La balcanizzazione delle primarie

Leggi anche: Primarie, verso nuove distruttive regole

Il “campo” progressista si è fatto pesante, anzi un pantano. C’è chi – come Nichi Vendola – ha il fango fino alle caviglie e, non riuscendo a muoversi, ha deciso di defilarsi o forse si sta soltanto riposizionando. Chi può dirlo. D’altronde l’uscita di Renzi ha destabilizzato il quadretto patetico della foto di Vasto, anche se strappata da un lato, quello di Di Pietro. Vendola soffre gli argomenti anticastisti di Renzi, soffre il metodo prettamente mediatico e obamiano (sinora il miglior imitatore qui da noi, secondo Giovanna Cosenza). Questo perché Vendola è zavorrato: Sinistra e Libertà è ciò che resta del bizzarro esperimento del 2008 che passò alla storia con il nome di Sinistra Arcobaleno. Addirittura Nichi è stato recentemente immortalato insieme agli ex di Rifondazione Comunista, Ferrero e Diliberto, e altri dei comitati referendari, proprio davanti al Palazzaccio della Cassazione, al momento della consegna delle firme contro l’articolo 18 nella versione Fornero-Monti. Nella foto comparivano almeno dieci persone, tutte indistinguibili e al medesimo momento parlanti ognuno una lingua diversa. Lo spettro dell’Unione di Prodi aleggiava nell’aria. Direbbe Renzi che la storia ha già emesso la sua sentenza su Vendola-Ferrero-Diliberto-Di Pietro e compagnia. Senza dubbio una verità che è difficile negare. Tutte le chiassose contraddizioni della sinistra erano ancora lì, soltanto sottaciute e riallineate momentaneamente dalla madre di tutte le guerre, quella dell’articolo 18.

Lo scenario delle primarie si è quindi improvvisamente ristretto e, salvo alcune impalpabili controfigure come Valdo Spini e Nencini, personaggi sopravvissuti a tutte le sciagure della prima e della seconda repubblica ma irrimediabilmente “appartenenti al secolo scorso” (cfr. Renzi o Civati), la battaglia si può circoscrivere dentro al Partito Democratico. Sì, queste primarie anticipano di un anno il congresso. E’ bene dirlo, a scanso di equivoci. Chi perde (Bersani?) rimane al proprio posto ma sarà certamente commissariato. Chi vince governa ma non è chiaro se con la coalizione che conosciamo, ovvero quella PD-Sel. Vendola oggi ha affermato che se dovesse partecipare alle primarie, lo farebbe per vincere. E che assolutamente non sosterrà mai un candidato del PD. Viene da chiedersi se potrà mai sedere in un governo guidato da Matteo Renzi.

Lui, il sindaco della discordia, ha in questo momento la capacità di definire l’agenda della campagna elettorale. Per i media il binomio Bersani-Renzi è comodo e sbrigativo. Hanno trovato la coppia  antinomica tipica di una competizione elettorale in un sistema bipolare (le primarie in America tendono sempre a ridurre lo scontro a due sole candidature, come accadde per Obama e Hillary Clinton nel 2008). C’è spazio per una terza candidatura? Se guardiamo a Vendola, potremmo rispondere subito di no. La ragione è molto semplice: Vendola non è in grado di sussumere in sé, e quindi di superare in una sintesi, la coppia Bersani-Renzi. Ne consegue che il Partito Democratico, per non soccombere nella divisione, deve produrre (letteralmente) una terza candidatura. Che potrebbe essere formalizzata in chiaro nei prossimi giorni, quando verrà chiarito se gli annunci di partecipazione di Laura Puppato, Debora Serracchiani, Stefano Boeri resteranno tali o potranno piuttosto essere reindirizzati sotto la figura di Pippo Civati. Evitando di sfociare in un terzomozionismo inefficace (come fu per Ignazio Marino), la candidatura di Civati potrebbe essere concorrenziale nei confronti di Renzi solo e soltanto se riesce a superare la retorica renziana della rottamazione. Spostarsi su un altro livello di argomentazioni, immediatamente incrinerebbe il castello di carta di Renzi. Renzi si è definito in perfetta dicotomia su Bersani – e in un certo senso nei confronti di tutto l’arco parlamentare attuale. Renzi ha preso da Civati quanto  gli serviva per costruire una identità forte. La rottamazione è la parola che descrive tutto ciò. E’ terribilmente efficace. Fa presa. Forse più di Grillo. Forse perché è argomento di Grillo e stimola un certo revanscismo nei confronti della Casta, un revanscismo che serpeggia un po’ dappertutto, finanche nell’elettorato dei democratici. L’operazione di Civati sarà vincente solo se riuscirà a smontare questo formidabile argomento. Ci riuscirà?

