Caso Sallusti, un Betulla non vale un Dreyfus

Ha fatto lavorare un giornalista radiato, una spia, un agente del servizio segreto. Ha pubblicato un articolo in cui il famigerato Dreyfus, alias Renato Farina, scrive delle falsità, anzi, diffama gravemente un magistrato, tale Giuseppe Cocilovo. Quest’ultimo, quando la causa era ancora pendente presso la Procura della Repubblica, aveva banalmente chiesto una rettifica, quindi in seguito un risarcimento di ventimila euro. Sallusti ha rifiutato. Sallusti non ha mai nemmeno rivelato l’identità del giornalista occulto. Farina ha fatto outing stamane, alla Camera dei Deputati, svegliata in gran fretta per parlare del caso. La “confessione” ha naturalmente acceso il dibattito fra i giornalisti su Twitter:

Farina infame? E Sallusti? Il Direttore ha protetto il suo anonimato ad oltranza. E’ normale che un Direttore di giornale faccia lavorare un giornalista radiato? La domanda è retorica. Ci siamo indignati contro una macchina giuridica senza pietà, che schiaccia la libertà di opinione e mette in galera chi ha semplicemente espresso un’opinione. La realtà non è questa. E’ pur vero che le norme del Codice che regolano la libertà di stampa sono antiquate e che la galera applicata ai reati d’opinione è fortemente intimidatoria. Ma qui ci troviamo di fronte a un ex giornalista che, sotto uno pseudonimo, continua ad esercitare la professione che gli è stata negata in quanto uomo al soldo del servizio segreto (caso Pio Pompa).

Dice Farina di avere ubbidito. Si accordava con Pompa. Era “preparato” da Pompa. Era pagato da Pompa. Trentamila euro in due anni. Sempre in contanti, sempre dietro ricevuta. Qualche volta firmata “Betulla”, qualche volta “Renato Farina”. Denaro per le spese vive. Gli aerei, i soggiorni. Non che potesse aggravare il giornale, “Libero“, dei costi del suo lavoro doppio […] E’ Pompa che gli consegna quel dossier che dovrebbe inchiodare Romano Prodi agli accordi Europa-Stati Uniti che consentono i voli degli aerei “coperti” della Cia. E’ un falso. Farina lo pubblica (repubblica.it).

Farina diffamò Prodi su richiesta del servizio segreto (falso caso dell’appoggio di Prodi alle extraordinary renditions dell’era George W. Bush). Per questa ed altre falsità, Farina fu cacciato dall’ordine dei giornalisti. Vittorio Feltri – sì, lo stesso uomo che lo ha pubblicamente accusato di essere l’anonimo Dreyfus del caso Cocilovo – gli ha permesso di continuare a scrivere per il giornale Libero per ben due anni. Feltri si guadagnò così sei mesi di sospensione dall’ordine. Secondo Feltri, Farina doveva continuare a scrivere “in base alla Costituzione, che consente fino ad ora la libera espressione del pensiero” (Wikipedia). E’ libera espressione del pensiero quanto scritto da Farina sul caso Cocilovo? E Sallusti poteva permettere che un giornalista radiato e pagato per mentire continuasse a scrivere notizie false sulle colonne del giornale da lui diretto? Perché sia Feltri che Sallusti hanno tenuto Farina al proprio posto pur sapendolo corrotto?

L’art. 57 del codice penale, lo stesso codice penale applicato nel caso  Ruby (nota per Travaglio, n.d.r.), impone al direttore di controllare l’attività dei giornalisti per evitare che un reato si verifichi: nel giornale da lui diretto – si chiama per questo “responsabile” – chi scrive non può fare quello che gli pare, ma deve attenersi a determinate regole di correttezza, verità, continenza e il direttore ne è il garante. Se il direttore se ne infischia,   o chiude un occhio o abbozza un ghigno di fronte allo sciacallo che si appresta a macellare di fronte a centinaia di migliaia di lettori una persona perbene sia  un giudice onesto sia un signor nessuno, allora la responsabilità – per niente oggettiva – è, anche,  sua. Non come autore del reato ma per aver violato il suo obbligo di controllo, permettendo così lo scempio.  Doveva controllare, e non lo ha fatto, doveva evitare il danno e non lo ha fatto: una menzogna è stata diffusa e invece doveva restare chiusa nella balda mente del suo autore (youreporternews.it).

Un agente Betulla non può esser nemmeno lontanamente accostato al caso Dreyfus.

