#Mobbasta – Dalla Carta d’intenti di Italia Bene Comune

#Mobbasta - Dalla Carta d'intenti di Italia Bene Comune

Da pagina 7 della Carta d’Intenti della Coalizione Italia Bene Comune, promossa dal PD [e tradita dal PD].

9. Diritti
Per i democratici e i progressisti la dignità della persona umana e il rispetto dei diritti individuali sono la bussola del mondo nuovo e la cornice generale entro cui trovano posto tutte le nostre scelte di programma.
La storia per altro insegna – e questa crisi lo conferma – che non esiste una gerarchia dei diritti e che l’azione per il loro riconoscimento e la loro affermazione vive di una tensione continua sul piano politico e sociale. In particolare, noi guardiamo oggi nel mondo alla lotta di popoli interi per la difesa dei diritti umani, a iniziare da quelli delle donne. E crediamo sia compito della politica, dei parlamenti e dei governi affermare l’indivisibilità dei diritti: politici, civili e sociali.

Intenti che sono rimasti sulla carta. Come insegna il caso Alfano-Kazakhstan.

qui una copia: http://www.blogdem.it/como/files/2012/09/La-Carta-dIdenti.pdf

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Sfiducia Alfano: Napolitano ordina, Epifani esegue, Franceschini si frega le mani

Sì, è un fotomontaggio

Sì, è un fotomontaggio

Oggi lo possiamo dire con un certo grado di sicurezza: i famosi 101 hanno un padre ispiratore, un ideatore occulto che si è inventato letteralmente il secondo mandato e ha costruito il governo delle ‘Larghe Intese’. Sì, Giorgio Napolitano.

Napolitano, oggi, si è palesato con alcune dichiarazioni fin troppo limpide: 1) non è possibile nemmeno far vacillare il governissimo; 2) chi lo fa si prende la colpa e non potrà contare sul Presidente per la formazione di un nuovo governo (ergo, se cade Letta si dimette?); 3) l’alternativa è che non c’è nessuna alternativa, pena la gogna finanziaria internazionale. Il governo del cambiamento è stato negato fin dalle origini dal Quirinale. Il Quirinale ha accolto il pavido Bersani, incapace di dire pubblicamente che il governo con il PdL era già nei programmi il giorno dopo le elezioni. Il Quirinale ha accettato una nuova candidatura per un mandato bis talmente irrituale da essere ai confini della costituzionalità. Il Quirinale è la garanzia vivente per la sopravvivenza di Letta quale presidente del consiglio del Governissimo.

La mina del Kazakhstan, esplosa con colpevole e consapevole ritardo (tutto era noto, persino che si trattava dei familiari di un dissidente – poiché così recitò l’Ansa del 31 Maggio), ha finito per rivelare o l’incapacità della gestione Alfano, oppure la sua correità con la deportazione di Alma e Aula Shalabayeva. In ogni caso, sarebbe un ministro da dimissionare. Letta, invece, ha dapprima negato il caso (ed era il 5 Luglio, “non ho letto i giornali”, rispose al cronista de Il Fatto), poi ha emesso, tramite il Consiglio dei Ministri, un comunicato in cui assicurava la correttezza delle procedure seguite dai poliziotti; infine, dopo la lettura dell’informativa ‘urgente’ alle Camere, ha sposato in pieno la linea del ‘non c’ero, non sapevo’ del suo ministro. Di fatto, a questo punto della vicenda, diventata a pieno titolo uno scandalo internazionale, né Alfano né Letta potrebbero rimanere al proprio posto indenni. Ma al tempo delle larghe intese, questo prezzo lo pagheranno altri (tipo, per esempio, gli elettori del PD – e le anime belle).

Napolitano ha stigmatizzato anche lui il caso Shalabayeva. Parla di ‘imbarazzo’ e ‘discredito’ per il paese, ma non di grave violazione dei diritti umani.

Occorre sgombrare il campo egualmente da gravi motivi di imbarazzo e di discredito per lo Stato e dunque per il Paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre Kazaka, della sua bambina, sulla base di una sedicente e distorsiva rappresentazione del caso (Il Sole 24 Ore).

“È indispensabile”, ha altresì detto, “proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del cronoprogramma di 18 mesi per le riforme istituzionali”. Ecco cos’è il governo Letta: il governo del Presidentissimo, con un programma di riforme pensate e ideate dal Quirinale. Come scrive Civati, “una riforma costituzionale l’abbiamo già fatta. Il presidenzialismo”.

