#Impeachment Napolitano | Fine del Movimento 5 Stelle

La doppia escalation della virulenta pratica parlamentare dell’ostruzionismo, sommata alla presentazione della Messa in Stato d’Accusa contro Giorgio Napolitano, segnano la fine del Movimento 5 Stelle come lo avevamo conosciuto. Già, perché il M5S doveva riportare la politica alla dimensione collettiva della partecipazione e pertanto rimettere al centro i problemi del vivere comune: l’ambiente, la gestione del suolo, la lotta alla criminalità organizzata, i beni pubblici, l’acqua, le fonti energetiche, e via discorrendo. Ora troviamo un gruppo di parlamentari che ogni santo giorno di questa XVII Legislatura combatte una guerra verbale e finanche fisica, una guerra di parole fuori posto, esagerate e offensive, che hanno sì l’effetto di bucare il sistema comunicativo e di farlo impazzire guadagnando una visibilità sconosciuta, ma anche quello di svilire pesantemente la propria iniziativa politica.

In questo contesto, il documento della Messa in Stato d’Accusa di Napolitano segna il discrimine fra razionalità e irrazionalità del Movimento. E’ il documento con il quale i 5 Stelle dimostrano di aver perso di vista il mondo reale e si fanno controparte di una classe politica impedita a vedere oltre la siepe delle battaglie di Palazzo. Le accuse contro Napolitano hanno il difetto di essere inconsistenti, a tratti errate, poggianti su mere considerazioni o, peggio, su ricostruzioni giornalistiche non verificabili. La lettura del documento vi lascerà esterrefatti, tante sono le inesattezze e le forzature. E sarete permeati dall’idea che esso sia stato presentato al solo fine di giustificare i prodotti della comunicazione politica, vale a dire i filmati esplicativi molto aggressivi e i post del blog, studiati con l’intenzione di narrare il sospetto, il complotto. Il documento non vale nulla (o quasi), eppure diventa una arma formidabile nella produzione del consenso verso il Movimento 5 Stelle. Napolitano è al secondo mandato presidenziale, fatto quantomeno irrituale nel nostro ordinamento. Lo abbiamo scritto anche su questo blog. Ma Napolitano ha operato in una certa fase della politica italiana, quella dei giorni delle dimissioni di Berlusconi e del rischio di commissariamento da parte di Bruxelles. Gli si potrà rimproverare tutto, da un punto di vista politico. L’operazione dei 5 Stelle tenta di trasformare un giudizio politico in giudizio tecnico-costituzionale: un rischio, tanto più che il dibattimento avverrà in Parlamento, laddove i 5 Stelle sono una minoranza auto-balcanizzatasi, isolata nel proprio circuito di autoreferenzialità.

Le accuse. Analizzo qui di seguito alcuni dei capi d’accusa sollevati contro il Presidente.

1. Espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza: i 5 Stelle accusano il Presidente Napolitano di aver favorito questa deriva. Va da sé che il Capo dello Stato non ha potere di influenzare questa tendenza (il potere di rinvio è limitato): ma Napolitano si è più volte espresso con messaggi contro l’abuso della decretazione d’urgenza, come lo scorso Agosto 2012 quando, durante la discussione del decreto sulla Spending Review, scrisse al governo Monti ricordando che “il costante ricorso alla decretazione d’urgenza e alla posizione di questioni di fiducia è prassi non ammessa dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale che definisce questa evenienza come un uso improprio, da parte del Parlamento” (infooggi.it). Non è quindi razionale accusare Napolitano di una prassi adottata dal Parlamento, specie quando la medesima prassi è stata più volte denunciata da lui stesso.

