#Quirinale, la convergenza parallela

E infine ogni nube si è dissolta sul Colle del Quirinale. Mattarella verrà eletto domani, al quarto scrutinio, con una convergenza – parallela, si direbbe – fra sostenitori della prima ora e i redenti del centrodestra, vecchio o nuovo che sia. Non ci saranno imboscate, né trame occulte. Berlusconi incassa la sconfitta, che sconfitta non è. Grillo può continuare a sparare a zero su un obbiettivo, dovendo mantenere lo scopo primario della sua impresa politica, ovvero l’iniziativa editoriale. E Renzi, Renzi ha battuto gli spettri del 2013 e può proseguire l’esperienza di governo con Alfano e soci. Perché questo è l’elemento chiave. E’ cambiato solo l’inquilino al Quirinale, il resto no. La maggioranza che voterà domani Sergio Mattarella è più precaria dei contratti del jobs act. Si materializzerà per un singolo voto e quindi si inabisserà nei meandri di Montecitorio per lasciare il passo al patto d’acciaio Pd-NCD.

Il Quirinale è stato neutralizzato. Potremo tornare a discutere di riforme costituzionali come se niente fosse?

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Romanzo Nazareno | #renziberlusconi

Il racconto dell’incontro Renzi-Berlusconi ha un qualcosa di drammatico e insieme grottesco che resterà a lungo come archetipo della narrazione mass mediatica, questa volta non circoscritta alla sola televisione ma che dalla televisione si è trasferita, in un gioco di rimandi e percezioni distorte, ai social-cosi, ai giornali web: qualcosa che domani rifletterà, come la pancia lucida di un cetaceo spiaggiato, sulla marcescibile carta stampata.

Ecco B. salire le scale del Nazareno. Lo scatto è sfocato, rubato, chissà. La foto del Che e di Fidel Castro che giocano a golf – i Rivoluzionari intenti in un gioco così borghese, mentre sotto di loro si consuma il Grande Peccato.

Prima ancora, l’auto del Prescelto solca due ali di folla. Parte il lancio di uova, ma la mano è la solita che recita lo stesso copione mandato a memoria per venti lunghi anni. Fanno l’accordo con il diavolo, che poi era al governo fino a qualche mese fa proprio con quel partito la cui sede è ora un santuario violato.

Renzi prende il treno dopo che in mattinata ha inaugurato un gruppo di case popolari. Il tempo di tagliare il nastro che il sindaco sale sul Treno ad Alta Velocità e giunge a Termini, dove in mezzo ad una ressa di giornalisti una donna cade rovinosamente a terra, e il buon Renzi si arrabbia tanto, titolano quelli di Repubblica. Per un buon quarto d’ora, sembra la notizia più importante della giornata.

Alle 19 Renzi convoca la conferenza stampa. Quasi un’ora dopo la conclusione dell’incontro. I giornalisti devono salire al secondo piano del Nazareno e l’ascensore porta solo quattro persone alla volta. Che iattura.

Angelino tuona tramite alcuni tweet non appena sente parlare della ‘profonda sintonia’ che ha unito il suo ex capo e il nuovo Leader. In fondo, che sarà mai un partitino, @angealfa.

In due ore e mezza, dice il responsabile comunicazione del Pd, Francesco Nicodemo. In due ore e mezza abbiamo chiuso il ventennio. Forse era già chiuso e lo avete riaperto. Forse era già chiuso e basta. Poi percula @angealfa:

In ogni caso, se l’accordo è sul modello spagnolo, dite a Renzi che vince Grillo: http://www.youtrend.it/2014/01/09/proposte-matteo-renzi-legge-elettorale/

L’annessione

Doveva trattarsi di una scissione, di stracci che volano, di insulti fra sodali. Si è svolta come un’annessione: quel corpo politico che era già separato è stato letteralmente invaso da truppe un tempo amiche. Lo straniamento che è visibile negli occhi di Cicchitto, di Alfano, è quello di chi credeva di liberarsi finalmente dal giogo del Padrone. Più o meno questo stesso straniamento devono averlo vissuto coloro che sono rimasti fedeli alla linea del fondatore del Pdl. Diventati, nel passo breve di una giornata, da pedine dell’opposizione, a pedine da collocare in ogni dove di questa rinnovata coalizione delle larghe intese.

