tessuto sociale pare in via di disgregazione.

Perché nessuno ridà voce all’idea di un’ Europa politica federale, un tempo promossa da Altiero Spinelli e alcuni statisti illuminati ed ora apparentemente dimenticata? Come può una politica ‘tecnocratica’ aiutare a tenere in vita ideali, valori ed il welfare in un mondo di competizione ‘globale’?

In realtà il progetto europeo è importante, attuale e potenzialmente benefico come non mai. L’unità europea degli anni del dopoguerra non era affatto un’idea di pochi ‘esperti’ motivati dalla volontà di contrastare la minaccia sovietica: era anche una speranza di pace e democrazia.

Si considerino gli aspetti internazionali, economici, e sociali della crisi attuale, e le ragioni per cui un’Europa politica è ancora una volta importante, in un modo nuovo e differente.

Tra pochi anni, forse già nel 2016, per la prima volta nella storia moderna, la più grande economia del mondo non sarà in occidente. Così secondo il World Economic Outlook Database del Fondo Monetario Internazionale (Aprile 2011), e stiamo naturalmente parlando della Cina Popolare. E’ il principale creditore del Tesoro USA e dispone del secondo budget militare nel mondo. E’ chiaro che Washington ne sia preoccupata e rivolga le proprie attenzione alla Cina e a tutta l’area del Pacifico.

Tale centralità è ben illustrata dalla scelta di nominare al Tesoro USA Timothy Geithner, un economista indipendente con esperienza di vita e di studi in Cina e Giappone, e da dichiarazioni chiave di esponenti di punta dell’amministrazione USA. Su ‘Foreign Policy’ di Novembre 2011, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha scritto di una ‘svolta strategica verso la regione Asia-Pacifico’, mentre, durante il viaggio di Obama in Indonesia lo scorso anno, il Consigliere per la Sicurezza nazionale, Tom Donilon, ha parlato di ‘implementazione di un sostanziale e importante riorientamento della strategia globale USA’.

Non si tratta solo di parole e diplomazia. Gli USA hanno accresciuto il proprio sforzo economico e strategico in Australia, Burma, Corea del Sud. Il Pil pro capite di Australia e Singapore ha da anni superato quello dell’antica madre patria britannica. L’intero Pil della Corea del Sud potrebbe superare quello italiano intorno al 2015. I numeri non lasciano dubbi.

Dove è dunque l’Europa? Come ha detto Hillary Clinton nel suo articolo in ‘Foreign Policy’: ‘L’Europa è ancora un alleato importante e stiamo investendo nell’aggiornamento della struttura della nostra alleanza.’

Insomma, l’Europa vale un ‘aggiornamento’, niente di più.

Per gli Stati Uniti, un’Europa politica sarebbe un competitore forte, e l’Euro una minaccia all’egemonia mondiale del dollaro. La fisionomia dell’Unione europea di oggi riflette già la sua subordinazione a Washington e a Wall Street; con la crisi finanziaria del 2008 la sua fragile struttura è collassata.

Quanto agli USA, essi non hanno né gli strumenti né la volontà di aiutare l’Europa. Anzi.

Semmai gli Stati Uniti hanno scelto di lasciar affondare l’Euro e prevenire ogni possibilità di reale unione politica. La crisi inoltre offre alle istituzioni finanziarie statunitensi e britanniche la possibilità di intervenire e appropriarsi di assets finanziari ed industriali europei di livello a basso costo.  In questo senso, si possono comprendere gli attacchi all’Euro lanciati da speculatori finanziari, hedge funds, agenzie di rating, nella relativa inerzia dell’amministrazione USA. In altri termini, Wall Street sta conducendo una guerra di posizione contro l’Euro e la stessa idea di integrazione europea.

Nel frattempo, la Casa Bianca tace e mette a fuoco l’Asia, a parte le estemporanee fregole elettorali di Barack Obama.

In effetti, sin dall’inizio degli anni 70, particolarmente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed altri paesi anglofoni, i capitalisti hanno principalmente investito in attività finanziarie. Banche di investimento, fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, agenzie di rating e altro ancora sono entrati gradualmente nel gioco economico e politico globale.

