Iraq | Altre due autobombe a Tikrit. A Fallujah è emergenza umanitaria

Un convoglio Isil in direzione di Mosul - via @ajaltamini

Un convoglio Isil in direzione di Mosul – via @ajaltamini

Sei iracheni sono rimasti feriti nell’esplosione contemporanea di due autobombe oggi, Lunedi, a est e a nord della città di Tikrit. Fonti della sicurezza locale hanno affermato che “un’autobomba è esplosa nei pressi di un grande mercato (Tuz Khurmatu) a est di Tikrit, ferendo due civili” . Una seconda autobomba parcheggiata al lato della strada è esplosa nel centro del quartiere Sharqat (120 km a nord di Tikrit): quattro civili sono stati feriti (http://www.azzaman.com/).

L’attacco qaedista sta procedendo sempre con una strategia concentrica verso la capitale. Il giornale Kitabat.com rivela che le condizioni umanitarie della città si stanno rapidamente deteriorando: “la situazione vissuta dalla città è terribile a causa dell’interruzione dell’energia elettrica, acqua e altri servizi di base”. Si tratta di una città di cinquecentomila abitanti. Centinaia di famiglie si sono spostate ad est della città. Sono segnalate gravi carenze di cibo e di prodotti agricoli, di carburanti: i prezzi dei beni sono elevati e tutti i punti vendita hanno chiuso una settimana fa, “nonostante le suppliche di religiosi, capi tribali e cittadini per consentire l’ingresso di merci e cibo in città per sollevarla dall’assedio”. La città è completamente sotto il controllo di ISIL, mentre l’area locale è nelle mani delle forze militari irachene. La situazione di blocco rende impossibile qualunque scambio con l’esterno. L’interruzione dell’erogazione dell’acqua è determinata dalla fuga dei funzionari e dei tecnici del locale ente di gestione. Sempre secondo kitabat.com, nella città si aggirano uomini vestiti di nero ed equipaggiati con armi automatiche e razzi, granate, anti-carro. La commistione fra miliziani e civili renderà molto rischioso il tentativo del governo Maliki di riprendere il controllo di Falluja.

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Iraq | Al-qaeda attacca Falluja e Ramadi mentre Baghdad è in fiamme

Fighters of al-Qaeda linked Islamic State of Iraq and the Levant parade at Syrian town of Tel Abyad

Dal 3 Gennaio sino a qualche ora fa, Falluja è stata sotto il controllo delle milizie di ISIL, una formazione qaedista il cui acronimo significa Stato Islamico dell’Iraq e del Levante e dove Levante significa parte della Siria. Mentre si scrive, alcuni tweet rilanciano la notizia secondo la quale le tribù locali della Regione di Anbar avrebbero ripreso il controllo – almeno – di Falluja mentre il paese è scosso da attentati. Un attacco è stato portato ad una base militare congiunta USA-Iraq nel distretto di Ghanikhel della provincia orientale di Nagarhar, mentre una bomba ha colpito la capitale, Baghdad, provocando 14 morti (ANSA).

Gli Stati Uniti hanno mantenuto una linea di non interferenza. Il Segretario di Stato, John Kerry, afferma che potrebbero fornire supporto ma non mediante truppe di terra.

https://twitter.com/housingforvets/status/419812741973815298

Secondo altri tweet, sarebbero invece le milizie di ISIL vicine al controllo totale di Falluja (Kevin Pina, giornalista cita il NYT, ma l’articolo riferisce di eventi accaduti ieri) e l’attacco simultaneo è ora condotto in almeno altre cinque città.

Le due città, Falluja e Ramadi, sono governate dalla maggioranza sciita, ma la regione di Anbar è prevalentemente sunnita. Già durante il 2006-2007 fu respinto un attacco qaedista mediante l’alleanza sunnita-sciita – sotto l’egida degli Usa. Ma il gruppo ISIL ha una finalità più ampia che sarebbe quella di costituire uno stato ordinato secondo i rigorosi principi della pratica islamica sunnita medievale attraverso il confine iracheno-siriano. Questo obiettivo ha unito i potenti gruppi qaedisti che lottano contro Assad (Al Jazeera).

