#CaroSenatorePd, una Mailbombing al 416-ter

Pare che giungano migliaia di e-mail ai senatori del Partito Democratico, da parte del Movimento 5 Stelle, in cui si chiede loro di votare gli emendamenti che lo stesso ha presentato al Senato per riportare la pena prevista per questo reato ai limiti previsti dal 416-bis c.p. (Associazione Mafiosa). A darne notizia è Lucrezia Ricchiuti, via Facebook:

Schermata del 2014-04-13 20:37:14Il motivo del contendere sono gli emendamenti, a firma Felice Casson, volti a ripristinare l’originaria pena da 7 a 12 anni come era stata votata al Senato lo scorso 28 Gennaio. Tuttavia, Casson ha ritirato gli emendamenti pur definendo il testo un “compromesso al ribasso”. Oggi è partita la propaganda dei 5 Stelle, con HT #CaroSenatorePd. Posto che la riduzione di pena incide maggiormente sui minimi della pena edittale che non sul massimo (ridotto del 20%), è necessario tornare ai testi per capire quale sia la verità. I 5 stelle hanno presentato ben 105 emendamenti su 106 e sono giunti persino a chiedere la sospensiva del dibattimento in aula nonché l’intervento del guardasigilli sostenendo che la norma pone “un problema interpretativo in ordine alla possibile sovrapposizione con il vigente comma dell’articolo 416-bis”. Di fatto, i grillini dicono che lo sconto di pena aiuta i mafiosi e i politici collusi con la mafia. Non è proprio così.

Partiamo dall’inizio.

Norma approvata dal Senato in seconda lettura:

«Art. 416-ter. — (Scambio elettorale politico-mafioso). — Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità ovvero in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione è punito con la stessa pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis.

Norma approvata dalla Camera in terza lettura:

«Art. 416-ter. – (Scambio elettorale politico-mafioso). – Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.

Va da sé che la cancellazione del termine disponibilità renda la norma meno dubbia da un punto di vista interpretativo, mentre la formulazione promessa di erogazione può porre in essere dei problemi circa la specificazione del momento in cui inizia il reato (il momento in cui si promette o quello in cui si eroga effettivamente la prestazione? può una promessa – che non ha quindi seguito nello scambio concreto – essere reato? Secondo Mattiello è corretto porre l’origine dell’illecito nell’accordo). La Camera aveva semplificato il testo ma non aveva del tutto espunto l’incertezza della formulazione come votata dal Senato. I 5 stelle si sono soltanto focalizzati sulle pene, mentre non spiegano che la portata innovativa della norma risiede nella assimilazione dello scambio di altra utilità al mero scambio di denaro. La riduzione di pena, inoltre, riguarda evidentemente i soggetti che accettano la promessa (nel testo originario, approvato in prima lettura, al posto di promessa si impiegava un più specifico procacciamento) di voti, mentre la fattispecie prevista dal 416-bis, terzo comma (procurare voti a sé o ad altri) prevede l’adesione all’organizzazione mafiosa (coloro che ne fanno parte).

416-bis cp. – L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.

Quindi, la riforma istituirebbe due livelli di pena, a seconda che:

  1. il soggetto che accetta la promessa di voti non è affiliato all’organizzazione mafiosa > si applica il 416-ter con pena da 4 a 10 anni;
  2. il soggetto che accetta la promessa di voti è in realtà facente parte dell’organizzazione mafiosa > si applica il 416-bis con pena da 7 a 12 anni.

Il discriminante è l’affiliazione, che il solo scambio di denaro o di altra utilità in cambio di voti non può presupporre.

Una volta spiegato questo, è chiaramente auspicabile che il legislatore aumenti le pene per tale reato anche entro limiti superiori a quanto previsto dal 416-bis, per rendere assolutamente deprecabile l’accettazione dello scambio con un mafioso da parte di un uomo politico. In ogni caso, stiamo parlando di un provvedimento che è giunto alla quarta lettura al Senato e sarebbe opportuno approvarlo. L’innovazione sta tutta in due parole (altra utilità), e basterebbe poco per capirne la portata storica.