E ancora, lo stesso straniamento è visibile come un’ombra fra i democratici, divisi fra chi festeggia la prosecuzione del governo Letta, fra chi festeggia il ritrovamento di un leader politico che sembrava una chimera, e chi invece si trova nuovamente fianco a fianco di chi pensava di non veder più, almeno nel prosieguo di questa maledetta XVII Legislatura. Ha vinto Letta, scrivono certi; ha vinto per l’ennesima volta il Caimano, scrivono delusi gli altri. E appunto, il dilemma risiede in questo: se sia appunto Berlusconi ad essersi inchinato a Enrico Letta, oppure se sia Berlusconi ad essersi insinuato in Enrico Letta. In ogni caso, dove pensavamo di trovare la frattura, l’arrivo definitivo del futuro, dell’epoca post-berlusconiana, ora troviamo gendarmi in divisa a presidiare la fortezza.

Lo schiaffo di Palazzo Grazioli

Così Alfano non c’era alla riunione del PdL. E’ arrivato a Palazzo Grazioli ben dopo la mezzanotte. L’incontro con Berlusconi è durato non più di venti minuti. Una visita, null’altro, per comunicare che un manipolo di senatori farà la scissione. Silvio, Dudù, Francesca, l’aria improvvisamente impietrita. Alfano, e quella spocchia da azzeccagarbugli abbronzato. Abbiamo dirazzato, Silvio.

E’ la prima volta forse che la trama di relazioni di Silvio Berlusconi trova un limite, anzi, la prima volta che viene lentamente sgretolata ai bordi. L’ex Cavaliere ha scoperto che un’altra affinità, un’affinità rimasta sommersa per quasi venti anni, lega questi uomini al Presidente Letta. Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi, Carlo Giovanardi, lo stesso Alfano, hanno percepito il ritorno di un comune sentire. E così tradiscono il padre padrone del loro partito, l’ormai vecchio avvizzito e degenerato fondatore del Predellino, in vista forse di una qualche ricompensa politica: avere un ruolo da protagonista nell’epoca post-berlusconiana. Che poi questo coincida con il ritorno del Grande Centro, o della Balena Bianca, poco importa. In fondo – questo è il loro segreto – sono sempre stati, intimamente, duplici e democristiani.

In tutto questo scenario, il Partito Democratico è arrivato al capolinea: ora il PD dovrà scegliere se essere la carne sacrificale per il risorgimento della DC o scegliersi la propria parte e una identità, risolvendo per sempre quell’ambiguità di fondo che lo ha contraddistinto sin dalla prima ora. Sarebbe bello che, ad operare questa scelta, fossero non i gerarchi chiusi in una riunione stile ‘caminetto’, ma gli iscritti e gli elettori, e non necessariamente in questo ordine. Sarebbe bello, ma potrebbe non accadere. E’ appunto per tale ragione che occorre esserci. C’è una differenza sostanziale fra i Democratici e Alfano, Giovanardi, Lupi, Cicchitto. E non serve che ve la spieghi. Bisogna solo farla rispettare.

#Mobbasta – Dalla Carta d’intenti di Italia Bene Comune

#Mobbasta - Dalla Carta d'intenti di Italia Bene Comune

Da pagina 7 della Carta d’Intenti della Coalizione Italia Bene Comune, promossa dal PD [e tradita dal PD].

9. Diritti
Per i democratici e i progressisti la dignità della persona umana e il rispetto dei diritti individuali sono la bussola del mondo nuovo e la cornice generale entro cui trovano posto tutte le nostre scelte di programma.
La storia per altro insegna – e questa crisi lo conferma – che non esiste una gerarchia dei diritti e che l’azione per il loro riconoscimento e la loro affermazione vive di una tensione continua sul piano politico e sociale. In particolare, noi guardiamo oggi nel mondo alla lotta di popoli interi per la difesa dei diritti umani, a iniziare da quelli delle donne. E crediamo sia compito della politica, dei parlamenti e dei governi affermare l’indivisibilità dei diritti: politici, civili e sociali.

Intenti che sono rimasti sulla carta. Come insegna il caso Alfano-Kazakhstan.

qui una copia: http://www.blogdem.it/como/files/2012/09/La-Carta-dIdenti.pdf

Sfiducia Alfano: Napolitano ordina, Epifani esegue, Franceschini si frega le mani

Sì, è un fotomontaggio

Sì, è un fotomontaggio

Oggi lo possiamo dire con un certo grado di sicurezza: i famosi 101 hanno un padre ispiratore, un ideatore occulto che si è inventato letteralmente il secondo mandato e ha costruito il governo delle ‘Larghe Intese’. Sì, Giorgio Napolitano.