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Hanno ucciso l’uomo calvo – dalla prima pagina de Il Giornale

 

Tutto mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sui tasti della Olivetti. Così comincia l’articolo di prima pagina del condirettore de Il Giornale, Vittorio Feltri. La vicenda è relativa ad una causa per calunnia esercitata da un giudice, tale Giuseppe Cocilovo, per un articolo comparso su Libero quando di Libero Sallusti era direttore responsabile. L’autore del pezzo firmò con uno pseudonimo, ma per il giudice a pagare deve essere il direttore responsabile. Il quale venne condannato in primo grado alla pena pecuniaria di cinquemila euro la quale, in secondo grado, fu tradotta in pena detentiva per un anno e due mesi. Il 26 Settembre si terrà l’esame di regolarità formale da parte della Cassazione. Come saprete, la Cassazione non entra nel merito della sentenza di secondo grado ma semplicemente si esprime sulla regolarità del procedimento. Quindi Sallusti rischia la galera. Questo perché a Sallusti non si applicherebbe la sospensione della pena per gli incensurati, in quanto egli ha già ricevuto condanne per diffamazione o calunnia. Naturalmente Feltri si spertica in un lungo j’accuse contro la democrazia italiana e contro le leggi sulla stampa: “siamo l’unico paese occidentale in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile”. I colpevoli di tutto ciò? Non è con i magistrati che Feltri intende polemizzare ma con quei “dementi” che dopo sessanta anni tengono in vita – “per accidia e menefreghismo” – un pezzo del Codice Fascista.

Una sola osservazione ho da fare: il carissimo direttore emerito de Il Giornale si accorge solo ora che la normativa italiana sulla stampa è fortemente illiberale. Quando alcuni dei suoi amici politici, per i quali ha scritto sinora lunghe e noiose agiografie acritiche (almeno prima che defenestrassero Silvio da Palazzo Chigi e prima che il vento dell’anticastismo soffiasse così forte anche in Via Negri), intendeva estendere quelle assurde regole anche al web e soprattutto ai blog, non mi pare che Feltri avesse gridato allo scandalo della democrazia italiana. Ricordassero, lui e il suo compare calvo, questi aspetti e queste regole repressive quando pigiano i tasti delle loro vetuste Olivetti. E facessero un mea culpa sul pessimo giornalismo di cui sono autori.

Il de profundis di Pansa e Ferrara per Berlusconi

Non basta rievocare tutto il passato per deglutire il rospaccio della sconfitta di domenica scorsa. Tutti i pennivendoli della Casa Madre stanno alzando le mani dinanzi alla strategia suicida del duo Sallusti-Santanché che guida l’armata milanese dei Moratti e dei Lassini.

I segni della crisi cominciano a percolare anche sulla superficie uniforme de Il Giornale. Oggi Giuliano Ferrara si è lasciato andare ad uno sconsolante editoriale in cui dice apertamente che la strada intrapresa è sbagliata e che non ci sono parole a sufficienza perdescrivere il disagio:

se la strada è quella dell’invadenza arrogante a reti unificate, del monologo che umilia gli interlocutori e gli elet­tori, del semplicismo e del ba­by talk arrangiato, sciatto, po­veramente regressivo, mi man­ca il fiato […] Perché farsi del male con parole d’ordine primitive, giocando irrespon­sabilmente la carta dei cosid­detti «valori conservatori» in una offensiva lanciata da gen­te di governo contro «gay e drogati», una caricatura del motto Dio-patria-e-fami­glia, quando quella carta è sempre stata pudicamente scartata quando si doveva giocarla con sensibilità e in­telligenza nelle occasioni giu­ste e per motivi giusti? […] Vedo in questa deriva la vit­toria dell’avversario di tutti questi anni, e di quello più in­carognito e miserabile. Farsi simili alla caricatura che il ne­mico fa di te è il peggiore erro­re possibile per un leader po­litico. È l’errore che può ca­gionare «l’ultima ruina sua», che lo isola con le tifoserie, che ne avvilisce l’indipen­denza intellettuale e di tono, la credibilità personale (Giuliano Ferrara per Il Giornale).