Civati ha preparato ben sei referendum di partito. I Referendum PD sono forse l’atto più forte e destabilizzante che lui e il suo gruppo sono riusciti a portare alla dirigenza del partito, immobile e ripiegata su sé stessa da ormai più di venti anni. Lo stanno facendo impiegando le regole dello Statuto. E non solo tramite il web: Civati può contare su una vasta rete di sostenitori, forse ancor più estesa di quella di Renzi, che invece ha pescato molto fuori del partito per realizzare il proprio staff. Civati, forse non lo sa, ma è la più importante chance di sopravvivenza del partito medesimo. Questo il segretario Bersani (non il candidato) dovrebbe considerarlo. Tramite i referendum, se mai verrà raggiunto il numero minimo di firme richiesto, Civati obbliga il PD alla partecipazione dell’elettorato nelle decisioni, fatto che viene visto come fumo negli occhi da Bersani/Bindi e che Renzi si guarda bene dal nominarlo.

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PD-UDC: non solo credere, ma agire (e che sia un gran baccano) – Manifesto

Condivido l’appello ma sarà l’ultimo – perché dalle parole si passi ai fatti, please. E che sia un gran baccano, perché anche i sordi del nuovo terzetto BCV possano sentire.

Noi crediamo

Noi crediamo che l’obiettivo del centrosinistra non debba essere quello di vincere per occupare e spartirsi posti di potere.

Noi crediamo che l’obiettivo del centrosinistra debba essere vincere per cambiare davvero l’Italia: rendendola un Paese all’avanguardia nel mondo per i diritti civili e sociali, per legalità ed equità, per qualità di welfare e ambiente, per accesso a Internet.

Noi crediamo che il rocambolesco balletto inscenato nelle ultime settimane dai leader dei partiti del centrosinistra attorno alle alleanze sia offensivo nei confronti di milioni di cittadini e di elettori.

Noi crediamo che il centrosinistra possa e debba proporre agli italiani una prospettiva ideale e concreta che non rimanga paralizzata per tutta una legislatura dal mercanteggiamento triste con chi in anni recenti e meno recenti ha rappresentato una delle componenti che ci è più lontana culturalmente, politicamente ed eticamente, e che soprattutto è stata complice di Berlusconi nel portare l’Italia in questa crisi.

Noi crediamo che non sia una questione di ‘veti’ ideologici ma al contrario di pragmatica consapevolezza che una coalizione innaturale non porterà mai ad alcun reale risultato politico, né potrà mai dare all’Italia quella frustata di civiltà e di giustizia di cui ha fortemente bisogno.

Noi crediamo che sia necessario puntare non a una coalizione da sopportare, ma a un progetto da supportare. Non a una mediazione prima ancora di incominciare, ma a una grande sfida da raccogliere. Non crediamo a scelte che provengono da lontano, ma a quelle che lontano ci possono portare.

Questo testo è stato scritto da Giuseppe Civati, Sara De Santis, Piero Filotico, Alessandro Gilioli, Patrizia Grandicelli, Ernesto Ruffini e Guido Scorza, ma appartiene a tutti coloro che vorranno condividerlo.

Regionali, PD ancora in stallo. Primarie, why not?

Un paio di dichiarazioni in antitesi che dovrebbero far riflettere sullo stato delle cose nel PD:

REGIONALI: NICOLA ZINGARETTI, CONVERGERE SU CANDIDATURA BONINO

“Dobbiamo metterci la faccia e preparaci a dire che non siamo disperati, a convergere tutti sulla Bonino: Ricordiamoci che ci siamo anche noi”. Lo ha detto Nicola Zingaretti nel suo intervento alla riunione della direzione regionale del Pd Lazio. “La Bonino è in campo, se ci entriamo anche noi, insieme agli 11 presidenti di Municipio di centrosinistra, la partita è apertissima – ha aggiunto – Sono sempre stato contrario ad una mia candidatura alla presidenza della Regione perché ciò avrebbe portato a sciogliere la Provincia di Roma, che sta diventando un punto di riferimento. non c’è nessuna fuga dalla responsabilità di partito, ma c’è una cosa che si chiama senso delle istituzioni”. Secondo Nicola Zingaretti, ci sono alcune questioni aperte intorno alla candidatura di Emma Bonino. “Dobbiamo prendere atto che la candidatura della Bonino non è stata decisa da noi – ha affermato – La Polverini e la Bonino oggi competono per la leadership. Se il Pd proponesse ora di lavorare su una terza candidatura consegneremmo la vittoria al centrodestra: questo limita la nostra libertà di manovra. La candidatura di Emma Bonino però è molto più competitiva di quanto immaginiamo ed esalta una certa pesantezza e un certo vecchiume del centrodestra – ha detto ancora Nicola Zingaretti – sia nella candidatura che nell’apparato messi in campo dalla Polverini. Anche la questione del nucleare nel Lazio ci dimostra che è tempo di combattere”.