Napolitano, oggi, si è palesato con alcune dichiarazioni fin troppo limpide: 1) non è possibile nemmeno far vacillare il governissimo; 2) chi lo fa si prende la colpa e non potrà contare sul Presidente per la formazione di un nuovo governo (ergo, se cade Letta si dimette?); 3) l’alternativa è che non c’è nessuna alternativa, pena la gogna finanziaria internazionale. Il governo del cambiamento è stato negato fin dalle origini dal Quirinale. Il Quirinale ha accolto il pavido Bersani, incapace di dire pubblicamente che il governo con il PdL era già nei programmi il giorno dopo le elezioni. Il Quirinale ha accettato una nuova candidatura per un mandato bis talmente irrituale da essere ai confini della costituzionalità. Il Quirinale è la garanzia vivente per la sopravvivenza di Letta quale presidente del consiglio del Governissimo.

La mina del Kazakhstan, esplosa con colpevole e consapevole ritardo (tutto era noto, persino che si trattava dei familiari di un dissidente – poiché così recitò l’Ansa del 31 Maggio), ha finito per rivelare o l’incapacità della gestione Alfano, oppure la sua correità con la deportazione di Alma e Aula Shalabayeva. In ogni caso, sarebbe un ministro da dimissionare. Letta, invece, ha dapprima negato il caso (ed era il 5 Luglio, “non ho letto i giornali”, rispose al cronista de Il Fatto), poi ha emesso, tramite il Consiglio dei Ministri, un comunicato in cui assicurava la correttezza delle procedure seguite dai poliziotti; infine, dopo la lettura dell’informativa ‘urgente’ alle Camere, ha sposato in pieno la linea del ‘non c’ero, non sapevo’ del suo ministro. Di fatto, a questo punto della vicenda, diventata a pieno titolo uno scandalo internazionale, né Alfano né Letta potrebbero rimanere al proprio posto indenni. Ma al tempo delle larghe intese, questo prezzo lo pagheranno altri (tipo, per esempio, gli elettori del PD – e le anime belle).

Napolitano ha stigmatizzato anche lui il caso Shalabayeva. Parla di ‘imbarazzo’ e ‘discredito’ per il paese, ma non di grave violazione dei diritti umani.

Occorre sgombrare il campo egualmente da gravi motivi di imbarazzo e di discredito per lo Stato e dunque per il Paese, come quelli provocati dall’inaudita storia della precipitosa espulsione dall’Italia della madre Kazaka, della sua bambina, sulla base di una sedicente e distorsiva rappresentazione del caso (Il Sole 24 Ore).

“È indispensabile”, ha altresì detto, “proseguire nella realizzazione degli impegni del governo Letta, sul piano della politica economica, finanziaria, sociale, dell’iniziativa europea, e insieme del cronoprogramma di 18 mesi per le riforme istituzionali”. Ecco cos’è il governo Letta: il governo del Presidentissimo, con un programma di riforme pensate e ideate dal Quirinale. Come scrive Civati, “una riforma costituzionale l’abbiamo già fatta. Il presidenzialismo”.

Il rischio Alfano si è quindi trasferito in toto sulle spalle deboli della maggioranza di governo: quelle del PD. Già, perché dinanzi ad una sacrosanta mozione di sfiducia delle opposizioni, la segreteria, su evidente imbeccatura del Quirinale (e pronta adesione dei 101…), ha stabilito tramite il capogruppo Zanda la linea dura: “non ci saranno voti in dissenso” per cui pare evidente che, se anche ben ci saranno, il momento dopo in cui verranno espressi, quei voti non saranno più del PD, ma del gruppo Misto. L’ombra dell’espulsione è solo paventata, ma è evidente, sottotraccia, come un bastone che balena dietro le schiene di energumeni picchiatori. Franceschini, ministro per i rapporti con il Parlamento (che sembra più che altro un ministro per i rapporti del PdL con il PD) afferma:

“È ora di smetterla che quelli che non si allineano alle decisioni del partito fanno la figura delle anime belle mentre gli altri, quelli che ci mettono la faccia, sono i cattivi. Questo non è più tollerabile”.

Non è più tollerabile significa una cosa sola. C’è bisogno di spiegarlo? Il gruppo PD al Senato ha votato quasi all’unanimità per il no alla sfiducia individuale. Si sono distinti in sette, fra cui l’unico superstite fra i renziani, Marcucci (hanno resistito dietro la linea Maginot dell’astensione i soli senatori Ricchiuti, Tocci, Collina, Puppato, Marcucci, Cociancich). La linea dura di Zanda è stata rafforzata con questo passaggio logico: non è un voto di coscienza, è un voto politico (come se la coscienza fosse impolitica). Detto ciò, ha detto tutto: la politica del PD è proseguire il disegno quirinalizio delle riforme in diciotto mesi, mantenendosi al potere con e per il tramite della pletora berlusconiana. Se il governo consegna nelle mani di un dittatore la moglie e la figlia di sei anni (ripeto, sei anni!) di un dissidente, niente importa, vengon prima le miracolose riforme costituzionali.