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Astensionismo e Mafia: qualche dato sul voto nelle carceri

Il dato sull’astensionismo nelle carceri siciliane mi ha sin dall’inizio lasciato perplesso. Poiché l’equazione viene facile: se non votano i detenuti, allora è la mafia ad averlo imposto. Dopo qualche giorno, Lirio Abbate ha scritto per L’Espresso un articolo in cui snocciola i numeri: su 7050 detenuti, solo quarantasei hanno votato. Ergo, la mafia ha veramente scelto per il non-voto. Manca il partito di riferimento? Per il pm Ingroia, se la mafia non vota, allora c’è aria di una nuova trattativa. Detta così, può anche significare che si sta preparando una nuova stagione di terrorismo mafioso. Enrico Mentana, in diretta al Tg La7, commenta: se il dato fosse confermato, sarebbe inquietante. Se fosse confermato, appunto.

L’articolo di Abbate non approfondisce il dato statistico, che rimane pertanto un numero, un numero qualsiasi, di difficile interpretazione soprattutto per i molti – me compreso – che non conoscono la realtà carceraria italiana. Mi sarei aspettato una abbondanza di dati statistici, una storia completa fatta di numeri e di elezioni e di partiti e di preferenze. Invece niente. Per tale ragione, Sergio Scandura su Linkiesta ha potuto etichettare l’articolo di Abbate come una bufala, argomentando erroneamente sull’inesistenza di una sezione 41bis a Palermo. Fatto che gli è stato contestato da Arianna Ciccone in un perfetto fact checking su Valigia Blu. Arianna ha concluso il suo articolo con un auspicio:

Sarebbe interessante (e decisivo) confrontare questi dati con i dati delle scorse elezioni, ma purtroppo non sono riuscita a trovarli e né L’Espresso né Linkiesta li riportano.

Sappiate che questa richiesta di informazioni si scontrerebbe con un muro di gomma, un muro che si chiama Ministero della Giustizia (o dell’Interno). In poche parole, i dati non ci sono. Intanto considerate che l’ultimo rapporto del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) pubblicato sul sito del Ministero è datato 2010. In secondo luogo, i numeri messi in circolazione da Scandura (alle politiche del 2006 e del 2008 ha votato il 10% dei carcerati) derivano da una interrogazione parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini, la n. 4-06146, alla quale (cito testuale dalla successiva interpellanza n. 2/01705 rivolta al Presidente del Consiglio Mario Monti) “non è mai stata data risposta nonostante i solleciti del 22/03/2010, 12/04/2010, 12/10/2010, 01/12/2010, 12/01/2011, 03/02/2011, 03/03/2011, 23/03/2011, 15/04/2011, 23/05/2011, 06/07/2011, 21/09/2011, 16/11/2011, 15/02/2012, 11/04/2012, 04/07/2012 26/07/2012”.

Nel testo, Rita Bernardini parla di trentamila reclusi aventi diritto di voto nel 2008, di cui solo il 10% lo ha esercitato (ovvero circa tremila votanti). Si tratta di detenuti in condizione “non ostativa”. In Italia, l’esclusione del diritto di voto è una pena accessoria: “l’ordinamento italiano aggancia l’esclusione dall’elettorato attivo all’interdizione dai pubblici uffici (D.P.R. n. 223 del 1967), che è perpetua nel caso di reati punibili con l’ergastolo oppure con una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni, mentre è pari a cinque anni per i reati che importano la reclusione per un tempo non inferiore a tre anni (art. 29 c.p.). Per effetto di tali disposizioni, oltre il sessanta per cento dei detenuti non gode del diritto di voto” (Diritto di voto e detenzione | Rebus Magazine).