Insomma, si sente puzza di sconfitta. Una sconfitta inaspettata che sta gettando nel panico e inducendo agli errori più stupidi, come cedere alla violenza e alla caricatura della violenza. Gli argomenti per spiegare ai lettori del centrodestra la disfatta sono esauriti. Lo confessa candidamente Vittorio Feltri, in risposta al fondo di Giampaolo Pansa, su Libero. “Mi piacerebbe avere degli argomenti per ribattere punto su punto a Giampaolo Pansa”, scrive l’inventore del metodo Boffo, “ma ho solo una lunga lista di attenuanti” (L’editoriale – Libero, Vittorio Feltri – Libero-News.it). La sconfitta parte proprio da qui: dalla mancanza di parole. Anche la difficoltà nel descrivere quel che accade è testimonianza di una povertà che è prima di tutto lessicale e ideale. Pansa torna ad evocare il 25 Luglio 1943, data in cui il Gran Consiglio del Fascismo dimissionò il Duce. Pansa sbaglia. Il voto di Milano non produrrà un altro Piazzale Loreto. Tanto più che i milanesi si accingono ad esercitare il loro diritto di autodeterminare il governo cittadino. Nulla di più pacifico. Metaforicamente, è vero, la sconfitta milanese, se mai avverrà, equivale come portata storica a una Caporetto. Una Waterloo. Il nostro Napoleone cadrà alla campagna di Russia. Ma non c’è da sorprendersi, basterebbe saper perdere. E riconoscere che è giunto il tempo per farsi da parte:

Berlusconi è il più anziano tra i tanti capi di governo europei. Alla fine di settembre compirà 75 anni, che non sono pochi anche per uomo energico e di grande vitalità come è lui […] La forza fisica diminuisce. La lucidità si appanna. C’è chi diventa apatico e chi litigioso, condizioni entrambe rischiose […] la domanda da fare è un’altra: che centro-destra può essere quello guidato da un uomo che si ostina a ritenersi indispensabile […] Anche se gli eredi giusti esistono, a cominciare da Giulio Tremonti. Berlusconi non vuole sentirne parlare. Ma allora non resta che il bunker, l’ultima ridotta, la trincea della disperazione. Sono tutte vie di fuga suicide, come ci dimostra la storia. Nel bunker non si vive, si sopravvive. Soprattutto in una fase delle vicende mondiali dove tutto muta con la velocità della luce […] Mentre la Prima Repubblica stava agli sgoccioli, un politico di insuperabile cinismo, Giulio Andreotti, a proposito di un suo ennesimo governo disse: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Era diventato il motto di quell’epoca. Sappiamo tutti come è finita (Giampaolo Pansa, Milano o Napoli, importa poco o nulla: Silvio è cotto e la colpa è soltanto sua  Libero-News.it).

Non è solo una questione anagrafica. E’ chiaro a tutti che è finita. Lo sa anche lui. Sa che il suo tempo è arrivato. Ma non ci pensa un secondo di lasciare. Andrà a fondo e la colpa sarà soltanto sua.

Montecarlo e il ruolo della Farnesina: chi ha raccomandato Corallo?

La scorsa settimana, Corrado Formigli, nel corso della puntata di Annozero, ha rivelato che il nome di Francesco Corallo è stato proposto come Console Onorario di Sint Maarten in una serie di email intercorse fra la Farnesina e il Console di Miami, tale Marco Rocca. Il quale, indagando su Corallo, venne a conoscenza della parentela sconveniente (il padre Gaetano, condannato per associazione a delinquere). Tanto che rispose picche. Formigli rese noto che, nei giorni delle pressioni fatte dalla Farnesina, la moglie di Rocca ebbe un “incidente” automobilistico (l’auto andò a fuoco). Un atto intimidatorio contro il console, ultimo baluardo della legalità della diplomazia italiana? Il giorno dopo lo scoop di Formigli, Frattini annunciò un’indagine interna sull’intera procedura eseguita.

Durante la settimana, quelli de Il Giornale e di Libero si sono arrovellati per far ricadere il sospetto della raccomandazione non già su Frattini, come verrebbe facile pensare, ma su Gianfranco Fini, ex ministro della Difesa nel precedente governo Berlusconi. Tanto che Feltri e soci scovano una copia delle email mandate al Console di Miami. Queste email sono state inviate dal Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo. E Massolo, secondo Libero, sarebbe un funzionario della diplomazia italiana appartenente alla “filiera” finiana. Massolo ha fatto pervenire una lettera a Libero in cui smentisce l’apparteneza a questa o a quella corrente politica. Poi aggiunge:

La segnalazione circa l’aspirazione di Corallo mi è pervenuta, tra le tante che ricevo in ragione del mio incarico, da persona che conosco da tempo, che non ha alcun rapporto con la politica, né tantomeno con ambienti legati al presidente Fini (Libero, 13/10/2010, pag. 6).

