Il senso di @VeltroniWalter per Twitter

Italiano: L'On. Walter Veltroni, per la rappre...

(Photo credit: Wikipedia)

La vicenda Calearo, apertasi con le dichiarazioni del deputato ex PD a Radio24 (“non vado in parlamento ma mi tengo lo stipendio”), ha avuto ieri sera un inatteso sforamento su Twitter. Inatteso perché uno si aspetta, che so, una agenzia di stampa, un lancio Ansa, con il tal politico che rilascia dichiarazioni e si sottopone alle domande dei giornalisti ivi presenti. E invece no. Al tempo di Twitter, le agenzie di stampa vengono completamente dribblate dal politico, così i loro giornalisti. E i giornalisti nelle redazioni non possono far altro che rincorrere il loro Blackberry o l’iPhone o il tablet o sedersi rassegnati.

Ma procediamo con ordine.

Succede che @VeltroniWalter, account ufficiale e evidentemente gestito dal politico Walter Veltroni, si sente in dover di rispondere alle critiche del “popolo-della-rete” – naturalmente ‘insorto’ contro le dichiarazioni del Calearo, deputato ceerleader del PD veltroniano, anno domini 2008 – e lo fa il sabato sera, stando a malapena dentro i 140 caratteri e con una sintassi che a tratti sembra andare in crisi:

Quindi Calearo è una “persona orrenda”, ma la colpa di averlo portato alla Camera non è di Veltroni bensì di tutto il PD che l’ha votato all’unanimità. Ne consegue che Veltroni non può accettare critiche, soprattutto da chi ha fatto cadere il governo Prodi – due volte! a chi si riferisce? A D’Alema? – né da coloro i quali hanno “compiuto errori gravissimi”. Fine delle comunicazioni. Veltroni affida il proprio vomito dichiarativo a Twitter poi se ne va. Si scollega? Abbandona sul comodino il suo iPhone? Si addormenta sul divano in un mestissimo sabato sera ascoltando la meravigliosa intervista di Fabio Fazio a Er Circoria detto Rutelli? Non è dato a sapere. Veltroni non impiega Twitter per sottoporsi al confronto con “gli Altri”. Lo usa solo per NON avere alcun confronto, per non essere contraddetto, per instillare nella pubblica discussione affermazioni impacchettate, e basta. E allora l’uso che tu, Politico, fai dei social network, diventa una misura del valore che dai alla relazione con chi non è come te, privilegiato e protetto dentro al Sistema. Laddove puoi esporti alla pubblica e libera discussione e non puoi proteggerti dalla mediazione professionale e giornalistica del conduttore televisivo, mostri la paura intrinseca dell’uomo per la parresia. La “parola libera” ti confonde, è terra straniera, una terra in cui uno conta uno, e si è soli, senza scorte né ‘armature’.

@VeltroniWalter dinanzi a tutto ciò fa una cosa sola: scappa.

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Non possiamo lasciare (Veltroni solo con se stesso)

  1. L’intervista a Repubblica dell’ex segretario del PD, capo corrente dei MoDem, è oramai un classico della domenica. E’ effimero e inutile esattamente come la domenica, noioso come la domenica, vuoto peggio che la domenica.
  2. È d’accordo con il governo anche sull’articolo 18?
    “Sono d’accordo col non fermarsi di fronte ai santuari del no che hanno paralizzato l’Italia per decenni. Il nostro è un paese rissoso e immobile e perciò a rischio. 
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    RT @claudioriccio: dovrei lavorare ma mi passano per la testa troppi insulti a Veltroni. #nonpossiamolasciare gli insulti alla Lega.
  4. Non ci si può sorprendere se una risposta simile suscita l’insulto, la bestemmia. Sono queste circonlocuzioni vuote che hanno distrutto la sinistra italiana. Con questi dirigenti non vinceremo mai. E loro non sanno più che dire. Forse schiacciati dal timore di scoprirsi così lontani e diversi dalle posizioni del proprio elettorato.
  5. Per Veltroni questa non è la stagione del governo d’emergenza, bensì è la stagione del riformismo e il PD non può lasciare alla destra il suo protagonista, Mario Monti. Domani sarà scritto che il “popolo del web” è insorto su twitter. Facendo una sintesi, potrebbe essere proposto il titolo: “Il popolo di twitter si ribella contro Veltroni”. In realtà è un corso una specie di gara satirica, poiché questo è stato in origine, una specie di sagra a chi la spara più grossa di Veltroni.
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    #nonpossiamolasciare la morsa del ghiaccio alla destra (cit. W Veltroni)
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    #nonpossiamolasciare la destra alla destra secondo Veltroni
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    #nonpossiamolasciare l’evasione agli evasori: evadiamo anche noi! (cit W #Veltroni)
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    #nonpossiamolasciare l’olio di ricin alla destra! (cit W Veltroni)
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    Almeno FrOiD possiamo lasciarlo stare #nonpossiamolasciare, #Veltroni,
  11. No, non possiamo lasciar stare Veltroni da solo. Se ne gira con quel suo pigiama azzurrino e le ciabattine marroni con l’alluce che gli spunta fuori. Il supporto per la flebo spinto a fatica con la mano destra. Aiutiamolo a trovare una stanza al Pio Albergo Trivulzio. E’ urgente.