Sulla base di quanto sopra, la prima obiezione da fare ad Abbate è: i 7050 detenuti corrispondono alla popolazione carceraria residente in Sicilia oppure alla parte di essi aventi diritto di voto? Se guardiamo i dati del rapporto ISTAT 2012, Noi Italia, i detenuti maschi in Sicilia nel 2010 sono pari a 7614. Raffrontare i due numeri per me è impossibile: bisogna che Abbate almeno riveli la fonte del suo dato. In secondo luogo, bisogna considerare che per esercitare tale diritto, il detenuto, ancora in possesso dei diritti politici, deve far pervenire al Sindaco del comune di residenza una dichiarazione della propria volontà di votare nel luogo in cui si trova, con l’attestazione del Direttore del carcere comprovante la sua detenzione; ciò per consentire l’iscrizione del richiedente in un apposito elenco ed essere munito della propria tessera elettorale. La richiesta può pervenire al Sindaco non oltre il terzo giorno antecedente il voto. Tutto ciò sulla base di una legge del 1976. La seconda domanda da fare, non ad Abbate, semmai al Ministero dell’Interno e a quello della Giustizia, è: i detenuti siciliani sono stati messi in condizione di poter esercitare il diritto di voto?

Ripeto, non si tratta di domande nuove. Quando a Maggio è stato eletto il sindaco di Palermo, l’astensionismo carcerario (cinque votanti su cinquemila) che si è verificato anche in quella occasione, aveva già fatto parlare alcuni di “astensionismo mafioso”:

Sono due le interpretazioni che si possono dare se nelle carceri di Palermo non si e’ votato: una protesta nei confronti della politica o che nessuno ha dato indicazioni di voto come si faceva una volta“. Lo afferma il procuratore Antimafia Piero Grasso […] Ecco alcuni dati: all’Ucciardone di Palermo, dove è stato allestito un seggio speciale, su 2693 detenuti, 5 hanno votato, facendo registrare 3 voti con regolare preferenze e 2 schede bianche.Al Pagliarelli, su 1282 reclusi, zero i votanti. Stessa musica nelle carceri di Agrigento e Trapani, dove in un totale di 911 carcerati nessun ha votato (Amministrative Sicilia, il voto nelle carceri: su cinquemila detenuti solo cinque votanti. I commenti – Stretto Web | Stretto Web).
“Non solo nessuno ha votato – rileva il magistrato a margine dell’inaugurazione del Festival della legalità a Catania – ma non è stato richiesto neppure il seggio volante, quindi non c’era nemmeno la richiesta preventiva” (livesicilia.it).
Secondo Marco Pannella, all’Ucciardone è stato di fatto impedito ai detenuti di votare. La mafia non avrebbe avuto nessun ruolo. Semplicemente le amministrazioni carcerarie avrebbero reso difficoltoso il voto, attraverso la non informazione dei detenuti, attraverso l’eccessiva burocratizzazione costruita intorno a quella legge del 1976. Un problema non nuovo.
Nel 2008, il Presidente della Conferenza Nazionale dei Garanti regionali dei detenuti, Angiolo Marroni, inviava una lettera al ministro dell’Interno Giuliano Amato nella quale chiedeva “notizie circostanziate in ordine ad eventuali provvedimenti adottati per l’istituzione dei seggi elettorali nelle carceri e per la verifica della sussistenza del diritto di voto in capo ai soggetti che non hanno perduto tale diritto, benché reclusi” (Elezioni: Il garante scrive al ministro Amato; “Garantire il voto nelle carceri”). Insomma, il diritto di voto per i detenuti non è affatto scontato e i ministri interessati, di anno in anno, forniscono la stessa quantità di informazioni: ovvero, nulla. Quella che segue è una notizia Ansa del 2009:

Ansa, 21 Maggio 2009 – In carcere dilaga il non voto. Da Sollicciano hanno fatto richiesta solo in 20 su quasi mille detenuti. “I mezzi di comunicazione devono informare di più”. Il partito dell’antipolitica vince dietro le sbarre. L’ultimo dato che rivela il numero dei detenuti interessati a partecipare al voto delle prossime elezioni, è sconfortante. Al carcere di Sollicciano solo in 20, su un totale di 950 detenuti, hanno chiesto di poter esercitare il proprio diritto di voto il l 6 e 7 giugno.

