#Quirinale, la convergenza parallela

E infine ogni nube si è dissolta sul Colle del Quirinale. Mattarella verrà eletto domani, al quarto scrutinio, con una convergenza – parallela, si direbbe – fra sostenitori della prima ora e i redenti del centrodestra, vecchio o nuovo che sia. Non ci saranno imboscate, né trame occulte. Berlusconi incassa la sconfitta, che sconfitta non è. Grillo può continuare a sparare a zero su un obbiettivo, dovendo mantenere lo scopo primario della sua impresa politica, ovvero l’iniziativa editoriale. E Renzi, Renzi ha battuto gli spettri del 2013 e può proseguire l’esperienza di governo con Alfano e soci. Perché questo è l’elemento chiave. E’ cambiato solo l’inquilino al Quirinale, il resto no. La maggioranza che voterà domani Sergio Mattarella è più precaria dei contratti del jobs act. Si materializzerà per un singolo voto e quindi si inabisserà nei meandri di Montecitorio per lasciare il passo al patto d’acciaio Pd-NCD.

Il Quirinale è stato neutralizzato. Potremo tornare a discutere di riforme costituzionali come se niente fosse?

Romanzo Nazareno | #renziberlusconi

Il racconto dell’incontro Renzi-Berlusconi ha un qualcosa di drammatico e insieme grottesco che resterà a lungo come archetipo della narrazione mass mediatica, questa volta non circoscritta alla sola televisione ma che dalla televisione si è trasferita, in un gioco di rimandi e percezioni distorte, ai social-cosi, ai giornali web: qualcosa che domani rifletterà, come la pancia lucida di un cetaceo spiaggiato, sulla marcescibile carta stampata.

Ecco B. salire le scale del Nazareno. Lo scatto è sfocato, rubato, chissà. La foto del Che e di Fidel Castro che giocano a golf – i Rivoluzionari intenti in un gioco così borghese, mentre sotto di loro si consuma il Grande Peccato.

Prima ancora, l’auto del Prescelto solca due ali di folla. Parte il lancio di uova, ma la mano è la solita che recita lo stesso copione mandato a memoria per venti lunghi anni. Fanno l’accordo con il diavolo, che poi era al governo fino a qualche mese fa proprio con quel partito la cui sede è ora un santuario violato.

Renzi prende il treno dopo che in mattinata ha inaugurato un gruppo di case popolari. Il tempo di tagliare il nastro che il sindaco sale sul Treno ad Alta Velocità e giunge a Termini, dove in mezzo ad una ressa di giornalisti una donna cade rovinosamente a terra, e il buon Renzi si arrabbia tanto, titolano quelli di Repubblica. Per un buon quarto d’ora, sembra la notizia più importante della giornata.

Alle 19 Renzi convoca la conferenza stampa. Quasi un’ora dopo la conclusione dell’incontro. I giornalisti devono salire al secondo piano del Nazareno e l’ascensore porta solo quattro persone alla volta. Che iattura.

Angelino tuona tramite alcuni tweet non appena sente parlare della ‘profonda sintonia’ che ha unito il suo ex capo e il nuovo Leader. In fondo, che sarà mai un partitino, @angealfa.

In due ore e mezza, dice il responsabile comunicazione del Pd, Francesco Nicodemo. In due ore e mezza abbiamo chiuso il ventennio. Forse era già chiuso e lo avete riaperto. Forse era già chiuso e basta. Poi percula @angealfa:

In ogni caso, se l’accordo è sul modello spagnolo, dite a Renzi che vince Grillo: http://www.youtrend.it/2014/01/09/proposte-matteo-renzi-legge-elettorale/

L’annessione

Doveva trattarsi di una scissione, di stracci che volano, di insulti fra sodali. Si è svolta come un’annessione: quel corpo politico che era già separato è stato letteralmente invaso da truppe un tempo amiche. Lo straniamento che è visibile negli occhi di Cicchitto, di Alfano, è quello di chi credeva di liberarsi finalmente dal giogo del Padrone. Più o meno questo stesso straniamento devono averlo vissuto coloro che sono rimasti fedeli alla linea del fondatore del Pdl. Diventati, nel passo breve di una giornata, da pedine dell’opposizione, a pedine da collocare in ogni dove di questa rinnovata coalizione delle larghe intese.

E ancora, lo stesso straniamento è visibile come un’ombra fra i democratici, divisi fra chi festeggia la prosecuzione del governo Letta, fra chi festeggia il ritrovamento di un leader politico che sembrava una chimera, e chi invece si trova nuovamente fianco a fianco di chi pensava di non veder più, almeno nel prosieguo di questa maledetta XVII Legislatura. Ha vinto Letta, scrivono certi; ha vinto per l’ennesima volta il Caimano, scrivono delusi gli altri. E appunto, il dilemma risiede in questo: se sia appunto Berlusconi ad essersi inchinato a Enrico Letta, oppure se sia Berlusconi ad essersi insinuato in Enrico Letta. In ogni caso, dove pensavamo di trovare la frattura, l’arrivo definitivo del futuro, dell’epoca post-berlusconiana, ora troviamo gendarmi in divisa a presidiare la fortezza.

Lo schiaffo di Palazzo Grazioli

Così Alfano non c’era alla riunione del PdL. E’ arrivato a Palazzo Grazioli ben dopo la mezzanotte. L’incontro con Berlusconi è durato non più di venti minuti. Una visita, null’altro, per comunicare che un manipolo di senatori farà la scissione. Silvio, Dudù, Francesca, l’aria improvvisamente impietrita. Alfano, e quella spocchia da azzeccagarbugli abbronzato. Abbiamo dirazzato, Silvio.

E’ la prima volta forse che la trama di relazioni di Silvio Berlusconi trova un limite, anzi, la prima volta che viene lentamente sgretolata ai bordi. L’ex Cavaliere ha scoperto che un’altra affinità, un’affinità rimasta sommersa per quasi venti anni, lega questi uomini al Presidente Letta. Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi, Carlo Giovanardi, lo stesso Alfano, hanno percepito il ritorno di un comune sentire. E così tradiscono il padre padrone del loro partito, l’ormai vecchio avvizzito e degenerato fondatore del Predellino, in vista forse di una qualche ricompensa politica: avere un ruolo da protagonista nell’epoca post-berlusconiana. Che poi questo coincida con il ritorno del Grande Centro, o della Balena Bianca, poco importa. In fondo – questo è il loro segreto – sono sempre stati, intimamente, duplici e democristiani.

In tutto questo scenario, il Partito Democratico è arrivato al capolinea: ora il PD dovrà scegliere se essere la carne sacrificale per il risorgimento della DC o scegliersi la propria parte e una identità, risolvendo per sempre quell’ambiguità di fondo che lo ha contraddistinto sin dalla prima ora. Sarebbe bello che, ad operare questa scelta, fossero non i gerarchi chiusi in una riunione stile ‘caminetto’, ma gli iscritti e gli elettori, e non necessariamente in questo ordine. Sarebbe bello, ma potrebbe non accadere. E’ appunto per tale ragione che occorre esserci. C’è una differenza sostanziale fra i Democratici e Alfano, Giovanardi, Lupi, Cicchitto. E non serve che ve la spieghi. Bisogna solo farla rispettare.

#Mobbasta – Dalla Carta d’intenti di Italia Bene Comune

#Mobbasta - Dalla Carta d'intenti di Italia Bene Comune

Da pagina 7 della Carta d’Intenti della Coalizione Italia Bene Comune, promossa dal PD [e tradita dal PD].

9. Diritti
Per i democratici e i progressisti la dignità della persona umana e il rispetto dei diritti individuali sono la bussola del mondo nuovo e la cornice generale entro cui trovano posto tutte le nostre scelte di programma.
La storia per altro insegna – e questa crisi lo conferma – che non esiste una gerarchia dei diritti e che l’azione per il loro riconoscimento e la loro affermazione vive di una tensione continua sul piano politico e sociale. In particolare, noi guardiamo oggi nel mondo alla lotta di popoli interi per la difesa dei diritti umani, a iniziare da quelli delle donne. E crediamo sia compito della politica, dei parlamenti e dei governi affermare l’indivisibilità dei diritti: politici, civili e sociali.

