Colpa degli elettori se #vinciamopoi

L’errore più banale che si possa commettere è affermare che è colpa degli elettori, soprattutto se pensionati, quindi vecchi e inadatti al cambiamento, che non penserebbero al futuro dei propri nipoti. L’errore storico che ha commesso la sinistra quando doveva commentare i successi di Berlusconi. E’ sempre colpa degli altri se gli altri non capiscono.

E’ un fatto se quasi tre milioni di elettori non ti votano più. Lo era quando capitava per il Pd, lo è ora per il Movimento 5 Stelle. Forse è venuto il momento di accettare un ruolo nel sistema, per poterlo cambiare. La strategia della Montagna (dell’isolamento), messa in atto all’indomani del voto delle Politiche 2013, ha solo creato confusione e divisione ed ha reso il Movimento ininfluente sulle dinamiche politiche dietro alle riforme costituzionali. Influenzare per il bene del paese doveva essere l’unica strategia percorribile. Chissà che non lo diventi ora, materializzando il vecchio piano C. C come Civati, che l’aveva pensato per primo, molto tempo fa.

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#ijf14 | Rosiconi! Debunking vs. Troll, sulla strada della conoscenza

L’interessante panel discussion tenutosi a Perugia lo scorso 2 Maggio, moderato da Emanuele Midolo (Agoravox Italia), con Silvia Bencinelli (giornalista scientifica di La Stampa), Mario Seminerio (phastidio.net), Leonardo Bianchi (news editor per Vice Italia) e Santiago Greco (blogger), sulla guerra dei ‘due mondi’ 2.0, ovvero il conflitto fra mistificazione e demistificazione, mi ha suggerito alcune riflessioni che vado ora spiegandovi.

Il trollismo è ovunque. Forse viviamo l’epoca del trollismo. Non è un fenomeno chiuso fra le mura virtuali della rete: il troll è un sofista, e la dialettica di un sofista tende ad un fine, e questo fine non è certo entrare nel merito delle questioni bensì allontanarsene, per così dire, specie se si tratta di critiche ben argomentate. Ecco, rispondere alla critiche con ‘Rosiconi, gufi’, come ha detto Santiago Greco, è trollismo: significa traslare dal piano delle argomentazioni ad un piano delle accuse alla persona. E’ usare, come risposta al proprio interlocutore, una caricatura caratteriale del medesimo. Una tecnica propria dei comici. Come Waldo, il pupazzo che concorre alle elezioni, che ridicolizza in diretta tv il candidato del Partito Conservatore Liam Monroe (nella serie tv Black Mirror).

Però il mondo del giornalismo non è in grado di affrontare questo fenomeno. Tanto spesso lo condanna, ma nella condanna usa il troll per trollare i lettori (specie sulla necessità di regolare l’odio su internet, il cosiddetto hatespeech, con nuove importanti norme repressive della libertà d’espressione di ciascuno di noi). Il giornalismo dovrebbe perseguire una stringente verifica dei fatti, elemento fondamentale per chi scrive – come me – un blog. Senza fonti giornalistiche affidabili, accessibili online, senza opendata effettivamente fruibili e confrontabili fra di loro, è molto difficile (se non impossibile) esercitare una verifica dei fatti di ciò che si scrive.

Il debunking politico è giocoforza verifica dei fatti, è smontaggio dell’affermazione del politico per svelarne la mistificazione o la vacuità dell’apparenza. Può, di volta in volta, poggiare su argomentazioni di tipo scientifico o economico, ma è scientifico nel senso più autentico, ovvero opera secondo il principio della falsificabilità (o inficiabilità, Karl Popper). Per dire ciò che è vero, prima devo provare che non è falso.

Da questo punto di vista, quando semplici “correlazioni casuali diventano fattori di causalità” (Mario Seminerio), entriamo nel terreno della non-verificabilità, quindi dell’opinione. E questa fallacia è comune sia alle teorie cospirazioniste, sia ad illustri esponenti di governo (Tremonti). Individuare nessi di causalità diretta non è facile. Tanto spesso, nella narrazione online, la semplice correlazione fra dati può essere impiegata per ‘fare discussione’. Ma deve esser chiaro che la correlazione numerica (o temporale) da sola non basta. Deve essere dichiarato che l’analisi non ha velleità scientifiche. Possiamo discutere di presunte teorie conoscendo che esse non trovano verifica empirica, se non nella mera speculazione dialettica. Non per questo siamo dei troll. Un troll è colui che usa queste argomentazioni difettose per dare sostanza ad una posizione discorsiva (o politica), nel costante flusso dello speech online.