Dalla lettera di Veltroni ai riformisti: affinità e divergenze fra l’ex compagno Walter e me

Torna dall’ombra del suo ex governo ombra il Walter. Perché qui in Italia le sconfitte elettorali non pensionano mai nessuno, i fallimenti politici men che meno. Si resta sempre, in sella, si ritorna in “vita”, come fece il buon vecchio Scajola, defenestrato per quella casa regalata e ora novello capo corrente nel derelitto PdL.

Veltroni, più che pretendere per sé nuove poltrone, cariche onorifiche, ruoli di responsabilità nel partito, scrive. Scrive ai giornali incitando al nuovo ‘riformismo’. Cerca invano, cioè, di tornare alla fase più alta – ma fugace – della sua vita politica: il discorso del Lingotto.

Comincio con il dire che della sua lettera a Repubblica non condivido in primis l’analisi iniziale. Leggete:

CARO direttore, ci sono momenti, nella storia collettiva, in cui la campana suona per tutti. Il disordine, figlio dei cambiamenti, spaventa e mette alle corde. Ma costringe anche a fare salti e a riprogettare, a pensare in grande , a ritrovare profondità. Solo vent’anni fa nelle case non esistevano i computer ed invece esistevano l’Urss e la Jugoslavia e , in Italia, la Dc e il Psi. La fabbrica era ancora il centro del ciclo produttivo e la struttura sociale era solida e "aggregata". E’ nata una nuova dimensione del sapere e del comunicare, la rete, che ha completamente mutato le dinamiche delle relazioni umane e sociali. Si è fatta strada , in Occidente, la precarizzazione del lavoro e della vita di intere generazioni per le quali- come la mano di uno di loro ha scritto furtiva -" non c’è più il futuro di una volta" (LA LETTERA – Il riformismo può salvare l’Italia ecco i punti del cambiamento, di Walter Veltroni).

Vent’anni fa non esistevano i computer. O meglio, esistevano ma non erano diffusi a livello massivo. E’ vero, la rete ha cambiato il mondo. Ma non è vero che la struttura sociale si sia disaggregata per essa. Anzi, la rete, oggi, ha innescato un processo di nuova aggregazione. Non più basata sulla consapevolezza dell’appartenenza di classe, bensì sull’agire comunicativo. Io scrivo sul blog, parlo in rete, mi esprimo e interagisco con altri come me, su un piano di assoluta parità (questo almeno finché la rete resterà “neutrale”). Secondo Veltroni, il mondo “ha negato a una intera generazione la possibilità di raggiungere persino la minima sicurezza sociale”: non è stato il mondo, no. Dire che è colpa del “mondo” è fare i fatalisti. Coloro i quali hanno tagliato le gambe alla nuova generazione sono tutti lì, sono ancora tutti al governo, più o meno. Alcuni sono morti, altri si sono dimessi. Altri ancora sono passati di casacca. I più si tengono abbarbicati al loro privilegio, al loro scranno. Hanno disegnato questo mondo terribile e senza futuro agli inizi degli anni novanta, quando il muro di Berlino era caduto, la Germania riunificata e l’Unione sovietica fallita. Hanno messo al centro un sistema di mercato basato sullo scambio del nulla. Hanno venduto aria fritta. I nomi? Le banche, per esempio. Italiane o straniere che siano. Poco importa. Loro hanno truffato il globo intero. Hanno decuplicato il debito. Le industrie hanno delocalizzato, ma soltanto perché a Bruxelles si è deciso di aprire indiscriminatamente il mercato ai prodotti cinesi, di aprire il mercato all’Est Europa, non in vista di una effettiva liberalizzazione, ma soltanto per consentire utili facili a imprenditori senza alcuna visione del futuro.