Intenti che sono rimasti sulla carta. Come insegna il caso Alfano-Kazakhstan.

qui una copia: http://www.blogdem.it/como/files/2012/09/La-Carta-dIdenti.pdf

Sfiducia Alfano: Napolitano ordina, Epifani esegue, Franceschini si frega le mani

Sì, è un fotomontaggio

Sì, è un fotomontaggio

Oggi lo possiamo dire con un certo grado di sicurezza: i famosi 101 hanno un padre ispiratore, un ideatore occulto che si è inventato letteralmente il secondo mandato e ha costruito il governo delle ‘Larghe Intese’. Sì, Giorgio Napolitano.

Napolitano, oggi, si è palesato con alcune dichiarazioni fin troppo limpide: 1) non è possibile nemmeno far vacillare il governissimo; 2) chi lo fa si prende la colpa e non potrà contare sul Presidente per la formazione di un nuovo governo (ergo, se cade Letta si dimette?); 3) l’alternativa è che non c’è nessuna alternativa, pena la gogna finanziaria internazionale. Il governo del cambiamento è stato negato fin dalle origini dal Quirinale. Il Quirinale ha accolto il pavido Bersani, incapace di dire pubblicamente che il governo con il PdL era già nei programmi il giorno dopo le elezioni. Il Quirinale ha accettato una nuova candidatura per un mandato bis talmente irrituale da essere ai confini della costituzionalità. Il Quirinale è la garanzia vivente per la sopravvivenza di Letta quale presidente del consiglio del Governissimo.

La mina del Kazakhstan, esplosa con colpevole e consapevole ritardo (tutto era noto, persino che si trattava dei familiari di un dissidente – poiché così recitò l’Ansa del 31 Maggio), ha finito per rivelare o l’incapacità della gestione Alfano, oppure la sua correità con la deportazione di Alma e Aula Shalabayeva. In ogni caso, sarebbe un ministro da dimissionare. Letta, invece, ha dapprima negato il caso (ed era il 5 Luglio, “non ho letto i giornali”, rispose al cronista de Il Fatto), poi ha emesso, tramite il Consiglio dei Ministri, un comunicato in cui assicurava la correttezza delle procedure seguite dai poliziotti; infine, dopo la lettura dell’informativa ‘urgente’ alle Camere, ha sposato in pieno la linea del ‘non c’ero, non sapevo’ del suo ministro. Di fatto, a questo punto della vicenda, diventata a pieno titolo uno scandalo internazionale, né Alfano né Letta potrebbero rimanere al proprio posto indenni. Ma al tempo delle larghe intese, questo prezzo lo pagheranno altri (tipo, per esempio, gli elettori del PD – e le anime belle).

Napolitano ha stigmatizzato anche lui il caso Shalabayeva. Parla di ‘imbarazzo’ e ‘discredito’ per il paese, ma non di grave violazione dei diritti umani.

Occorre sgombrare il campo egualmente da gravi motivi di imbarazzo e di discredito per lo Stato e dunque per il Paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre Kazaka, della sua bambina, sulla base di una sedicente e distorsiva rappresentazione del caso (Il Sole 24 Ore).

“È indispensabile”, ha altresì detto, “proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del cronoprogramma di 18 mesi per le riforme istituzionali”. Ecco cos’è il governo Letta: il governo del Presidentissimo, con un programma di riforme pensate e ideate dal Quirinale. Come scrive Civati, “una riforma costituzionale l’abbiamo già fatta. Il presidenzialismo”.

Il rischio Alfano si è quindi trasferito in toto sulle spalle deboli della maggioranza di governo: quelle del PD. Già, perché dinanzi ad una sacrosanta mozione di sfiducia delle opposizioni, la segreteria, su evidente imbeccatura del Quirinale (e pronta adesione dei 101…), ha stabilito tramite il capogruppo Zanda la linea dura: “non ci saranno voti in dissenso” per cui pare evidente che, se anche ben ci saranno, il momento dopo in cui verranno espressi, quei voti non saranno più del PD, ma del gruppo Misto. L’ombra dell’espulsione è solo paventata, ma è evidente, sottotraccia, come un bastone che balena dietro le schiene di energumeni picchiatori. Franceschini, ministro per i rapporti con il Parlamento (che sembra più che altro un ministro per i rapporti del PdL con il PD) afferma:

“È ora di smetterla che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle mentre gli altri, quelli che ci mettono la faccia, sono i cattivi. Questo non è più tollerabile”.

Non è più tollerabile significa una cosa sola. C’è bisogno di spiegarlo? Il gruppo PD al Senato ha votato quasi all’unanimità per il no alla sfiducia individuale. Si sono distinti in sette, fra cui l’unico superstite fra i renziani, Marcucci (hanno resistito dietro la linea Maginot dell’astensione i soli senatori Ricchiuti, Tocci, Collina, Puppato, Marcucci, Cociancich). La linea dura di Zanda è stata rafforzata con questo passaggio logico: non è un voto di coscienza, è un voto politico (come se la coscienza fosse impolitica). Detto ciò, ha detto tutto: la politica del PD è proseguire il disegno quirinalizio delle riforme in diciotto mesi, mantenendosi al potere con e per il tramite della pletora berlusconiana. Se il governo consegna nelle mani di un dittatore la moglie e la figlia di sei anni (ripeto, sei anni!) di un dissidente, niente importa, vengon prima le miracolose riforme costituzionali.

Ci rimangono Franceschini e il suo volto duro da Sceriffo.

Ablyazov e i segreti dell’ENI

KulibayevL’Espresso ha rovistato fra i cablogrammi della diplomazia USA rivelati da Wikileaks due anni or sono ed ha rivelato che Ablyazov era ben noto alle cancellerie occidentali, non già in quanto ‘pericoloso latitante’ bensì come dissidente democratico in possesso di scottanti rivelazioni circa la pesante corruzione della azienda petrolifera del governo kazako, la KazMunaiGaz:

Mukhtar Ablyazov, recentemente [2009] ha fatto uscire sui media internazionali “documenti che provano” che le aziende di stato cinesi hanno recentemente dato tangenti a Kulibayev per oltre 100 milioni di dollari per gli affari petroliferi (L’Espresso).

Timur Kulibayev, zar dell’energia del paese nonché genero del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, secondo i magistrati milanesi che hanno messo sotto processo la Agip KCO, è stato oggetto di una corruzione milionaria da parte dell’Eni (Agip KCO è la succursale di Scaroni in Kazakhstan), ma il medesimo trattamento gli è stato riservato anche dalla BP. Kulibayev ha ‘brama’ di denari, sostenne il il primo vicepresidente della compagnia petrolifera di stato, KazMunaiGaz, Maksat Idenov, mentre nel gennaio 2010 riceve l’ambasciatore americano al Radisson hotel di Astana. Anche i cinesi hanno corrotto Kulibayev. Il businness ruota intorno ad un enorme giacimento di petrolio:

Lo sviluppo del giacimento di Kashagan, che ha 38 miliardi di barili di petrolio, è fondamentale per il futuro del Kazakistan. Attualmente il giacimento è controllato da un consorzio composto da ENI, Total, Exxon, Shell, la kazaka KazMunaiGaz (con una quota di partecipazione del 16,8%), ConocoPhillips (con l’8,4%) e Inapex (7,5%) (fondazionecdf.it).

Sfruttare il Kashgan è altamente costoso. Si deve lottare contro il ghiaccio, e contro il vento, fortissimo, che stacca le lastre dalle torri di trivellazione. Ancor oggi il progetto Kashgan è in alto mare: il costo è raddoppiato e Eni ha mostrato di essere in ritardo, in difficoltà tecniche, scarsamente efficiente. Eni, nel 2009, stava per essere estromessa dal progetto. La tangente a Kulibayev non risolse del tutto la situazione: solo l’intervento diretto di Berlusconi permise a Eni di restare dentro al paese, in un nuovo consorzio, il North Caspian Operating Company (NCOC).