Non ci si meravigli allora che l’UE abbia assunto connotati ‘tecnici’, di ‘governance’,  malgrado le intenzioni dei suoi fondatori; non ci si sorprenda che attori economici quali banche di investimento o hedge funds (o le molto chiacchierate agenzie di rating) abbiano iniziato a speculare ed attaccare l’UE che vedono come debole e fondamentalmente incapace di difendere la propria valuta. Il punto chiave non è che gli Stati Uniti o altri attori siano interessati a fare profitti in Europa; dopo tutto, è il loro lavoro. Il punto chiave è che l’UE non ha proprie istituzioni, o un’agenzia europea di rating, o altri strumenti come i molto discussi Eurobonds. Tali istituzioni però non sarebbero sufficienti. L’UE non può semplicemente essere una ‘macchina’ economica efficiente; necessita di una forma politica democratica, senza la quale la sua legittimità sarà sempre debole. Tale debolezza è già evidente ora, se diamo un’occhiata ai crescenti problemi sociali ed alle tensioni, che rappresentano una terza fase della crisi dopo il crollo finanziario e la crisi economica.

I giovani stanno pagando il prezzo più alto. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 52% sia in Spagna che in Grecia, e non e’ ancora finita, visto che entrambi i paesi sono in recessione. Intanto il numero dei giovani NEET (‘not in education, employment, or training’) sta crescendo anche nel Regno Unito, dove la disoccupazione dei giovani si aggira ‘soltanto’ intorno al 20%.

Mario Monti ha spesso lodato le virtù dell’”economia sociale di mercato”, e criticato i modelli di sviluppo sia degli USA che della Cina. Purtroppo, il modello che piace a Monti sembra destinato ai libri di storia, soprattutto se, come ha dichiarato il ministro Fornero, il lavoro ‘non è un diritto’. Un’Europa divisa, debole e tecnocratica rischia infatti di cadere preda o del modello USA o di quello cinese, entrambi rispettabili, ma tipici di esperienze storiche e culturali diverse dalla nostra.

Lo spirito originale dell’Unione europea – le idee di pace, democrazia, inclusione sociale – sembra essersi diluito in una tecnocrazia sempre meno efficace. Perché nessun leader politico – neanche i ‘nuovi’ come Hollande – si fa bandiera di una vera unione politica e democratica? Forse l’Europa è diventata troppo anziana ed auto-compiaciuta? Forse nessuno vuole davvero cambiamenti radicali?

Senza di essi, senza unità politica federale, parlare di pace e welfare sarà sempre più difficile. Inoltre, il peso del declino e della inerzia della classe dirigente europea verrà probabilmente sopportato dai giovani.

Come è possibile che nessuno sia pronto a rinfrescare l’idea di unità europea ed a battersi in suo nome?

L’ora dei cittadini europei!

La Nuova Unione Europea resterà un fantasma politico

Lady “Casper” Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea

Il Consiglio europeo di giovedì e venerdì si troverà a dover decidere delle complicazioni della crisi del debito. Forse sorgerà una Unione Europea fondata su quattro pilastri: Finanza, bilanci pubblici, politica economica e legittimazione democratica. Ne manca uno. La politica estera. Il documento che sarà sul tavolo della UE rifonderà l’unione economica e monetaria. Non quella politica, che per antonomasia è il tallone d’Achille di questa multilevel governance disordinata. Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori dell’articolo che segue, in cui si prendono le mosse da un interrogativo – la politica estera europea esiste? – per finire a parlare dello squilibrio delle potenze che ha come teatro l’Africa, le sue terre rare, il petrolio e naturalmente la guerra.

Politica estera europea: esiste?

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava*

Lo studioso francese Justin Vaïsse ha recentemente scritto che ‘il malato d’ Europa è l’Europa stessa’ (16 febbraio 2012). Tale conclusione è stata raggiunta al termine di una valutazione dettagliata della politica estera europea nel 2010 e 2011 compiuta dallo European Council on
Foreign Relations (ECFR). Purtroppo, pensiamo che Vaïsse abbia ragione. Con un budget preventivo di appena €96 miliardi per il periodo 2014-2020, un Alto Rappresentante pressoche’ sconosciuto, la signora Catherine Ashton, le cui decisioni dipendono dal voto unanime di 27 paesi, e un profilo generalmente basso su molti temi (per tacere della assenza dal vertice regionale ASEAN del 2011), non puo’ sorprendere che la valutazione ufficiale dello ECFR sia stata piuttosto critica (Scorecard della Politica Estera Europea, 2012).

La politica estera europea e’ stata quasi mai unitaria e convincente. Quelle dei singoli Stati poi sono state spesso contradittorie e fallimentari. Se aggiungiamo a cio’ la persistente crisi dell’Euro ed il declino economico relativo di fronte ai paesi BRICS, possiamo concludere con Garton Ash (Guardian, 10 novembre 2010) che l’economia e la politica europee saranno presto facile preda di potenze emergenti (quale la Cina) e della loro presunta aspirazione a ‘dividere e governare’ il continente. Crediamo pero’ che un’Europa debole e divisa non sia in grado di portare benefici ne’ a potenze emergenti, né a qualunque ordine internazionale; la storia insegna che un benessere durevole e’ fortemente legato a pace e cooperazione, come l’esperienza dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale illustra. Cina o Russia trarrebbero beneficio da accordi e cooperazione con un’ UE più forte, con una singola politica estera ed ispirata ad un modello federale, che coniughi unita’ e diversita’.