LIVEBLOGGING

16.05 I morti a Baghdad per le bombe sono circa 15; i feriti quaranta.

16.17 La posizione dell’ayatollah ALi Khamenei viene divulgata tramite l’account @khamenei_ir: le tre etnie della regione, Sunniti, Sciiti e Curdi stiano attente, ben due le crisi in altrettanti paesi. La guerra civile è la rovina del futuro di un paese.

16.25 Mentre Kerry spiega di non voler impegnare truppe nella battaglia di Falluja, il senatore John McCain e Lindsey Graham stanno attaccando a testa bassa l’amministrazione Obama per la sua politica in Iraq. Un pressing che è destinato ad aumentare qualora il PM Maliki non riuscisse a fronteggiare l’offensiva qaedista.

La propaganda repubblicana spinge sull’emotività delle morti del 2004-2006, quando Falluja fu confine di sangue per le truppe americane. Se l’amministrazione Obama non prende iniziative, quei morti lo sono stati invano.

La reazione da parte democratica tende invece a sottolineare l’inutilità dell’intervento militare. Dodici anni di guerra sono trascorsi invano:

16.48 Così AP/The Guardian descrivono ISIL, la formazione qaedista che opera in Medio Oriente:

ISIL è anche una delle più forti unità ribelle in Siria, dove ha imposto una versione rigorosa della legge islamica nei territori che detiene e rapito e ucciso chiunque critichi le sue regole. Inoltre Sabato, ha rivendicato la responsabilità di un attentato suicida in un quartiere dominato dagli sciiti in Libano (http://www.theguardian.com/world/2014/jan/05/iraq-general-al-qaida-fallujah).

17.30 Falluja è caduta interamente sotto il controllo di Al-qaeda

17.53 L’Iraq lancia l’attacco aereo su Ramadi. Inoltre, secondo Al Arabiya, l’Iran sarebbe pronto a dare aiuto militare al governo iracheno.

18.19 France24: l’Iraq starebbe preparando l’attacco a Falluja

18.26 The Guardian riporta le informazioni sugli attentati di oggi a Baghdad da parte della polizia locale:

Le autorità dicono che gli attentati a Baghdad hanno ucciso almeno 15 persone e provocato decine di feriti. La polizia afferma che il più mortale degli attacchi di oggi ha avuto luogo nel quartiere Shaab a nord di Baghdad, quando due autobombe parcheggiate sono esplose simultaneamente vicino a un ristorante e una casa da tè. I funzionari dicono che l’esplosione ha ucciso 10 persone e ne ha ferite 26. Un altro attentato ha ucciso tre civili e provocato il ferimento di altri sei in una zona commerciale nel quartiere centrale di Bab al-Muadham. Tutti i funzionari hanno parlato a condizione di anonimato perché non erano autorizzati a rilasciare informazioni

In realtà, le tre città (Fallujah, Ramadi e Karma) in cui le milizie di Al-qaeda hanno attaccato, sono molto vicine alla capitale:

iraq

 

19.56 Le reazioni della stampa americana sono molto deboli. La battaglia di Falluja era stata la più sanguinosa per i marines, nel 2003. Oggi i giornali americani dedicano ai fatti solo qualche box laterale, qualche video. Anche il prestigioso The New York Times parla dell’escalation qaedista in Iraq in un commento generale dell’area del Medio Oriente. Alcuni commentatori su Twitter lamentano l’assenza di iniziativa di Obama e parlano apertamente di ‘sangue’ buttato, riferendosi alle numerose perdite del 2003.