Lo scorso 3 Luglio si è svolta, presso il giacimento di Kashagan in Kazakhstan con la partecipazione del presidente kazako Nursultan Nazarbayev e il primo ministro britannico David Cameron, una cerimonia di messa in servizio degli impianti di produzione e per la costruzione di quelli necessari per la produzione iniziale. Nazarbayev non è solo amico di Berlusconi. Fra i suoi consiglieri figura un certo Tony Blair. Curiosamente il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, oggi è volato a Londra proprio da David Cameron. Lo scandalo Ablyazov lo ha inseguito sino nella capitale del Regno Unito, ma i giornalisti italiani si soffermano sulla impacciata relazione del ministro dell’Interno, Alfano. Avranno i due capi di governo parlato dei progressi del consorzio NCOC? Il volume della produzione è previsto essere gradualmente in aumento durante il secondo semestre del 2013. Circa 180.000 barili al giorno saranno estratti in media durante la prima fase, 370.000 barili al giorno nella seconda fase, che coinciderà con il secondo semestre. Eni controlla il 16% del consorzio, tramite Agip Caspian Sea BV che a sua volta controlla Agip KCO.

Ablyazov è una mina vagante. Se, in seguito al fattaccio del rimpatrio della moglie e della figlia, dovesse iniziare a rivelare l’intreccio di interessi internazionali e della corruzione dilagante, saranno guai, al di qua e al di là della Manica. Mal che vada, pagherà il solo Angelino Alfano.

Caso Shalabayeva, testo commentato del discorso di Alfano al Senato

Signor Presidente, onorevoli senatori, oggi mi è stata consegnata la relazione del Capo del Dipartimento della pubblica sicurezza, nonché Capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, relativa alla nota vicenda delle due signore kazake, la mamma e la figlia. Tra le varie modalità possibili per rendere pubbliche queste dichiarazioni, il profondo rispetto che il Governo nutre nei confronti del Parlamento ci induce a riferire direttamente al Parlamento le conclusioni dell’inchiesta interna del Capo della Polizia.

Sono qui per riferire di una vicenda della quale non ero stato informato, della quale non era stato informato nessun altro collega del Governo, della quale non era stato informato il Presidente del Consiglio.

E sono qui per riferire, attraverso la relazione finale dell’inchiesta interna condotta, come e perché questo sia potuto accadere e cosa occorra fare perché ciò non abbia ad accadere mai più: cioè che un Ministro e l’intero Governo non vengano informati di una vicenda così rilevante.

Sono qui per questo. Sono qui a rendere chiaro al Parlamento e alla pubblica opinione quello che è accaduto e per cui abbiamo assunto la decisione, al termine della mia relazione, di mettere sul sito del Ministero dell’interno la versione integrale della relazione di cui mi gioverò nel corso di questo mio intervento.

Sono qui anche per ribadire in premessa quanto il Governo ha fatto post factum, quanto il Governo ha fatto dopo gli episodi per dare assistenza legale [attenzione perché il governo si attiva soltanto il 5 Luglio, quando la vicenda assume una certa rilevanza sui giornali italiani; ricordate Letta rispondere al cronista de Il Fatto, “non ho letto i giornali stamane”? La vicenda si era consumata più di un mese prima!], per continuare ad assicurare il massimo impegno nel seguire con attenzione ogni profilo di protezione internazionale e di salvaguardia dei diritti umani connessi alla vicenda, quello che abbiamo fatto dopo il 2 giugno e ciò che continueremo a fare da questa sera in avanti.

L’inchiesta amministrativa è il cuore della ricostruzione della vicenda. Essa, si compone di due parti: la prima parte consta di una ricostruzione analitica, giorno per giorno e – dove necessario – ora per ora, di quanto si è verificato; la seconda parte – che è quella che, virgolettando, io vi leggerò – è quella che fa la diagnosi esatta di come sia potuto accadere che il Governo non fosse informato della vicenda.

Da questo momento, quello che sto per dire è un virgolettato della relazione finale dell’inchiesta del Capo del Dipartimento della pubblica sicurezza.

«Le ricerche del latitante kazako Ablyazov Mukhtar hanno preso l’avvio nel territorio nazionale il 28 maggio su input dell’ambasciatore Adrian Yelemessov. Il processo messo in moto da questa informazione si esaurisce in una fase operativa di polizia giudiziaria consistente in due perquisizioni nella villa di Casal Palocco indicata come nascondiglio del latitante, nel sequestro di denaro, materiale elettronico e di un passaporto, nella denuncia per il reato di falso a carico di Shalabayeva Alma, senza che il Mukhtar fosse rintracciato. Dall’operazione di polizia giudiziaria scaturisce poi un procedimento di natura amministrativa relativo all’espulsione della moglie del latitante.

L’incarico affidato allo scrivente è quello di accertare la mancata informativa al Governo sull’intera vicenda che, pur essendo pienamente regolare», e queste virgolette sono tratte dal comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, «”presentava sin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari». E qui si chiudono le virgolette all’interno del virgolettato del prefetto Pansa.

«Tale incarico quindi è volto essenzialmente ad individuare dove si è fermato il flusso informativo ascendente. È evidente che in ordine alla prima parte della vicenda andrà verificato anche se tutti i funzionari di polizia coinvolti fossero a conoscenza che il ricercato kazako fosse anche un dissidente politico nel suo Paese. È altrettanto necessario che, in ordine alla parte amministrativa dell’intera vicenda, vengano verificate le modalità esecutive dell’espulsione che, al di là della loro chiara legittimità, evidenziano caratteri non ordinari.

In primo luogo va ribadito che in nessuna fase della vicenda, fino al momento dell’esecuzione dell’espulsione con la partenza della donna con la bambina, i funzionari italiani hanno avuto notizia alcuna sul fatto che Ablyazov, marito della cittadina kazaka espulsa, fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakistan e non un pericoloso ricercato in più Paesi per reati comuni. In nessun momento è pervenuta o è stata individuata negli archivi di polizia informazione che rilevasse lo status di rifugiato dello stesso Ablyazov. Anzi, la documentazione fornita dall’ambasciatore kazako, diplomatico ufficialmente accreditato presso il Governo italiano, lo segnalava come elemento collegato alla criminalità organizzata [ergo, il Dipartimento di PS si affida unicamente alla segnalazione dell’ambasciata, non conduce alcuna verifica sulle informazioni ricevute dall’ambasciatore, né contatta la Farnesina per riceverne informativa] ed addirittura al terrorismo internazionale.

Né è risultato che la citata cittadina kazaka abbia mostrato o affermato di possedere un permesso di soggiorno rilasciato da Paesi Schengen, cosa che hanno fatto i difensori solo in sede di ricorso contro il provvedimento.

Al riguardo, è opportuno evidenziare che quando per la prima volta Shalabayeva Alma viene condotta presso l’ufficio immigrazione, cioè la mattina del 29 di maggio, essa era in compagnia del cognato che all’atto della verifica della sua condizione di straniero in Italia affermava di essere titolare di un permesso di soggiorno lettone, quindi rilasciato da Paese Schengen. Nella circostanza veniva verificata la fondatezza della affermazione e lo straniero veniva rilasciato: il tutto accadeva alla presenza della signora Shalabayeva Alma, che avrebbe potuto anch’essa rivendicare la titolarità di analogo documento.

Per inciso, va rilevato che risultano infondate le affermazioni riportate dagli organi di stampa secondo le quali il citato Seraliyev Bolat sarebbe stato percosso durante l’irruzione riportando ferite al volto [in questo passaggio, il Capo della Polizia divaga: la vicenda di Bolat è secondaria, viene strumentalmente impiegata per instillare l’idea di malafede del clan Ablyazov]. Infatti, il citato Seraliyev alle ore 19,20 del 30 di maggio si è recato presso l’ospedale Aurelia Hospital, dove ha riferito che alle ore 23 del 29 maggio aveva subito una aggressione presso la propria abitazione, cioè nella villa di Casal Palocco, riportando lesioni giudicate guaribili in cinque giorni.

Si precisa che il predetto è stato fotosegnalato alle ore 18 del giorno 29 maggio e non presentava alcuna lesione facciale e che l’intervento presso la villa di Casal Palocco è avvenuto nella notte tra il 28 e il 29. La ripetizione della perquisizione, invece, è avvenuta il giorno 31.