Bisogna cambiare, dice Walter. Non bisogna dire “no” al cambiamento: “il no è anche la parola preferita dei conservatori” […] “oggi prevalgono movimenti che sembrano fare del no la ragione stessa della propria identità. Il no si diffonde più velocemente e facilmente dei si, è rassicurante e identitario. Ma finisce col concorrere al caos e ai pericoli che il caos genera”. E invece coloro che dicono no (penso alla Val Susa) sono coloro che vogliono contare nel processo decisionale. Vogliono riprendere in mano il proprio destino, che è stato delegato per voto a degli incompetenti. Vogliono – in poche parole – riprendersi la politica. Ovvero riprendere e governare e poter determinare quel sistema di regole che sottende alla vita comune. Riprendersi la politica equivale a riprendersi quel futuro che lo stesso Veltroni afferma sia stato sottratto a una intera generazione.

Ma lui vuole propagandare la sua ricetta politica. Tende cioè a commettere l’errore che contesta agli altri: la ricerca della “popolarità di un momento”. Farà chiasso questa ennesima uscita del primo segretario del Pd. Afferma che il riformismo non è una passeggiata di salute. Sciorina la sua proposta politica, che non è esattamente quella del suo partito. Fa, ancora una volta, il segretario ombra di Bersani. Una forma di controcanto. Alcuni progetti sono persino condivisibili (unioni civili). Ma nel complesso, questa enfasi nel Riformismo come medicina per tutti i mali, pare essere una scorciatoia comoda. Bisogna sì riformare, ma aver anche l’onesta intellettuale di ammettere le proprie colpe, che sono le colpe del riformismo degli anni novanta, del blairismo, del mercatismo e della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di riaffermare i diritti sociali, messi a dura prova dai tagli di bilancio pubblico. Perché la salvezza passa per Noi.

Michael Walzer, perché la guerra di Libia è ingiusta

Michael Walzer, filosofo politico che insegna a Princeton, autore del famoso libro ‘Guerre giuste e ingiuste’, intervistato da La Repubblica, spiega perché non sussistono nel caso della Guerra in Libia i crismi di una ‘guerra umanitaria‘ – il grande ossimoro di questo scorcio di secolo.

In primis, “non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta una rivolta democratica non raggiunge il suo obiettivo”, altrimenti si dovrebbe intervenire continuamente e ovunque. Questo non può essere la ragione che motiva l’intervento. L’intervento è un errore: a cominciare dal fatto che non è stato definito alcun obiettivo, abbattere il Tiranno o favorire la tregua. In ogni caso si andrà incontro ad esiti nefasti: se il Tiranno resiste – è impensabile deporlo con i soli bombardamenti – allora saà un bagno di sangue; se cade sarà guerra civile, quindi un bagno di sangue.

Può allora l’intervento dei ‘volenterosi’ essere umanitario? E’ forse l’estrema ratio per evitare tale massacro? Evidentemente no, poiché l’intervento medesimo può portare al massacro e non può in alcun modo prevenirlo.

La Repubblica, 24.03.2011, p. 53

Una guerra per fermare il martirio, questa è una guerra giusta. Ma se si sganciano bombe su centrali elettriche, su ponti, se gli obiettivi sono strategici ma non strettamente militari, è ancora una guerra giusta? Rispolvero una vecchia intervista sempre di Walzer, rilasciata a Maurizio Viroli nel 1992. Allora l’intervento militare che suscitava dubbi era la Prima Guerra del Golfo:

Come è noto, la guerra, prima di iniziare a terra, fu combattuta per la maggior parte del tempo in cielo, e si diresse per lo più alle infrastrutture civili della società irachena. Si tratta di obiettivi che solo in alcuni casi possono essere considerati legittimi, là dove, ad esempio, si è trattato di ponti che consentivano i rifornimenti ad una armata sul campo. Al contrario, la distruzione di centrali elettriche o di impianti per il rifornimento d’acqua, costituendo un attacco ingiustificato alla società, non rientra affatto tra i casi previsti e giustificati dallo ius in bello (M. Walzer intervistato da M. Viroli, 1992).

In Libia si stanno bombardando centri strategici o solo obiettivi strettamente militari? La risposta è dirimente sulla questione della legittimità dell’attacco occidentale alla Libia di Gheddafi. “La prima regola di un interventismo democratico”, dice Walzer oggi a La Repubblica, “è quello di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo”. E invece il neonato consiglio di Bengasi militarmente non sta in piedi, né pare sufficientemente radicato e organizzato per poter subentrare a Gheddafi alla guida del paese.