Franco Corleone, il garante dei diritti dei detenuti nel Comune di Firenze, chiedeva che i media diffondessero nelle carceri tutte le informazioni sulle modalità dell’esercizio del diritto di
voto. “Il diritto di voto – ha continuato – rappresenta per i detenuti l’esercizio della partecipazione alla vita democratica e ha un profondo significato strategico di non separatezza del mondo del carcere da quello della società. Ma soprattutto testimonia l’affermazione del diritto di cittadinanza comune”. L’Ansa del 2009 riportava che “nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, il numero dei detenuti che votò in carcere fu ancora addirittura inferiore a quello che si prevede per quest’anno: solo 16 persone”.

In conclusione potrei affermare che è alquanto prematuro attribuire alla mafia la responsabilità dell’astensionismo nelle carceri siciliane. Un giornalista avrebbe dovuto tergiversare prima di dare una notizia simile. E specificare che il primo responsabile è lo Stato, il quale impedisce con ostacoli burocratici agli aventi diritto di esercitare il voto. E non si tratta di guerra di bufale, ma di un giornalismo che tende a dar spazio impropriamente all’emozione piuttosto che alla verifica dei fatti.

Trattativa, Panorama pubblica intercettazioni e Berlusconi si vendica di Napolitano

Il settimanale Panorama domani pubblicherà una “ricostruzione” delle telefonate tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino intercettate nell’inchiesta della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Sì, esatto, Panorama, giornale di casa Mondadori, quindi di proprietà di Berlusconi.

“Ricatto al presidente”, questo il titolo sparato in copertina. Si tratterà comunque di una trascrizione, non delle intercettazioni vere e proprie. Molto probabilmente si tratterà soltanto di alcune brevi frasi, condite di molta dietrologia, relative a quanto interessa al direttore di Panorama, quindi a Mondadori, quindi a Berlusconi, rivelare del dialogo fra l’ex ministro degli Interni e il presidente della Repubblica. Secondo Giuliano Ferrara, si tratterebbe di una ricostruzione “molto ben fatta”. Sui giornali, in queste ore, si vocifera di giudizi imbarazzanti su Berlusconi, su Di Pietro, sui giudici di Palermo. Ma il titolo “Ricatto al presidente” indica che c’è dell’altro. I tipi di Panorama pensano che quelle intercettazioni, non rilevanti ai fini dell’inchiesta, siano state usate per ricattare Napolitano. E naturalmente la procura è colei che esercita la pressione indebita sul capo dello Stato.

L’obiettivo di Panorama, quindi di Mondadori, quindi di Berlusconi, è molteplice:

  1. pubblicare il contenuto delle intercettazioni per stimolare nel capo dello Stato e di conseguenza nel Partito Democratico l’intenzione di limitare l’uso di questo strumento di indagine se non di escogitare sistemi di censura della stampa, stile legge bavaglio;
  2. assestare un colpo secco contro la procura di Palermo che pure indaga sulle transazioni avvenute fra Dell’Utri e Berlusconi per il passaggio di proprietà di una villa il cui valore non collima con le somme scambiate, passaggi di denaro ritenuti invece frutto di una estorsione; di fatto si tratta della medesima procura che indaga sulla trattativa e sui fatti del 1993, anno di nascita del partito Forza Italia, ritenuto da una certa vulgata giornalistica, uno degli esiti del patto di scambio fra la corrente mafiosa non stragista di Provenzano, i carabinieri del Ros e le istituzioni della Repubblica allora guidate da Scalfaro/Mancino/Conso;
  3. e infine, vendicarsi di Giorgio Napolitano, l’uomo che, di nascosto, tramando con i capi di governo di Francia e di Germania, ha deposto Berlusconi.