La relativa debolezza della politica estera europea è evidente in tutti i teatri d’azione. L’Europa è stata abbandonata dagli USA, che ora stanno dando priorita’ alla regione del Pacifico. In termini di sicurezza, i paesi UE restano junior partners della NATO, mentre non e’ emersa alcuna capacita’ militare europea alternativa ed autonoma. Quanto alle istituzioni finanziarie, l’UE non si e’ nemmeno pronunciata nella disputa sulla nomina del nuovo presidente della Banca Mondiale, in cui il vincitore, il candidato degli Stati Uniti, Kim, è stato criticato per molti motivi, compresa la sua relativa ignoranza in materia di sviluppo a paragone con il Ministro delle Finanze nigeriano, la Signora Okonjo-Iweala, e l’economista colombiano, Ocampo. Ciò è particolarmente deludente se consideriamo che i leaders europei dovrebbero essere più attenti ai cambiamenti di forza nelle relazioni economiche internazionali, così bene illustrati dalle origini degli ultimi due candidati.

Quanto ai rapporti UE-Russia, malgrado le complementarità tra le due regioni, persistono forti tensioni. Mosca è il principale fornitore di gas dell’Europa e gode di un forte potere di ricatto. Inoltre, la Russia è spesso riuscita a dividere l’UE; il consorzio North Stream, che sta attualmente
costruendo una gasdotto Germania-Russia (che taglia fuori i paesi baltici e dell’Europa centrale), è presieduto dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, un fatto che ha destato proteste in molti tra i paesi marginalizzati. La combinazione tecnologia tedesca – risorse russe è fonte di preoccupazione, sia in Europa che negli USA, come è stato espresso chiaramente dal Direttore di Stratfor, George Friedman (17 marzo 2012).

Le debolezze della politica estera UE sono ancora più visibili in una zona di importanza economica cruciale per la Cina e gli altri BRICS: L’Africa del nord e quella sub-sahariana. Qui la campagna libica della NATO sta mostrando i suoi effetti peggiori. L’intervento contro Tripoli fu soprattutto supportato da Francia e Gran Bretagna, con il sostegno USA e dei paesi del Golfo. Significativamente, la Germania si astenne sulla relativa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, mentre l’Italia, uno dei più importanti partners commerciali della Libia, mise a disposizione le basi militari dopo aver espresso qualche perplessita’. Sono queste divisioni profonde che svuotano di significato una
qualsiasi politica estera europea. Cio’ si aggiunge alla divisione fra paesi occidentali da una parte e Cina e Russia dall’altra; anche queste ultime astenute sull’intervento in Libia. La fine del regime di Gheddafi ha poi portato con se’ ulteriori problemi. I guai libici si sono riversati sui paesi limitrofi, con i ribelli Touareg e un numero imprecisato di militanti islamici che guadagnano terreno nel Mali ed
in Niger. Il golpe militare a Bamako, tradizionale alleato USA ed ex colonia francese, rappresenta un tentativo disperato di mantenere la regione sotto controllo occidentale.

In termini politici, il re e’ nudo. La Francia, il vecchio ‘padrone’ coloniale, non e’ in grado di dare stabilità ad una regione, il Sahel, in cui attori quali gli USA e la Cina hanno interessi vitali, mentre l’UE in quanto tale non ha alcun ruolo. È dunque difficile considerare l’intervento francese in Costa d’Avorio un ‘grande successo europeo’ (ECFR, 2012), se pensiamo che esso fu dettato da interessi puramente francesi ed in una zona caratterizzata da crescenti tensioni e divisioni. Fra coloro che dalle tensioni stanno traendo benefici, troviamo gruppi islamici militanti quali i nigeriani di Boko Haram, i cui tratti non sono ancora chiari. Cio’ che invece è evidente è che la politica estera europea
non ha funzionato neppure in questo contesto. Dopo l’8 marzo, quando un ostaggio britannico ed uno italiano di Boko Haram sono stati uccisi durante un’azione di salvataggio anglo-nigeriana, e’ scoppiata una dolorosa tenzone diplomatica fra l’Italia ed il Regno Unito. Non sappiamo se Londra avesse informato o meno l’Italia, né le ragioni del fallimento dell’azione. Politicamente parlando, tuttavia, il punto è un altro: dov’ era l’Unione europea? Come può accadere che due dei suoi paesi piu’ grandi litigano su un tema scottante, mentre Bruxelles resta in silenzio? Un’azione di salvataggio UE/Nigeria avrebbe forse avuto piu’ senso!