Ergo, la ricostruzione fatta da Libero è frutto di invenzione. D’altronde, il curriculum di Massolo, funzionario della Farnesina di lungo corso, è limpido oltreché lunghissimo (comincia nel 1978). E’ dal 2008, fra le altre cose, Sherpa del G8. Viene nominato Segretario Generale il 12 settembre 2007: la massima aspirazione per un diplomatico. Perché dovrebbe compromettersi per una raccomandazione, un “favore” ad un amico che non è neanche in politica? Massolo rivela che lo scambio di email è durato non più di qualche giorno, e non c’è stato spazio per i dubbi sulla reputazione di tale Corallo.

Quindi? Molto rumore per nulla? Libero e Il Giornale hanno cercato timidamente di rigirare il bubbone Corallo-slot machine contro Fini. Ma il colpo gli è rimasto in canna. Massolo non è finiano poiché a Fini non deve alcunché: la sua carriera era già una carriera di vertice all’interno della Farnesina. E la pista Saint Lucia si è completamente sfaldata. Come mai Il Giornale e Libero non approfondiscono il caso del documento del ministro della Giustizia di quell’isola? E come mai Lavitola è uscito di scena?

Il Giornale vs. Marcegaglia: ecco le telefonate fra Porro e Arpisella

Rispondente al sondaggio di Yes, political!:

Il Fatto Quotidiano pubblica l’audio delle telefonate intercorse fra Porro e Arpisella. Ascoltate:

Saint Lucia, o l’isola che non c’è: ma chi è il ministro che indaga su Tulliani?

Oggi, era circa l’una, ho avuto una folgorazione: ma se cerco su Google Saint Lucia, che salta fuori? La pagina di Wikipedia, per esempio, che spesso può essere di aiuto per avere una conoscenza rapida ma superficiale di un po’ di tutto, compreso il caso Tulliani-Fini-Il Giornale. Innanzitutto:

Santa Lucia è una nazione insulare nel Mar dei Caraibi orientale, sul confine con l’Oceano Atlantico. Fa parte delle Piccole Antille e si trova a nord delle isole di Saint Vincent e Grenadine e a sud della Martinica. Fa parte del Commonwealth dal 22 febbraio 1979 (Wikipedia).

Penso che stiamo parlando della stessa Saint Lucia, no? Caraibi, Piccole Antille. Paradiso della natura e paradiso fiscale.

L’aumento della concorrenza latinoamericana nell’esportazione delle banane e i recenti cambiamenti nella politica di importazione dell’Unione Europea hanno fatto della diversificazione dell’economia una necessità sempre più impellente per Santa Lucia. L’isola è perciò stata in grado di attrarre investimenti dall’estero, specialmente nel campo dell’offshore e del turismo (con quest’ultima attività che rappresenta la principale fonte di guadagno per l’isola) (Wikipedia, cit.).

Ecco, off-shore. Per i patiti è il termine con cui si indica una società registrata in base alle leggi di uno stato estero, ma che conduce la propria attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui è registrata. Berlusconi e Mills ne dovrebbero sapere qualcosa. Quindi si tratta della stessa isola. L’isola dei Tulliani. Il cui Capo di Stato si chiama niente meno che Elisabetta II Regina d’Inghilterra. Il paese ha quindi, nella tradizione della common law, un governo costituzionale con premier il leader del partito che ha vinto le elezioni.

Il potere esecutivo spetta al primo ministro e al suo gabinetto. Il primo ministro coincide solitamente con il leader del partito che ha vinto le elezioni per la House of Assembly (la “Camera dei Deputati” locale), che è composta da 17 deputati. L’altra camera, cioè il Senato, ha invece 11 membri (Wiki, cit.).

Il nome del premier di Saint Lucia è Stephenson King. Invece, quello che segue è il sito del governo di Saint Lucia. Perché Saint Lucia, come tutti i paesi che si rispettino, ha un sito in cui pubblica documenti e informazioni sull’attività del governo:

Government of Saint Lucia

Date un’occhiata al simbolo in alto a sinistra: trattasi dello stemma dello Stato di Saint Lucia. Esso coincide con il simbolo presente sul documento fornito dai due giornali dominicani, ripreso poi da Dagospia e Il Giornale come l’atto che incastra definitivamente il cognato di Fini. Guardate voi stessi:

Secondo il Listin Diario e El Nacional, la lettera qui sopra sarebbe stata inviata dal neoministro della giustizia Lorenzo Rudolph Francis al premier Stephenson King. Una missiva altamente confidenziale relativa al caso Tulliani-Fini, uno scandalo che può produrre “una potenziale pubblicità negativa” per lo Stato di Saint Lucia. L’allarme sembra esser preso sul serio, poiché questa campagna di stampa metterebbe in cattiva luce il paese, attento com’è a rispettare le legislazioni internazionali in fatto di società off-shore.