Siria, futuro plurale

Siria, futuro plurale – di Vanna Pisa

Il labirinto siriano è formato da numerosi percorsi che si intrecciano nello spazio e nel tempo. Questioni religiose, geopolitiche, economiche, sociali e culturali.
Come sappiamo USA e Russia stanno spostando ingenti forze militari nello scacchiere siriano: Assad per certi versi è un pretesto, lo scontro è mosso anche da potenti fattori economici.
Da una parte Russia e Iran, ambedue sponsor del regime di Assad. Nelle alleanze che coinvolgono gli attori del medio Oriente il rapporto tra SIRIA e IRAN rimane forte, hanno in comune l’interesse a depotenziare l’influenza delle monarchie del Golfo e dell’asse arabo – sunnita formato da Giordania, Egitto, Arabia Saudita.
Dall’altra gli Usa, che devono sostenere il primato del dollaro. Secondo questo dogma, le materie prime non devono essere commerciate in valute diverse ed è per questo che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a mantenere la forza in questo senso e ad evitare che i commerci diventino sempre più indipendenti dal signoraggio del dollaro.
Le petromonarchie, dopo le cosiddette “primavere arabe”, sono assai preoccupate: la possibilità, seppur remota, di una democratizzazione dei loro paesi le sconcerta e mette in pericolo il monopolio da loro esercitato sulle fonti energetiche.
Non è il caso di fornire per l’ ennesima volta l’elenco delle ragioni della crisi siriana. In questo periodo sulla carta stampata, in rete, nelle televisioni è possibile trovare innumerevoli liste che dettagliatamente, in maniera più o meno approfondita, danno informazioni in proposito. Quello che però assai spesso manca è la profondità temporale, intendendo con ciò quello che lo storico francese F. Braudel chiamava “la lunga durata “: vanno esclusi, è chiaro, gli interventi di parte, in malafede o scritti per autocompiacimento.
Quello di cui non si vuole tenere conto nell’analisi condotta nei mass-media mainstream sulla crisi siriana sono dunque i fattori strutturali legati a durate temporali di lungo periodo. Le battaglie, i re e le imprese certo contano e per noi, la cui vita comunque passa in un soffio, sono decisivi, ma, considerati per sé stessi gli avvenimenti che vorticosamente si susseguono, rischiano di accecarci e di produrre un rumore bianco nel quale nessuna linea melodica è più distinguibile.
Che ci sia o meno un’intervento armato non è certo cosa senza importanza. Lo vediamo in questi giorni di frenetica attività diplomatica, l’abile proposta russa di consegnare le armi chimiche siriane a una terza parte neutrale , il solito ONU tanto per capirci. Ma non sarà un percorso facile .
Il direttore generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, l’ambasciatore Ahmet Üzümcü, ha accolto come significativo l’accordo sulle armi chimiche in Siria, annunciato a seguito di colloqui a Ginevra tra il Ministro degli Esteri della Russia, Sergey V. Lavrov , e il Segretario di Stato John Kerry.
A seguito saranno adottate le misure necessarie per attuare un rapido programma per verificare la distruzione completa delle scorte di armi chimiche della Siria, impianti di produzione e altre funzionalità importanti. Della Opwc non fanno parte altri sei Paesi oltre la Siria: Israele, Birmania, Angola, Egitto, Corea del Nord, Sud Sudan (tratto da Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons).
La proposta russa è rafforzata, poi, dall’opinione avversa alla guerra della maggioranza dei cittadini dei paesi che dovrebbero intervenire per sanzionare Assad. Ed è una cosa che conta in primis per la popolazione che, già massacrata e martoriata da entrambe le parti in lotta nella guerra civile siriana, vedrebbe aumentare le sue spaventose sofferenze. E’ utile ricordare un fatto: la resistenza siriana è quanto di più frammentato si possa immaginare.
Se per prendere una scorciatoia vogliamo suddividerla in democratica e jihadista, bisogna aver chiaro che tali termini forniscono solo delle etichette assai approssimative, comunque qualche barlume lo danno, si pensi all’appello diffuso in questi giorni da Al-Zawahiri, il capo di Al-Qaeda, alle formazioni jihadiste di non stringere assolutamente alleanze con le formazioni “miscredenti”.
Chi andrebbero a favorire allora gli USA e i suoi partner? Altri Stati stanno facendo giochi non lineari. Viene in evidenza il ruolo francese e tedesco. La Germania è in “lotta” con la Francia per la supremazia in Europa, Parigi e Berlino concorrono per diventare perno dell’UE. Sono inoltre significative le immagini apparse nei social network di soldati americani che espongono cartelli nei quali affermano di non voler combattere per far vincere Al-Qaeda. Non possiamo poi dimenticare che l’ ultimo intervento in ordine di tempo delle potenze occidentali, in Libia, si sta rivelando un vero e proprio disastro, il paese è in preda all’anarchia. Centinaia di formazioni armate basate sulle più svariare motivazioni clanite, tribali, religiose, cittadine, si combattono ogni giorno alle volte per questioni di mera sopravvivenza.
Un potere centrale ed unitario, uno Stato, non si scorge all’orizzonte.
Che dire d’altronde dei risultati ottenuti in Iraq e Afghanistan?
E perché gli Stati che giustamente prendono posizione contro un dittatore qual è, senza dubbio, Assad, non intervengono concretamente per soccorrere i milioni di profughi siriani che strabordano nei paesi limitrofi, per andare a vivere in condizioni allucinanti nei campi profughi che crescono senza sosta?
Oppure che dire del confronto tra Israele e l’ Iran? Quest’ultimo tiene sotto pressione Israele, impedendole , o almeno cercando di ritardare i programmati raid contro i suoi siti nucleari, attraverso i suoi alleati sciiti, la Siria, Hezbollah, Hamas, rifornendoli di armi, soprattutto missili.