Ci rimangono Franceschini e il suo volto duro da Sceriffo.

Ablyazov e i segreti dell’ENI

KulibayevL’Espresso ha rovistato fra i cablogrammi della diplomazia USA rivelati da Wikileaks due anni or sono ed ha rivelato che Ablyazov era ben noto alle cancellerie occidentali, non già in quanto ‘pericoloso latitante’ bensì come dissidente democratico in possesso di scottanti rivelazioni circa la pesante corruzione della azienda petrolifera del governo kazako, la KazMunaiGaz:

Mukhtar Ablyazov, recentemente [2009] ha fatto uscire sui media internazionali “documenti che provano” che le aziende di stato cinesi hanno recentemente dato tangenti a Kulibayev per oltre 100 milioni di dollari per gli affari petroliferi (L’Espresso).

Timur Kulibayev, zar dell’energia del paese nonché genero del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, secondo i magistrati milanesi che hanno messo sotto processo la Agip KCO, è stato oggetto di una corruzione milionaria da parte dell’Eni (Agip KCO è la succursale di Scaroni in Kazakhstan), ma il medesimo trattamento gli è stato riservato anche dalla BP. Kulibayev ha ‘brama’ di denari, sostenne il il primo vicepresidente della compagnia petrolifera di stato, KazMunaiGaz, Maksat Idenov, mentre nel gennaio 2010 riceve l’ambasciatore americano al Radisson hotel di Astana. Anche i cinesi hanno corrotto Kulibayev. Il businness ruota intorno ad un enorme giacimento di petrolio:

Lo sviluppo del giacimento di Kashagan, che ha 38 miliardi di barili di petrolio, è fondamentale per il futuro del Kazakistan. Attualmente il giacimento è controllato da un consorzio composto da ENI, Total, Exxon, Shell, la kazaka KazMunaiGaz (con una quota di partecipazione del 16,8%), ConocoPhillips (con l’8,4%) e Inapex (7,5%) (fondazionecdf.it).

Sfruttare il Kashgan è altamente costoso. Si deve lottare contro il ghiaccio, e contro il vento, fortissimo, che stacca le lastre dalle torri di trivellazione. Ancor oggi il progetto Kashgan è in alto mare: il costo è raddoppiato e Eni ha mostrato di essere in ritardo, in difficoltà tecniche, scarsamente efficiente. Eni, nel 2009, stava per essere estromessa dal progetto. La tangente a Kulibayev non risolse del tutto la situazione: solo l’intervento diretto di Berlusconi permise a Eni di restare dentro al paese, in un nuovo consorzio, il North Caspian Operating Company (NCOC).

Lo scorso 3 Luglio si è svolta, presso il giacimento di Kashagan in Kazakhstan con la partecipazione del presidente kazako Nursultan Nazarbayev e il primo ministro britannico David Cameron, una cerimonia di messa in servizio degli impianti di produzione e per la costruzione di quelli necessari per la produzione iniziale. Nazarbayev non è solo amico di Berlusconi. Fra i suoi consiglieri figura un certo Tony Blair. Curiosamente il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, oggi è volato a Londra proprio da David Cameron. Lo scandalo Ablyazov lo ha inseguito sino nella capitale del Regno Unito, ma i giornalisti italiani si soffermano sulla impacciata relazione del ministro dell’Interno, Alfano. Avranno i due capi di governo parlato dei progressi del consorzio NCOC? Il volume della produzione è previsto essere gradualmente in aumento durante il secondo semestre del 2013. Circa 180.000 barili al giorno saranno estratti in media durante la prima fase, 370.000 barili al giorno nella seconda fase, che coinciderà con il secondo semestre. Eni controlla il 16% del consorzio, tramite Agip Caspian Sea BV che a sua volta controlla Agip KCO.

Ablyazov è una mina vagante. Se, in seguito al fattaccio del rimpatrio della moglie e della figlia, dovesse iniziare a rivelare l’intreccio di interessi internazionali e della corruzione dilagante, saranno guai, al di qua e al di là della Manica. Mal che vada, pagherà il solo Angelino Alfano.