La Trattativa Stato-Mafia secondo Radio Rai

Capita in un pomeriggio assolato di fine Giugno di ascoltare per radio, a distanza di venti anni, il racconto di una delle tragedie che hanno segnato la nascita della Seconda Repubblica. L’ombra e il mistero che rendono opaco il biennio 1992-1993 vengono a sorpresa diradati da una eccellente quanto insolita trasmissione di Radiotre. La Trattativa Stato-Mafia diventa quindi Storia. Una Storia scritta ma che per lo Stato e il suo sistema giudiziario non è vera.

Da riascoltare:

Radiotre – Cuore di Tenebra, La Trattativa

Vincenzo Scotti, l’informativa che annunciava le Stragi di Mafia

Vincenzo Scotti, ex ministro dell’Interno nel 1992, defenestrato da Andreotti nel giro di una notte – si ritrovò senza saperlo, in seguito a un rimpasto di governo “lampo”, ministro degli Esteri – intervistato oggi dal Corriere della Sera, ritorna sulla questione dell’informativa che annunciava le Stragi di Mafia, quel memoriale messo in mano ad un noto depistatore, Elio Ciolini, di cui spesso si è parlato nel corso di questi anni ma che l’indagine giornalistica ha, per così dire, dimenticato.

Su Yes, political! se ne è parlato in questi post:

La destabilizzazione, il progetto politico all’origine della trattativa.

Join the dots. Unisci i puntini. La leggenda del capitano Ultimo, la fiction come antistoria.

Nel 1992-93 l’Italia ha rischiato la secessione dello Stato Bordello

Nel 1992, prima delle stragi e prima delle elezioni, venne pure dato l’annuncio: si preparava una stagione col botto, una stagione in cui le istituzioni sarebbero state messe duramente alla prova in un tentativo di rivoltarle. L’allora ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti, diffuse l’allarme alle prefetture e alle questure. Le voci di una imminente destabilizzazione furono messe in giro da tale Elio Ciolini, depistatore professionista. Ciolini compare nell’inchiesta di Antonino Ingroia, “Sistemi Criminali”, poi archiviata, nella quale si fa riferimento a un piano eversivo “finalizzato alla divisione dello Stato condotto dai vertici di Cosa Nostra con la complicità di un Sistema Criminale, composto da massoneria deviata – P2 – da elementi dell’eversione nera e da spezzoni deviati dei servizi segreti”.

La figura di Vincenzo Scotti è centrale in questa vicenda. Scotti è una vittima. E’ un uomo di Stato che cercava di far bene il proprio mestiere. Doveva essere messo da parte, “per il bene supremo dello Stato”. Un concetto di bene che ancor oggi il Quirinale non vuole specificare, che racchiude in sé un segreto che nessuno può riferire, che qualcuno si è portato nella tomba (Scalfaro), che ha ereditato più o meno inconsapevolmente (Ciampi), che infesta ancora gli incubi più reconditi (Mancino e altri).

Perché il Giornale e Libero negano la Trattativa Stato-Mafia

Come spesso accade, anche sul tema della trattativa Stato-Mafia, Il Giornale e Libero hanno titoli simili e propongono interpretazioni altrettanto simili, se non gemelle. La Procura di Caltanissetta ha disposto arresti cautelari per quattro persone e su Libero ci vanno giù duro, facendovi intendere – falsamente? – la sproporzione fra la misura cautelare e il reato, che si è compiuto vent’anni or sono. Così Davide Giacalone non vi dice che tre di queste quattro persone arrestate sono già detenute: Salvatore Madonia, secondo la Procura il mandante della strage; Vittorio Tutino, autore del furto della 126 che fu tramutata in autobomba; il presunto basista Salvatore Vitali e Calogero Pulci, ex pentito. Per Il Giornale, Salvatore Madonia è un “presunto boss”. Il curriculum vitae di questo presunto boss lo potete ascoltare su Radio Radicale:

  1. in qualità di imputato: Processo per l’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi
  2. in qualità di testimone: Processo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici (Riina ed altri)
  3. in qualità di imputato: Maxiprocesso a “Cosa nostra”

Secondo Salvo Palazzolo (Repubblica.it) Salvatore o Salvino Madonia è un “capomafia pluriergastolano“, “accusato di aver partecipato nel dicembre 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista”. Di presunto non c’è più nulla su un ergastolano, per giunta plurimo. Se vi pare poco.