Il rischio Alfano si è quindi trasferito in toto sulle spalle deboli della maggioranza di governo: quelle del PD. Già, perché dinanzi ad una sacrosanta mozione di sfiducia delle opposizioni, la segreteria, su evidente imbeccatura del Quirinale (e pronta adesione dei 101…), ha stabilito tramite il capogruppo Zanda la linea dura: “non ci saranno voti in dissenso” per cui pare evidente che, se anche ben ci saranno, il momento dopo in cui verranno espressi, quei voti non saranno più del PD, ma del gruppo Misto. L’ombra dell’espulsione è solo paventata, ma è evidente, sottotraccia, come un bastone che balena dietro le schiene di energumeni picchiatori. Franceschini, ministro per i rapporti con il Parlamento (che sembra più che altro un ministro per i rapporti del PdL con il PD) afferma:

“È ora di smetterla che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle mentre gli altri, quelli che ci mettono la faccia, sono i cattivi. Questo non è più tollerabile”.

Non è più tollerabile significa una cosa sola. C’è bisogno di spiegarlo? Il gruppo PD al Senato ha votato quasi all’unanimità per il no alla sfiducia individuale. Si sono distinti in sette, fra cui l’unico superstite fra i renziani, Marcucci (hanno resistito dietro la linea Maginot dell’astensione i soli senatori Ricchiuti, Tocci, Collina, Puppato, Marcucci, Cociancich). La linea dura di Zanda è stata rafforzata con questo passaggio logico: non è un voto di coscienza, è un voto politico (come se la coscienza fosse impolitica). Detto ciò, ha detto tutto: la politica del PD è proseguire il disegno quirinalizio delle riforme in diciotto mesi, mantenendosi al potere con e per il tramite della pletora berlusconiana. Se il governo consegna nelle mani di un dittatore la moglie e la figlia di sei anni (ripeto, sei anni!) di un dissidente, niente importa, vengon prima le miracolose riforme costituzionali.

Ci rimangono Franceschini e il suo volto duro da Sceriffo.

Caso Shalabayeva, testo commentato del discorso di Alfano al Senato

Signor Presidente, onorevoli senatori, oggi mi è stata consegnata la relazione del Capo del Dipartimento della pubblica sicurezza, nonché Capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, relativa alla nota vicenda delle due signore kazake, la mamma e la figlia. Tra le varie modalità possibili per rendere pubbliche queste dichiarazioni, il profondo rispetto che il Governo nutre nei confronti del Parlamento ci induce a riferire direttamente al Parlamento le conclusioni dell’inchiesta interna del Capo della Polizia.

Sono qui per riferire di una vicenda della quale non ero stato informato, della quale non era stato informato nessun altro collega del Governo, della quale non era stato informato il Presidente del Consiglio.

E sono qui per riferire, attraverso la relazione finale dell’inchiesta interna condotta, come e perché questo sia potuto accadere e cosa occorra fare perché ciò non abbia ad accadere mai più: cioè che un Ministro e l’intero Governo non vengano informati di una vicenda così rilevante.

Sono qui per questo. Sono qui a rendere chiaro al Parlamento e alla pubblica opinione quello che è accaduto e per cui abbiamo assunto la decisione, al termine della mia relazione, di mettere sul sito del Ministero dell’interno la versione integrale della relazione di cui mi gioverò nel corso di questo mio intervento.

Sono qui anche per ribadire in premessa quanto il Governo ha fatto post factum, quanto il Governo ha fatto dopo gli episodi per dare assistenza legale [attenzione perché il governo si attiva soltanto il 5 Luglio, quando la vicenda assume una certa rilevanza sui giornali italiani; ricordate Letta rispondere al cronista de Il Fatto, “non ho letto i giornali stamane”? La vicenda si era consumata più di un mese prima!], per continuare ad assicurare il massimo impegno nel seguire con attenzione ogni profilo di protezione internazionale e di salvaguardia dei diritti umani connessi alla vicenda, quello che abbiamo fatto dopo il 2 giugno e ciò che continueremo a fare da questa sera in avanti.

L’inchiesta amministrativa è il cuore della ricostruzione della vicenda. Essa, si compone di due parti: la prima parte consta di una ricostruzione analitica, giorno per giorno e – dove necessario – ora per ora, di quanto si è verificato; la seconda parte – che è quella che, virgolettando, io vi leggerò – è quella che fa la diagnosi esatta di come sia potuto accadere che il Governo non fosse informato della vicenda.

Da questo momento, quello che sto per dire è un virgolettato della relazione finale dell’inchiesta del Capo del Dipartimento della pubblica sicurezza.