Dunque, va ripetuto, non è indifferente se vi sarà un attacco o meno, ma, quello che rimane  indubitabile, è che non risolverà nessuna delle questioni alla base della crisi siriana, perché nelle vicende storiche, per citare il verso di Stephane Mallarmé: “giammai un colpo di dadi abolirà l’ azzardo”, ovvero assai difficilmente un’intervento modificherà nel profondo una situazione storica. I cambiamenti, ci piaccia o meno, avvengono lentamente, dolorosamente e non sono guidati da nessuna legge.

Al-mifr, capire l’Egitto

Egitto, continuano le proteste

Al-mifr, capire l’Egitto – di Vanna Pisa.

Al-mifr significa “il mondo” ed è il nome dell’ Egitto nell’universo arabo. La valenza simbolica di tale nome è più che evidente. L’Egitto
non è nei paesi arabo – islamici un paese come gli altri poichè molti sono gli attori impegnati nel gioco della conquista del potere: i principali sono l’ esercito e i movimenti dell’ ISLAM politico: Fratelli musulmani e Salafiti, le tribù beduine del Sinai,  i movimenti giovanili democratici . Dietro e accanto a questi protagonisti  ci sono,  inoltre, a complicare la partita, paesi e movimenti non egiziani. SI potrebbe procedere, come di solito viene fatto ed è indispensabile fare,  ad esaminare le alleanze e le forze in campo.

Per ricordare le incongruenze nei vari schieramenti, si prenda ad esempio l’islam politico.
Detto che in un paese musulmano come l’ Egitto – tenuta  in debito conto la numerosa minoranza cristiana dei  Copti –  non esiste , neanche come termine, quel campo che in Occidente viene definito laico (sono in linea di massima tutti credenti), è certamente utile adottare la definizione sopra richiamata.
Non va dimenticato che la nascita e lo sviluppo dei movimenti islamici attivi in ambito sociale e politico è legata, tra l’altro, al dissolversi dell’ impero ottomano e all’ espansione coloniale europea.
Questo campo è però, limitandosi anche al solo Egitto, diviso, i Salafiti e il loro braccio politico Al-Nour hanno appoggiato il golpe militare contro i Fratelli Musulmani e il loro braccio politico Partito Libertà e Giustizia. I due gruppi sono poi appoggiati da Stati arabi sunniti diversi: solo per rimanere  tra le petromonarchie, il Qatar sostiene i Fratelli Musulmani, l’ Arabia Saudita, i Salafiti.