3. Mancato esercizio del potere di rinvio presidenziale: per sostenere questa accusa, il perimetro dei provvedimenti analizzati è ristretto ad alcuni atti dei governi Berlusconi dichiarati poi incostituzionali, totalmente o parzialmente, dalla Corte Costituzionale. Napolitano avrebbe la colpa grave di aver promulgato leggi incostituzionali. Ma i 5 Stelle qui confondono quello che Stefano Ceccanti chiama ‘controllo preventivo e astratto’, proprio perché agisce quando la legge non è ancora applicata e quindi ancora non esiste alcune fattispecie concreta che possa mettere in luce l’incostituzionalità. Fra l’altro, il potere di rinvio non si configura come un vero e proprio controllo preventivo, dal momento che il Capo dello Stato non può sollevare la pregiudiziale in seno alla Consulta, ma può solamente rinviare il provvedimento alle Camere con un messaggio di motivazione, e per giunta respingendolo una sola volta. Tuttavia, nel corso del suo primo mandato, Napolitano ha esercitato questo potere in talune circostanze, fra le quali figura il rinvio alle Camere del Decreto Milleproroghe, nel Febbraio 2011, poiché le norme che introduceva “per la loro ampiezza e eterogeneità” si ponevano “in contrasto con la Costituzione”. Quindi Napolitano agiva contro un decreto omnibus, proprio ciò che oggi i 5 Stelle indicano come capo d’accusa contro lo stesso Presidente.

2. Riforme della Costituzione e della legge elettorale: qui si accusa il Presidente di aver “incalzato e sollecitato” il Parlamento all’approvazione della riforma dell’articolo 138. Come ben saprete, la riforma del 138 è naufragata con le Larghe-Larghe intese, ed era forse ben chiaro a tutti i parlamentari che la medesima non sarebbe mai stata approvata. Non solo, ma come abbiamo più volte scritto su questo blog, la surreale riforma del 138 prevedeva l’istituzione del Comitato dei Quaranta che a sua volta avrebbe dovuto seguire una speciale procedura per l’approvazione di altre ulteriori imprecisate riforme costituzionali, tutte egualmente sottoponibili a referendum popolari. Curioso che il potere prevaricante di Napolitano abbia prodotto questo (cioè il nulla). Secondo i 5 Stelle, il Napolitano Presidenzialista – come giustamente rileva Stefano Ceccanti – sarebbe colpevole di una riforma che non è mai stata approvata. Paradossale, non è vero?

Tralascio la questione delle intromissioni nelle indagini correlate al processo sulla Trattativa Stato-mafia, sul quale vi è una pronuncia della Consulta che ha dato ragione a Napolitano (sentenza n. 1/2013); sul potere di attribuire la grazia posso aggiungere che il Presidente, in tale decisione, può essere motivato anche da ragioni politiche:

Il Legislatore, predisponendo il testo del Codice di procedura penale del 1988 ha regolato all’art. 681 i provvedimenti relativi alla grazia, rammentando che essa “assolve una funzione correttivo-equitativa dei rigori della legge, ma ha anche, e sempre più, il ruolo di strumento di risocializzazione alla luce dei risultati del trattamento rieducativo” (cfr relazione al progetto preliminare), pur non senza dimenticare “le altre e diverse funzioni, di rilievo anche politico”, proprie dell’istituto (cfr. relazione al progetto definitivo) –  di Roberto QuintavalleCassazione Penale, Anno XLI Fasc 11 – 2001.

Di fatto, tali erano le decisioni nei casi citati, vale a dire la clemenza verso il giornalista Sallusti e quella erogata a Joseph L. Romano, colonnello USA, che ai tempi della extraordinary rendition contro Abu Omar, nel 2003, era responsabile statunitense della sicurezza della base di Aviano, dove sostò l’aereo che portò l’ex imam in Germania e da lì in Egitto. Entrambi i provvedimenti di clemenza sono motivati da ragioni di opportunità politica, specie il secondo caso, in grado – in potenza – di far esplodere una crisi diplomatica con gli USA.

In ultima analisi, è curioso che, a parte il caso citato della riforma del 138 (la rielezione non è un atto del Presidente), tutti gli altri atti contestati risalgono al precedente settennato. Va da sé che, se Napolitano non fosse stato rieletto, tali accuse non sarebbero mai state formulate né formalizzate. Aspetto già sufficiente a capire la natura artificiosa di codesta operazione.