«Le ricerche del latitante kazako Ablyazov Mukhtar hanno preso l’avvio nel territorio nazionale il 28 maggio su input dell’ambasciatore Adrian Yelemessov. Il processo messo in moto da questa informazione si esaurisce in una fase operativa di polizia giudiziaria consistente in due perquisizioni nella villa di Casal Palocco indicata come nascondiglio del latitante, nel sequestro di denaro, materiale elettronico e di un passaporto, nella denuncia per il reato di falso a carico di Shalabayeva Alma, senza che il Mukhtar fosse rintracciato. Dall’operazione di polizia giudiziaria scaturisce poi un procedimento di natura amministrativa relativo all’espulsione della moglie del latitante.

L’incarico affidato allo scrivente è quello di accertare la mancata informativa al Governo sull’intera vicenda che, pur essendo pienamente regolare», e queste virgolette sono tratte dal comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, «”presentava sin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari». E qui si chiudono le virgolette all’interno del virgolettato del prefetto Pansa.

«Tale incarico quindi è volto essenzialmente ad individuare dove si è fermato il flusso informativo ascendente. È evidente che in ordine alla prima parte della vicenda andrà verificato anche se tutti i funzionari di polizia coinvolti fossero a conoscenza che il ricercato kazako fosse anche un dissidente politico nel suo Paese. È altrettanto necessario che, in ordine alla parte amministrativa dell’intera vicenda, vengano verificate le modalità esecutive dell’espulsione che, al di là della loro chiara legittimità, evidenziano caratteri non ordinari.

In primo luogo va ribadito che in nessuna fase della vicenda, fino al momento dell’esecuzione dell’espulsione con la partenza della donna con la bambina, i funzionari italiani hanno avuto notizia alcuna sul fatto che Ablyazov, marito della cittadina kazaka espulsa, fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakistan e non un pericoloso ricercato in più Paesi per reati comuni. In nessun momento è pervenuta o è stata individuata negli archivi di polizia informazione che rilevasse lo status di rifugiato dello stesso Ablyazov. Anzi, la documentazione fornita dall’ambasciatore kazako, diplomatico ufficialmente accreditato presso il Governo italiano, lo segnalava come elemento collegato alla criminalità organizzata [ergo, il Dipartimento di PS si affida unicamente alla segnalazione dell’ambasciata, non conduce alcuna verifica sulle informazioni ricevute dall’ambasciatore, né contatta la Farnesina per riceverne informativa] ed addirittura al terrorismo internazionale.

Né è risultato che la citata cittadina kazaka abbia mostrato o affermato di possedere un permesso di soggiorno rilasciato da Paesi Schengen, cosa che hanno fatto i difensori solo in sede di ricorso contro il provvedimento.

Al riguardo, è opportuno evidenziare che quando per la prima volta Shalabayeva Alma viene condotta presso l’ufficio immigrazione, cioè la mattina del 29 di maggio, essa era in compagnia del cognato che all’atto della verifica della sua condizione di straniero in Italia affermava di essere titolare di un permesso di soggiorno lettone, quindi rilasciato da Paese Schengen. Nella circostanza veniva verificata la fondatezza della affermazione e lo straniero veniva rilasciato: il tutto accadeva alla presenza della signora Shalabayeva Alma, che avrebbe potuto anch’essa rivendicare la titolarità di analogo documento.

Per inciso, va rilevato che risultano infondate le affermazioni riportate dagli organi di stampa secondo le quali il citato Seraliyev Bolat sarebbe stato percosso durante l’irruzione riportando ferite al volto [in questo passaggio, il Capo della Polizia divaga: la vicenda di Bolat è secondaria, viene strumentalmente impiegata per instillare l’idea di malafede del clan Ablyazov]. Infatti, il citato Seraliyev alle ore 19,20 del 30 di maggio si è recato presso l’ospedale Aurelia Hospital, dove ha riferito che alle ore 23 del 29 maggio aveva subito una aggressione presso la propria abitazione, cioè nella villa di Casal Palocco, riportando lesioni giudicate guaribili in cinque giorni.

Si precisa che il predetto è stato fotosegnalato alle ore 18 del giorno 29 maggio e non presentava alcuna lesione facciale e che l’intervento presso la villa di Casal Palocco è avvenuto nella notte tra il 28 e il 29. La ripetizione della perquisizione, invece, è avvenuta il giorno 31.

La ricostruzione della vicenda, esposta cronologicamente sopra (cioè nell’indice cronologico che poi pubblicheremo sul sito) e convalidata nelle sue fasi dalle competenti autorità giudiziarie, fa ritenere che la prima parte di essa abbia seguito correttamente tutti i circuiti informativi sia discendenti che ascendenti, cioè dal Ministero all’organo procedente e viceversa. La seconda parte, invece, si è fermata nella fase ascendente ad un livello che non ha coinvolto le strutture di diretta collaborazione del Ministro, cui competeva informarlo.