La ricostruzione della vicenda, esposta cronologicamente sopra (cioè nell’indice cronologico che poi pubblicheremo sul sito) e convalidata nelle sue fasi dalle competenti autorità giudiziarie, fa ritenere che la prima parte di essa abbia seguito correttamente tutti i circuiti informativi sia discendenti che ascendenti, cioè dal Ministero all’organo procedente e viceversa. La seconda parte, invece, si è fermata nella fase ascendente ad un livello che non ha coinvolto le strutture di diretta collaborazione del Ministro, cui competeva informarlo.

Dalla ricostruzione dell’intera vicenda e dalle dichiarazioni acquisite dal vice capo della polizia vicario, prefetto Alessandro Marangoni, dal vice direttore generale della Pubblica sicurezza e direttore centrale della Polizia criminale prefetto Francesco Cirillo, da quelle del prefetto Alessandro Valeri, capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza, da quelle del prefetto Gaetano Chiusolo, direttore centrale anticrimine, e da quelle del questore di Roma, Fulvio Della Rocca, è possibile ricostruire la seguente cronologia.

La mattina del giorno 28 maggio l’ambasciatore kazako a Roma Adrian Yelemessov, cerca di contattare inutilmente il Ministro dell’interno [come questa circostanza può sollevare Alfano da qualsiasi responsabilità?].

Nella stessa giornata il predetto diplomatico si reca presso la Questura di Roma – squadra mobile, dove fornisce le indicazioni necessarie per la cattura del latitante kazako Ablyazov Mukhtar, sottolineandone la pericolosità.

La sera dello stesso 28 maggio l’ambasciatore fornisce le medesime informazioni al Capo di gabinetto del Ministro dell’interno ed al prefetto Alessandro Valeri, capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Quest’ultimo contatta il dirigente della squadra mobile che conferma di essere già informato e di aver avviato tutte le conseguenti attività.

Il prefetto Valeri informa anche il prefetto Cirillo, cui fa capo l’Interpol e che svolge tutte le attività già prima descritte ed indicate nell’allegato 1 (la relazione è piena di allegati).

Lo stesso prefetto Valeri informa il prefetto Gaetano Chiusolo, che a sua volta attiva il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, che ha come compito quello di coordinare e seguire le attività delle squadre mobili.

Della circostanza viene informato anche il vice capo vicario prefetto Marangoni.

L’attivazione duplice delle ricerche del latitante da parte dell’ambasciatore kazako avrà esito negativo e dallo stesso prefetto Valeri verrà data comunicazione al Gabinetto del Ministro dell’interno.

A quel momento, come peraltro nei giorni successivi, neanche era sorto il dubbio che il ricercato fosse un oppositore politico del Governo kazako e che potesse essere oggetto di ritorsioni.

La vicenda che attiene al trattenimento e all’allontanamento dal territorio nazionale di Shalabayeva Alma sembra aver assunto una dimensione rilevante per le autorità diplomatiche kazake. In effetti, le procedure di espulsione di Shalabayeva Alma sono state eseguite, come è corretto che sia, dalle autorità consolari kazake, che sono state solerti nel fornire tutte le indicazioni necessarie all’esecuzione del provvedimento di espulsione e a rilasciare i documenti necessari per l’ espatrio sia di Shalabayeva Alma che della sua bambina Ablyazov Alia.

Il coinvolgimento delle autorità diplomatiche kazake non si è però limitato a questa fase, ma si è anche sostanziato nell’allertare l’ufficio procedente alla massima attenzione per motivi di sicurezza, fino a giungere a mettere a disposizione un volo privato dedicato al trasporto delle due cittadine kazake, da Roma ad Astana, capitale del Kazakistan. Anche in questa fase, come sottolinea lo stesso dirigente dell’Ufficio immigrazione della questura di Roma nella sua relazione del 3 giugno, non era pervenuta alcuna informazione che segnalasse rapporti di parentela della donna con un “dissidente politico kazako”.

Il citato funzionario, primo dirigente della Polizia di Stato, dottor Maurizio Improta, ha dichiarato, come si rileva dall’accluso allegato n.20, di non aver informato nessuno dei suoi superiori del volo diretto per l’allontanamento della donna, non essendogli stato specificato dal consigliere dell’Ambasciata kazaka che il volo fosse appositamente stato predisposto per la stessa.

Infatti il funzionario testualmente riferisce (inizio a leggere il virgolettato del funzionario): «In ordine all’ aereo con cui la donna è stata rimpatriata, va precisato che il 30 maggio, quando ho chiesto la certificazione dell’identità kazaka della donna, il diplomatico presente in ufficio, Consigliere Khassen, mi chiese come l’avremmo rimpatriata qualora il provvedimento fosse stato convalidato dal giudice. Nella circostanza spiegai che il rimpatrio sarebbe avvenuto dopo la convalida e anche dopo che ci fossero pervenuti i nulla osta da parte delle autorità giudiziarie competenti. Spiegai che, non essendoci volo diretto per il Kazakistan, avremmo utilizzato la tratta Roma Mosca – Mosca Astana.

Nella circostanza il consigliere Khassen ebbe a dirmi che probabilmente, entro qualche giorno, ci sarebbe stato un volo diretto da Ciampino. Lo stesso raccomandava massima cautela perché nel cambio di aereo a Mosca ci sarebbe stato il rischio che uomini armati, pagati dal marito latitante, avrebbero potuto tentare la liberazione della donna [di fatto, la convinzione che Ablyazov sia un pericoloso terrorista, e che possa addirittura disporre di uomini armati presso l’aeroporto di Mosca, non viene posta a verifiche di sorta]. D’altra parte gli alert sulla pericolosità del soggetto rendevano plausibile tale affermazione. Non diedi seguito alla richiesta, essendo necessaria la convalida e l’acquisizione dei lasciapassare.

Il giorno dopo, quando lo stesso Khassen venne a consegnare i lasciapassare richiesti, conseguentemente alla convalida del trattenimento presso il CIE, il consigliere Khassen mi comunicò che il citato volo da lui precedentemente segnalato era in partenza proprio quel pomeriggio intorno alle ore 17. Comunicò che sul volo erano presenti sia lui che il console kazako e che quindi potevamo anche decidere di effettuare l’espulsione senza scorta, anche perché a bordo c’era personale di volo femminile. Sulla base di questa affermazione non emergeva che il volo fosse stato preso appositamente per il rimpatrio. A questo punto, dopo avere acquisito gli ulteriori nulla osta, incaricavo l’assistente Laura Scipioni di portare i lasciapassare a Ponte Galeria e insieme al personale che parla la lingua russa di accompagnare la signora a Ciampino.

Nella circostanza, stante le precedenti segnalazioni, chiedo alla squadra mobile e alla Digos, nelle persone dei dirigenti di coadiuvare ai fini della sicurezza, con il proprio personale, il trasporto all’aeroporto della Shalabayeva. Non mi risulta che la donna abbia rappresentato all’assistente Laura Scipioni, che parla inglese correttamente, la volontà di chiedere asilo. Non mi risulta che abbia rivolto analoga richiesta all’altro personale, compreso quello che parla la lingua russa. In aeroporto la donna e la sua bambina vengono consegnate, precisamente sotto la scaletta del citato aereo, al console kazako e all’altro diplomatico. In effetti, la consegna alle autorità consolari, invece di avvenire alla discesa dell’aereo in Astana è stata effettuata, sempre alle autorità consolari, in partenza da Roma [questa descrizione è allarmante: le autorità italiane non si insospettiscono nemmeno quando devono consegnare Alma e la figlia direttamente al console in partenza da Roma, fatto perlomeno irrituale].  Non ho comunicato preventivamente ai miei superiori l’uso del volo Roma Astana, non avendo alcuna possibilità di comprendere che fosse stato l’aeromobile noleggiato appositamente per l’occasione. Non mandando il personale in missione per la scorta della donna non avevo necessità di chiedere ulteriore autorizzazione”». Si chiude così il virgolettato del funzionario Improta.