Poi, è chiaro, c’è il problema della persistenza delle bufale. Posto che vi sono addirittura ‘cabine di regia’ (caso Bencivelli-Scie Chimiche) che coordinano l’attivismo online, è palese che la demistificazione ha il suo quarto d’ora di celebrità, poi cala irrimediabilmente la scure dell’oblio e la parte più strutturata – in termini di attivisti online reclutati ed effettivamente attivi – ha il sopravvento e riesce a far sopravvivere la menzogna, come è accaduto con l’emendamento D’Alia, provvedimento soppresso da un voto del Parlamento (era la XVI Legislatura) eppure più volte tornato agli onori dello speech online e addirittura citato da giornalisti professionisti (Travaglio) che – evidentemente – difettavano in verifica della fonte. Se persino le notizie – poi dimostrate essere false o manipolate – circa una Grecia in preda ai disordini, ai saccheggi dei supermercati, a fantomatici gruppi anarchici che devolvevano i proventi delle rapine al Popolo, sono diventati argomento per il comizio di Beppe Grillo in piazza San Giovanni a Roma, in conclusione della campagna elettorale per le politiche 2013 – ricorda Leonardo Bianchi – allora il lavoro del debunker è lungi dall’essere efficace. Infatti, data la persistenza delle bufale, esso non può limitarsi a smontare il caso specifico, ma deve anche preoccuparsi a come comunicare il risultato della propria attività. Le bufale si smontano, poi bisogna avere la necessaria visibilità. Altrimenti è come se non lo fossero.

Tutto ciò è applicabile alla politica? La critica motivata, orientata al dato fattuale, è certamente il miglior contributo che si possa dare alla discussione pubblica. Nell’immediato non pagherà: attirerà odio e insulti. Demistificare il dibattito politico è pur sempre un’opera biblica.

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#ijf14 Rosiconi! Quale giornalismo contro i frame della Politica

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No, non è finito il tempo della videocrazia. Chi parla, come è avvenuto ieri al #ijf14, durante il dibattito “Se la comunicazione politica domina la narrazione giornalistica”, speakers Jacopo Iacoboni, Francesco Nicodemo, Nicola Biondo, Elisabetta Guelmini, Giuliano Santoro, di fine della preminenza del mezzo televisivo nella comunicazione politica, sbaglia. I nuovi media, storicamente, non escludono o soppiantano i mezzi di comunicazione in uso, ma li integrano; molto spesso, i media tradizionali si sono adattati alle nuove metriche di comunicazione e ne sono diventati parte principale nella funzione della divulgazione di massa. La Televisione ha due caratteristiche che la Rete Internet non ha: la pervasività e l’immediatezza d’uso. Ed è per tali ragioni che essa persisterà e, anzi, uscirà rafforzata dall’influenza dei nuovi mezzi: la diffusione in ogni casa, in ogni camera, la sua relativa semplicità, sommate alla capacità di controllo che offre la tecnologia della Rete, trasformano il mezzo televisivo nello strumento definitivo della propaganda politica.

Non è vero, infatti, che l’ascesa di Renzi o di Grillo sia avvenuta solo e soltanto grazie alla Rete. In realtà, i due devono molta parte delle loro fortune a giornali e televisioni. Secondo Nicodemo, la crisi della politica di questi anni coincide con la crisi dei media tradizionali. Nicodemo è convinto che l’ascesa dei due nuovi protagonisti della politica può essere raccontata come una nuova narrazione che quindi influenza i media. Lamentando la scarsezza e la pochezza dei mezzi analitici, la penuria lessicale, di linguaggi e categorie per spiegare questa nuova contemporaneità, sostiene giustamente che i singoli media non siano cose fra di loro chiuse, in cui si debba essere bravi a comunicare solo televisivamente o solo via twitter. Poi chiosa: Berlusconi dominava bene la comunicazione televisiva, e solo la quella. E racconta della specificità della comunicazione renziana, la sua “ibridità”, l’ibridità dei contenuti, qualcosa che ha cambiato i modi di dire della politica.