Non ci si può però  dimenticare dei movimenti jihadisti, più o meno collegati alla galassia di Al-Qaeda e dei loro legami con le tribù beduine del Sinai, regione nella quale, con interventi militari più o meno mascherati da parte di un ampiamente preoccupato Israele, è in corso una feroce guerriglia che vede contrapposti Jihadisti e alcune tribù beduine e l’esercito egiziano. A livello anedottico ha un certo interesse che colui che viene indicato come il numero uno di Al-Qaeda, Al-Zahawiri, a seguito della morte di Osama bin Laden. sia di origini egiziane e abbia militato in gioventù nei Fratelli Musulmani.
Il Sinai è anche la regione che confina con la Striscia di Gaza, dove governa Hamas, costola palestinese del movimento dei Fratelli; Hamas sostenuta, quando si dice il caso, dal Qatar e dalla Turchia, paese quest’ ultimo che è uno dei più fieri oppositori nel regime militare egiziano ed è governato da uno dei partiti di maggior successo dell’ Islam politico, non arabo però, e che coltiva sogni neo-ottomani.
Questo senza aver ancora tirato in ballo U.S.A, Europa, Russia e altri Stati, non perché tutto ciò non abbia una sua indubbia rilevanza in sede di analisi, ma perché qui si vuole richiamare l’attenzione su una questione troppe volte e troppo spesso ignorata quando si interpretano gli avvenimenti egiziani: la questione economico sociale.
Il momento fusionale, unitario che porta ad abbattere i regimi dispotici e tirannici è ben noto in sede di studi storico-politici, da ultimo si rimanda allo stimolante articolo di S. Zizek ” Morte sul Nilo” (n. 1014  Internazionale). Nello stesso articolo, Zizek aggiunge che, una volta abbattuto il tiranno, inevitabilmente  ci si divide e una delle linee di faglia della divisione è quella economico-sociale. Tutti gli attori coinvolti sul tragico palcoscenico egiziano sono portatori di interessi economici, rappresentano sezioni,  parti, settori della società egiziana, hanno programmi, progetti, visioni di politica economica e di modelli sociali.

” Il colpo di Stato è guidato dal ministro della Difesa e capo dell’esercito, Generale Abdel Fattah al-Sisi. Significativamente, al-Sisi è stato definito da Morsi il generale più giovane e devoto musulmano, lo scorso anno. Si è anche addestrato ed è ben considerato a Washington, dalla leadership del Pentagono. Gli autori del colpo di Stato indicano la profondità del rifiuto verso la confraternita in Egitto. Al-Sisi aveva annunciato, la sera del 3 luglio, che il capo della Corte Costituzionale agirà da presidente provvisorio e formerà un governo ad interim di tecnocrati per governare il Paese fino alle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. È’ stato affiancato dai leader dell’opposizione laica, cristiana e musulmana. Al-Sisi ha detto che l’esercito avrebbe fatto ogni sforzo per avviare il dialogo e la riconciliazione nazionale, accolti da tutte le fazioni ma respinti dal presidente Morsi e dalla sua Fratellanza musulmana.” (Rete-Voltaire 2013).

L’Egitto è un paese sprofondato in una terribile crisi economica che vede sempre più vaste masse di disoccupati e poveri. Accanto alla lotta per le libertà civili e politiche quella contro la povertà all’insegna del motto “pane e lavoro”, è stata ed è uno dei motivi e dei motori della rivoluzione, termine da usare con cautela, che ha portato alla caduta di Mubarak.

La tematica economico-sociale rimane centrale anche per spiegare il fallimento e la caduta di Morsi e dei Fratelli  Musulmani. Non dimentichiamo che essi hanno costruito negli 80 anni della loro storia una sorta di Welfare State parallelo rivolto ai ceti più poveri e disagiati, con particolare attenzione a quelli delle periferie e delle campagne. L’ esercito egiziano è d’altronde la più importante holding del paese: dai panifici ai resort sul Mar Rosso non c’ è settore economico di peso che non lo veda coinvolto.

Entrambi i soggetti, di fondo, condividono l’ approccio neo-liberista. Quello che è in corso è dunque anche uno scontro per conquistare il potere tra chi ha e chi non ha, all’interno delle regole capitalistiche.