«Va anche detto» – e qui riprende il rapporto del prefetto Pansa «che le richieste formulate dalla Shalabayeva Alma sulla volontà di essere espulsa verso la Repubblica Centro Africana difficilmente potevano essere accolte, se si considera che si tratta di un Paese per il quale l’UNHCR sconsiglia i rimpatri forzati. Si ritiene opportuno a questo punto ricostruire i singoli passaggi del flusso informativo, che non è pervenuto all’attenzione del Ministro dell’Interno.

In primo luogo, va precisato che il canale informativo che fa confluire le notizie necessarie al Ministro dell’interno è di norma il Capo di Gabinetto del Ministro [eccolo, il ruolo di Procaccini: le dimissioni servite su un piatto d’argento al ‘distratto’ Alfano, per la grave colpa di aver omesso le informazioni del caso] o direttamente il capo della Polizia oppure i loro sostituti. Gli uffici sui quali si concentra il flusso informativo che fa riferimento al Capo di Gabinetto è l’Ufficio del Gabinetto del Ministro dell’interno; quello che fa riferimento al Capo della Polizia è la segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

È evidente che non tutte le informazioni sono state portate a conoscenza del Ministro in quanto sono preventivamente selezionate in ordine di importanza e rilevanza. Tale valutazione compete ai vertici dei citati uffici che, sulla base dell’esperienza, della prassi, delle esigenze, delle circostanze contingenti e del contesto generale, classificano le informazioni secondo un ordine di priorità a cui sono collegati comportamenti conseguenti.

Per quanto concerne le espulsioni, ai sensi della normativa vigente le stesse che sono predisposte con provvedimenti dei perfetti non vengono assolutamente segnalate al Ministro che ne può prendere tutt’al più cognizione periodica sul piano meramente statistico. Nel caso in esame, è evidente che nella prassi non esisteva obbligo di informazione al Ministro sia perché si trattava di un’espulsione ordinaria sia perché non vi era né evidenza né consapevolezza che il marito della espulsa fosse un dissidente, sicché nessuna informazione è stata data al Ministro [qui è evidente la contraddizione: l’ambasciata del Kazakhstan avverte della presenza a Roma di un pericoloso latitante, viene organizzata una gran caccia con una squadra di 50 uomini, e tutto ciò rientra nella categoria delle ‘espulsioni ordinarie’].

Va di converso detto che l’attenzione di un altro Paese così evidente e tangibile attraverso l’impegno diretto del proprio ambasciatore e l’utilizzo di un volo non di linea per il rimpatrio delle due cittadine kazake avrebbe dovuto rappresentare elemento di attenzione tale da far valutare l’opportunità di portare l’evento a conoscenza del Ministro stesso. In effetti, la verifica fatta dallo scrivente, come prima riferito, porta a ritenere che si è data importanza alla sola ricerca del latitante, che è stata attentamente seguita e comunicata nel suo esito negativo il 29 maggio dai vertici del Dipartimento della pubblica sicurezza al gabinetto del Ministro [pertanto, la gran caccia al latitante ha esito negativo e ciò viene comunicato dal Dipartimento di PS al Gabinetto, ma il Ministro ancora non sa nulla; è stata condotta in modo fallimentare una operazione di polizia per la cattura di un pericoloso latitante, ergo il latitante se ne gira indisturbato per Roma, e il Ministro non sa nulla. Non è allarmante, questo fatto?].

È mancata in quel momento però l’attenzione ad una verifica puntuale e completa su tutto il rapporto innescato dalle autorità diplomatiche kazake che, avendo coinvolto direttamente il Gabinetto del Ministro, avrebbero dovuto essere seguite in tutte le fasi del loro rapporto con gli organismi territoriali a cui è demandata la mera operatività.

Non è stata seguita per niente dal Dipartimento della pubblica sicurezza la fase relativa all’espulsione della moglie del ricercato a cui gli organi territoriali hanno attribuito un mero valore di ordinarietà burocratica, come si evince anche dal tipo di coinvolgimento della prefettura di Roma che ha predisposto il provvedimento di espulsione la cui richiesta è pervenuta ordinariamente, via fax, e senza sollecitazioni o particolari avvertimenti.

Il punto nodale della ricostruzione quindi è comprendere perché si sia fermato il flusso informativo che fino ad un certo punto ha coinvolto la segreteria del Dipartimento e il Gabinetto del Ministro e nella fase conclusiva si sarebbe bloccato al livello di uffici territoriali. In effetti, il questore di Roma, sentito dallo scrivente nell’ambito della disposta inchiesta amministrativa, afferma di non avere dato direttamente informazione al Dipartimento nelle varie fasi dell’attività svolta dai suoi uffici, perché consapevole che lo stesso Dipartimento fosse direttamente informato dagli stessi uffici della questura.

Su questo punto si è soffermata l’attenzione dello scrivente in quanto anche qui emerge la differente gestione delle due fasi della vicenda: quella delle ricerche del latitante e quella dell’espulsione della moglie. Dagli atti assunti si ha precisa informazione della correttezza del flusso informativo sino a quando si acclara l’esito negativo delle ricerche di Ablyazov. Per quanto riguarda le fasi successive, il prefetto Valeri ha memoria solo delle informazioni relative alla fase di Polizia giudiziaria, ma non ricorda quando ha appreso dell’espulsione della donna e delle modalità esecutive dell’espulsione stessa [l’espulsione della donna diventa irrilevante per la Polizia; è mera esecuzione di una procedura, è un fatto a sé stante, come se la donna fosse stata fermata durante un normale controllo].

Il dirigente dell’ufficio immigrazione, che ha mantenuto i rapporti con gli organi investigativi territoriali (Squadra mobile e DIGOS), non ha attivato canali autonomi di informazione né nei confronti del questore né del Dipartimento della pubblica sicurezza, non avendo percepito la straordinarietà delle modalità con cui l’espulsione è stata eseguita.

In termini conclusivi, emerge che il Dipartimento della pubblica sicurezza non ha seguìto in tutte le sue fasi il processo stimolato dalle autorità diplomatiche kazake, che avrebbero voluto investirne direttamente il Ministro ma che erano riuscite a raggiungere solo il suo capo di gabinetto. Lo stesso Dipartimento della pubblica sicurezza ha seguito l’evolversi delle iniziative dei diplomatici kazaki solo fino ad un certo punto, come se dovesse rispondere al gabinetto del Ministro solo relativamente all’eventuale cattura del latitante e non dell’insieme dell’operazione.

Tanto si rassegna per i provvedimenti che la signoria vostra intenderà adottare». Chiuse le virgolette.

Per quanto riguarda i provvedimenti che si intendono adottare, come dicevo, sono qui per rendere conto di una vicenda della quale non sono stato informato e della quale il Governo non è stato informato.

Come abbiamo dichiarato, come rappresentanti del Governo, nel comunicato del 12 luglio, la regolarità formale del procedimento e la sua base legale sono state accertate e convalidate da quattro distinti provvedimenti di autorità giudiziarie di Roma: procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni il 30 maggio, giudice di pace il 31 maggio, procura della Repubblica presso il tribunale e procura della Repubblica per i minorenni il 31 maggio [in realtà l’ultima pronuncia del Tribunale di Roma certifica che il passaporto di Alma Shalabayeva era regolare e che non si trattava di una clandestina].

A questi provvedimenti si deve aggiungere l’indagine avviata dalla procura di Roma nei confronti della signora Alma Shalabayeva al cui ambito appartiene il provvedimento di dissequestro del giudice del riesame concernente il denaro e la memory card sequestrati alla signora.

Tuttavia, è quello che dicevamo, è quello da cui è scaturita l’inchiesta interna e ciò per cui assumo delle decisioni, resta grave la mancata informativa al Governo sull’intera vicenda che, comunque, presentava fin dall’inizio elementi e caratteri non ordinari.

Noi dobbiamo lavorare perché ciò non accada mai più. Allora ho chiesto al Capo della Polizia, al Capo del Dipartimento (cioè, della pubblicità sicurezza) una riorganizzazione complessiva del dipartimento della pubblicità sicurezza, a cominciare dal vertice del Settore migrazione, cioè della Direzione centrale dell’immigrazione. Ho accettato, e l’ho fatto con profondo rispetto per la sua carriera onorabile di brillante funzionario dello Stato, le dimissioni del mio Capo di Gabinetto ed ho proposto l’avvicendamento del Capo della Segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Dunque, ho accettato le dimissioni del Capo di Gabinetto, chiesto l’avvicendamento del Capo della segreteria del Dipartimento della pubblica sicurezza e una riorganizzazione complessiva del Dipartimento della pubblica sicurezza nel cui contenuto non è competenza del Ministro entrare. Tuttavia, ho chiesto al prefetto Pansa di farmi avere quanto prima una sua proposta di riorganizzazione generale.