La prima affermazione sappiamo bene che non corrisponde al vero (tanto più se si considera l’estensione del dominio editoriale berlusconiano alla carta stampata e ai libri). Ma non è altrettanto vero che la circolarità fra i media si stia instaurando solo ora, quando più e più volte giornali, radio e televisione si sono influenzati fra di loro e, anzi, sono di fatto racchiusi in un cortocircuito autoreferenziale. Lo erano già, ancor prima dell’avvento della rete. Lo sono oggi, per ragioni più o meno facili da intuire. Diversi studi hanno dimostrato, per esempio, l’interazione continua fra Twitter e televisione (in prims Twitter causation study, Nielsen). In diversi casi, i giornali pubblicano notizie costruite intorno a singoli status di Facebook: lo fanno a loro volta per capitalizzare le visualizzazioni online, poiché molto spesso sono scelti casi limite, episodi di violenza verbale, altrove censurabili ma che persistono su Facebook in virtù di quel fenomeno che passa sotto al nome di trollismo. E suscitare nel lettore sentimenti radicali quali odio, indignazione, repulsione, è il meccanismo principale mediante il quale si crea consenso sul web. Consenso equivale a visibilità, emersione dalla linea grigia. Il frame della Casta è stato creato, guarda un po’, proprio dall’archetipo dei media tradizionali, il Corriere della Sera, tramite la penna di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, ricorda Giuliano Santoro. E’ quindi utopico pensare – come afferma lo stesso Santoro – ad un giornalismo che smonta i frame della politica? Nel caso della Kasta!!1!!, è il giornalismo a creare la narrazione che sostanzia una comunicazione politica che a sua volta alimenta un risposta giornalistica: Grillo aumenta il proprio consenso sull’indignazione e l’odio verso un costrutto giornalistico – la Casta. Il giornalismo, a sua volta, attua una sorta di politica dei due forni: da un lato seguita a indignare (grazie al materiale fornito dai politici e dai loro rimborsi fasulli), dall’altro opera per insinuare il dubbio circa la diversità ontologica dei 5 Stelle.

Questo continuo circuito di influenza fra politica e media, reso iperbolico dalla diffusione dei social network, ha il solo effetto di allontanare la realtà fattuale. I fatti non sono più l’oggetto della comunicazione giornalistica, esattamente come la politica è estraniata rispetto alla realtà sociale. C’è modo di uscire? Ma la politica è solo competizione fra narrazioni alternative, astratte? In queste narrazioni, c’è modo di prendere in considerazione la realtà? E’ proprio questo il punto politico. Non di poco conto. Permettere alla realtà di entrare nel proprio orizzonte narratologico è rischioso tanto quanto è rischiosa la vita del parresiastes. La parola autentica comporta rischi poiché essa è tutt’uno con la realtà fattuale. Chi si può assumere questo rischio fra Renzi e Grillo?

L’acciaio s’è spento

Non è solo la politica ad essere in ritardo, a Piombino. Sebbene sia stato firmato un accordo fra le parti e il governo al fine di riprendere l’attività dell’altoforno fra “due o tre” anni, le incertezze sul futuro dell’area non sono affatto fugate. A Piombino sono in ritardo tutti, quindi, se come è vero il gruppo Lucchini è in amministrazione straordinaria dal 2012, schiantatosi al suolo a causa del peso di 800 milioni di euro di debiti. Il dibattito pubblico non è mai esistito. Concentrato com’è sui costi della politica, si è perso importanti pezzi del tessuto industriale del paese.

Ma, pazienza, ora che la campagna elettorale entra nel vivo, Piombino può essere un ottimo palcoscenico. Vi sarà certamente qualcuno che urlerà alla piazza eccitando gli animi, facendo accrescere il senso di rivalsa verso chi si è dimenticato di loro, gli operai delle acciaierie.

L’agonia è durata diciotto mesi. Nessuno degli abili oratori è stato a Piombino, in questo tempo. Quando, per le primarie, Civati era passato di là, la situazione era già fortemente compromessa. Civati parlava allora da candidato segretario e sosteneva che, una delle ragioni della “ferita” di Piombino, era lo scollamento fra cittadini e istituzioni. La politica è incapace di vedere il mondo reale intorno a sé ed è sempre più rinchiusa in una narrazione in cortocircuito: il nuovo contrasto bloccante, Casta vs. Anticasta, è sempre di più giocato nel campo dell’iperpopulismo. Mentre il paese, il paese muore.