In Turchia gli Islamisti hanno avuto successo: Erdoğan, fondatore del partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), e i suoi sono riusciti, per ora, a relegare l’esercito nelle caserme, anche attraverso clamorosi processi, montati o meno che siano (si veda il caso Ergenekon, gruppo terroristico autore di numerosi golpe dal dopo guerra oggi).

Analogia interessante tra i due eserciti, quello turco e quello egiziano: in modi e forme diverse sono comunque gli alleati delle forze che non vogliono l’islamizzazione dello Stato e della società.

In Egitto l’ esercito ha potuto godere del fallimento del governo Morsi, che economicamente non ha fatto pressoché nulla per alleviare le condizioni delle classi popolari più esposte alla crisi, e politicamente ha intrapreso in maniera molto goffa e rozza un percorso di accentramento autoritario del potere e di applicazione della Sharia. I giovani, le donne, larghe sette delle classi medie cittadine non hanno per ora la forza e la capacità organizzativa per costituire una reale alternativa. D’altronde queste forze manifestano i bisogni e le esigenze di una società civile che vuole dire la sua e non ha intenzione di farsi togliere la parola dalle Istituzioni.

 Il Retroterra dello scontro: primi anni 90, Algeria.

Il Fronte Islamico della Salvezza, vincitore di regolari elezioni democratiche, va al potere. L’esercito algerino, uno degli eredi del Fronte di Liberazione Nazionale, che costrinse i francesi a far fagotto, non accetta il risultato; l’esercito, dalla fine della guerra di liberazione, è diventato il vero dominus del paese, anche in campo economico .

Sradicare il terrorismo islamico è stata la sua parola d’ordine. Una delle più terribili, brutali e atroci guerre civili che proseguirà per oltre dieci anni con centinaia di migliaia di morti, è stata la conseguenza.

La scelta militare ha radicalizzato sempre di più i movimenti islamici, sempre che si possa usare tale termine, forse anche attraverso accordi tra i servizi segreti algerini e i movimenti armati jihadisti. Questi ultimi, in cambio di una sorta di mano libera nel Sahel, si impegnano a non agire in Algeria.

Quello che sta accadendo in Mali è uno dei frutti avvelenati di questa storia, storia che forse non si ripete ma ama molto le variazioni sul tema. L’Egitto, per sua sfortuna, fa parte del tema.

I Droni possono uccidere cittadini americani

Gli Stati Uniti possono uccidere cittadini americani in operazioni militari il cui obiettivo dovesse essere un leader di al-Qaeda o gruppi terroristici che pongano una “immediata minaccia” al paese. Lo ha riferito il Dipartimento di Giustizia in un ‘libro bianco’ pubblicato lo scorso lunedì dalla NBC News. La pronuncia del Dipartimento è stata inviata dal governo ai membri della commissione Giustizia e Intelligence del Senato nella forma di un documento ‘classificato’. Di fatto si trattava della risposta del governo Obama alla interpellanza dei senatori, ma non era un atto pubblico. Questo perché faceva riferimento a un caso specifico, ovvero alla uccisione di Anwar al-Awlaki, cittadino americano e musulmano, colpito da un attacco di Droni nel Settembre 2011. L’attacco provocò la morte anche del figlio sedicenne dell’uomo. L’amministrazione Obama ha sempre rifiutato di fornire spiegazioni circa l’attacco sia ai media e che ai gruppi di difesa dei diritti civili. Obama, parlando della morte di al-Awlaki, descrisse l’uomo come il responsabile delle “relazioni esterne” della cellula in Yemen di al-Qaeda.

Il documento, intitolato “Lawfulness of a Lethal Operation Directed Against a U.S. Citizen Who Is a Senior Operational Leader of al-Qaeda or An Associated Force”, è stato definito come “profondamente preoccupante” dalla American Civil Liberty Union: “un’anomalia abnorme dell’esecutivo che assume su di sé il potere di dichiarare un cittadino americano una minaccia e lo uccide lontano da un campo di battaglia riconosciuto e senza alcun coinvolgimento giudiziario, né prima né dopo il fatto”.