Il testo dell’impeachment.

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Il 2013 in dodici terribili post

339 #direngeziparki

#direngeziparki (Photo credit: A H T)

Che dire del 2013? L’anno delle elezioni politiche in Italia e in Germania, delle Larghe Intese, dello Shutdown e della Decadenza. Delle rivolte di piazza, di Gezipark e del Riot in Rio. Della deriva egiziana e della guerra civile siriana. Di Snowden e della NSA. Di Renzi e Civati e della fine di una classe politica in Italia.

Tutto quanto è accaduto davvero e lo potete ritrovare in questi dodici tremendi post che vi ricorderanno il meglio e soprattutto il peggio di quanto successo sinora. Come si è soliti dire in codeste occasioni: ad maiora.

Mali: infine arrivarono le bombe francesi

gennaio 12, 2013- Le aspettano da quasi un anno, a Timbuctu, le bombe francesi. L’immobilismo di Ecowas e dell’Onu (che scelse Romano Prodi come mediatore dell’area del Sahel) anche di fronte all’escalation della guerriglia jihadista era troppo anche per uno come Francois Hollande. Da ieri le truppe francesi, per aria e per terra, guidano l’offensiva contro Ansar El […]

Blocco totale

febbraio 25, 2013 – Non ci si può nascondere, questa volta. Non si potrà dire che è stata colpa dei 5 Stelle. La sconfitta è evidente, soprattutto se si guarda alla ex regione in bilico, la Lombardia, dove il centrodestra mantiene un 38% di consensi, nonostante tutto, nonostante questi anni terribili, dove si è visto e sopportato di tutto. […]

Crisi di Governo | Napolitano anestetizza la Repubblica Parlamentare

marzo 30, 2013 – Tecnicamente, con la scelta di oggi pomeriggio di ammettere la prorogatio di Mario Monti, Giorgio Napolitano ha fatto la più grande riforma istituzionale di sempre: ha modificato la Forma di Governo. La crisi del parlamentarismo (che attanaglia il nostro paese da almeno dieci anni, come è evidente dalla trasformazione della pratica della decretazione d’urgenza in iniziativa legislativa […]

In Francia il Matrimonio è per tutti

aprile 23, 2013 – La nuova legge che estende il matrimonio a tutti, e quindi alle coppie omoosessuali, dovrà ancora passare il vaglio del Consiglio Costituzionale. Il provvedimento è stato approvato dall’Assemblea Nazionale oggi pomeriggio, alle ore 17 05, con 331 voti favorevoli e 225 contrari. Naturalmente è una legge che divide l’opinione pubblica, così come ha diviso il […]

Finanziamento Partiti: la riforma Letta e il trucco dell’inoptato

maggio 31, 2013 – Secondo il progetto di riforma preparato dal Governo Letta, uno dei meccanismi che dovrebbe regolamentare il Finanziamento dei partiti politici sono il 2xmille e le detrazioni d’imposta per le cosiddette erogazioni liberali. Fondamentalmente lo schema del disegno di legge somiglia a quanto proposto dal democratico Walter Tocci ma con alcune sostanziali differenze. La prima, la più […]

Gezi Park, testimoniare le violenze – #DirenGeziParki

giugno 16, 2013 – Ancora immagini da Istanbul, immagini di rivolta e di repressione. Child overcome by tear gas in hotel near #GeziPark. @Reuters photo by Yannis Behrakis. reut.rs/17NYG96 http://t.co/NIhpaVuWx6— Jim Roberts (@nycjim) June 15, 2013 Tear gas in lobby of Divan Hotel in #Istanbul amid police move on #GeziPark. via @AkinUnver http://t.co/hv7g0KbYR9— Jim Roberts (@nycjim) June 15, 2013 […]