#CaroSenatorePd, una Mailbombing al 416-ter

Pare che giungano migliaia di e-mail ai senatori del Partito Democratico, da parte del Movimento 5 Stelle, in cui si chiede loro di votare gli emendamenti che lo stesso ha presentato al Senato per riportare la pena prevista per questo reato ai limiti previsti dal 416-bis c.p. (Associazione Mafiosa). A darne notizia è Lucrezia Ricchiuti, via Facebook:

Schermata del 2014-04-13 20:37:14Il motivo del contendere sono gli emendamenti, a firma Felice Casson, volti a ripristinare l’originaria pena da 7 a 12 anni come era stata votata al Senato lo scorso 28 Gennaio. Tuttavia, Casson ha ritirato gli emendamenti pur definendo il testo un “compromesso al ribasso”. Oggi è partita la propaganda dei 5 Stelle, con HT #CaroSenatorePd. Posto che la riduzione di pena incide maggiormente sui minimi della pena edittale che non sul massimo (ridotto del 20%), è necessario tornare ai testi per capire quale sia la verità. I 5 stelle hanno presentato ben 105 emendamenti su 106 e sono giunti persino a chiedere la sospensiva del dibattimento in aula nonché l’intervento del guardasigilli sostenendo che la norma pone “un problema interpretativo in ordine alla possibile sovrapposizione con il vigente comma dell’articolo 416-bis”. Di fatto, i grillini dicono che lo sconto di pena aiuta i mafiosi e i politici collusi con la mafia. Non è proprio così.

Partiamo dall’inizio.

Norma approvata dal Senato in seconda lettura:

«Art. 416-ter. — (Scambio elettorale politico-mafioso). — Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione è punito con la stessa pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis.

Norma approvata dalla Camera in terza lettura:

«Art. 416-ter. – (Scambio elettorale politico-mafioso). – Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.

Va da sé che la cancellazione del termine disponibilità renda la norma meno dubbia da un punto di vista interpretativo, mentre la formulazione promessa di erogazione può porre in essere dei problemi circa la specificazione del momento in cui inizia il reato (il momento in cui si promette o quello in cui si eroga effettivamente la prestazione? può una promessa – che non ha quindi seguito nello scambio concreto – essere reato? Secondo Mattiello è corretto porre l’origine dell’illecito nell’accordo). La Camera aveva semplificato il testo ma non aveva del tutto espunto l’incertezza della formulazione come votata dal Senato. I 5 stelle si sono soltanto focalizzati sulle pene, mentre non spiegano che la portata innovativa della norma risiede nella assimilazione dello scambio di altra utilità al mero scambio di denaro. La riduzione di pena, inoltre, riguarda evidentemente i soggetti che accettano la promessa (nel testo originario, approvato in prima lettura, al posto di promessa si impiegava un più specifico procacciamento) di voti, mentre la fattispecie prevista dal 416-bis, terzo comma (procurare voti a sé o ad altri) prevede l’adesione all’organizzazione mafiosa (coloro che ne fanno parte).

416-bis cp. – L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

Quindi, la riforma istituirebbe due livelli di pena, a seconda che:

  1. il soggetto che accetta la promessa di voti non è affiliato all’organizzazione mafiosa > si applica il 416-ter con pena da 4 a 10 anni;
  2. il soggetto che accetta la promessa di voti è in realtà facente parte dell’organizzazione mafiosa > si applica il 416-bis con pena da 7 a 12 anni.

Il discriminante è l’affiliazione, che il solo scambio di denaro o di altra utilità in cambio di voti non può presupporre.

Una volta spiegato questo, è chiaramente auspicabile che il legislatore aumenti le pene per tale reato anche entro limiti superiori a quanto previsto dal 416-bis, per rendere assolutamente deprecabile l’accettazione dello scambio con un mafioso da parte di un uomo politico. In ogni caso, stiamo parlando di un provvedimento che è giunto alla quarta lettura al Senato e sarebbe opportuno approvarlo. L’innovazione sta tutta in due parole (altra utilità), e basterebbe poco per capirne la portata storica.

Showbiz e le 5 Stelle

ImmaginePrendete due signore. Magari vostre conoscenze, oppure no. Le portate in piazza Montecitorio e dite loro di interpretare il ruolo delle passanti arrabbiate con la politica. Definite l’obbiettivo e glielo spiegate. Bisogna far vedere che la piazza è contro la scissione dei 5 Stelle. Nei pressi stazionano sempre le telecamere. E’ lo show businness della politica. Il circo mediatico. Ora, le due signore devono occupare il piccolo squarcio di realtà che la telecamera intercetta. Lo devono fare possibilmente impiegando i pochi istanti per veicolare un messaggio. Il messaggio è: bravi i 5 Stelle ‘fedeli alla Linea’ del duo Comico (Grillo-Casaleggio). Cattivi gli altri: i criticoni espulsi, e Civati. Lui, l’ispiratore, il cane da riporto di Bersani. Lui deve essere colpito sul voto di fiducia al governo Renzi. Pippo che non lascia il Pd per fare un nuovo partito (ma non erano tutti morti, i partiti? come si concilia l’odio verso il partitismo con questa ansia affinché Civati ne fondi uno tutto suo? non è forse irrazionale?) e che quindi, scanzianamente, non ha le palle. Una narrazione che piace ai duri e puri, diciamo. Ne fai un video, poi lo pubblichi sul web, cominciando dalla tua infrastruttura. Così accade. La sera del 5 Marzo, i tweet più popolari in materia erano questi tre, un indicatore del flusso che ha prodotto la notizia:

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Il video – scrivono su Il Fatto Q – è diventato virale in poche ore. Civati contestato da due donne. Te ne dovevi andare, dice quella più esagitata. Rivolta saggiamente verso la telecamera, poco prima che Civati venisse intervistato dai giornalisti, al momento più opportuno, ovvero all’apice rossiniano della sua filippica, lancia la velenosa insinuazione. Tu non ha le palle. Punto, set, partita.

Il video compare dopo poche ore sul sito del giornale di Padellaro. La donna con il cappello rosso diventa la “nuova Annarella”. Fantastico, questo popolo. Così espressivo, così immediato e informato e attento. E soprattutto arrabbiato. Un ritratto perfetto.

Peccato che, chi ha ideato la messinscena (sì, questa è pura mimesis), deve essersi trovato a corto di imitatori di passanti. E allora, il giorno dopo, quando c’era invece da far percepire il favore del popolo verso i 5 Stelle fedeli, viene ripresentata la stessa signora, Annarella bis, curandosi solo di cambiarle abito. Ma è sempre lei, ed è sempre lo stesso modus operandi: interruzione di una intervista, occupazione dell’inquadratura, mandando il messaggio richiesto. Il video, questa volta, fuoriesce dalla bolla consueta dell’area 5 Stelle e contamina niente meno che il sito de Il Corriere. Un altro punto a loro favore.

Il video de Il Corriere: http://video.corriere.it/d-inca-m5s-non-sono-espulsioni-ora-lascino-posto-ad-altri/bc641904-a537-11e3-8a4e-10b18d687a95

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Annarella bis ha il cappello blu. Cattura l’inquadratura del Corriere lanciandosi in una accorata difesa del capogruppo dei 5 Stelle alla Camera, D’Incà. Questa volta si dichiara elettrice del Movimento. E sul sito del Corriere viene definita sostenitrice dei 5 Stelle. “Al sig. Campanella e ai suoi alleati, volevo dire che se ne devono andare”, “siete la vergogna”, “traditori”, dice la signora rivolta agli espulsi a 5 Stelle. Non manca una stoccata a Civati: “i gongoloni facciamoli fare a Civati, a Renzi, a Letta che c’ha le palle d’acciaio”.

Stasera, il Fatto Tv ha rettificato con un filmato che evidenzia la strana compresenza della donna, come contestatrice di Civati, e come sostenitrice di D’incà. Basta questo aspetto per rendere manifesta la superficialità con la quale accettiamo un certo tipo di informazione, e come questa informazione sia subdolamente influenzata. Rappresentare un consenso/dissenso così viscerale, non equivalente alla realtà, è un sordido trucco da quattro soldi.

Grillo scarica Pizzarotti

Con un PS, un post scriptum, stesso modus operandi scelto per i vari Ballestrazzi, Tavolazzi, Favia, e via discorrendo, Beppe Grillo ha liquidato l’iniziativa politica di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prevista per questo mese e che dovrebbe radunare a Parma sindaci e aspiranti tali del Movimento 5 Stelle.

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La grave colpa è non aver concordato l’iniziativa con lo staff del Comico. Un presupposto banale per giustificare questa presa di posizione in un momento in cui Pizzarotti ha osato esprimersi a volte in contrasto con la linea perseguita da Grillo-Casaleggio.

In particolar modo, Pizzarotti si sarebbe esposto in almeno due circostanze: la prima, in occasione dell’espulsione di Orellana, Battista, Campanella e Bocchino, esprimendo alla stampa e in tv le proprie perplessità sul metodo seguito (M5s, Pizzarotti: “Non ho capito il motivo delle espulsioni dei senatori dissidenti”Il Fatto Quotidiano); in secondo luogo, Pizzarotti si è certamente reso colpevole di aver partecipato alla presentazione del libro che narra della sua esperienza come sindaco, tenutasi a Milano venerdì scorso alla presenza di Giuliano Pisapia e persino di Giuseppe Civati, l’uomo delle cene (qui l’inequivocabile video http://bcove.me/y2bq19x5 che dimostra la compromissione del sindaco con il dissidente deputato del Pd).