Il documento del Dipartimento di Giustizia consente un’interpretazione elastica di quei concetti (la presenza di un leader di al-Qaeda o di gruppi terroristici che pongano una “immediata minaccia” al paese) e non richiede che l’obiettivo sia coinvolto in una ‘trama specifica’, perché al-Qaeda è “continuamente coinvolto nella pianificazione di attacchi terroristici contro gli Stati Uniti“.

Il documento evita di specificare tutta una serie di questioni, tra cui il livello di prova richiesto per un americano per essere considerato una figura del vertice operativo di al-Qaeda.

John Brennan fra una settimana diventerà nuovo capo della CIA. E’ il capo della Consiglio Antiterrorismo di Obama. Non è certamente estraneo ai fatti del Settembre 2011. La fuga di notizie, scrive il Washington Post, sembra niente affatto casuale. La pressione su Obama è immediatamente salita. Che dei Droni possano uccidere cittadini americani o stranieri, il cui coinvolgimento con le organizzazioni del Terrore è tutto da dimostrare, non è solo contro il Diritto ma pare essere inoltre un ritorno a quella unilateralità su cui era imperniata la politica estera di George W. Bush.

Mali, i francesi stanno per prendere Timbuctu

Lo scrive The Guardian dopo che ieri sera tardi i militari francesi hanno annunciato di aver raggiunto e liberato la città di Gao, sede di un importante aeroporto internazionale. Sarebbero appena 600 i militari francesi alla testa di una truppa composta da maliani, ciadiani e nigeriani. Timbuctu, insieme a Gao e Kidal, è una delle città più importanti del Sahel cadute sotto il controllo degli jihadisti. Questi ultimi non sembrano poter opporre una grande resistenza e sembrano sul punto di trattare la liberazione di un ostaggio francese, Gilberto Rodriguez Leal, rapito lo scorso Novembre nell’ovest del Mali.

Soldati francesi in Mali (www.saharamedias.net)

Soldati francesi in Mali (www.saharamedias.net)

Ripercorri la storia della guerra nel Mali del Nord, dalla insurrezione di MNLA al caos di Bamako, alla distruzione dei monumenti di Timbuctu, alle bombe francesi.

Mali, Giulio Terzi va alla guerra mentre al Qaeda attacca l’Algeria

Con l’assalto alla piattaforma petrolifera della BP in territorio algerino, al Qaeda nel Maghreb Islamico (o almeno una sua cellula guidata da Mokhtar alias Belmokhtar Khalid Abu Abbas), estende la guerra del Mali del Nord in un altro paese e coinvolge direttamente l’Europa e gli USA. L’attacco è stato rivendicato come una ritorsione da parte di AQMI contro la decisione di Algeri di permettere il sorvolo del proprio spazio aereo ai caccia francesi, impegnati a contrastare l’avanzata verso sud di Ansar el Dine, la cellula jihadista guidata dal tuareg Iyad Ag Ghali, signore della guerra del deserto. L’assalto ha causato due morti e dieci feriti, mentre sarebbero quarantuno i cittadini stranieri tenuti in ostaggio: si tratta di sette americani, due francesi, alcuni britannici e giapponesi. L’impianto della BP è ora circondato dall’esercito algerino. Di fatto, al Qaeda ha aperto il conflitto al resto dei paesi occidentali, finora riluttanti a seguire la Francia sulla via di Bamako. Così infatti si è espressa Angela Merkel, forse un preludio a un imminente coinvolgimento della Germania:

Mentre il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA) – ad inizio del conflitto nel Marzo 2012, al fianco dei ribelli jihadisti, poi scacciato dalle città di Gao e Kidal poiché contrario alla imposizione della sharia – è scomparso dallo scenario del conflitto e non pare sufficientemente organizzato per poter contenere questa variegata congrega di terroristi (sono almeno tre le sigle dei qaedisti, oltre a AQMI e Ansar el Dine, è presente un gruppo più piccolo chiamato Mujao, il Movimento per l’Unicità e la jihad, responsabile del rapimento di Rossella Urru), le truppe di terra francesi hanno problemi a liberare la città di Konna dagli uomini di Iyad Ag Ghali. La foto seguente è stata scattata lunedì scorso ed è stata inviata dai militanti di Ansar el Dine al quotidiano online http://www.saharamedias.net che l’ha pubblicata oggi:

konna_ansar_dineAnsar el Dine ha così voluto smentire le autorità francesi che avevano riferito di aver permesso all’esercito maliano la presa di Konna per tramite dell’azione dei caccia bombardieri. Invece i combattenti del gruppo sono di stanza alle porte della città e ciò sarebbe testimoniato anche da un video (www.saharamedias.net). Abu Habib Sidi Mohamed, questo il nome dell’uomo che compare nel video, ha esortato i francesi a pubblicare foto o video della loro presenza a Konna. I francesi avrebbero solo distrutto una moschea e ucciso sette persone, ma solo con i bombardamenti. E’ questa la loro unica traccia lasciata a Konna: i carri armati distrutti da Ansar el Dine sono mezzi dell’esercito di Bamako e sono il segno della loro disfatta.

I gruppi jihadisti non sono più di millecinquecento combattenti, dotati di armamenti pesanti ma alloggiati su pick-up per mezzo dei quali attraversano velocemente il deserto. L’esercito maliano è fortemente disorganizzato, male equipaggiato e male addestrato, diviso in fazioni, soprattutto infedele (due sono i colpi di stato manu militari susseguitesi dal Marzo 2012). Come detto, MNLA è troppo debole in termini di organici e di armamenti per poter combattere. Sono stati proprio i tuareg laici a lanciare l’azione militare per la secessione del nord del Mali e la creazione di uno stato indipendente (Azawad). Si è suggerito da più parti come MNLA avesse ricevuto l’appoggio implicito da parte dell’ex presidente francese Sarkozy e, di conseguenza, dell’emiro del Qatar. Anche la Svizzera avrebbe fornito assistenza di natura finanziaria ai tuareg: “Il Dipartimento federale degli affari esteri della Svizzera ha partecipato all’organizzazione e al finanziamento di una riunione politica dei tuareg ribelli indipendentisti del MNLA, il 25, 26 e 27 luglio 2012 a Ouagadougou.” Proprio Sarkozy disse lo scorso anno, alcuni giorni dopo la dichiarazione di indipendenza dell’Azawad ad opera del MNLA, di voler “cooperare con i tuareg” (Aurora, bollettino internazionalista). Ma l’elezione di Francois Hollande sembra aver contribuito a cambiare le sorti del conflitto maliano: MNLA ha perso forza ed è entrato in contrasto con Ansar el Dine al cui cospetto ha mostrato tutta la propria inadeguatezza a governare una macroregione come il Sahel. La predominanza di Iyad Ag Ghali e dell’impronta jihadista è divenuta evidente quando furono raggiunti accordi con strani emissari del MNLA sulla spartizione della regione, poi smentiti dai tuareg laici qualche giorno dopo. La creazione di uno stato indipendente nel Sahel per Sarkozy era da intendersi in senso anti algerino e al fine di ottenere la supremazia nell’area nello sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere del Niger. MNLA avrebbe poi dovuto sbarazzarsi di AQMI e Ansar el Dine. La strategia francese era quella di circondare l’Algeria e di fatto costringerla a rientrare nella propria influenza commerciale, come prima dell’Indipendeza del 1962. Ora è Algeri a doversi difendere da al Qaeda.

Anche il nostro paese è curiosamente coinvolto nelle vicende maliane. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha affermato oggi che l’Italia è pronta a fornire supporto logistico al governo di Bamako, il che è traducibile con addestramento e forniture di armi. Lo ha fatto senza un mandato politico del Parlamento, sciolto dal presidente Napolitano a Dicembre e quindi in ordinaria amministrazione in attesa delle elezioni. Lo ha fatto nella veste di ministro di un governo dimissionario. Il silenzio che ne è seguito è sufficiente a dire che qualcuno ha interesse a mandare militari e mezzi italiani nel paese africano?