Civati ci candida a segretari del PD #wdays

luglio 7, 2013 – Giuseppe Civati ha annunciato, in conclusione del Politicamp a Reggio Emilia, la sua candidatura a segretario del PD. Lo aveva già fatto da tempo, lo ha ribadito oggi, dinanzi alla platea che ha partecipato ai lavori di questi ultimi tre giorni. Ha detto: #wdays #civati io non ho nessuno dietro, ma vedo molta gente davanti […]

Mai più candido

agosto 1, 2013 – La sentenza è definitiva. Lo spazio per le opinioni e le interpretazioni è finalmente ridotto a zero. Ci fu evasione fiscale con frode, organizzata da Berlusconi Silvio e messa in opera per il tramite dell’Avvocato David Mills e di un sistema di società off-shore che drenavano denari dalla medesima Mediaset verso conti in nero in […]

Siria, futuro plurale

settembre 15, 2013 – Siria, futuro plurale – di Vanna Pisa Il labirinto siriano è formato da numerosi percorsi che si intrecciano nello spazio e nel tempo. Questioni religiose, geopolitiche, economiche, sociali e culturali. Come sappiamo USA e Russia stanno spostando ingenti forze militari nello scacchiere siriano: Assad per certi versi è un pretesto, lo scontro è mosso anche da […]

Shutdown della politica

ottobre 6, 2013 –La crisi del governo federale degli Stati Uniti nasconde un lunghissimo braccio di ferro che alcune parti del partito Repubblicano conducono sin dal 2010, anno di approvazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria. Il New York Times racconta, in un resoconto a firma di Sheryl Gay Stolberg e Mike McIntire, che immediatamente dopo la conferma del secondo […]

Arrampicata stile libero e caso Cancellieri

novembre 16, 2013 – A questo fanno pensare le dichiarazioni di Cuperlo e Renzi circa il caso dell’aiutino alla famiglia Ligresti. Il ‘tengo amici’ del Ministro dell’Interno pone in grande imbarazzo due dei tre (quattro..) candidati alle primarie per la segreteria del Pd. Cuperlo, riporta oggi Repubblica.it, pur essendo favorevole alle dimissioni della Ministro, tiene a precisare il suo […]

Il Porcellum non c’è più

dicembre 4, 2013 – Con il seguente comunicato, la Consulta questo pomeriggio ha dichiarato incostituzionali sia il premio di maggioranza che le liste bloccate della legge elettorale Calderoli. La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza – sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della […]

Impeachment Cossiga, Napolitano si oppose

Da qualche giorno, Beppe Grillo e con lui il movimento 5 Stelle, annuncia l’iniziativa – fine a sé stessa – di chiedere l’impeachment per Giorgio Napolitano. A suffragio di questa volontà, tutta partorita del Vertice del Movimento, motivata in qualche piazza a suon di slogan, Grillo ha citato il testo del documento con il quale il Pds di Achille Occhetto chiese la messa in stato d’accusa per Francesco Cossiga, il presidente picconatore. Era il 1991 e da pochi mesi era stata scoperta la formazione paramilitare segreta e clandestina, Gladio, di cui Cossiga era a conoscenza della sua esistenza sin da quando era ministro dell’Interno (1976).

La citazione è stata portata per insinuare nell’ascoltatore meno attento il dubbio sulla coerenza della figura dell’attuale presidente della Repubblica: se nel 1991 il Pds, quindi Napolitano, accusavano Cossiga di attentato alla costituzione per aver tentato di interferire “illegalmente nelle attività del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario”, e di aver avviato “l’esercizio di una propria funzione governante”: che è “inammissibile”e “autoritaria”, allora quelle stesse parole dovrebbero valere oggi contro il medesimo Napolitano, esso stesso fautore di indicibili intromissioni verso gli altri poteri dello Stato, specie quello giudiziario (caso trattativa Stato-mafia e telefonate con Nicola Mancino). Strillava il Comico: Napolitano lo chiese per Cossiga, l’impeachment: e noi per lui.