A questo si affianca l’azione inesausta che il Governo porrà in essere nei confronti del Governo del Kazakistan per assicurare che i diritti umani non vengano violati [si direbbe, poiché sono stati già violati dal governo italiano] e che, qualora ci siano le condizioni, le cittadine kazake possano essere libere di tornare in Italia. È questa l’azione che sta svolgendo il ministro Bonino e che ha svolto l’intero Governo.

Concludo dicendo che farò tutto quanto è nelle mie possibilità e tutto quanto è mio dovere fare per procedere ad una riorganizzazione in maniera che tutto questo non accada mai più e che mai si possa dire che un Ministro ed un intero Governo non siano a conoscenza di quanto accaduto. Tutto questo lo dico nel profondo rispetto, che voglio ribadire a questa Aula certo di trovare condivisione, di quei 100.000 poliziotti che ogni giorno servono il Paese garantendo la sicurezza dei nostri concittadini.

Alfano riferisce al Senato sul caso Shalabayeva

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Mentre nel pomeriggio il capo di Gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, si è dimesso dalla carica in seguito al suo coinvolgimento nel caso della rendition illegale di Alma Shalabayeva, Angelino Alfano farà il suo ingresso al Senato con la testa del funzionario sul piatto. Un tentativo, vano, di far credere che il Ministero sia finalmente sotto il suo controllo.

Curioso Epifani che non riesce a dire dimissioni accanto alla parola Alfano…

[post in aggiornamento, in attesa delle dichiarazioni al Senato del Ministro dell’Interno]

Io non sono stato informato, ha esordito Alfano. Presenta la relazione finale del capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. L’input è stato dell’ambasciatore kazako. Da ciò si avvia il procedimento. Due le perquisizioni. Ablyazov non è stato rintracciato.

La documentazione dell’ambasciata del Kazakhstan riferiva di Ablyazov come di un pericoloso latitante. Alma Shalabayeva non ha mai chiesto asilo politico, né possedeva permesso di soggiorno valido di un paese Schengen.

L’ambasciatore Kazako il 28 maggio ha cercato inutilmente di contattare il ministro dell’Interno. Al Capo di Gabinetto [Procaccini] riferisce della pericolosità di Ablyazov.

Alfano riferisce della grande ‘efficienza’ degli uffici dell’ambasciata kazaka.

Il cambio aereo Roma-Mosca, Mosca Astana poneva il rischio che ‘uomini armati’ al servizio del marito prelevassero la donna alle autorità kazake [?]. Non è mai emerso che il volo predisposto dall’ambasciata kazaka fosse stato organizzato apposta per il trasferimento della donna. Shalabayeva chiedeva l’espulsione verso la Repubblica Centrafricana, paese sconsigliato dall’UNHCR.

Il capo di Gabinetto avrebbe dovuto insospettirsi per l’insistenza dell’ambasciata kazaka e per la predisposizione del volo Roma-Astana. Per il prefetto Pansa, a quel punto Procaccini avrebbe dovuto avvisare il Ministro, cosa che non ha fatto. Si è fermato il flusso informativo.

Alfano: dobbiamo lavorare affinché ciò non accada più. Agire presso il governo del Kazakhstan perché i diritti umani di queste persone non vengano violati [ci ha già pensato il governo italiano...].

http://twitter.com/stefanoesposito/status/357172870067142656

Il governo Letta sul caso Alma Shalabayeva, in colpevole ritardo

E’ passato oramai un mese da quando un plotone di agenti della Digos, nottetempo (era quasi mezzanotte, strana ora per una operazione di polizia), ha prelevato da una villetta alle porte di Roma la signora Alma Shalabayeva e la sua figlia di soli sei anni. La donna era stata accusata di essere in possesso di documenti falsi, le era stato negato un avvocato, un interprete. E’ stata imbarcata in tutta fretta su un volo di sola andata, per Astana, capitale del Kazakistan.

Recenti cronache del Financial Times, fra i media stranieri più attivi sulla vicenda, hanno riportato in auge il caso di quella che ormai è, a tutti gli effetti, una deportazione: i poliziotti tutti vestiti di nero, gli insulti (“puttana russa”), le minacce (“io sono la mafia”), fecero pensare alla donna che quegli uomini erano venuti ad ucciderla. Lei è moglie del dissidente e banchiere kazako, il discusso Mukhtar Ablyazov, principale oppositore del regime retto dal dittatore Nursultan Nazarbayev, superstite inossidabile del Soviet Supremo kazako. Ha pensato, la donna: ci ammazzeranno tutti, e nessuno verrà mai a saperlo. Ma Alma Shalabayeva, insieme alla figlia Aula, nativa inglese, è stata dapprima rinchiusa in un Cie, poi imbarcata su un volo di stato per Astana, prontamente allestito dall’ambasciata kazaka in Austria. Alma ha chiesto ripetutamente alle autorità italiane asilo politico, sebbene i suoi documenti fossero in ordine; sebbene non ci fosse motivo alcuno per arrestarla e privarla dei suoi diritti civili.

Il Tribunale di Roma si è pronunciato sul caso ed ha stabilito che i passaporti erano regolari e che l’arresto della donna è illegale. Il Financial Times ha chiarito che, un giorno prima del ‘raid’ della Digos, l’ambasciata kazaka in Roma aveva chiesto formalmente al Ministero degli Interni di provvedere alla cattura di Ablyazov, fotografato il giorno 26 Maggio da agenti del governo di Astana presso la villa dove risiedeva la moglie. Il Fatto Quotidiano ha confermato quanto riportato dal FT. Ha inoltre rivelato che la richiesta è stata inoltrata “il 28 maggio […] direttamente alla Questura di Roma (che fa capo al ministero degli Interni), e non al dicastero degli Esteri o, a livello procedurale, a quello della Giustizia” (Il Fatto Q). Quindi, sia il Ministero della Giustizia che quello degli Esteri sono stati completamente bypassati. Il giorno 5 Luglio, mentre queste nuove rivelazioni venivano diffuse, il governo emetteva un comunicato di ben tre righe:

Rispetto a quanto apparso sulla stampa circa la vicenda della cittadina kazaka Alma Shalabayeva, il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha immediatamente chiesto di avviare una verifica interna agli organi di Governo che ricostruisca i fatti ed evidenzi eventuali profili di criticità (governo.it).

Notate l’avverbio, immediatamente. Il governo arriva un mese in ritardo sulle prime indiscrezioni stampa, quando ormai la donna è stata deportata in Astana e là incriminata con accuse molto gravi, quali concorso nella presunta corruzione di funzionari dell’immigrazione nel rilascio di passaporti ai parenti del signor Ablyazov. Il FT specifica che non vi sono documenti che testimoniano il coinvolgimento del ministro dell’Interno Angelino Alfano, il quale ancora non ha dato una risposta alle richieste di spiegazioni della collega Bonino. Il portavoce di Alfano si guarda bene di rispondere alle domande della stampa (sia chiaro, estera). Il caso è tornato in auge solo per la pervicacia dei giornalisti del FT in Italia, Guy Dinmore, Giulia Segreti e Isabel Gorst. I giornalisti italiani sono troppo distratti dalle dichiarazioni dei vari Brunetta sulla cancellazione dell’aumento dell’Iva, evidentemente. Una faccenda simile, in un paese che si rispetti, causerebbe l’assalto dei media e, allo stesso tempo, un ministro che si rispetti, coinvolto fino al collo in una operazione pienamente illegale, darebbe prontamente le dimissioni. Già, però: non permettiamo che i compagni kazaki diventino una mina per il governo Letta.