Anche Zingaretti si espone per la Bonino. Una domanda allora s’impone: quale il criterio di scelta? Se il PD fa sfoggio di termini quali la democrazia, in cosa esso si distinguerebbe dal carrozzone del PdL? Perché questa paura di confrontarsi con il proprio elettorato? Basta quindi autocandidarsi e pregare che il Capo legittimi a posteriori la candidatura stessa?

C’è un metodo, un metodo che richiede tempo e denaro. Soprattutto richiede sforzo organizzativo. Questo sistema sono le primarie. Il PD le ha celebrate per definire il suo assetto interiore, avrebbe potuto organizzarle in maniera uniforme per tutte le coalizioni in cui partecipa in vista delle elezioni regionali. Perché no? Chi ha paura delle primarie ha paura delle idee. Forse in primis di scoprire che diee non ne ha.

La democrazia è fatta di vincitori e vinti, non dimentichiamolo. Senza l’opposizione e senza l’alternanza dei partiti al governo si scivola nella dittatura. È quindi sbagliato avere paura delle primarie, com’é sbagliato aver paura di perdere ed entrare ed uscire dalle coalizioni con l’unico scopo di mettere un piede nel campo dei vincitori. Le elezioni che il gruppo di Facebook che mi ha scelto vorrebbe si facessero nel Lazio sono votazioni democratiche, dove si può selezionare quello giusto tra una rosa di candidati che rispecchiano strategie e visioni politiche specifiche. Chi mi ha chiamata in causa condivide con me temi importanti quali la sanità, l’energia rinnovabile, il lavoro dei giovani, gli ammortizzatori sociali, il problema del dilagare della criminalità organizzata ed il processo d’integrazione degli emigrati nella nostra società. Altri candidati, pur avendo a cuore le stesse tematiche, possibilmente sostengono posizioni diverse dalla mia. Ed è bene che sia così dal momento che la politica altro non è che una battaglia d’idee, tutto il resto non c’entra nulla, è qualcos’altro ed è pericoloso.

Negare le primarie vuol dire impedire a queste voci, alcune come la mia fuori dal coro, di farsi sentire e quindi limitare la scelta dei candidati ai vertici dei partiti e tagliar fuori dalla decisione la base, per la quale questi lavorano. A mio avviso è un gravissimo errore perché aumenta la già ingestibile distanza che esiste tra governanti e governati.

La Puglia si aprresta a celebrare delle sanguinosissime primarie fra Vendola e Boccia: stamane D’Alema è riuscito a convincere Casini ad accettare, limitatamente a quella regione, la consultazione preliminare con l’elettorato di riferimento. C’è da giurarci che – comunque esse vadano – il risultato sarà oggetto di una durissima contestazione che aprirà alla rottura definitiva della coalizione di centro-centrosinistra:

La situazione si è sbloccata stamattina, quando il pressing di Massimo D’Alema su Pier Ferdinando Casini ha ottenuto un risultato decisivo: il via libera del leader Udc, che ha assicurato che il suo partito starà alla finestra, confidando in una vittoria di Boccia su cui poi confluire in campagna elettorale. In caso di vittoria di Vendola, invece, l’Udc prenderà altre strade: molto probabilmente un apparentamento con il candidato del Pdl o, in subordine, una corsa in solitaria (fonte: l’Unità).

Pronta la Grosse Koalition: anche Di Pietro alla guida del nuovo Carrozzone Ulivista.

Se ne era già parlato in estate, durante le primarie. Gli elettori del PD si rassegnino: non ci sarà nessun confronto sui programmi per la coalizione di centro-sinistra con il trattino: l’unico programma sarà mettere Berlusconi ko. Un programma che si estrinseca in poche righe:
– fare una Grosse Koalition sfruttando l’emergenza democratica che sorgerà con l’acuirsi dello scontro fra Mr b e i magistrati;
– mettere dentro tutti, UDC, Alleanza per l’Italia (ovvero Rutelli), i finiani in un nuovo contenitore che già è stato etichettato come la Kadima italiana;
– imbarcare Di Pietro che condivide l’obiettivo dell’esautorazione del (finto) premier, accontentandolo con ministeri;
– attribuire a Casini la responsabilità dell’operazione e fornirgli la giusta ricompensa con la candidatura alla Presidenza del Consiglio, magari con un vernissage di democrazia passando attraverso delle primarie di coalizione blindate ai soli iscritti;
Di Pietro ieri si è detto ben disposto a costruire la casa degli anti-berlusconiani e non si è fatto troppe remore nell’accettare l’alleanza con il partito del bigné (ricordate Cuffaro?); bisognerebbe seriamente chiedersi se Di Pietro aprirà mai il confronto all’interno del suo partito o continuerà a procedere a tentoni, un giorno soffiando sul vento “viola” e l’altro benedicendo coalizioni di partito senza contenuto. Poiché è proprio questa la principale obiezione nei confronti della Grosse Koalition nostrana: avendo l’unico scopo di cacciare il “Mercante” (Mr b) dal Tempio (il governo), finirebbe per esaurisi in questo misero compitino e degenerare nella litigiosa coalizione che già abbiamo conosciuto con l’ultimo Prodi, consegnando di fatto il paese a altri cique anni di ingovernabilità e di immobilismo parlamentare. L’esatto contrario di ciò che abbiamo bisogno.