Dalla ricostruzione dell’intera vicenda e dalle dichiarazioni acquisite dal vice capo della polizia vicario, prefetto Alessandro Marangoni, dal vice direttore generale della Pubblica sicurezza e direttore centrale della Polizia criminale prefetto Francesco Cirillo, da quelle del prefetto Alessandro Valeri, capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza, da quelle del prefetto Gaetano Chiusolo, direttore centrale anticrimine, e da quelle del questore di Roma, Fulvio Della Rocca, è possibile ricostruire la seguente cronologia.

La mattina del giorno 28 maggio l’ambasciatore kazako a Roma Adrian Yelemessov, cerca di contattare inutilmente il Ministro dell’interno [come questa circostanza può sollevare Alfano da qualsiasi responsabilità?].

Nella stessa giornata il predetto diplomatico si reca presso la Questura di Roma – squadra mobile, dove fornisce le indicazioni necessarie per la cattura del latitante kazako Ablyazov Mukhtar, sottolineandone la pericolosità.

La sera dello stesso 28 maggio l’ambasciatore fornisce le medesime informazioni al Capo di gabinetto del Ministro dell’interno ed al prefetto Alessandro Valeri, capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Quest’ultimo contatta il dirigente della squadra mobile che conferma di essere già informato e di aver avviato tutte le conseguenti attività.

Il prefetto Valeri informa anche il prefetto Cirillo, cui fa capo l’Interpol e che svolge tutte le attività già prima descritte ed indicate nell’allegato 1 (la relazione è piena di allegati).

Lo stesso prefetto Valeri informa il prefetto Gaetano Chiusolo, che a sua volta attiva il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, che ha come compito quello di coordinare e seguire le attività delle squadre mobili.

Della circostanza viene informato anche il vice capo vicario prefetto Marangoni.

L’attivazione duplice delle ricerche del latitante da parte dell’ambasciatore kazako avrà esito negativo e dallo stesso prefetto Valeri verrà data comunicazione al Gabinetto del Ministro dell’interno.

A quel momento, come peraltro nei giorni successivi, neanche era sorto il dubbio che il ricercato fosse un oppositore politico del Governo kazako e che potesse essere oggetto di ritorsioni.

La vicenda che attiene al trattenimento e all’allontanamento dal territorio nazionale di Shalabayeva Alma sembra aver assunto una dimensione rilevante per le autorità diplomatiche kazake. In effetti, le procedure di espulsione di Shalabayeva Alma sono state eseguite, come è corretto che sia, dalle autorità consolari kazake, che sono state solerti nel fornire tutte le indicazioni necessarie all’esecuzione del provvedimento di espulsione e a rilasciare i documenti necessari per l’ espatrio sia di Shalabayeva Alma che della sua bambina Ablyazov Alia.

Il coinvolgimento delle autorità diplomatiche kazake non si è però limitato a questa fase, ma si è anche sostanziato nell’allertare l’ufficio procedente alla massima attenzione per motivi di sicurezza, fino a giungere a mettere a disposizione un volo privato dedicato al trasporto delle due cittadine kazake, da Roma ad Astana, capitale del Kazakistan. Anche in questa fase, come sottolinea lo stesso dirigente dell’Ufficio immigrazione della questura di Roma nella sua relazione del 3 giugno, non era pervenuta alcuna informazione che segnalasse rapporti di parentela della donna con un “dissidente politico kazako”.

Il citato funzionario, primo dirigente della Polizia di Stato, dottor Maurizio Improta, ha dichiarato, come si rileva dall’accluso allegato n.20, di non aver informato nessuno dei suoi superiori del volo diretto per l’allontanamento della donna, non essendogli stato specificato dal consigliere dell’Ambasciata kazaka che il volo fosse appositamente stato predisposto per la stessa.

Infatti il funzionario testualmente riferisce (inizio a leggere il virgolettato del funzionario): «In ordine all’ aereo con cui la donna è stata rimpatriata, va precisato che il 30 maggio, quando ho chiesto la certificazione dell’identità kazaka della donna, il diplomatico presente in ufficio, Consigliere Khassen, mi chiese come l’avremmo rimpatriata qualora il provvedimento fosse stato convalidato dal giudice. Nella circostanza spiegai che il rimpatrio sarebbe avvenuto dopo la convalida e anche dopo che ci fossero pervenuti i nulla osta da parte delle autorità giudiziarie competenti. Spiegai che, non essendoci volo diretto per il Kazakistan, avremmo utilizzato la tratta Roma Mosca – Mosca Astana.