Peccato ci sia un errore storico grande come una casa. A parte il fatto che la richiesta della messa in stato d’accusa del Pds non giunse nemmeno al voto, Napolitano non era affatto d’accordo con la linea politica di Achille Occhetto. Napolitano espresse il suo dissenso nei confronti dell’allora segretario del partito telefonando a Bettino Craxi. Il contenuto di quella telefonata fu parzialmente divulgato dallo staff del segretario socialista. Secondo tale ricostruzione, Napolitano addirittura diede del pazzo ad Occhetto.

La Stampa, 23/11/1991

La Stampa, 23/11/1991

Napolitano, esponente dell’area dei riformisti, si opponeva alla linea politica più intransigente che da Ingrao passava per Occhetto. L’impeachment faceva parte di una strategia politica che prevedeva anche la sfiducia nei confronti del governo Andreotti . In questa seconda intervista, datata 27/11/1991, il dissenso di Napolitano divenne così palese da non poter più essere ignorato. Ed era la sua una tattica così sopraffina che alla fine vinse poiché Cossiga non fu mai messo sotto accusa ma si dimise, come effettivamente prospettato da Napolitano:

La Stampa, 27/11/1991

La Stampa, 27/11/1991

 

La stretta via fra Indulto e Amnistia

Perché tradurre il messaggio alle Camere di Napolitano nella scelta secca fra un provvedimento di clemenza e lasciare la situazione così com’è? Viene detto: che c’è di male se un politico intercetta il sentimento comune in materia. Tale uomo politico è tanto sensibile verso il sentimento quanto distratto sulle conseguenze che la latitanza della Politica ha sulle sorti del paese in merito alle sanzioni che la Corte europea dei diritti dell’uomo emetterà fra circa sette mesi, alla fine di Maggio 2014.

Perché la situazione carceraria è stata oggetto di giudizio lo scorso Gennaio 2013. I giudici di Strasburgo condannarono l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti. Si tratta della sentenza Torreggiani. La Corte europea ha riconosciuto il nostro Stato colpevole di aver violato la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, articolo 3 (proibizione di trattamenti inumani e degradanti). Ma, senza chiamare in causa la giurisprudenza europea, lo Stato Italiano ha violato la sua stessa legge. Infatti, l’articolo 6 della Legge 354/75 recita chiaramente che i detenuti devono poter avere a disposizione locali “di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. I detti locali devono essere tenuti in buono stato di conservazione e di pulizia”. Nel carcere di Piacenza mancava l’acqua calda, il riscaldamento, la luce, l’aerazione; persino i letti non erano sufficienti.

Questa sentenza ha obbligato lo Stato a pagare i danni ai sette ex detenuti (novantamila euro). Non solo, entro Maggio 2014 dovrà essere data dimostrazione che sono stati presi tutti i provvedimenti necessari a sanare la situazione oramai in totale emergenza. A Maggio 2013, lo Stato ha perso il processo d’Appello. La Corte Europea, non solo ha stabilito la scadenza di un anno, ma ha criticato duramente il cosiddetto piano carceri (2010), e ha invitato le autorità italiane a mettere in atto misure alternative al carcere e a ridurre al minimo il ricorso al carcere preventivo. Se non ve ne siete accorti, sono le medesime parole di Giorgio Napolitano. Quindi, se riusciamo ad andare al di là del mero “essere in sintonia con il popolo” (che è tratto caratteristico del capo carismatico,), chi intendesse parlare di carceri non può prescindere dal considerare 1) la condizione inumane, degradante, a cui lo Stato sottopone cittadini detenuti; 2) la non trascurabilità di una sentenza della giurisprudenza europea.