Eppure, l’Armata anti-biscione non sarebbe ancora pronta. Tutti rifuggono dall’ipotesi di elezioni anticipate, in primis Fini (Italo Bocchino ha detto oggi limpidamente che in caso di elezioni anticipate il presidente della Camera resterebbe con il cerino corto in mano, ovvero sarebbe costretto a correre da solo rischiando la scomparsa dalla politica), ma anche Rutelli e Casini non sono ancora piazzati politicamente. Rutelli ha uno sparuto gruppeto di fuoriusciti dai poli, fra cui Tabacci, in prestito dall’UDC. Casini deve risolvere i nodi delle alleanze nelle amministrazioni locali; infatti, una coalizione con il PD a livello nazionale significherebbe uscire dai posti che contno in tante città, Milano e Roma in testa. La strategia suggerita da D’Alema è proporre la nuova Santa Alleanza alle Regionali del 2010, oramai dietro l’angolo. Le manovre – per esempio in Puglia – sono cominciate già da tempo, con la messa in discussione di Niki Vendola, troppo sbilanciato sui temi etici, su cui l’UDC fa da supervisore per conto del Vaticano.

Naturalmente il rumore creato dalla dichiarazione di ieri di Casini ha sollevato i dubbi all’interno del PD, in special modo fra i sottomarini, i quali tornano a far critica sul metodo, mettendo in discussione una coalizione così eterogenea e priva contiguità sul discorso programmatico. Con la riunione di ieri della rete dei coordinatori della mozione Marino, il senatore ha deciso di restare in gioco e di dare voce e forza alle idee che ispirano il suo gruppo, ribattezzato appunto “corrente delle idee”.

Quello che segue è il monito di Veltroni che parla oggi a La Stampa esorcizzando l’ipotesi del Grande Centro, la temuta Kadima italiana costruita sulla triade Rutelli, Fini, Casini e con il benestare di Montezemolo (leggasi Fiat).

    • Il mio posto è qui, senza riserve, anche se sono l’unico che non ha ruoli o incarichi, ma è giusto sia così. Sono altri che sono usciti, come Rutelli, o che hanno detto, come ha fatto D’Alema, che se avesse vinto Franceschini se ne sarebbero andati
    • questa idea di Veltroni si scontra da settimane con alcuni fatti gravidi di implicazioni: l’apertura al governo Lombardo in Sicilia, il no di Bersani «a quella piazza, di Internet e dei movimenti», quella frasetta di Enrico Letta su Berlusconi che può difendersi «dai processi»
    • se si arrivasse ad uno strappo istituzionale di queste dimensioni, io credo sarebbe giusto che tutte le forze di opposizione si unissero per contrastare questa avventura in cui Berlusconi vuole far precipitare il Paese. Sarebbe l’ultimo danno che Berlusconi fa all’Italia. Costringere ancora le forze politiche a stringersi dentro schieramenti “contro”. Quello che con la nascita del Pd cercammo di evitare. L’Italia ha bisogno di radicali cambiamenti e di coalizioni omogenee, se vuole cambiare
    • se il Pd conservasse un ruolo subalterno ad un’alleanza con un centro diventato grande sbaglierebbe. Penso che l’idea di un partito Anni 70 sia un errore e dunque ci sono differenze abbastanza profonde
    • cosa ha sbagliato Bersani?
    • la posizione di Letta su Berlusconi che si può difendere “dai processi”, un errore che ingenera una forte confusione sull’identità del Pd e sul suo ruolo. Poi la manifestazione del “No-B-Day”
    • Terzo, la Sicilia. Il Pd non può sostenere un governo con pezzi di centrodestra. Avrebbe un senso solo in un caso, se ci fosse un elemento di forte discontinuità, a cominciare dalla composizione del governo regionale fatto esclusivamente da tecnici e in cui tutte le forze politiche, con pari dignità, dessero il via ad una fase di transizione
    • non è possibile che il Pd dall’esterno sostenga un governo espressione dei rappresentanti di Miccichè
    • “La presidenza della regione Puglia si deve determinare sui programmi. Questo e’ per me un punto imprescindibile. Ecco perché, mi trovo chiaramente d’accordo con Nichi Vendola che sui temi come i diritti civili, le questioni ambientali, il no al nucleare, ha sempre sostenuto proposte chiare. Tra Vendola e l’alleanza con l’Udc, ripeto, non ho dubbi, scelgo il primo.” Cosi’ il senatore del Pd, Ignazio Marino, esprime la sua opinione sulle regionali in Puglia in un’intervista sul Riformista.
”Anche Pierluigi Bersani – continua Marino – si e’ espresso in maniera contraria al nucleare, non capisco, dunque, come noi potremmo appoggiare l’Udc che invece la pensa diversamente su temi così importanti e delicati per i
cittadini. Del resto per fugare ogni perplessità, sostengo che il modo migliore per scegliere il candidato siano le primarie. Dovremmo adottare questo metodo, altamente democratico, per poter dare l’ultima parola ai cittadini. La gente deve poter scegliere ed esprimere liberamente le proprie preferenze per ristabilire un vero rapporto traelettori ed eletti”
    • “L’elaborazione di contenuti e di idee devono essere il centro delle attività del PD, e quindi prima di tutto pensiamo ai programmi e solo successivamente alle alleanze per le prossime elezioni regionali. Non possiamo pensare di battere la destra semplicemente sommando forze politiche che non condividono valori e programmi. Quindi partiamo dalla condivisione di valori come la laicità e di programmi come l’economia o il nucleare e le alleanze verranno”. Ne è convinto il sen. Ignazio Marino, che oggi ha riunito, nella sede del PD a Roma, per la prima volta la rete dei coordinatori regionali della mozione che ha partecipato alle primarie.