Considerazioni simili valgono per la crisi diplomatica tra Italia e India, dovuta alla presunta uccisione di due pescatori indiani da parte di due fanti di marina italiani (il 15 febbraio), ed al rapimento di due italiani in Orissa da parte dei ribelli maoisti (il 18 marzo). In entrambi i casi la politica italiana si e’ dimostrata contraddittoria ed inefficace. Ma dov’ è l’Unione Europea? Invocato dal Ministro degli Esteri Terzi (il 9 marzo), il suo fantasma non si è ancora materializzato. I limiti della politica estera UE sono stati ancora più evidenti nei rapporti con la Cina, il più grande dei BRICS. In primo luogo, la principale sede istituzionale, il Summit UE-Cina, è tenuto su base annuale, una cadenza probabilmente non sufficiente, se consideriamo che l’UE è il più grande partner commerciale cinese, con un traffico giornaliero di oltre un miliardo di Euro, come ricordato da Barroso in occasione dell’ultimo Summit (il 14 febbraio 2012). Mentre il numero di Summit annuali potrebbe essere raddoppiato, l’esistenza di tre ‘leaders’ europei, il presidente della Commissione, quello del Consiglio, van Rompuy e quello dell’Eurogruppo, Juncker, sembra generare ulteriori confusioni, incertezze sui rispettivi ruoli e lentezze decisionali. In effetti, le iniziative dei singoli Stati, soprattutto la Germania, sono molto più efficaci, a detrimento di un approccio europeo unitario. La disputa sull’estrazione delle ‘terre rare’, su cui l’UE ha recentemente sfidato la Cina (13 marzo 2012), è un segno di debolezza piuttosto che di determinazione. Una sola impresa del settore, Rhodia (Francia), è acquartierata nell’UE, mentre rilevanti porzioni dell’industria europea (per esempio, la produzione
di automobili tedesca) dipendono dalle importazioni di quei minerali. Nonostante i suoi interessi e la sua forza nel commercio internazionale, l’UE non ha assunto una posizione comune neppure in quest’area, con marcate differenze fra paesi più ‘protezionisti’ (l’Italia o occasionalmente la Francia) e più paesi ‘aperti’ (come il Regno Unito). La mancanza di una posizione comune in politica estera è poi nociva non solo all’ Europa, ma anche alla Cina. Come può l’Euro essere valuta di riserva stabile e sicura in assenza di una politica economica europea e di un governo europeo? Ancora, chi è autorizzato a ‘rappresentarla’? Il Signor Juncker è uno dei pochi leaders mondiali senza un budget,
dal momento che una politica fiscale europea non esiste. La mancanza di una singola politica estera ha altri effetti negativi sia sui rapporti UE-Cina sia sulle questioni piu’ generali di global governance.

Come si e’ visto, le relazioni internazionali in zone strategiche quali il Medio Oriente o l’Africa sono ancora dominio delle vecchie potenze coloniali, il cui approccio miope e spesso predatorio si e’ rivelato di ostacolo sia allo sviluppo locale che alla stabilità internazionale. L’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha fortemente criticato l’approccio ‘lento e a volte paternalistico’ degli investitori europei (gennaio 2008) a confronto con l’attitudine piu’ pragmatica e co-operativa dei cinesi. Inoltre, l’assenza di una vera politica europea ha chiaramente ostacolato ogni lotta efficace contro le forze estremiste e terroriste, che sembrano muoversi lentamente dal Medio Oriente verso l’ Africa del nord e a sud del Sahara. Sia l’UE che la Cina sono interessate ad una riforma della cosiddetta ‘global governance’; in questo senso, la Gran Bretagna e la Francia potrebbero rinunciare al loro seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza in favore di un singolo seggio UE; tale scelta riconoscerebbe la necessità di aggiornare l’organizzazione politica mondiale, in cui i paesi BRICS e di altre regioni del mondo reclamano ormai un ruolo.

Il 2011 è stato l’anno del dialogo UE-Cina sulla gioventù, mentre il 2012 è quello del ‘dialogo interculturale’. Si tratta di iniziative encomiabili perché ogni cooperazione inizia con lo scambio culturale (inclusa la lingua), la formazione e la partecipazione dei giovani, ossia le generazioni future. Tuttavia, il loro successo potrebbe rimanere limitato, se l’UE non saprà dotarsi di una singola e ben definita politica estera, finalizzata a stabilizzare l’Europa e fornire un contributo più forte ad un ordine internazionale sostenibile.

*Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori del blog Giovine Europa New.  Questo è il loro primo articolo su Yes, political! .