Secondo Gian Mario Chiocci e Mariateresa Conti, autori del pezzo su Il Giornale, la Procura di Caltanissetta ha alle spalle venti anni di insuccessi e di “innocenti in galera”. Si riferiscono alle false dichiarazioni del pentito Scarantino, che hanno permesso all’epoca ai magistrati di chiudere in fretta e furia l’inchiesta su via D’Amelio. Scarantino viene impiegato dai due giornalisti come argomento contro l’attuale procura di Caltanissetta e non contro i magistrati del 1992, con i responsabili dell’ingiustizia, coloro che imbastirono le accuse false imbeccati da chissà quale fonte “oscura”. Il pentito Scarantino mentiva? Colpa dei magistrati di oggi che pure lo hanno scoperto.

Continua Giacalone: “partiamo dalla fine […] io non faccio indagini e non istituisco processi, ma resto convinto che Borsellino muore, dopo che era stato ammazzato Falcone, perché era un ostacolo all’insabbiamento e dell’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti, immediatamente distrutta dopo la sua morte”. Giacalone ha una teoria e della realtà se ne frega. Ha questa teoria e piega i fatti al servizio del suo intendimento. Tutte balle, il 41 bis non c’entra. Ora, sarà strano ma anche in questo caso l’informazione che vi ha dato il buon Giacalone è incompleta. E, manco a dirlo, è la solita vulgata che circola nei media di destra. Perché allora far saltare il magistrato con una autobomba? Se il movente erano gli appalti, non bastava una pallottola, come peraltro la mafia sapeva fare e ha fatto in tantissime altre circostanze? Ed è altrettanto lampante il disegno stragistico che dal Maggio del ’92 prosegue con le cosiddette ‘stragi sul continente’. Per Giacalone tutto questo è irrilevante. Irrilevante che il ministro dell’Interno del ’92, Vincenzo Scotti, un mese prima di Capaci, disse pubblicamente che era in atto una strategia destabilizzante. Poi, in una notte, fu misteriosamente deposto da Andreotti. Ma Giacalone spiega l’attentato in stile Beirut in via D’Amelio con il fatto isolato dell’inchiesta mafia e appalti. Poi c’è quell’intervista, l’ultima, quella in cui Borsellino parla per la prima volta dei ‘cavalli’ di Mangano e di un flusso di denari che passava dalla Sicilia in direzione Nord. Naturalmente nessuna traccia. Nessuna menzione su questo fatto. Invece Chiocci e Conti, su Il Giornale, abbozzano una teoria comportamentista su Borsellino: se Borsellino sapeva della Trattativa, allora perché non la denunciò, “perché non la tradusse in atti formali, come era suo costume?” Se dubitava del capo del Ros, Subranni – disse alla moglie che era punciutu – perché continuò a lavorare insieme a lui fianco a fianco sino all’ultimo giorno? Subranni era il comandante dei Ros ed era il diretto superiore del colonnello Mario Mori, l’ufficiale – poi diventato capo dei servizi segreti nel penultimo governo Berlusconi – che è a processo a Palermo (con il colonnello Mauro Obinu) per avere favorito Provenzano in una latitanza lunga quarantatré anni.

Secondo il testimone d’accusa, colonnello Michele Riccio, smentito e querelato dai denunciati, furono Mori e Obinu ad avergli impedito di catturare Provenzano in un casolare di Mezzojuso (PA), indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da “cosa nostra” subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia (cfr. Wikipedia alla voce Mario Mori).