      Il PD non potrà prescindere dal dire parole chiare su temi cruciali come: giustizia e legalità, diritti civili, lavoro e flexicurity, energie rinnovabili e nucleare, ricerca e innovazione. E’ solo partendo dai contenuti che possiamo proporci come concreta alternativa alla destra e a Berlusconi e il primo appuntamento che ci attende è quello delle elezioni regionali.

      “Proprio per dare impulso alle idee che abbiamo proposto durante la campagna per le primarie – sottolinea Marino – abbiamo deciso di non perderci di vista. Non vogliamo costruire una corrente politica, piuttosto una corrente delle idee. Con i coordinatori di tutte le Regioni costruiremo un portale, con derivazioni regionali, come contenitore di idee ed elaborazione e strumento di comunicazione e interazione. Con trasparenza, chiarezza e coerenza continueremo a vigilare, insieme al popolo della rete, perché i temi che noi consideriamo prioritari siano anche siano priorità nel programma del PD.”

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Regionali 2010, in Puglia PD alla svolta: o Vendola o UDC.

Ecco la vecchia politica del PD, quella che ha vinto le primarie e ora cerca di essere egemone. D’Alema vuole che Vendola si faccia da parte per poter mettere in piedi a livello locale il futuro progetto di alleanza con l’UDC di Casini alle politiche del 2012 (salvo scioglimenti anticipati). Naturalmente il prezzo da pagare, almeno in PUglia, è il sacrificio della sinistra radicale, pur già compromessa di suo con l’affossamento di Sinistra e Libertà, e dei rapporti con l’IDV di Di Pietro.
Neanche un accenno ai contenuti politici dell’alleanza che dovrebbe costituirsi in un rinnovato centro-sinistra con il trattino. Neanche una virgola a proposito di politiche sanitarie, di gestione del bilancio della sanità regionale, nessun cenno alla questione morale e al caso Tedesco, nessun riferimento alle politiche energetiche o alla gestione del servizio idrico nel passaggio alla nuova disciplina del decreto Ronchi.
L’unico scopo è il mantenimento del potere. Il PD lavora in Puglia non per costruire una piattaforma politica che abbia in vista l’interesse generale dei cittadini e degli individui, ma piuttosto per vincere le elezioni e mantenere la Regione sotto la propria egida. Tutto il resto è secondario. L’obiettivo è strappare alla destra il governo regionale per altri quattro anni. Che miseria e che visione ristretta. Questo è il nuovo corso di Bersani e D’Alema: una riproposizione delle dinamiche uliviste in ottica antiberlusconiana con il bypassaggio della reisstenza interna, che pure si fa sentire, e di quella della sinistra radicale, sempre più divisa e allo sbando. Uno scenario povero di idee e contenuti che rende preferibile la sconfitta elettorale.

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    • Il Pd prende tempo: sulla candidatura per le prossime elezioni regionali, bisognerà trovare un candidato che coaguli una coalizione più ampia di quella ora al governo. E’ il risultato dell’assemblea regionale chiusa da Massimo D’Alema.