Va da sé che, in questo caso, l’opinione pubblica è formata in maniera frettolosa e superficiale intorno allo spettro di una amnistia di massa che metta in circolazione qualsivoglia categoria di delinquenti. Come ha ricordato Civati, “stiamo parlando di chi è in carcere per reati legati agli stupefacenti. E spesso si tratta di stranieri” (http://www.ciwati.it/2013/10/13/indulto-insulto-o-insulso/). Sono categorie di detenuti create da una legge che porta per metà un cognome altresì noto in materia di clandestinità – la Fini-Giovanardi. Ben 26.000 detenuti su 65.000, 2 su 5, sono finiti dentro per violazione della legge antidroga Fini-Giovanardi, una vera e propria fucina di pregiudicati. Chi finisce in carcere per droga spesso è un tossicodipendente: dovrebbe essere seguito da strutture adeguate, invece viene abbandonato in celle sovraffollate.

Impeachment Beppe Grillo

Capita quando in un gruppo si verificano profonde rotture nel comune sentire. Capita che il vertice annulla il confronto e punta l’indice verso un conflitto esogeno. Se ne ha i mezzi, il conflitto lo produce esso stesso. Così è successo in queste ore nel Movimento 5 Stelle. Due senatori promuovono un emendamento che cancella una norma di legge frutto di un ventennio di propaganda antimigranti, una norma che trasforma una condizione provvisoria della persona, l’essere senza una casa, senza una patria, in un reato. In una paese civile, non solo una norma simile non sarebbe esistita, ma chi fosse stato in grado di abrogarla si sarebbe meritato menzioni di merito sui giornali, specie dal proprio capo di Partito.

Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi sono due senatori leali nei confronti del vertice. Sono soprattutto competenti in materia e nella fattispecie si sono dimostrati molto abili ad ottenere il sostegno di PD, Sel e Scelta Civica, persino il sostegno del relatore che rappresenta il governo. Lo spregio della rettifica a mezzo blog è tremendo. La mannaia del capo si è calata su di loro. Inaccettabile, dicono in molti, all’uscita dalla riunione di ieri dei parlamentari. I pasdaran Di Battista, Sibilia, Di Stefano, Crimi, Morra, Lombardi fanno fatica a tener testa al dissenso. Non c’è stata nessuna deliberazione, cosa che accade quando la maggioranza ce l’hanno gli altri. Di fronte ad una spaccatura simile, il Capo dovrebbe accettare l’esito dell’aula e lasciare ogni ruolo e funzione all’interno del Movimento. Ovviamente ciò non gli passa neanche per l’anticamera del cervello.

Il blog di Grillo oggi ospita il redivivo Becchi e lancia la campagna dell’impeachment contro Napolitano, 88 enne Capo dello Stato, reo di aver inviato la missiva alle Camera sulle inaccettabili condizioni del sistema carcerario italiano, emergenza sempre aperta e irrisolta poiché da venti anni la politica si occupa d’altro. L’impeachment, se deve esserci, i 5 Stelle dovrebbero votarlo contro il proprio fondatore e leader. Una polemica, quella contro Napolitano, creata nel Movimento con il preciso scopo di incanalare nuovo odio, nuova indignazione. Di questo si nutre il blog. Non c’è niente altro. Le proposte politiche sono tacciate di essere contro la volontà popolare, soltanto perché sono iniziative che nascono nell’ambito delle istituzioni rappresentative. La democrazia diretta di Grillo vive del plebiscito perpetuo fondato su una continua sollecitazione alla polarizzazione dello scontro. Il dualismo Popolo-Casta, ovvero l’archetipo schmittiano dell’Amico-Nemico, dialettica della politica come guerra.

Cosa ha detto Napolitano sull’agibilità politica di Berlusconi

L’attesa nota del Presidente della Repubblica Napolitano circa la cosiddetta ‘agibilità’ politica di Berlusconi (che, come saprete, da condannato in via definitiva, è politicamente inagibile) è la riaffermazione del programma di governo che egli stesso ha consegnato a Enrico Letta un bel dì, 110 giorni fa, pressapoco.