Nella circostanza il consigliere Khassen ebbe a dirmi che probabilmente, entro qualche giorno, ci sarebbe stato un volo diretto da Ciampino. Lo stesso raccomandava massima cautela perché nel cambio di aereo a Mosca ci sarebbe stato il rischio che uomini armati, pagati dal marito latitante, avrebbero potuto tentare la liberazione della donna [di fatto, la convinzione che Ablyazov sia un pericoloso terrorista, e che possa addirittura disporre di uomini armati presso l’aeroporto di Mosca, non viene posta a verifiche di sorta]. D’altra parte gli alert sulla pericolosità del soggetto rendevano plausibile tale affermazione. Non diedi seguito alla richiesta, essendo necessaria la convalida e l’acquisizione dei lasciapassare.

Il giorno dopo, quando lo stesso Khassen venne a consegnare i lasciapassare richiesti, conseguentemente alla convalida del trattenimento presso il CIE, il consigliere Khassen mi comunicò che il citato volo da lui precedentemente segnalato era in partenza proprio quel pomeriggio intorno alle ore 17. Comunicò che sul volo erano presenti sia lui che il console kazako e che quindi potevamo anche decidere di effettuare l’espulsione senza scorta, anche perché a bordo c’era personale di volo femminile. Sulla base di questa affermazione non emergeva che il volo fosse stato preso appositamente per il rimpatrio. A questo punto, dopo avere acquisito gli ulteriori nulla osta, incaricavo l’assistente Laura Scipioni di portare i lasciapassare a Ponte Galeria e insieme al personale che parla la lingua russa di accompagnare la signora a Ciampino.

Nella circostanza, stante le precedenti segnalazioni, chiedo alla squadra mobile e alla Digos, nelle persone dei dirigenti di coadiuvare ai fini della sicurezza, con il proprio personale, il trasporto all’aeroporto della Shalabayeva. Non mi risulta che la donna abbia rappresentato all’assistente Laura Scipioni, che parla inglese correttamente, la volontà di chiedere asilo. Non mi risulta che abbia rivolto analoga richiesta all’altro personale, compreso quello che parla la lingua russa. In aeroporto la donna e la sua bambina vengono consegnate, precisamente sotto la scaletta del citato aereo, al console kazako e all’altro diplomatico. In effetti, la consegna alle autorità consolari, invece di avvenire alla discesa dell’aereo in Astana è stata effettuata, sempre alle autorità consolari, in partenza da Roma [questa descrizione è allarmante: le autorità italiane non si insospettiscono nemmeno quando devono consegnare Alma e la figlia direttamente al console in partenza da Roma, fatto perlomeno irrituale].  Non ho comunicato preventivamente ai miei superiori l’uso del volo Roma Astana, non avendo alcuna possibilità di comprendere che fosse stato l’aeromobile noleggiato appositamente per l’occasione. Non mandando il personale in missione per la scorta della donna non avevo necessità di chiedere ulteriore autorizzazione”». Si chiude così il virgolettato del funzionario Improta.

«Va anche detto» – e qui riprende il rapporto del prefetto Pansa «che le richieste formulate dalla Shalabayeva Alma sulla volontà di essere espulsa verso la Repubblica Centro Africana difficilmente potevano essere accolte, se si considera che si tratta di un Paese per il quale l’UNHCR sconsiglia i rimpatri forzati. Si ritiene opportuno a questo punto ricostruire i singoli passaggi del flusso informativo, che non è pervenuto all’attenzione del Ministro dell’Interno.

In primo luogo, va precisato che il canale informativo che fa confluire le notizie necessarie al Ministro dell’interno è di norma il Capo di Gabinetto del Ministro [eccolo, il ruolo di Procaccini: le dimissioni servite su un piatto d’argento al ‘distratto’ Alfano, per la grave colpa di aver omesso le informazioni del caso] o direttamente il capo della Polizia oppure i loro sostituti. Gli uffici sui quali si concentra il flusso informativo che fa riferimento al Capo di Gabinetto è l’Ufficio del Gabinetto del Ministro dell’interno; quello che fa riferimento al Capo della Polizia è la segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

È evidente che non tutte le informazioni sono state portate a conoscenza del Ministro in quanto sono preventivamente selezionate in ordine di importanza e rilevanza. Tale valutazione compete ai vertici dei citati uffici che, sulla base dell’esperienza, della prassi, delle esigenze, delle circostanze contingenti e del contesto generale, classificano le informazioni secondo un ordine di priorità a cui sono collegati comportamenti conseguenti.