    • Una chiusura alla ricandidatura di Nichi Vendola e un raffredamento sul nome di Michele Emiliano come possibile sfidante del governatore nelle primarie del centrosinistra.

    • spaccatura anche all’interno del Pd. Non sono stati pochi infatti a sostenere la necessità di non interrompere l’esperienza con Vendola e quindi la sua ricandidatura. Ma altrettanto vasto è il fronte dei "realisti", di quelli che vogliono portare dentro la nuova alleanza Udc e Idv, considerati indispensabili per la vittoria. Una divisione profonda e difficilemente sanabile

    • ”La situazione è resa difficile non dalle nostre trame ma dalla decisione di Vendola” di candidarsi ”nella convinzione che di fronte al fatto compiuto i partiti si sarebbero accodati”. Lo ha detto Massimo D’Alema

    • ”Noi – ha detto D’Alema – avevamo chiesto a lui di prendere l’iniziativa di chiamare le forze politiche attorno a un tavolo e verificare la possibilita’ di portare l’alleanza per il Mezzogiorno al governo della regione’

    • ”Noi – ha continuato D’Alema – siamo stati messi di fronte a questa situazione, noi non abbiamo mai posto il problema di scegliere tra Vendola e Udc perche’ in questi termini si tratta di decidere come perdere le elezioni e, scusatemi, anche per la mia storia preferirei perderle avvolto nella bandiera rossa”

    • dopo la decisione di Vendola, secondo D’Alema, ”noi possiamo accodarci ma verremmo meno alla nostra responsabilita’ di fronte a un partito che non puo’ pensare di farsi eterodirigere”

    • ”Dobbiamo cioe’ fare noi – ha concluso D’Alema – quello che avrebbe dovuto fare Vendola e non ha fatto: chiamare le forze politiche a discutere programmi e prospettive senza fare veti e pregiudiziali”

    • ‘Vi prego di rispettare le alleanze con l’Udc che abbiamo gia’ fatto, altrimenti rischiamo di perdere non solo la Regione Puglia alle prossime elezioni ma le giunte cha abbiamo gia’ conquistato alle scorse amministrative

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    • "Vogliono candidare qualcuno altro contro di me? Prego, si accomodino. A patto pero’ che l’eventuale mio concorrente accetti le primarie. E vedremo chi avra’ piu’ consenso popolare".

    • Lo ha detto a La Stampa

      Niki Vendola, attuale Governatore della Puglia, affrontando il tema della candidatura alle regionali, dove si profila quella alternativa di Emiliano, attuale Sindaco di Bari.

    • "A D’Alema voglio solo ricordare – ha aggiunto Vendola – che anche cinque anni fa lui diceva che non avrei potuto vincere perche’ ci voleva un candidato piu’ moderato, pure nel look: uno come me comunista e con l’orecchino, come poteva pensare di sconfiggere la destra in una regione di destra? E invece l’ho sconfitta".

  • Vendola: nessun sortilegio può farmi sparire

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    • Doveva essere l’assemblea che sgomberava il campo dai tentennamenti delle ultime settimane. Invece, ciò che è accaduto in casa Pd – e soprattutto le ultime parole pronunciate dal palco da Massimo D’Alema – hanno avuto l’effetto di compattare l’ala sinistra del centrosinistra

    • da oggi Socialisti, Verdi, Rifondazione comunista e Sinistra e Libertà non forniscono più alcun alibi: «Il nostro candidato è Nichi Vendola»

    • «Non solo vado avanti malgrado tutto e tutti ma vado avanti perchè tutto e tutti mi spingono ad andare avanti. È vero, c’è il pericolo di riconsegnare la Puglia alla destra e questo pericolo è strettamente connesso al tentativo di rimozione del significato profondo che la Primavera pugliese ha avuto nel 2005 e ha avuto nel corso della stagione di governo. È il significato di un cambiamento non fittizio, non costruito sulla rincorsa di un moderatismo che uccide in nuce la prospettiva del cambiamento. Immaginare oggi, dopo cinque anni, di annullare politicamente questo punto di forza del centrosinistra – ha concluso Vendola – mi pare davvero un gravissimo rischio»

    • segretario regionale di Sinistra e Libertà, Nicola Fratoianni: «Non è il Pd che sostiene Vendola a essere eterodiretto, mi pare piuttosto che sia il Pd di D’Alema a farsi eterodirigere dall’Udc e da altre forze che propongono veti su Vendola»

    • D’Alema che accusa Vendola di non aver messo d’accordo forze politiche esterne al centrosinistra per allargare la coalizione

    • ha ricevuto veti sulla sua persona e non sulla sua proposta politica

    • Vendola non molla: «Rifletta bene il segretario del Pd, Blasi. Io continuo a sperare di essere il candidato di una coalizione larga. Comunque io sarò candidato. Se ci fosse la possibilità di mettere in pista l’esperienza delle primarie potrebbe essere il punto maturo di soluzione dei nostri problemi.