Il caso di Alma Shalabayeva e il silenzio della politica italiana

Un fatto che farebbe scoppiare una polemica politica infinita. Ma non in Italia. Una madre e una bambina di sei anni vengono sequestrati e letteralmente deportati in Kazakistan e in Italia né i partiti di maggioranza, né quelli di opposizione (a parte Sinistra Ecologia e Libertà), sollevano domande o dubbi in merito.

Il nome della donna è Alma Shalabayeva.  E’ stata prelevata dalla propria abitazione insieme alla figlia da venti agenti della Digos. A quanto riporta il Financial Times, né il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, né il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, né il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, sarebbero stati informati dell’operazione. La donna è moglie di Mukhtar Ablyazov, un uomo d’affari kazako, fondatore (nel 1992) della Astana Holding, poi presidente della banca BTA Bank e quindi, a partire dal 2001, presidente del Partito Democratico kazako, principale oppositore di Nursultan Nazarbayev, al potere sin dal 1989 quando al vertice dello Stato Kazako vi erano i resti del locale Soviet Supremo. La presidenza di Nazarbayev è annoverata fra le più dure dittature al mondo.

Ablyazov è stato oggetto di sette indagini presso la High Court inglese, che gli sono costate in multe e sequestri almeno 3,7 miliardi di dollari. Nell’ottobre 2010, Ablyazov perse una battaglia legale e i suoi beni furono oggetto di un ordine di amministrazione controllata. La sua stessa Banca, divenuta ora JSC BTA, ha vinto una sentenza presso la medesima High Court inglese, la quale ha deciso che Ablyazov deve restituire circa altri 4 miliardi di dollari alla banca, presumibilmente sottratti negli anni dal 2005 al 2009. Nessuno dei beni è stato ancora recuperato e il signor Ablyazov nega gli illeciti. In patria è ricercato per frode. E’ fuggito dal Kazakistan nel 2009 ed ha ottenuto asilo politico nel Regno Unito solo nel 2011.

Il silenzio di Alfano è stato interpretato da alcuni come un silenzio complice: Alfano, un sodale di Berlusconi che a sua volta è stato, in un recente passato, in stretti rapporti con il discusso Nazarbayev al fine di “promuovere” le industrie italiane e i relativi investimenti. Secondo un funzionario del Ministero della Giustizia, l’operazione di rimpatrio della moglie e della figlia di Ablyazov è stata condotta nell’alveo della legge sull’Immigrazione: Alma Shalabayeva era in possesso di un passaporto falso e risiedeva illegalmente nel nostro paese. Ablyazov ha accusato Nazarbayev di aver fatto rapire sua moglie. Nessuno dei solerti funzionari della Digos si è preoccupato di valutare le conseguenze politiche e umanitarie dell’operazione di rimpatrio. Alla donna sarebbe stato impedito di comunicare con il proprio avvocato; nessuno ha previsto di chiamare un interprete per spiegare alla signora Alma Shalabayeva di cosa era accusata. Nessun giudice si è pronunciato sulla sua condizione di immigrata illegale. Questo è lo stato dello Stato di Diritto in Italia.

L’Agenzia di stampa Reuters ha citato l’ufficio del procuratore generale kazako, il quale ha affermato che la signora Shalabayeva è sotto inchiesta per concorso nella presunta corruzione di funzionari dell’immigrazione nel rilascio di passaporti ai parenti del signor Ablyazov. Ora risiede nella sua abitazione in Kazakistan. Ha firmato una specie di impegno scritto a non lasciare la città di Almaty. Che è diventata la sua prigione.

Il suicidio del Samurai (ma #giorgiopensacitu)

Avrei titolato questo post in maniera diversa fino a due ore fa. Poi ho sentito parlare Angelino Alfano, ricordarci che il suo padrone è il “detentore del titolo”, e ho compreso tutto il dramma di questo strano segretario, di questo manichino che non sa più da che parte voltarsi, che un giorno su due è smentito da chi lo ha messo in quel posto. Berlusconi detentore del titolo! La frase più ridicola della terra.

Le pantomime di questi mesi sono nulla dinanzi alla ipotesi di una nuova candidatura di Berlusconi. Lui, il premier per eccellenza (nella vulgata giornalistica tutti gli altri sono semplici Presidenti del Consiglio, un po’ a indicare che lui è il Primo, il più importante), fu deposto dalla crisi dello spread per manifesta incapacità. Ha avuto un anno per uscire definitivamente dalla politica. Ma invece no. Ha tenuto il coltello puntato al collo di Mario Monti. Ha assistito all’autodistruzione del suo partito minacciandone la dismissione. Ridotto ai minimi termini in fatto di consenso popolare, il Cavaliere, Mr B, il signor Bunga Bunga, pretende, alla fine di questa delirante legislatura, di annunciare il suo ritorno come fosse per questo paese l’annuncio della soluzione di tutti i guai. E’ chiaro che non è così. E’ chiaro che la riproposizione del passato sia tradotto all’estero come segno di instabilità, di inaffidabilità: in poche parole, come un raggiro in piena regola. Il ritorno di B., il solito Italian Job. Lo spread Btp-Bund è la miglior misura di questo sentimento. E da oggi sino al giorno delle elezioni questo indicatore non potrà che disegnare una ripida salita.

B. poteva dunque destinarsi al buen retiro keniano ma invece ha deciso di ributtarsi nella mischia, con quel corpo politico malandato che si ritrova. Non è solo il partito ad essere marcescente. La sua titubanza, la sua indecisione, il suo perenne scostamento dal paese reale, il suo codice fatto di populistica riproposizione del fantasma del comunismo, dello straniero delinquente, della insicurezza dei cittadini, del giogo insopportabile delle tasse, della magistratura che vuole distruggerlo e che è il primo problema del paese, lo fanno apparire ora come un vecchio rimbambito, schiavo delle sue ossessioni, che va dicendo cose non vere come per esempio “sono in molti a chiedermi di tornare” quando fuori da palazzo Grazioli non vi erano che un paio di figuranti con bandiere inedite di una Nuova Forza Italia e recanti scritte puerili, della serie “Silvio for president”:

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Ecco, la sua ricandidatura è un suicidio. Avrebbe potuto dimenticarsi di noi e andare a stare altrove, con tutti quei suoi dannati soldi. Invece vuol perire sul campo. Dategli questa soddisfazione, non votatelo. Soltanto noi elettori possiamo liberarci di lui e di tutti i suoi Colonnelli. E’ una occasione storica. Il nostro paese è vaccinato al berlusconismo, abbiamo avuto una febbre lunga venti anni. Permettergli di perdere con disonore, è l’ultima richiesta accettabile.

Alfano che siede alla destra dell’ndrangheta

Angelino Alfano è segretario di quel partito che si è visto azzerare una giunta comunale per collusione con l’ndrangheta. Ma è anche segretario di quel partito che governa al Palazzo della Lombardia per mezzo del governatore seriale, alias Roberto Formigoni, che annovera fra i propri assessori un tale di nome Zambetti, eletto con i voti ‘ndranghetisti. Oggi, il segretario ha avuto il coraggio di commentare la scelta del governo di sciogliere il Consiglio Comunale di Reggio Calabria. E a sorpresa ha espresso la propria solidarietà agli amministratori del capoluogo reggino. Vale a dire si è detto solidale con alcuni signori ritenuti, da una attenta e scrupolosa indagine del Viminale, collusi con l’ndrangheta. Ignorati dieci anni di progressi, ha tuonato.

Lo scioglimento di Reggio è direttamente correlato con quanto si sta scoprendo a Milano. E la linea rossa che connette i due capoluoghi di regione, attraversa come una ferita il partito dell’ex presidente del Consiglio Berlusconi. La relazione del Viminale accenna a un collegamento fra la società ‘mista’ Multiservizi del Comune di Reggio Calabria e un ufficio di Milano, sito in via Durini  14. La Multiservizi fu sciolta a Luglio poiché la Prefettura le revocò il certificato antimafia e il Comune, guidato dal pidiellino Demetrio Arena, ha dovuto giocoforza prendere tale decisione. L’impresa era infiltrata dalla cosca guidata dal boss ex latitante Giovanni Tegano. Gli Interni hanno evidenziato come la direzione di questa società, posseduta per il 51% dal Comune, fossero collegate all’ufficio di via Durini. Che è anche sede delle attività di tale Bruno Mafrici, avvocato, già noto alle cronache per esser stato il consulente finanziario del tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito.