Per quanto concerne le espulsioni, ai sensi della normativa vigente le stesse che sono predisposte con provvedimenti dei perfetti non vengono assolutamente segnalate al Ministro che ne può prendere tutt’al più cognizione periodica sul piano meramente statistico. Nel caso in esame, è evidente che nella prassi non esisteva obbligo di informazione al Ministro sia perché si trattava di un’espulsione ordinaria sia perché non vi era né evidenza né consapevolezza che il marito della espulsa fosse un dissidente, sicché nessuna informazione è stata data al Ministro [qui è evidente la contraddizione: l’ambasciata del Kazakhstan avverte della presenza a Roma di un pericoloso latitante, viene organizzata una gran caccia con una squadra di 50 uomini, e tutto ciò rientra nella categoria delle ‘espulsioni ordinarie’].

Va di converso detto che l’attenzione di un altro Paese così evidente e tangibile attraverso l’impegno diretto del proprio ambasciatore e l’utilizzo di un volo non di linea per il rimpatrio delle due cittadine kazake avrebbe dovuto rappresentare elemento di attenzione tale da far valutare l’opportunità di portare l’evento a conoscenza del Ministro stesso. In effetti, la verifica fatta dallo scrivente, come prima riferito, porta a ritenere che si è data importanza alla sola ricerca del latitante, che è stata attentamente seguita e comunicata nel suo esito negativo il 29 maggio dai vertici del Dipartimento della pubblica sicurezza al gabinetto del Ministro [pertanto, la gran caccia al latitante ha esito negativo e ciò viene comunicato dal Dipartimento di PS al Gabinetto, ma il Ministro ancora non sa nulla; è stata condotta in modo fallimentare una operazione di polizia per la cattura di un pericoloso latitante, ergo il latitante se ne gira indisturbato per Roma, e il Ministro non sa nulla. Non è allarmante, questo fatto?].

È mancata in quel momento però l’attenzione ad una verifica puntuale e completa su tutto il rapporto innescato dalle autorità diplomatiche kazake che, avendo coinvolto direttamente il Gabinetto del Ministro, avrebbero dovuto essere seguite in tutte le fasi del loro rapporto con gli organismi territoriali a cui è demandata la mera operatività.

Non è stata seguita per niente dal Dipartimento della pubblica sicurezza la fase relativa all’espulsione della moglie del ricercato a cui gli organi territoriali hanno attribuito un mero valore di ordinarietà burocratica, come si evince anche dal tipo di coinvolgimento della prefettura di Roma che ha predisposto il provvedimento di espulsione la cui richiesta è pervenuta ordinariamente, via fax, e senza sollecitazioni o particolari avvertimenti.

Il punto nodale della ricostruzione quindi è comprendere perché si sia fermato il flusso informativo che fino ad un certo punto ha coinvolto la segreteria del Dipartimento e il Gabinetto del Ministro e nella fase conclusiva si sarebbe bloccato al livello di uffici territoriali. In effetti, il questore di Roma, sentito dallo scrivente nell’ambito della disposta inchiesta amministrativa, afferma di non avere dato direttamente informazione al Dipartimento nelle varie fasi dell’attività svolta dai suoi uffici, perché consapevole che lo stesso Dipartimento fosse direttamente informato dagli stessi uffici della questura.

Su questo punto si è soffermata l’attenzione dello scrivente in quanto anche qui emerge la differente gestione delle due fasi della vicenda: quella delle ricerche del latitante e quella dell’espulsione della moglie. Dagli atti assunti si ha precisa informazione della correttezza del flusso informativo sino a quando si acclara l’esito negativo delle ricerche di Ablyazov. Per quanto riguarda le fasi successive, il prefetto Valeri ha memoria solo delle informazioni relative alla fase di Polizia giudiziaria, ma non ricorda quando ha appreso dell’espulsione della donna e delle modalità esecutive dell’espulsione stessa [l’espulsione della donna diventa irrilevante per la Polizia; è mera esecuzione di una procedura, è un fatto a sé stante, come se la donna fosse stata fermata durante un normale controllo].

Il dirigente dell’ufficio immigrazione, che ha mantenuto i rapporti con gli organi investigativi territoriali (Squadra mobile e DIGOS), non ha attivato canali autonomi di informazione né nei confronti del questore né del Dipartimento della pubblica sicurezza, non avendo percepito la straordinarietà delle modalità con cui l’espulsione è stata eseguita.

In termini conclusivi, emerge che il Dipartimento della pubblica sicurezza non ha seguìto in tutte le sue fasi il processo stimolato dalle autorità diplomatiche kazake, che avrebbero voluto investirne direttamente il Ministro ma che erano riuscite a raggiungere solo il suo capo di gabinetto. Lo stesso Dipartimento della pubblica sicurezza ha seguito l’evolversi delle iniziative dei diplomatici kazaki solo fino ad un certo punto, come se dovesse rispondere al gabinetto del Ministro solo relativamente all’eventuale cattura del latitante e non dell’insieme dell’operazione.