Lorenzo Rudolph Francis è effettivamente il neoministro della Giustizia di Saint Lucia. Lo è diventato lo scorso 16 Luglio quando Nicholas Frederick ha rassegnato le dimissioni:

Mr. Francis is a practicing Barrister, who holds a Bachelor of Laws (LLB) degree, a Masters degree (LLM) in Tax and Corporate Law, a B Sc (Economics and Accounting) and a Post Graduate Diploma in Management.  He also has had many years of public service experience particularly in the Ministry of Finance, Inland Revenue Department.  He will therefore also be a valuable addition to Government’s economic team (StLucia News Online).

Francis è un avvocato. Gode della stima del suo premier, a quanto pare. Il sito del governo di Saint Lucia non è aggiornato. Quindi? Ho preso un granchio? Sì, è vero, ma non sono il solo… (vedi qui). Ma certamente non demordo. Continua la caccia alla patacca. Per esempio, quella che segue è l’immagine del documento come pubblicata da Il Giornale:

L’indirizzo nella intestazione corrisponde a quanto scritto nel sito del Governo di Saint Lucia: Attorney General’s Chambers and Ministry of Justice, 2nd FL, Francis Compton Bldg, Waterfront, Castries,  Saint Lucia, West Indies. E la parte che riguarda i recapiti, in alto a sinistra, pare identica: Telephone : (758) 468-3200, Fax : (758) 458-1131, Email : atgen@gosl.gov.lc; a me pare che siano infomazioni che si possano copiare facilmente. A voi?

Intanto Italo bocchino e Carmelo Briguglio indicano in Valter Lavitola l’autore della patacca. Lavitolaè in politica dal 1984 con il PSI, dove gli vengono affidati incarichi a livello nazionale ed internazionale. Si occupa da sempre di sviluppo sostenibile. Aderisce al partito di Forza Italia nel 1994. E’ Segretario Generale del Comitato Interparlamentare per lo Sviluppo Sostenibile. Poi imprenditore nel campo dell’import-export, delle costruzioni e dell’editoria. Anche Presidente nazionale della F.I.P.E.D. (Federazione Italiana Piccoli Editori). Lavitola è Sole administrator della International Press Soc Coop. Ma qualsiasi verifica su questa società editoriale mi risulta estremamente difficile.

Intanto stasera Dagospia ammette che fare un falso con l’intestazione del Governo di Saint Lucia è un gioco da ragazzi. Aprite questo link: http://www.slugovprintery.com/samples.php?sample=printingServices/letterHeads/AttorneyGeneral.jpg

Sì, è proprio la carta intestata dell’Attorney General Chamber’s. Ma differisce dal documento patacca per numerosi particolari, in primis il carattere utilizzato. Osserva Dagospia:

il passaggio fondamentale è un altro e Aimable ce lo spiega involontariamente: se la NPC non fornisce carte digitali modificabili, perché sul documento pubblicato da Libero e da il Giornale compare un hyperlink sotto l’indirizzo di posta elettronica dell’ufficio del ministro? In una carta intestata, quella scritta non dovrebbe esserci. A rigor di logica questo significa solo una cosa: che il documento è stato composto al computer, ma non su quella carta.

Hyperlink non deve esserci. Segno che il documento è stato fatto al pc. Ovvero è un falso. Fine della storia?

Valter Lavitola, 38 anni, sposato con un figlio, laureato in Scienze Politiche.
Direttore ed editore del quotidiano “Avanti!”.
In politica dal 1984 con il PSI, dove gli vengono affidati incarichi a livello nazionale ed internazionale. Si occupa da sempre di sviluppo sostenibile.
Aderisce al partito di  Forza Italia nel 1994.
Segretario Generale del Comitato Interparlamentare per lo Sviluppo Sostenibile.
Imprenditore nel campo dell’import-export, delle costruzioni e dell’editoria.
Presidente nazionale della F.I.P.E.D. (Federazione Italiana Piccoli Editori).

La patacca di Dagospia e Il Giornale: un falso ministro della Giustizia?

Oh, oh… Feltri e Dagospia ci sono ricascati. Ma il ministro della Giustizia di Saint Lucia non è L. Rudolph Francis? Così secondo il famigerato documento pubblicato dai nostri eroi.

Ma sul sito del Governo di Saint Lucia il nome è un altro:

Senator The Honourable Dr. Nicholas Frederick
Attorney General and Minister for Justice

O sbaglio? Leggete questo sito: http://www.stlucia.gov.lc/index.html