Punto primo, la situazione economica: una “azione di governo che, con l’attivo e qualificato sostegno del Parlamento, guidi il paese sulla via di un deciso rilancio dell’economia e dell’occupazione”;

Punto secondo, le riforme con un rafforzativo sulla legge elettorale: “essenziale è procedere con decisione lungo la strada intrapresa, anche sul terreno delle riforme istituzionali e della rapida ( nei suoi aspetti più urgenti ) revisione della legge elettorale”.

Parla di una tendenza arbitraria, quella sorta dopo la sentenza definitiva sul caso Mediaset, volta “ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere”. Poi il capoverso decisivo.

Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto. Ciò vale dunque nel caso oggi al centro dell’attenzione pubblica come in ogni altro.

Tutto il resto sono opinioni, dice Napolitano. opinioni che valgono fintanto che non si viola “il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza”. Non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche. Sì, Berlusconi è un leader importante e incontrastato di una forza politica, ma in merito a questo lo Stato di Diritto non può nulla. Sarà tal partito a decidere della sorte politica del proprio leader. Le sentenze si applicano, tutto il resto non ha alcun valore:

mentre toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno.

Napolitano quindi opera una scissione fra ruolo guida del partito e carica istituzionale. La sentenza, e ciò che ne consegue (decadenza e incandidabilità), deve essere applicata, poiché questo è il nostro Stato di Diritto. L’agibilità politica di Berlusconi, nel senso della sua funzione di leadership nel panorama partitico italiano, non compete a questa sfera.

In merito alla clemenza, Napolitano ricorda punto per punto la procedura descritta dall’articolo 681 del codice di Procedura Penale:

L’articolo 681 del Codice di Procedura Penale, volto a regolare i provvedimenti di clemenza che ai sensi della Costituzione il Presidente della Repubblica può concedere, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. La grazia o la commutazione della pena può essere concessa dal Presidente della Repubblica anche in assenza di domanda. Ma nell’esercizio di quel potere, di cui la Corte costituzionale con sentenza del 2006 gli ha confermato l’esclusiva titolarità, il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza. E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del C.p.p.. Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso — sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia — per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale.

Nessuna domanda gli è pervenuta. L’atto di clemenza del Presidente è di sua stretta responsabilità ma la prassi corrente prevede una domanda e uno specifico iter di esame. Napolitano vuol tenere le mani libere. Vuol sfidare i peones berlusconiani a presentare la richiesta di clemenza. E se dovessero mai inginocchiarsi dinanzi al Quirinale, il Presidente ha già avvisato: ci sono specifiche norme di legge da rispettare, il parere positivo è tutt’altro che scontato.

Sfiducia Alfano: Napolitano ordina, Epifani esegue, Franceschini si frega le mani

Sì, è un fotomontaggio

Sì, è un fotomontaggio

Oggi lo possiamo dire con un certo grado di sicurezza: i famosi 101 hanno un padre ispiratore, un ideatore occulto che si è inventato letteralmente il secondo mandato e ha costruito il governo delle ‘Larghe Intese’. Sì, Giorgio Napolitano.

Napolitano, oggi, si è palesato con alcune dichiarazioni fin troppo limpide: 1) non è possibile nemmeno far vacillare il governissimo; 2) chi lo fa si prende la colpa e non potrà contare sul Presidente per la formazione di un nuovo governo (ergo, se cade Letta si dimette?); 3) l’alternativa è che non c’è nessuna alternativa, pena la gogna finanziaria internazionale. Il governo del cambiamento è stato negato fin dalle origini dal Quirinale. Il Quirinale ha accolto il pavido Bersani, incapace di dire pubblicamente che il governo con il PdL era già nei programmi il giorno dopo le elezioni. Il Quirinale ha accettato una nuova candidatura per un mandato bis talmente irrituale da essere ai confini della costituzionalità. Il Quirinale è la garanzia vivente per la sopravvivenza di Letta quale presidente del consiglio del Governissimo.