Tanto si rassegna per i provvedimenti che la signoria vostra intenderà adottare». Chiuse le virgolette.

Per quanto riguarda i provvedimenti che si intendono adottare, come dicevo, sono qui per rendere conto di una vicenda della quale non sono stato informato e della quale il Governo non è stato informato.

Come abbiamo dichiarato, come rappresentanti del Governo, nel comunicato del 12 luglio, la regolarità formale del procedimento e la sua base legale sono state accertate e convalidate da quattro distinti provvedimenti di autorità giudiziarie di Roma: procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni il 30 maggio, giudice di pace il 31 maggio, procura della Repubblica presso il tribunale e procura della Repubblica per i minorenni il 31 maggio [in realtà l’ultima pronuncia del Tribunale di Roma certifica che il passaporto di Alma Shalabayeva era regolare e che non si trattava di una clandestina].

A questi provvedimenti si deve aggiungere l’indagine avviata dalla procura di Roma nei confronti della signora Alma Shalabayeva al cui ambito appartiene il provvedimento di dissequestro del giudice del riesame concernente il denaro e la memory card sequestrati alla signora.

Tuttavia, è quello che dicevamo, è quello da cui è scaturita l’inchiesta interna e ciò per cui assumo delle decisioni, resta grave la mancata informativa al Governo sull’intera vicenda che, comunque, presentava fin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari.

Noi dobbiamo lavorare perché ciò non accada mai più. Allora ho chiesto al Capo della Polizia, al Capo del Dipartimento (cioè, della pubblicità sicurezza) una riorganizzazione complessiva del dipartimento della pubblicità sicurezza, a cominciare dal vertice del Settore migrazione, cioè della Direzione centrale dell’immigrazione. Ho accettato, e l’ho fatto con profondo rispetto per la sua carriera onorabile di brillante funzionario dello Stato, le dimissioni del mio Capo di Gabinetto ed ho proposto l’avvicendamento del Capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Dunque, ho accettato le dimissioni del Capo di Gabinetto, chiesto l’avvicendamento del Capo della segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza e una riorganizzazione complessiva del Dipartimento della pubblica sicurezza nel cui contenuto non è competenza del Ministro entrare. Tuttavia, ho chiesto al prefetto Pansa di farmi avere quanto prima una sua proposta di riorganizzazione generale.

A questo si affianca l’azione inesausta che il Governo porrà in essere nei confronti del Governo del Kazakistan per assicurare che i diritti umani non vengano violati [si direbbe, poiché sono stati già violati dal governo italiano] e che, qualora ci siano le condizioni, le cittadine kazake possano essere libere di tornare in Italia. È questa l’azione che sta svolgendo il ministro Bonino e che ha svolto l’intero Governo.

Concludo dicendo che farò tutto quanto è nelle mie possibilità e tutto quanto è mio dovere fare per procedere ad una riorganizzazione in maniera che tutto questo non accada mai più e che mai si possa dire che un Ministro ed un intero Governo non siano a conoscenza di quanto accaduto. Tutto questo lo dico nel profondo rispetto, che voglio ribadire a questa Aula certo di trovare condivisione, di quei 100.000 poliziotti che ogni giorno servono il Paese garantendo la sicurezza dei nostri concittadini.

Alfano riferisce al Senato sul caso Shalabayeva

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Mentre nel pomeriggio il capo di Gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, si è dimesso dalla carica in seguito al suo coinvolgimento nel caso della rendition illegale di Alma Shalabayeva, Angelino Alfano farà il suo ingresso al Senato con la testa del funzionario sul piatto. Un tentativo, vano, di far credere che il Ministero sia finalmente sotto il suo controllo.

Curioso Epifani che non riesce a dire dimissioni accanto alla parola Alfano…

[post in aggiornamento, in attesa delle dichiarazioni al Senato del Ministro dell’Interno]

Io non sono stato informato, ha esordito Alfano. Presenta la relazione finale del capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. L’input è stato dell’ambasciatore kazako. Da ciò si avvia il procedimento. Due le perquisizioni. Ablyazov non è stato rintracciato.

La documentazione dell’ambasciata del Kazakhstan riferiva di Ablyazov come di un pericoloso latitante. Alma Shalabayeva non ha mai chiesto asilo politico, né possedeva permesso di soggiorno valido di un paese Schengen.

L’ambasciatore Kazako il 28 maggio ha cercato inutilmente di contattare il ministro dell’Interno. Al Capo di Gabinetto [Procaccini] riferisce della pericolosità di Ablyazov.