Mentre su Il Giornale viene dato qualche credito alla vicenda dell’ammorbidimento del 41 bis, il regime di carcere duro, giustapposta per insinuare dubbi sulla condotta dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e sul ministro della Giustizia Giovanni Conso, certamenti non immuni da ombre – Conso ha dichiarato di aver “autonomamente” disposto nel 1993 la sospensione del 41 bis a circa quattrocento detenuti mafiosi – su Libero viene contestato apertamente al teorema del 41 bis un certo grado di illogicità. Poiché la trattativa sul carcere duro giustifica la strage di Via D’Amelio e non l’attentato di Capaci. Allora perché ammazzare Falcone e moglie con tutta la scorta, facendo esplodere una autostrada? Il carcere duro, spiega Giacalone, fu imposto dopo la morte di Falcone, e non prima. Perché intavolare una trattativa anzitempo? Giacalone difetta di inquadramento storico: siamo nel 1992, ok? E’ morto Lima, ammazzato per strada. E’ quello il casus belli fra mafia e politica. E’ la ‘goccia che fa traboccare il vaso’. Al nord si affacciava una nuova forza politica, la Lega Nord, federalista e secessionista, il peso dei partiti tradizionali stava diminuendo, Mani Pulite sarebbe iniziata da lì a poco. Al Sud era tutto un proliferare di strane Leghe meridionaliste, con dietro le quinte personaggi ambigui come Licio Gelli. L’omicidio Lima è stato un atto di guerra. La guerra Stato-Mafia presupponeva una trattativa di pace. Un trattato di non belligeranza. La sensazione che dietro quelle stragi e tentate stragi non ci fosse solo la mafia rimane sempre molto alta, al di là delle dichiarazioni dei pentiti. Ciò che sorprende è il silenzio e i “non ricordo” dei protagonisti della politica del biennio  ’92-’93. Il Giornale e Libero non si spingono più in là delle loro tesi e, a parte sospettare di Scalfaro e Ciampi, nulla dicono del sospetto che la Seconda Repubblica – la variante videocratica della Prima Repubblica – sia il frutto malato di quella trattativa – l’opera ingegneristica di un gruppo di pavidi signori scesi a compromessi con la controparte mafiosa.

Per approfondire:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW173

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=1BW154

L’italia peggiore. Ancora ‘ndrine al Nord

Operazione “Maglio” in Piemonte. Il gip: “Il consigliere comunale Giuseppe Caridi è un pericolo per la democrazia”, Newz.it

‘Ndrangheta, Caselli: “Caridi vero affiliato” Videopiemonte – 5 ore fa

‘Ndrangheta: arrestato il consigliere comunale di Alessandria Caridi, Radiogold (Comunicati Stampa) – 10 ore fa

Blitz contro la ‘ndrangheta in Piemonte, arrestato esponente Pdl‎ – TM News
‘Ndrangheta a Alessandria: arrestato un consigliere comunale del Pdl‎ – La Repubblica
‘Ndrangheta: Pd Piemonte, Pdl prenda posizione netta‎ – La Repubblica Torino.it

Sebbene fosse affiliato come semplice picciotto, il gip del Tribunale di Torino, Giuseppe Salerno, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per Caridi e altre 18 persone, ha detto che Caridi, il consigliere comunale di Alessandria, iscritto al PdL, è “un vero pericolo per la democrazia”. La mafia è dentro al partito con cui sono alleati da quindici anni e di cui non possono fare a meno. Ergo, la Lega è alleata con la mafia.

Le ‘ndrine sono al Nord. Lo ha detto anche Bossi, a Pontida, con smacco per il ministro dell’Interno Maroni: la mafia è in Brianza, al Nord. Siamo pieni di mafia. Lui, Maroni, sedicente presidente del consiglio in pectore, invece si vanta dei passi in avanti nella politica di repressione. Progressi che vede solo lui.