La mina del Kazakhstan, esplosa con colpevole e consapevole ritardo (tutto era noto, persino che si trattava dei familiari di un dissidente – poiché così recitò l’Ansa del 31 Maggio), ha finito per rivelare o l’incapacità della gestione Alfano, oppure la sua correità con la deportazione di Alma e Aula Shalabayeva. In ogni caso, sarebbe un ministro da dimissionare. Letta, invece, ha dapprima negato il caso (ed era il 5 Luglio, “non ho letto i giornali”, rispose al cronista de Il Fatto), poi ha emesso, tramite il Consiglio dei Ministri, un comunicato in cui assicurava la correttezza delle procedure seguite dai poliziotti; infine, dopo la lettura dell’informativa ‘urgente’ alle Camere, ha sposato in pieno la linea del ‘non c’ero, non sapevo’ del suo ministro. Di fatto, a questo punto della vicenda, diventata a pieno titolo uno scandalo internazionale, né Alfano né Letta potrebbero rimanere al proprio posto indenni. Ma al tempo delle larghe intese, questo prezzo lo pagheranno altri (tipo, per esempio, gli elettori del PD – e le anime belle).

Napolitano ha stigmatizzato anche lui il caso Shalabayeva. Parla di ‘imbarazzo’ e ‘discredito’ per il paese, ma non di grave violazione dei diritti umani.

Occorre sgombrare il campo egualmente da gravi motivi di imbarazzo e di discredito per lo Stato e dunque per il Paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre Kazaka, della sua bambina, sulla base di una sedicente e distorsiva rappresentazione del caso (Il Sole 24 Ore).

“È indispensabile”, ha altresì detto, “proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del cronoprogramma di 18 mesi per le riforme istituzionali”. Ecco cos’è il governo Letta: il governo del Presidentissimo, con un programma di riforme pensate e ideate dal Quirinale. Come scrive Civati, “una riforma costituzionale l’abbiamo già fatta. Il presidenzialismo”.

Il rischio Alfano si è quindi trasferito in toto sulle spalle deboli della maggioranza di governo: quelle del PD. Già, perché dinanzi ad una sacrosanta mozione di sfiducia delle opposizioni, la segreteria, su evidente imbeccatura del Quirinale (e pronta adesione dei 101…), ha stabilito tramite il capogruppo Zanda la linea dura: “non ci saranno voti in dissenso” per cui pare evidente che, se anche ben ci saranno, il momento dopo in cui verranno espressi, quei voti non saranno più del PD, ma del gruppo Misto. L’ombra dell’espulsione è solo paventata, ma è evidente, sottotraccia, come un bastone che balena dietro le schiene di energumeni picchiatori. Franceschini, ministro per i rapporti con il Parlamento (che sembra più che altro un ministro per i rapporti del PdL con il PD) afferma:

“È ora di smetterla che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle mentre gli altri, quelli che ci mettono la faccia, sono i cattivi. Questo non è più tollerabile”.

Non è più tollerabile significa una cosa sola. C’è bisogno di spiegarlo? Il gruppo PD al Senato ha votato quasi all’unanimità per il no alla sfiducia individuale. Si sono distinti in sette, fra cui l’unico superstite fra i renziani, Marcucci (hanno resistito dietro la linea Maginot dell’astensione i soli senatori Ricchiuti, Tocci, Collina, Puppato, Marcucci, Cociancich). La linea dura di Zanda è stata rafforzata con questo passaggio logico: non è un voto di coscienza, è un voto politico (come se la coscienza fosse impolitica). Detto ciò, ha detto tutto: la politica del PD è proseguire il disegno quirinalizio delle riforme in diciotto mesi, mantenendosi al potere con e per il tramite della pletora berlusconiana. Se il governo consegna nelle mani di un dittatore la moglie e la figlia di sei anni (ripeto, sei anni!) di un dissidente, niente importa, vengon prima le miracolose riforme costituzionali.

Ci rimangono Franceschini e il suo volto duro da Sceriffo.