    • senza primarie non c’è nessun sortilegio che possa far sparire dalla Puglia la mia candidatura e la mia vicenda politica

    • un coro di voci a suo favore. «Noi sosteniamo Nichi Vendola», annuncia il presidente dei Verdi di Puglia, Magda Terrevoli

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Dibattito sì, dibattito no e la questione sanità in Puglia.

Mentre ci si confronta sulla proposta Civati di un confronto fra i tre candidati alla segreteria PD in stile primarie americane e la risposta – l’unica per ora pervenuta – di Franceschini che ha invece rispedito al mittente l’invito sostenendo che l’unico confronto possibile è quello dell’undici di Ottobre, come previsto dallo Statuto – oibò lo Statuto non dice che questo debba essere l’unico confronto, sono possibili, anzi auspicabili, ai sensi dello Statuto dibattiti pubblici fra i tre – la Commissione d’Inchiesta sul servizio sanitario nazionale, la Commissione Marino, sbarca con una delegazione in Puglia (che ne dice sen. Gramazio? c’è anche lei in Puglia?) per le audizioni sul caso Tedesco-Tarantini and others, scandalo che è scaturito dalle indagini della pm Desireé Digeronimo e che sembra essere approdato ad un punto cruciale in cui sono emersi complicanze a livello nazionale. E’ notizia di ieri la dichiarazione del sindaco di Bari Michele Emiliano sul fatto che:

rispetto alla vicenda legata alla gestione della sanita’ in Puglia, […] “D’Alema non e’ direttamente responsabile della caduta di stile o della caduta morale di singoli esponenti del Pd, pero’ obiettivamente queste persone finiscono per raccogliersi attorno alla sua mozione” (fonte PD: EMILIANO, IN PUGLIA NON POSSIAMO FAR FINTA DI NULLA).

In ogni caso, la delegazione dovrà appurare i guasti arrecati alla sanità pubblica. Son previsti due giorni di audizioni. Qui di seguito la notizia come è stata data da SkyTG24:

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    • BARI, 7 SET – Sono da oggi in Puglia per due giorni i senatori della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del Servizio sanitario nazionale. Terranno audizioni e incontri legati ai risultati delle indagini giudiziarie sulla scandalo che ha travolto la gestione politico-amministrativa della sanita’ da parte della Regione Puglia.Si incontreranno alle 12 nella sede della Prefettura di Bari. Oggi pomeriggio, intorno alle 15, i senatori saranno al policlinico di Bar.
  • Dichiarazione di Ignazio sul confronto a tre con Franceschini e Bersani

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    • “Il Partito democratico guarda ad Obama, ma poi se proponi le primarie all’americana, con un confronto diretto sui programmi dei candidati, Franceschini rimanda a dopo i congressi dei circoli e Bersani tace. Queste sono le primarie all’italiana”
    • “Ma che senso ha la proposta di Franceschini di realizzarlo dopo i congressi dei circoli, peraltro a distanza, con tre discorsi distinti?”, si chiede Marino. “E’ questo – aggiunge – il rispetto che il segretario del piu’ grande partito d’opposizione italiano ha per i suoi iscritti? Io credo che la proposta di Pippo Civati, di realizzare il confronto il 20 settembre a Firenze, ospiti nella citta’ governata da Matteo Renzi, vada accolta senza timori”
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    • “La ripresa dei consensi e della forza penetrante della candidatura Marino e’ legata alle due questioni principali che pone. La prima, che le altre due mozioni ignorano, e’ il ritorno allo spirito del Lingotto, depurando da quella esperienza le fasi che hanno ingessato il Pd, che hanno deluso il popolo delle primarie, che hanno generato la cristallizzazione della vita interna con la riproposizione di vecchie e nuove correnti”
    • Lo ha detto il coordinatore nazionale della mozione Marino, Michele Meta
    • “La seconda questione che abbiamo posto al centro della nostra campagna congressuale – ha ricordato Meta – e’ quella democratica: la crisi dello Stato ed un nuovo patto tra cittadini ed istituzioni. Per noi il Pd e’ nato e va rilanciato non come strumento funzionale e utile ai gruppi dirigenti ma, al contrario, come elemento indispensabile per affrontare la crisi italiana. Per poter parlare al Paese ci vuole una chiarezza di posizioni. Ci vuole quella ricetta di si’ e di no – ha concluso Meta – di cui parla senza timori Ignazio Marino, sui respingimenti, sui diritti delle persone, sul rinnovamento delle classi dirigenti. Ci vogliono soluzioni chiare, un’opposizione limpida ed intransigente”

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PD e la rivoluzione che non ci sarà.