Trentasette anni e un bigliettino da visita sul quale c’è scritto avvocato, anche se Mafrici, calabrese di Condofuri, non si è mai abilitato alla professione. Il suo quartier generale è nella centralissima via Durini a Milano. Qui si incontravano tutti. Leghisti, affaristi, uomini fortemente in “odore” di ‘ndrangheta come Romolo Girardelli, l’ammiraglio, vecchi arnesi dell’estremismo di destra riciclati e diventati pezzi grossi della Milano da bere. […] Entra nelle grazie di Francesco Belsito, il tesoriere della Lega, che lo fa nominare consulente del ministero per la Semplificazione di Roberto Calderoli, ma cura anche i rapporti con esponenti del Pdl (Malitalia.it).

Il nome di Mafrici entra più volte nella relazione del Viminale, spesso in relazione con tale Pasquale Guaglianone. Guaglianone è un commercialista ed è titolare dello studio Mgimi. E’ sempre stato legato ad ambienti di estrema destra (“nel 1992 è stato condannato per associazione sovversiva e banda armata per il suo ruolo nei Nar”, Il Fatto Quotidiano, 13 Aprile 2012). Dopo la condanna, si è reinserito in società aprendo bar e palestre, ma è indicato come un uomo molto vicino all’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Si è anche candidato con Alleanza Nazionale per le elezioni comunali di Milano del 2005.

Ritrovare il nome di Mafrici nell’inchieste su Belsito e ora nella relazione del Viminale fa un po’ specie. E solleva un sospetto: che il gruppo di potere che è passato sotto il nome di centro-destra sia stato in realtà un canale relazionale che ha permesso alla criminalità organizzata calabrese (ma non solo) di insediarsi stabilmente nelle regioni del Nord. E’ solo un sospetto che però le parole di Umberto Bossi di oggi tendono a tramutare in indizio. La sua difesa della poltrona di Formigoni, ora che è emerso il sistema di compravendita di voti all’ndrangheta, fa a pugni con lo spirito giustizialista che ha (o avrebbe) sempre animato la Lega Nord.

Il PdL? “Ha ottenuto il 28,6%”

Secondo un comunicato divulgato poco fa dal Coordinamento Nazionale del Popolo della Libertà, il partito di Berlusconi avrebbe ottenuto circa il 28,6% su proiezione nazionale, quindi solo il 2% in meno rispetto alle precedenti elezioni. Surreale:

”Nessuno nel Pdl ha negato la delicatezza della situazione che emerge dai risultati elettorali. In particolare, l’aumento dell’astensionismo, il premio a liste quali quella di Grillo (comunque limitata al 4,9% su base nazionale) e la frammentazione in centinaia di civiche ha penalizzato tutti i partiti presenti in Parlamento. Il Pdl inoltre ha pagato la mancata tradizionale alleanza con la Lega, sacrificata sull’altare della responsabilità verso il governo di emergenza, mentre la sinistra, pur divisa a Roma, e’ rimasta quasi sempre unita sul territorio. Ciò premesso, va tuttavia segnalato che la lettura dei dati elettorali, come emerge dai media va decisamente approfondita e corretta” (AdnKronos).

Il comunicato continua sottolineando la sorprendente prestazione del PdL che avrebbe ottenuto su 26 capoluoghi di provincia ben 4 sindaci vincitori già al primo turno (Catanzaro, Gorizia e Lecce al Pdl; Verona alla Lega) contro i soli 3 del centrosinistra (La Spezia, Brindisi, Pistoia). Originale lettura quella di includere Verona, che non sarebbe da considerarsi nemmeno una vittoria leghista, ma una vittoria di Tosi e basta. Restano 19 capoluoghi in cui si terrà il ballottaggio. Tenetevi forte:  il Pdl sara’ presente in 11 città.

Se poi separiamo i comuni sopra i 15.000 abitanti con votazione a doppio turno (che è noto loro odiano) per chissà quale recondita ragione, 168 comuni (compresi i 26 capoluogo) sopra i 15.000 abitanti, pari a 3.571.798 votanti (pari al 67,69% degli aventi diritto): il Popolo della Liberta’ ha preso 417.766 (11,70%) a cui – scrivono – “vanno ovviamente sommati i voti delle liste civiche ufficialmente predisposte da esponenti del Pdl, pari a 316.575 voti  (8,86%), fanno un totale di 20.56%”.

”A tale dato, e’ corretto accostare anche il risultato delle altre liste civiche, emanazioni di realtà locali ma alleate con il Pdl e spesso capitanate da uomini del nostro partito. Tali liste hanno riportato 225.709 voti (6,32%). Sommando tale dato si arriverebbe al 26,88%. Vale la pena segnalare, inoltre che in tale computo non sono stati prudentemente compresi i voti di partiti sicuramente alleati del Pdl, quali il Pid (52.053 voti pari all’1,46%) e l’Alleanza di Centro di Pionati (0,32%). Questo 1,78% porterebbe il totale dei voti riferibili al Pdl al 28,66%.
”In conclusione, pur senza sminuire il significato del messaggio che arriva dagli elettori ai partiti, respingiamo con dati obiettivi la lettura catastrofica che alcuni media hanno voluto riferire al Pdl. Per maggiore completezza, teniamo a disposizione dei media la tabella completa dei dati disaggregati di tutti i partiti’.

Signori, fermatevi un momento. Fermatevi. Perché per ricordare chi siano il Pid e l’Alleanza di Centro c’è bisogno di una buona dose di concentrazione. La matematica elettorale creativa del PdL è degna di un testo teatrale, di un Mistero Buffo. Questa è arte.

Il PdL ridotto a partito di nostalgici

Genova: 8.83%; Verona 5.43%; Parma: 4.79%. Ed erano città che vedevano il Popolo della Libertà sempre sopra il 25-30%. Come commentano i superstiti del PdL? Così Franco Frattini:

Signore e signori, Mara Carfagna:

Prosegue dal blog: Il partito ha resistito ad una prova difficilissima, nella quale si è gettato senza alleati, provato dal sostegno ad un governo che, finora, si è connotato per un pesante aggravio della pressione fiscale. Il Pdl non ha nulla da rimproverarsi: ha affrontato questa sfida esprimendo candidati competitivi, coraggiosi, e pagando lo scoramento dei suoi elettori delusi dalle dimissioni del governo Berlusconi. L’arretramento generale di tutti i partiti che compongono la maggioranza di Mario Monti, il balzo in avanti degli “outsider”, dimostrano che è necessario sterzare le politiche pubbliche sulla crescita, abbandonare il rigorismo, bocciato nelle urne anche in Francia e in Grecia.

Nei mesi che ci separano alla scadenza naturale della legislatura chiederemo al governo di invertire la tendenza e di ascoltare i nostri elettori più di quanto abbia fatto finora: dal canto nostro, come partito, ci impegneremo per approvare la riforma dell’architettura dello Stato, cambiare la legge elettorale restituendo il diritto di scegliere i parlamentari ai cittadini, ridurre e rendere trasparente il finanziamento ai partiti (www.maracarfagna.net).

A botta calda subito si fece sentire l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa:

Esattamente l’opposto di quanto scritto e pensato dalla Carfagna. Che dire, le analisi sul voto sono il loro forte. Hanno sempre il polso della realtà.

In serata si è fatto vivo Angelino Alfano, il segretario della Storica Sconfitta (che forse sancisce definitivamente il tramonto della Seconda Repubblica e l’inizio della Terza, scandita come fu la seconda dal crollo dello status quo del sistema politico):

Immediate le conseguenze sul governo:

Alcuni commentano lasciando intendere che Alfano non abbia alcun futuro come segretario:

E attenti perché il popolo del web azzurro è in rivolta e per Alfano non c’è scampo:

Eppure se chiedete agli ex notabili berlusconiani, essi vi risponderanno:

Ma nessuno di Voi si è accorto che quelle percentuali sono percentuali da partito di nostalgici? E’ un dato: è stata voltata pagina con un secondo schiaffo (il primo fu la Primavera milanese). Dice il saggio: porgete l’altra guancia, ovvero il 2013 si avvicina.