Alfano riferisce della grande ‘efficienza’ degli uffici dell’ambasciata kazaka.

Il cambio aereo Roma-Mosca, Mosca Astana poneva il rischio che ‘uomini armati’ al servizio del marito prelevassero la donna alle autorità kazake [?]. Non è mai emerso che il volo predisposto dall’ambasciata kazaka fosse stato organizzato apposta per il trasferimento della donna. Shalabayeva chiedeva l’espulsione verso la Repubblica Centrafricana, paese sconsigliato dall’UNHCR.

Il capo di Gabinetto avrebbe dovuto insospettirsi per l’insistenza dell’ambasciata kazaka e per la predisposizione del volo Roma-Astana. Per il prefetto Pansa, a quel punto Procaccini avrebbe dovuto avvisare il Ministro, cosa che non ha fatto. Si è fermato il flusso informativo.

Alfano: dobbiamo lavorare affinché ciò non accada più. Agire presso il governo del Kazakhstan perché i diritti umani di queste persone non vengano violati [ci ha già pensato il governo italiano...].

http://twitter.com/stefanoesposito/status/357172870067142656

Il caso di Alma Shalabayeva e il silenzio della politica italiana

Un fatto che farebbe scoppiare una polemica politica infinita. Ma non in Italia. Una madre e una bambina di sei anni vengono sequestrati e letteralmente deportati in Kazakistan e in Italia né i partiti di maggioranza, né quelli di opposizione (a parte Sinistra Ecologia e Libertà), sollevano domande o dubbi in merito.

Il nome della donna è Alma Shalabayeva.  E’ stata prelevata dalla propria abitazione insieme alla figlia da venti agenti della Digos. A quanto riporta il Financial Times, né il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, né il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, né il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, sarebbero stati informati dell’operazione. La donna è moglie di Mukhtar Ablyazov, un uomo d’affari kazako, fondatore (nel 1992) della Astana Holding, poi presidente della banca BTA Bank e quindi, a partire dal 2001, presidente del Partito Democratico kazako, principale oppositore di Nursultan Nazarbayev, al potere sin dal 1989 quando al vertice dello Stato Kazako vi erano i resti del locale Soviet Supremo. La presidenza di Nazarbayev è annoverata fra le più dure dittature al mondo.

Ablyazov è stato oggetto di sette indagini presso la High Court inglese, che gli sono costate in multe e sequestri almeno 3,7 miliardi di dollari. Nell’ottobre 2010, Ablyazov perse una battaglia legale e i suoi beni furono oggetto di un ordine di amministrazione controllata. La sua stessa Banca, divenuta ora JSC BTA, ha vinto una sentenza presso la medesima High Court inglese, la quale ha deciso che Ablyazov deve restituire circa altri 4 miliardi di dollari alla banca, presumibilmente sottratti negli anni dal 2005 al 2009. Nessuno dei beni è stato ancora recuperato e il signor Ablyazov nega gli illeciti. In patria è ricercato per frode. E’ fuggito dal Kazakistan nel 2009 ed ha ottenuto asilo politico nel Regno Unito solo nel 2011.

Il silenzio di Alfano è stato interpretato da alcuni come un silenzio complice: Alfano, un sodale di Berlusconi che a sua volta è stato, in un recente passato, in stretti rapporti con il discusso Nazarbayev al fine di “promuovere” le industrie italiane e i relativi investimenti. Secondo un funzionario del Ministero della Giustizia, l’operazione di rimpatrio della moglie e della figlia di Ablyazov è stata condotta nell’alveo della legge sull’Immigrazione: Alma Shalabayeva era in possesso di un passaporto falso e risiedeva illegalmente nel nostro paese. Ablyazov ha accusato Nazarbayev di aver fatto rapire sua moglie. Nessuno dei solerti funzionari della Digos si è preoccupato di valutare le conseguenze politiche e umanitarie dell’operazione di rimpatrio. Alla donna sarebbe stato impedito di comunicare con il proprio avvocato; nessuno ha previsto di chiamare un interprete per spiegare alla signora Alma Shalabayeva di cosa era accusata. Nessun giudice si è pronunciato sulla sua condizione di immigrata illegale. Questo è lo stato dello Stato di Diritto in Italia.

L’Agenzia di stampa Reuters ha citato l’ufficio del procuratore generale kazako, il quale ha affermato che la signora Shalabayeva è sotto inchiesta per concorso nella presunta corruzione di funzionari dell’immigrazione nel rilascio di passaporti ai parenti del signor Ablyazov. Ora risiede nella sua abitazione in Kazakistan. Ha firmato una specie di impegno scritto a non lasciare la città di Almaty. Che è diventata la sua prigione.