Dati i sondaggi, avremo Bersani segretario passando per le primarie e in seguito la scoperta di una alleanza elettorale PD-UDC, alla faccia di quanto scritto sulla mozione Uno relativamente alle alleanze stesse, in cui si vagheggia un ritorno all’Ulivismo con la riabilitazione dell’area radicale di sinistra. Oppure, se tutto va bene, avremo un bel paniere di partiti comprensivo di rottami di Rifondazione Comunista, embrioni di Sinistra e Libertà, Socialisti, Verdi, Verdi Verdi, Verdi sole che ride, fino a Casini e a qualche mastelliano di ritorno. Un bel minestrone. Ma, come si suol dire, affinché tutto cambi bisogna che tutto rimanga com’è.

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    • La guerra fra Nichi Vendola e Desirè Digeronimo, pm di Bari, è solo la più eclatante delle guerre pugliesi.
    • Vendola e Digeronimo hanno molti tratti in comune. Scrive il Corriere della sera che il pm è amica della sorella del governatore, Patrizia, e fa parte della corrente di sinistra di Magistratura democratica non lontana dalle posizioni del governatore.
    • Vendola è a capo di una giunta ormai allo sbando sia per le ragioni giudiziarie sia perché d’improvviso, dopo la scissione di Rifondazione, il governatore si trova senza un partito di riferimento.
    • Sembrerebbe una lite in famiglia, uno scontro che si apre all’interno degli stessi ambienti. La linea di confine fra il pm e il magistrato è molto sottile e la lettera di Vendola conferma l’impressione di un’amicizia che si è rotta. Per tanti aspetti è una classica storia meridionale.
    • Chi conosce l’ambiente è riuscito a decrittare l’accusa di Vendola al pm. Nichi fa riferimento a relazioni familiari e amicali della Digeronimo e probabilmente si riferisce non solo all’ex marito della pm che è un’esponente della destra ma anche a un personaggio centrale di uno dei filoni dell’inchiesta sanitaria barese, la manager Asl Lea Cosentino che è inquisita oltre che grande amica della magistrato.
    • Se non fosse una lite in famiglia Vendola avrebbe avuto davanti a sé la via maestra di un esposto al Consiglio superiore della magistratura per costringere il Csm ad esautorare la Digeronimo. Invece ha scelto lo strumento eccentrico della lettera aperta per reagire alla propria destabilizzazione destabilizzando il pm che ha, a questo punto, chiesto aiuto al Csm.
    • Con Vendola si è schierato il sindaco di Bari, Michele Emiliano, predecessore alla Dda della Digeronimo
    • L’ingresso nella partita di Michele Emiliano apre anche l’altro fronte pugliese, quello tutto politico. Nel Pd si è aperto uno scontro molto duro, che abbiamo già raccontato sul Riformista fra Emiliano e D’Alema.
    • L’ex premier considera conclusa la stagione politica dell’ex sindaco a cui chiede di dedicarsi solo all’attività amministrativa lasciando la guida regionale del Pd. Emiliano non è d’accordo.
    • Per qualche giorno ha sperato di diventare il candidato unitario di Franceschini e di Ignazio Marino per spingere D’Alema alla resa. La partita però si è complicata.
    • hanno cercato di convincere Franceschini a non cedere alle lusinghe di Emiliano e si sono spinti fino a promettere una singolare “pax pugliese”
    • Fallito questo tentativo, lo scontro è diventato diretto. Emiliano ha scelto di presentarsi come candidato al di sopra delle mozioni mentre i dalemiani hanno presentato un uomo nuovo, Sergio Blasi, sindaco di Melpignano
    • la ricandidatura di Nichi Vendola. Il governatore gode ancora di ampi consensi ma non ha più una forza politica alle spalle. I dalemiani che si erano schierati per la riconferma sono in questo momento attraversati da molti dubbi.
    • Michele Emiliano ha cercato di spingere Sergio Blasi ad una dichiarazione di principio a favore di Vendola non riuscendo ad ottenerla.
    • Sullo sfondo c’è la relazione speciale che si sta intessendo in Puglia fra il mondo dalemiano e l’Udc di Casini. Non sono pochi a prevedere che un’alleanza fra Pd e Casini con la candidatura di Adriana Poli Bortone, ex sindaca di Lecce in quota An e ora a capo di un movimento meridionalista
    • Nichi Vendola teme molto il combinarsi delle inchieste con la crisi della sua leadership e ha scelto l’attacco diretto alla Digeronimo
    • Lo ha difeso Michele Emiliano che molti vedono, però, come suo concorrente alla guida del centro-sinistra nelle prossime regionali.

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