 

La Repubblica, 24.03.2011, p. 53

C’è chi invece tifa per la guerra di liberazione libica e per l’aiuto americano. “Perché dopo averle a lungo auspicate, le rivolte per la libertà non hanno trovato l’appoggio incondizionato dei democratici europei? Dov’è l’Europa, dove sono le forze riformiste, dove sono i movimenti pacifisti? […] Non possiamo più essere spettatori passivi. O peggio, custodi e cultori della caricatura cinica di una realpolitik che ormai appartiene al passato”, così disse Walter Veltroni qualche giorno fa. Come chiedere ai movimenti pacifisti di tifare per una guerra, che non è nemmeno umanitaria – quindi, di fatto, è una guerra ingiusta?

Piccola bibliografia di M.Walzer

Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, 1990, Ed. Liguori

La libertà e i suoi nemici nell’età della guerra al terrorismo, 2003, Laterza

Sulla tolleranza, 2003, Laterza

Direzione PD: Fioroni e Gentiloni, dimissionari pro tempore. L’ultima ipocrisia dei MoDem

Movimento Democratico, il correntone dei 75 fedeli a Veltroni, quelli che si vedranno al Lingotto 2 nel segno del maanchismo, hanno rischiato di far capitolare il PD. In due ore sono passati dal voto contrario alla relazione del segretario, al più bieco tatticismo rifugiandosi nell’astensione. Salvifica è stata la replica di Bersani, il quale ha smussato alcuni spigoli, in ossequio alla ragion di partito che vuole che nulla accada affinché tutto si perpetui così com’è.

Insomma, lo psicodramma di oggi di Veltroni e co. è utile soltanto ad allungare il dilemma che attanaglia l’ex segretario: scissione o non scissione? L’appuntamento del Lingotto sembra fatto apposta per annunci clamorosi. Su quali critiche si sia fondata tale opposizione, è un mistero. Non uno di loro, fra Fioroni e Gentiloni, è stato in grado di dire ai giornalisti quali siano gli aspetti della linea politca di Bersani che non condividono. così Minniti, ex dalemiano poi transfuga verso i veltrones:

La relazione non e’ stata convincente perche’ non si e’ riconosciuto che il 14 dicembre ha dato un vantaggio a Berlusconi. Il Pd inoltre ha indebolito il suo profilo riformista si è trovato tra Scilla e Cariddi, tra Vendola e il Terzo Polo (Marco Minniti, l’Unità.it).

Invece, per Gentiloni i MoDem “pur apprezzando molti punti della relazione”, non condividono la linea, “soprattutto sulla Fiat”. Vuoi vedere che Veltroni sta con Marchionne ma anche con la Fiom? Continua Gentiloni: “è sbagliato continuare a inseguire il miraggio di un cartello elettorale che va da Vendola a Di Pietro fino al Terzo Polo”. Questo ha senso, ma è utopia pensare che Gentiloni sia per una alleanza con Vendola, che a rigor di logica è quella più naturale per il PD. Gentiloni, sotto sotto, propende per l’alleanza ammazza-PD con il Terzo Polo, con il quale può condividere forse soltanto la brama di vincere le prossime elezioni.

Fioroni e Gentiloni hanno poi annunciato le dimissioni, poi rientrate. I MoDem si sono astenuti e Bersani può festeggiare questa vittoria (di Pirro?). Fioroni continua a oscillare come un grosso pendolo. Soltanto qualche giorno fa, si era espresso a favore della proposta del senatore leghista Pittoni di regionalizzare le graduatorie degli insegnanti. Una fesseria che secondo il deputato PD andrebbe “approfondita”.

Ignazio Marino e Giuseppe Civati hanno anche loro, pur nella condivisione delle critiche al segretario, proposto sfaccettature diverse. Marino sul suo blog elenca in maniera sintetica quelle che per lui sono state le migliorie apportate in corso d’opera dal segretario:

  • primarie: è stato chiarito in maniera indiscutibile che non sono in discussione come strumento per rendere contendibile il partito e per selezionare la classe dirigente migliore. Si può discutere delle modalità e per questo il PD organizzerà un percorso di studio anche confrontandosi con esperienze internazionali.
  • testamento biologico: non sarà lasciato nelle mani della maggioranza che in Parlamento imposterà la discussione in modo agguerrito e con volontà di scontro. Noi avanzeremo una proposta che tenga conto di tutte le sensibilità e l’obiettivo è avere una posizione unitaria.
  • è stata condivisa la necessità di intensificare gli incontri collegiali della Direzione Nazionale.

Civati è stato accolto freddamente dalla platea, così narrano i giornali. Dice di aver evitato la sua conseuta ironia, spesso tacciata di cattivo gusto. Anche lui ha sintetizzato in tre punti la propria critica, che non ha trovato soluzioni, circa la politica di Bersani:

  • in primis, la scomparsa dell’idea di Ulivo, ovvero l’abandono delle alleanze politiche più prossime per il PD (Idv e SeL);
  • “Le primarie, dice Bersani, le vogliamo «riformare per salvarle». Formula sibillina che non chiarisce che cosa succederà nel caso di alleanze con chi le primarie non le vuole fare”;
  • questa direzione doveva essere “risolutiva, anche alla luce dei sei mesi precedenti e degli ultimi quattro passati senza che fosse mai convocata, ma alcune cose si faticano a capire, altre – purtroppo – si capiscono benissimo” (legge elettorale – alleanza con Casini) – civati

Ecco, qui si conclude questa breve rassegna sul PD a pezzi. Che dite? Siamo pronti per le elezioni?

L’Africa di Veltroni siamo noi

Anni fa disse che alla fine del suo mandato come sindaco di Roma si sarebbe ritirato dalla politica per andare in Africa, in una sorta di missione laica. Poi ha fondato il PD contribuendo ad affossare il governo Prodi.

Alle elezioni del 2008 si allea con IDV e fa ottenere al suo partito il 34% dei voti, decretando l’uscita di scena della – rissosa – sinistra italiana, o di quel che ne rimaneva. La sconfitta alle elezioni mette in crisi la sua leadership, tanto che lui sbatte la porta e se ne va. Sembra ai margini della vita politica italiana, fuori dai giochi. Alle primarie manda avanti il suo ex delfino, Franceschini, che infatti perde.

Oggi l’ennesimo ritorno. Non è una corrente, è un movimento, afferma. Lui, Walter Veltroni, l’eterno secondo della sinistra, pardon, del centro-sinistra italiano, vuole scuotere il PD dal torpore e perciò scrive un documento congiunto insieme a Fioroni (già, l’esponente della corrente cattolica del PD). Non vuole mettere in discussione la leadership di Bersani, ma crede che sia utile una personalità esterna, come con Prodi nel 1996. Peccato che la sua idea di Partito Democratico, ai tempi del Lingotto, avesse a che fare con quella del Labour inglese, in cui il segretario del partito è anche il candidato alla premiership. Questa ideuzza è stata poi scritta nello Statuto del PD: il segretario, scelto con le primarie, è anche il candidato alla presidenza del consiglio per il PD nella coalizione di appartenenza. Forse ha cambiato idea, ma oramai è troppo tardi. Il Congresso si è svolto lo scorso anno.

Già, l’uomo che fondò il PD ma scese a patti con il Diavolo (famoso l’incontro con B. a novembre del 2007, che gli fece perdere le elezioni) cade ancora nell’ennesimo errore di sempre: tornare in politica.

Veltroni, l’anacronistico

Walter Veltroni riapre oggi l’inutile dibattito interno al PD sulla ‘forma’ del partito e sulla ‘identità’ del partito. Forse non sa che il congresso si è chiuso ad Ottobre. Qualcuno lo avvisi.

“Non possiamo continuare con i conservatorismi, serve che il Pd mantenga la sua identità, quel Pd che forse abbiamo messo troppo tempo a fare ma a nessuno è permesso di disfare […] la linea uscita dal congresso va vista sotto un’altra luce”, Walter Veltroni, 8 Maggio 2010 (!).

E poi nuovamente a dire ‘no ai caminetti’, ‘no alle alleanze solo antiberlusconiane’ (lui, che strinse la mano al Diavolo), ‘ci vuole coraggio, apertura, cambiamento (oddio, yes we can?), ‘bisogna cercare le forme e il linguaggio’, ma nessuno ‘pensi di arruolare Fini’. Tutto ovvio, ma la concretezza non abita da queste parti.

«O si cambia, o…»: quando qualcuno attacca un intervento così, chiamate i pompieri. Nel frattempo, i big si dividono: alcuni parlano di «partito sexy» (sì, ciao), qualcun altro se la prende con Bersani come se il congresso non fosse mai finito (e come se non avesse condiviso con Bersani e D’Alema, la gestione del centrosinistra degli ultimi quindici anni). Tra un po’ qualcuno se la prenderà con i Gracchi e con Lorenzo il Magnifico. C’è un mondo là fuori e siamo nel 2010. E abbiamo appena perso le elezioni contro B. Un po’ di dignità, please – Civati – (http://civati.splinder.com/post/22692516#22692516).

Tutto ciò mentre l’Euro è agonizzante, l’Unione Europea somiglia al ponte del Titanic prima dell’iceberg, la Commissione Europea si riunirà domani per decidere i dettagli del piano che nessuno conosce. Che dire: il localismo li ucciderà (metaforicamente parlando), ma forse la verità è un’altra: quest’uomo non si chiama Walter Veltroni, e questo non è il 2010.